Da D’Annunzio a Foscolo: la costa adriatica in treno + bici

11 giugno 2014 – Era da diverso tempo che volevo provare ad utilizzare, per i miei spostamenti a lungo raggio, l’accoppiata treno e bici. Quando manifestavo questa intenzione, gli sguardi degli interlocutori erano, a dir poco, scettici, a partire da G. il tecnologico financo alle mie amichette biciclettare (eae quoque!). Tutti mi facevano capire, nel loro stile molto understated, che mi consideravano una povera pazza. Con tutto questo calore ed entusiasmo attorno a me, l’Ariete non solo si rafforza nell’intento, ma ne trae ulteriore spinta motivazionale. Alla fine si tratta di fare un cambio in più, portare un po’ di pazienza ma con qualche cosa da leggere e il santissimo iPod nulla spaventa. Tuttavia che non fosse una cosa semplice si era capito da subito, sin dall’operazione “acquisto biglietto”. Trenitalia permette di acquistare online dei biglietti per i regionali veloci (qualcuno un giorno mi spiegherà questa dicitura, visto che, a lume di logica, ci dovrebbero essere anche regionali “lenti”) ma non consente di acquistare il biglietto per portare la bici al seguito (€ 3,50 per tutto il giorno). Quindi, bisogna per forza andare in stazione. Bella roba.

Si parte © ragazzo che aspettava il treno

Si parte © ragazzo che aspettava il treno

Alla stazione di Pescara Centrale, per essere sicura al 100%, chiedo alla tizia allo sportello se mi può confermare, come da orario, se nei treni che ho scelto c’è il vagone per le bici. Perché la regola delle regole, nell’Italico Stivale, è di non fidarsi mai, mai, mai e poi mai di una sola fonte di informazione. Le info vanno raccolte, setacciate, elaborate e poi distillate, prima di farne uso, e tutto a proprio rischio e pericolo. La tizia, gradevole come una ragade anale di un bagnante a mollo nel Mar Morto, prima mi sbertuccia senza pietà («ah ah ah però così ci metterà una vita, ad arrivare…») e poi risponde laconica alla domanda specifica «Non lo so».

«Come sarebbe a dire, “non lo so”?» è stata la mia prevedibile replica.

«Significa che non so se c’è il vagone, il capotreno le dirà dove mettere la bici» chiosa la Ragade con fare stizzito.

«Ma, la bici, me la fanno portare sul treno, vero?» chiedo smarrita. «Non è che me la fanno lasciare al binario…»

«Deve chiedere al capotreno» chiude tombalmente la Ragade, acida come un limone acerbo, buttando biglietti e bancomat con malagrazia fuori dalla bocchetta dello sportello.

Cominciamo proprio alla grande. Oltre all’ostracismo familiare-amicale, anche il mobbing ferroviario, mi tocca subire. Dopo aver rivolto un affettuoso e sentito vaffanc***o mentale alla Ragade, si procede dritti come fusi.

La prima (bella) sorpresa è che al binario, il giorno della partenza, di biciclette, oltre alla mia, ce ne sono altre due. La seconda sorpresa è che il vagone bici – che c’è, e anche grande, alla faccia della Ragade – è già pieno a uovo. Devo parcheggiare in seconda fila. Senza contare il “traffico locale” cioè quelli che lasciano la bici nella zona davanti alle porte e scendono dopo due-tre fermate. Mi ero mentalmente preparata ad un viaggio solitario e anche noioso e invece eccomi qui a farmi sfinire di chiacchiere da un gruppo di cicloturisti lumbard che hanno percorso una delle vie Romee fino a Lecce, con tanto di esibizione orgogliosa del passaporto del pellegrino, pieno di timbri e timbrini. Nel frattempo dal finestrino sfila un paesaggio da cartolina: mare a destra, azzurrissimo e piatto, quello tanto amato dal Sommo Vate e colline punteggiate di ginestre a sinistra. In Ancona, dove si effettua il primo cambio, il plotoncino dei cicloturisti aumenta di una unità, un tizio che, mi racconta, ha rifatto il percorso di Rigatti, Altan & Rumiz da Trieste a Istanbul. C’è da dire che il cicloturista ha una chiacchiera che uccide. Anche qui, non ci si annoia. Ipod e libri per il momento non sono stati toccati. A Bologna, per il secondo cambio, scendere dal treno è stato come entrare in un forno ventilato: forse 32 °C al binario. Una sberla di calore da rimanere tramortiti lì sul  predellino, con in più l’improba fatica di scendere i gradini del vagone. Per fortuna tra biker ci si aiuta. L’interregionale BOlogna-VEnezia (che ha ispirato Carducci per il suo verso, t’amo pio BO-VE) è già al binario per cui ne approfitto per sistemare con calma la bici. Salire su un treno che ha gradini ripidi e alti è difficile a piedi, figuriamoci con una bici al seguito, con un caldo della madonna, per di più. I vagoni bici sono attrezzati del minimo indispensabile, cioè lo spazio. E nulla più. Su alcuni ci sono dei ganci (pochi, tra l’altro) ai quali appendere le bici, ma per comodità la gente preferisce appoggiare i mezzi alle pareti e sperare che non rovinino per terra. Quindi, conviene portarsi un elastico con i ganci.

Un elastico con i ganci è un accessorio indispensabile © Lonza65

Un elastico con i ganci è un accessorio indispensabile © Lonza65

È pur vero che portare la bici costa poco, ma il servizio è proporzionale all’esborso. Cioè vicino allo zero.  Anche qui sul “pio BO-VE”, non sono sola, un mountain biker con una splendida 29er mi fa compagnia nel vagone bici, che è l’unica carrozza con l’aria condizionata. Anche se non si potrebbe, rimaniamo lì a prendere il fresco. Nel frattempo il paesaggio è diventato ultra-familiare: campi e campi di mais, erba spagna, patate, qualche pioppeta qua e là, e pianura a perdita d’occhio. Se per qualcuno può essere una vista monotona, per me è come riconoscere un viso familiare, ancora di più quando, dopo Rovigo, si cominciano a scorgere i profili morbidi e dolci dei Colli Euganei. A Monselice scende anche il MTBiker, che mi aiuta con la bici – per fortuna – e ad attendermi c’è il comitato di accoglienza: una delle Sorelle Stramassi con il seguito di amici ciclisti, che, eroici, hanno sfidato un caldo equatoriale per farmi da scorta fino a casa. Con questa compagnia, dopo un meritato drink di benvenuto, imbocchiamo il lungargine del Canale Battaglia e dopo 18 km, tra ville e campagne, si arriva a casa, nei pressi di quella villa in cui un giovane Foscolo scrisse le Ultime lettere di Jacopo Ortis. Da D’Annunzio a Foscolo: la storia della letteratura italiana, in sella alla bici, non è mai stata così bella.

(Ringrazio la mia amica N. per avermi regalato il titolo del post).

Villa Emo Capodilista © Lonza65

Villa Emo Capodilista © Lonza65

birdwatching in sella alla bici © Lonza65

birdwatching in sella alla bici © Lonza65

Battaglia Terme © Lonza65

Battaglia Terme © Lonza65

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2 risposte a Da D’Annunzio a Foscolo: la costa adriatica in treno + bici

  1. Pingback: Da Fogazzaro a Flaiano: treno e bici, il ritorno | Verba Volant

  2. Alessandra ha detto:

    nostalgia canaglia…. grazie lonza, esperienza calda, viva, reale!
    io intanto stavo a paris, 21 gradi celsius, grandi nuvole bianche, luce del sole fino alle 22.00.

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