The Day After (post cotto e soprattutto mangiato)

7 gennaio – Le feste sono finite, gli addobbi sono stati riposti con cura nelle loro scatole e sono già in garage a dormire fino all’anno prossimo. Quello che non è andato via è lo strato tenace di adipe messo su in questi giorni di bagordi calorici e confinamento forzato. I saggi dicono che non si ingrassa da Natale a Capodanno ma da Capodanno a Natale ed è vero, ma di sicuro le feste sono comunque un buon assist per aumentare il giro vita. Quest’anno, a causa delle note vicende sanitarie, le palestre sono chiuse e non ci sarà la tradizionale transumanza dei pentiti della caloria verso i vari fitness center per l’iscrizione a corsi, sala pesi, fit boxe e quant’altro. Si tratta di un fenomeno su cui ho già ampiamente pontificato qui. Quest’anno bisogna arrangiarsi con le video lezioni on-line, i tutorial, i work-out che i trainer ti mandano sul telefonino, gli smart watch che, con una scossa elettrica al polso ti ricordano di muoverti, di tutto e di più. Magari ci torno un’altra volta, su questi succedanei della palestra, perché oggi mi va di celebrare un personaggio che ogni anno incontro sul lungomare.

Lacrime di coccodrillo

Puntuale come una cambiale in scadenza, sul lungomare appare, quando finisce il periodo natalizio, il pentito dell’abbuffata. Costui è solitamente di sesso maschile, età compresa tra i 40-50, non fa mai attività fisica nel corso dell’anno, per le feste natalizie si sfascia di cotechini, lenticchie, panettoni, torroni e via dicendo finché, preso da un travolgente senso di colpa e dalla consapevolezza di dover cambiare mezzo guardaroba a favore di taglie più comode, decide di andare a correre per smaltire un po’ di ciccia. Lo vedo che arranca sulle betonelle del lungomare, come un Filippide in sovrappeso, anzi lo sento arrivare alle mie spalle, ancora prima di vederlo. Sbuffa come una locomotiva in salita, sbatte le suole delle scarpe (ultimo modello, super ammortizzate, superleggere, super costose), mentre mi supera con finta nonchalance e mi getta uno sguardo di disprezzo perché cammino a passo veloce e non corro. Avanza come se avesse una lancia piantata su un fianco: piegato a sinistra, con la milza che urla “voglio morireeee”. Dopo cinquecento metri lo ritrovo, col viso paonazzo e il fiato corto che si abbevera alla fontanella come un cammello all’oasi di Qufra e poi se ne ritorna da dove è venuto, claudicante per la tendinite che gli è venuta all’istante e mangiato vivo dall’acido lattico. Questo nel migliore dei casi, nel peggiore rischia l’infarto del miocardio. Una volta tornato a casa, con la coscienza tacitata dalla mattinata di sport, si abbandona a corpo morto su timballi, arrosti e panettoni. Mi chiedo: tutto questo ha un senso?

Buoni propositi

Se questo è il risultato dell’allenamento (diciamo così) c’è da augurarsi, come dice l’umorista americano Joey Adams, may all your troubles last as long as your New Year’s resolutions. Cioè tre-quattro giorni al massimo. Passati i quali, il pentito della caloria inizierà a trovare scuse per non uscire (non ho tempo, fa troppo freddo/caldo/umido devo andare di qua/di là ecc.) e sarà vittima di cibi calorici che lo assaltano – sì sì ci sono cibi che ti si buttano addosso e t li devi mangiare per forza – e tutto ritornerà come prima, fino alla successiva ondata di sensi di colpa del prossimo dicembre.

Il pentito della caloria è un esempio estremo, perché tutti, più o meno, con l’anno nuovo, partiamo con grandi progetti ma pochi di noi li portano a termine. Quasi tutti aspettiamo il nuovo anno per iniziare qualcosa, senza pensare che lo possiamo fare, in realtà, in ogni momento. Il punto è che non esiste un periodo ideale per cambiare rotta. Lo decidiamo noi quando arriva il momento di mantenere i buoni propositi, non il calendario. C’è chi questo concetto l’ha espresso in maniera mirabile e quindi ecco qui sotto il mio augurio per il 2021.

Odio il Capodanno

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. 

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date. 

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. 

E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante. 

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. 

Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca. 

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati. 

Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, Avanti!, edizione torinese, rubrica Sotto la Mole.

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Sanremo Story o anche Oxeide – 4 e ultima parte 2011-2020

Riassunto delle puntate precedenti: Sanremo e Anna Oxa fanno parte del mio substrato cultural-pop-musicale. Perché se è vero che siamo ciò che mangiamo, siamo anche quello che vediamo e soprattutto ascoltiamo.


L’edizione del 2011 del Festival è l’ultima alla quale Annina nostra partecipa con un brano che poi sarà inserito nell’album Proxima – Sanremo Edition. Data la passione per l’autoreferenzialità della nostra amata, pensavo lo intitolasse PrOXAma, ma invece no. Peccato, perché di Oxa ce n’è tanta, e tanti sono i gioielli che questo cd contiene, uno per tutti Apri gli occhi, che però non è presentato a Sanremo dove invece, secondo me, avrebbe fatto il botto. Si presenta sul palco con una mise essenziale che ricorda un installatore di fibre ottiche vestito da anime giapponese, capelli neri sparati e come sempre, grande, grandissima, ineguagliata presenza scenica. Canta con uno stile piuttosto energico il pezzo La mia anima d’uomo (Imerico-Oxa-Pacco) (Siamo noi questo viaggio/Questo posto è una favola vuota/Che ti mostra la sua copertina/Dove tutto è una botta di vita/Dove al cielo si chiede perdono e fortuna/E coraggio… si va… si fa!) che mette alla frusta le sue meravigliose corde vocali, fatte probabilmente di titanio. La canzone è molto radiofonica, ha un bel tiro però per questo Sanremo non basta. Non sarà finalista ma per lei che ha sempre detto di non tenere in considerazione la gara, è un dettaglio. A noi fan fa piacere vederla sul palco perché è una botta di energia notevole. Vincerà il Festival una vecchia conoscenza di Annina, il professor Vecchioni Roberto con Chiamami ancora amore, canzone un po’ retorica ma in linea con lo stile sanremese. Secondo posto per Emma e i Modà con Arriverà e terzo Al Bano con Amanda è libera (l’originalità vola alta, senti qua Amanda è libera come una rondine/Sopra le nuvole della sua ingenuità mentre la musica è un mischiozzo di così tanto plagi che poi alla fine ne perdi il conto). Spunta Raphael Gualazzi (Follia d’amore), qua e là qualche bella canzone come quella di Luca Madonia con Franco Battiato (L’alieno), peccato che poi non è più sentito (Madonia, intendo). Si festeggiano i 150 anni dell’Unità d’Italia e poteva Sanremo perdere l’occasione di caricare la manifestazione di una qualche tonnellata di enfasi in più? Ma certo che no. Per l’occasione i Big in gara si sfidano reinterpretando una canzone storica del repertorio italiano che il pubblico poi voterà. Annina riesce nel miracolo di farmi ascoltare con piacere e apprezzare il motivo più sputtanato della storia della canzone italiana, che da stereotipo pizza-spaghetti-mandolino diventa un’opera rock. Canta nientemeno cheO sole mio, mica cotica cumpà, la spoglia di tutta la melassa retorica e gorgheggiante e la riveste di sonorità avveniristiche in un crescendo di voce, chitarre, violini in un tripudio di effetti speciali visivi tipo tempesta solare (eh eh eh anche i dettagli sono importanti) e gran scasinamento finale di vocalizzi alla Björk, coretti trionfali, schitarrate in sottofondo, con citazione finale it’s now or never di Elvis the Pelvis. Per me ‘O sole mio è solo questa versione, in una performance di una aliena bellissima (The (Wo)man Who Fell To The Earth, giusto per citare qualcuno che di trasformismo ne sa qualcosa) con una voce meravigliosa. Vince questa gara nella gara l’immarcescibile Al Bano con Va’ pensiero, coro del Nabucco che diventa una caricatura musicale, stuprato da un arrangiamento porno-pop. Il Cigno di Busseto si sta ancora rivoltando nella tomba da quel dì. La seconda Morte del Cigno, mi verrebbe da dire.

Gli ultimi dieci anni del Festival sono storia recente. Nella conduzione si instaura la tradizione della “doppietta”, cioè the chosen one di turno presenta due edizioni di fila e poi avanti un altro: Gianni Morandi (2011 e 2012), Fabio Fazio e Luciana Littizzetto (2013 e 2014), Carlo Conti con un tris (2015, 2016 e 2017), Claudio Baglioni (2018 e 2019) e Amadeus che l’ha presentato quest’anno ed è stato opzionato per l’anno prossimo, al netto delle ripercussioni che il COVID avrà sulla manifestazione. Le serate si allungano a dismisura, si sfora sempre oltre orari improponibili, con il Dopofestival si arriva a mattina. L’intervento massiccio degli sponsor allunga i tempi a dismisura (e allunga anche le nostre palle). In buona sostanza il Festival è diventato un lungo spot pubblicitario interrotto, ogni tanto, da qualche canzone. L’avvento dei social e della tv on demand ha stravolto il modo di fruizione dell’evento. E direi anche per fortuna: chi ce l’ha più (ammesso di averlo mai avuto) il fisico per reggere quattro ore di trasmissione per cinque giorni consecutivi? Quello che non vedi la sera prima, te lo ritrovi il giorno dopo sulle piattaforme digitali, sui social, sulle testate on line dei quotidiani, in comode clip da digerire subito e da trasformare in tormentoni visivi. Ve lo ricordate il “che succede?” di Morgan di quest’anno? Quanti meme, gif, clip taroccate ha prodotto il Bugo-gate? Le brutte intenzioni, la maleducazione, la tua brutta figura di ieri sera, la tua ingratitudine, la tua arroganza, fai ciò che vuoi mettendo i piedi in testa sono parole che abbiamo sentito declinate in migliaia di versioni, in un loop audio-visivo senza fine. Il tradizionale gruppo d’ascolto in carne ed ossa ha lasciato il posto a quello virtuale. Si perde la fisicità del conclave ristretto ma si acquista l’universalità del bacino d’utenza e di interazione. Dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno e oltre, chiunque si può collegare con chiunque e commentare in diretta. Facebook e Twitter – un social che non ho mai capito bene e che rispolvero solo in occasione di Sanremo – forniscono un ambiente estremamente adatto alla chiacchiera futile che viene consumata alla velocità della luce, in un tritacarne di immagini e di parole che scorrono senza soluzione di continuità. E’ meglio, è peggio rispetto a prima? Boh, di sicuro è molto diverso, ma basta farci l’abitudine. Tutto questo va a discapito del sonoro, della canzone che passa inevitabilmente in secondo piano. In un mondo in cui l’immagine viene prima di tutto, si affermano i personaggi, non i cantanti. Uno che ha capito questo trucchetto è il dandy Achille Lauro, che sfrutta la visibilità del Festival per mostrare le sue “installazioni” che arrivano prima agli occhi o poi alle orecchie, anche perché di voce ne ha pochina, diciamo la verità. Prova ad ascoltarlo senza il supporto visivo: l’effetto è molto diverso.

gatto che guarda annoiato Renato Zero a Sanremo
Livello di coinvolgimento di SAR per Sanremo: Zero

E in tutto ciò, la nostra amatissima Annina, cosa fa? Dopo il 2011 ha disertato il palco del Festival, si è fatta vedere sporadicamente in qualche trasmissione tv (Amici, Ballando con le stelle) ma in buona sostanza, a parte qualche tour, ddal punto di vista discografico si è ritirata in un nobile silenzio, come il Buddha. Il nutrito battaglione di fan, di cui fa parte anche la sottoscritta, la vorrebbe di nuovo a Sanremo. Perchè ci manca tantissimo. Però, però, però… da dieci anni a questa parte le cose sono un po’ cambiate. Allora, confidando nelle potenzialità della rete, ho pensato di lanciare un message in a bottle alla mia cantante preferita:

Ciao Annina,

tu non mi conosci ma io conosco te da sempre, siamo quasi coetanee e quindi mi permetto questa confidenza unidirezionale, da me a te senza ritorno. Da un po’ di tempo manchi da Sanremo e dalla tv in generale e questo tuo nobile silenzio è pesante. Sarà pure nobile, ma a noi fan manca da matti il tuo carisma, la tua professionalità, la tua capacità di evolverti. Gran parte di noi che siamo abituati alla tua presenza quasi ininterrotta all’Ariston, ti rivedrebbe molto volentieri sul palco per la settordicimilionesima volta. Anch’io, che sono una tua fan sfegatatissima, un tempo pensavo che sarebbe bello se tu tornassi, ma poi ho riflettuto e sono di diverso avviso.

Senti a me, a Sanremo, non ci andare più. A parte che quattordici volte come partecipante e una come conduttrice, ça suffit, ma poi che cosa ci vai a fare veramente? Ormai sei troppo avanti per una manifestazione di quel genere, sei troppo qualsiasi cosa per rimetterti in mezzo a quel pollaio di galline starnazzanti e cantanti che cantano col singhiozzo. Se tu partecipassi, il divario tra te e il resto dei concorrenti sarebbe così ampio che imbarazzerebbe, sarebbe un po’ come se Nibali si presentasse a una gran fondo provinciale, come se Hamilton partecipasse a una gara di go-kart, insomma ci siamo capiti. Il livello qualitativo attuale – mo’ ci rivuole Riccardo Pazzaglia – è basso.

Anzi, ti dirò di più: non solo a Sanremo, non andare più in tv proprio. Ormai è diventato un mass medium (si sente che ho studiato alle scuole ALTE?) sorpassato per una come te che è avanti anni luce, artisticamente parlando e non solo. Se proprio ti scappa di esibirti, vai nei teatri, nelle piazze, – sì lo so adesso con il Covid è un gran bel casino – in streaming, in ologramma, in teletrasporto, come ti pare, ma non in tv. Te lo sei dimenticato il finimondo che è successo a Ballando con le stelle? Mentre il resto dei concorrenti si incartava a fare i passi della bachata – la bachata!!! il ballo più stupido del pianeta – tu offrivi interpretazioni di livello extraterrestre, per le quali sei stata verbalmente e fisicamente crocifissa, ti sei incazzata come una pantera e per di più ti sei anche rotta una gamba. Se sei preoccupata per la quota italo-albanese nella storia della canzone italiana, nuk shqetësohen, non ti dare pena. C’è Ermal Meta che ha preso idealmente il tuo testimone illirico e poi lui është një djalë i mirë , è un bravo guaglione e il suo lavoro lo fa bene. A noi fan piace vederti sul palco dal vivo a fare tutte quelle belle sperimentazioni con la tua voce incredibile, ci piace sentirti per quelle emozioni pazzesche che riesci a trasmettere modulando i toni, passando dai bassi strappamutande agli alti potenti e pieni che spettinano le prime file. Fa niente se non hai canzoni nuove da proporre: potresti stare sul palco e cantare il tabellone dei treni della stazione di Pescara Porta Nuova e ne uscirebbe comunque un’esibizione da brividi. Se proprio ci vuoi fare una sorpresa, a noi fan, visto che mi giunge voce che tu abiti in Svizzera, se ti capita, allungati fino a Lugano e citofona a MAZZINI ANNAMARIA terzo piano interno 12. Deve essere l’aria del Canton Ticino a far bene alle corde vocali, là c’è una concentrazione di voci stratosferiche da paura. Sentirvi cantare tutte e due assieme sarebbe un’emozione non da poco e scusa la battuta banalissima ma ci sta tutta.

Per non indurti in tentazione (sed libera te a Sanremo) ti faccio una proposta che non puoi rifiutare, una cosa per te credo nuova ed inedita: partecipa a Sanremo come spettatrice, come una di noi, una del popolo dei telepeones. Consideralo un esperimento sociologico, vedere Sanremo dall’altra parte della barricata, con gente assolutamente NON addetta ai lavori, totalmente all’oscuro dei meccanismi dello show-biz, che spara cazzate a mitraglia e si diverte una cifra. Ti invito ufficialmente a casa mia, ti faccio trovare un gruppo d’ascolto selezionatissimo, un parterre du roi coi fiocchi, ci facciamo anche il tampone per stare tranquilli e per essere ligi ai prossimi millemila DPCM che verranno. Ci mettiamo sul divano belle comode, con i gatti in braccio che ronfano incuranti di tutto (a loro frega una cippa di Sanremo, basta che gli fai due coccole e sono felici) e via di commenti a ruota libera dal vivo e con un occhio sui social, perché le trasmissioni tv si commentano in diretta principalmente così. Ti confermo che gli italiani sono un popolo di battutisti micidiali e il divertimento è assicurato, basta collegarsi al gruppo Sanremo non ti temo e la serata è svoltata. Per la cena, nuk ka problem, stai tranquilla: sono una discreta cuoca e ti preparo molto volentieri tutte pietanze veg-anic: pizz e fuije (senza sarde però per te), sagne e ceci con il fufullone, zuppa di lenticchie di Santo Stefano, pizza scima con verdure ripassate in padella e come dessert caggionetti rigorosamente animal fat-free. Perché qui in Abruzzo dove vivo, la cucina è veganic fin da prima che venisse coniato il termine. Se poi questi piatti della tradizione regionale non fossero di tuo gradimento, “esco” il jolly di un bel piatto di orecchiette con le cime di rapa.

Ciao Anna, ti aspetto.

P.S. so fare anche i tarallini, ho imparato a farli da una barese come A te.


Sitografia e ringraziamenti

Per questo articolato mega post musicale in quattro tempi mi sono basata, oltre che sulla mia discreta memoria – è proprio vero che man mano che invecchi ti vengono in mente le cose accadute decenni fa e invece fai fatica a ricordarti cosa hai mangiato la sera prima – anche sull’ormai insostituibile Wikipedia per i dati nudi e crudi. Per amenità, commenti e spunti di riflessione ringrazio il sito www.orrorea33giri.com, lettura che consiglio a tutti gli amanti del sottobosco musicale italiano. Sempre per quisquilie e pinzillacchere e per trovare conferma dei miei ricordi, il mio sentito grazie va a http://www.bubinoblog.altervista.org, al sito di Sorrisi e Canzoni TV e al sito http://www.recensiamomusica.com. YouTube e Vimeo mi hanno permesso di ritrovare conferma di quei lacerti di memoria che conservo gelosamente prima nel cuore e poi negli occhi.

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Sanremo Story o anche Oxeide – 3 parte 1998-2010

Riassunto delle puntate precedenti: la sottoscritta fa pace con Sanremo grazie alla presenza quasi continuativa di Anna Oxa sul palco dell’Ariston. Annina innalza il livello qualitativo del Festival e lo movimenta dal punto di vista visivo.


Dopo la mortifera conduzione di Mike Bongiorno, per l’edizione del Festival anno 1998 sale sul palco quel gentleman inglese di Raimondo Vianello, affiancato da Veronica Pivetti e da Eva Herzigovà, di cui tutti, prima del Festival, ignoravamo il volto ma non la porzione toracica superiore, in quanto protagonista dell’invasiva campagna pubblicitaria del Wonderbra. Vianello, che già adoravo per il suo stile understated, ha conquistato per sempre un posto d’onore nella mia personale hall of fame dei Memorabili per aver letteralmente cacciato via Madonna dal palco, alla fine della sua esibizione (Frozen), con uno spicciativo “noi dobbiamo andare avanti, thank you ciao ciao” mentre il pubblico si spellava le mani per gli applausi. Cara signora Ciccone prendi, incarta e porta a casa. Nonostante la sottile ironia ed eleganza sopraffina del conduttore – col senno di poi sprecata per un pubblico nazionalpopolare come quello di Sanremo – è un’edizione modesta, con un livello qualitativo delle canzoni direi inesistente. In pratica non c’è una sola canzone che abbia avuto un minimo di seguito, ma proprio nessuna. Vince Annalisa Minetti con Senza te o con te (Senza te o con te/La mia vita è difficile ma non è finita/In salita lo so, penso che ce la farò/Senza te o con te io volerò, una botta di originalità che lévati) seconda Antonellina Ruggiero con Amore mio lontanissimo scritto da lei e dal marito, e terza Lisa con Sempre (Son malata ormai/Ma non m’importa di guarire sai /È il dolore più sublime /Quello che mi fa soffrire e qui mi fermo). A parte la ex-solista dei Matia Bazar, delle carneadi. Ci consoliamo con gli ospiti stranieri: la già citata signora Louise Veronica Ciccone, Michael Bolton, Jimmy Page e Robert Plant (eh già, quando succede che la storia del rock va a Sanremo capisci che tante cose della tua vita e della vita delle rockstar in particolare sono finite) Celine Dion, Bryan Adams e via cantando.

Arriva il 1999 e la conduzione del Festival viene affidata a Fabio Fazio che dovrebbe svecchiare un po’ tutto. Dico dovrebbe perché personalmente lo trovo fresco come un gambo di insalata lasciato in frigo per un mese. In seguito a una crisi di bipolarismo da conduzione, decide di farsi affiancare da due che non c’entrano niente né tra di loro, né col festival. Fazio sceglie la super top model Laetitia Casta, espressiva e reattiva come un muro imbiancato di fresco e il premio Nobel Renato Dulbecco che invece sembrava molto divertito dal carrozzone festivaliero. A ottantacinque anni suonati, è più vispo degli altri due messi insieme. Bene per lui. La trovata di Fazio è quella di far presentare ogni cantante da qualcuno, a vario titolo, conosciuto. Astronauti, ballerine classiche, arbitri, calciatori, attori, prestigiatori, cantanti, sportivi insomma chiunque sia stato famoso per i proverbiali quindici minuti e anche di più profetizzati da Warhol. Quindi il palco è più trafficato dello struscio per le vie del centro. Gli incursori comici sono la proteiforme e spettacolare Anna Marchesini e uno scatenatissimo Teo Teocoli, che in una sua gag scende le scale del palco in mutande di cachemire rifacendo il verso a Gabriele Albertini, a quei tempi sindaco di Milano, il quale sfilò per Valentino appunto vestendo solo un paio di slip. Una scena veramente irresistibile, Teocoli davvero al massimo della sua vis comica. Ma sarà un altro paio di mutande, per la precisione un perizoma a calamitare l’attenzione del pubblico. Annina nostra, in grandissima forma, strafiga e cazzutissima, con i capelli del colore della CiaoCrem, in total look Gucci by Tom Ford (che ve lo dico a fare, una bomba) fa spuntare il perizoma dalla vita bassissima di un paio di pantaloni frangiati, creando grande agitazione in sala e non solo, a giudicare dalla reazione della côtè maschile del mio gruppo d’ascolto. La questione mutanda sì/mutanda no verrà riproposta anni dopo da Belén (nome proprio che, ricordo, è la traduzione di Betlemme in spagnolo: la carica erotica del nome cala a picco, vero?) Rodriguez e la sua farfallina tatuata che proverà a ricreare un’atmosfera di morbosa curiosità pelvica, ma la classe di Anna non si eguaglia. Il confine tra il conturbante e il volgare è più sottile di un capello, cosa che la ragazzotta argentina non sa, ma Anna sì. Come se non bastasse tutto ciò a risvegliare l’ormone maschile, Annina si presenta ogni sera con un corpetto diverso in stile guerriero medievale ma con la schiena scoperta a favore di telecamera, cosparsa di olio extravergine di oliva per un inedito effetto traslucido-conservativo, perché si sa che le cose sott’olio durano a lungo anche se lei si conserva egregiamente senza additivi aggiunti. Canta Senza pietà (Sono il generale più crudele del fronte/Non faccio prigionieri e la mia spada è lucente/Terra dopo terra ogni tua fortezza io assalto capito che aria tira? basta con il romanticismo, qui si pesta duro) firmata Claudio Guidetti e Alberto Salerno – sì sempre lui, il signor Maionchi – una canzone caratterizzata da un beat molto sostenuto, echi elettrificati di oud arabi, atmosfere mediterranee e cadenze molto marcate. Fighissima. La leggenda narra che Anna e il suo staff fossero andati a cena belli tranquilli dopo l’esibizione e che qualcuno sia andato a cercarli per tutta Sanremo per informarli di tornare all’Ariston a prendersi il premio. La clip della premiazione è una goduria perché Anna è presa da un fou rire irrefrenabile, si distrae, si fa i c***i suoi con l’altra Anna (Marchesini) e prende anche un po’ per i fondelli il presentatore e facendo facce come una monella alle sue spalle. Impagabile. Podio tutto femminile in quell’anno: secondo posto per Antonella Ruggiero (Non ti dimentico) e Mariella Nava al terzo con Così è la vita. Tra i giovani spuntano Alex Britti, Max Gazzé e Leda Battisti. Gran copia anche di ospiti stranieri: Ricky Martin e la sua “mossa” di bacino, i miei amatissimi REM con Daysleeper e Lotus (dal vivo!), Mariah Carey, Lenny Kravitz (figo da morire) e il grande, immenso Franco Battiato con un prezioso live mini set tutto per lui.

Fabio Fazio si congratula con la vincitrice del festival di sanremo 1999 Anna Oxa
Fazio e una divertita Oxa (foto dal sito recensiamomusica.com)

Millennio nuovo, festival vecchio

L’alba del nuovo millennio trova Sanremo uguale al millennio precedente. Ri-presenta il piombigno Fazio con l’aiuto di Teo Teocoli, Inés Sastre e Big Luciano Pavarotti. La giuria di qualità mette a segno una specie di colpo di Stato, stravolge la classifica popolare e fa vincere la Piccola Orchestra Avion Travel che canta Sentimento, una canzone sofisticata e popolare al tempo stesso (Sul mare luccica la luna in transito/biancheggia il corpo di una bestia acquamarina/ ed è un incrocio tra il cielo e il fondo un po’ Santa Lucia un po’ Vinicio Capossela) seconda Irene Grandi con La tua ragazza sempre (firmata da Vasco e Gaetano Curreri, si sente subito che c’è lo zampino del Blasco) e terzo Gianni Morandi con Innamorato (Cogliati-Ramazzotti-Guidetti, firme prestigiose). Se la giuria di qualità premia l’elegante canzone del gruppo casertano, la ritorsione della frangia becero-popolare è crudele ed efferata: in questa edizione gli estremisti della sceneggiata napoletana 2.0 sono colpevoli di aver aperto la gabbia dei neomelodici dove era rinchiuso a doppia mandata Gigi D’Alessio, che canta Non dirgli mai (Non dirgli mai /Che il vostro non è amore è sesso senza cuore/Che ti fa male se ti vuol baciare lì vicino al mare /Che tu fingendo a volte gli sorridi ma trattieni il pianto/Se in quel momento per le vie del cuore ti sto camminando). Il millennio comincia proprio male. I Matia Bazar tornano con Brivido Caldo e con la nuova vocalist, la bravissima Silvia Mezzanotte che succede a Laura Valente come voce solista. Non accenno nemmeno alla diatriba pro-contro queste soliste, perché ognuna di loro ha uno stile ben caratterizzato e fare i paragoni con la Ruggiero non ha senso. Poi spuntano Samuele Bersani (cuoricino mio) Max Gazzè, I Tiromancino e Fabrizio Moro. Un po’ di aria nuova, finalmente.

Per il Festival del 2001 succede una cosa che non mi sarei mai aspettata. La sottoscritta viene chiamata a far parte della giuria demoscopica. L’idea di partecipare, seppure da remoto, alla manifestazione, mi aveva elettrizzato oltre ogni dire. Pensavo fosse una figata pazzesca, invece è stata un’esperienza traumatica. D’altra parte, quando le aspettative sono alte, la delusione è quasi certa o come dice il poeta, partenza a razzo, arrivo a … (rima ovvia). Tanto per cominciare, non conoscevo nessuno nel plotone di persone selezionato dalla Rai, quindi ero senza il mio gruppo d’ascolto personale e mi sono annoiata a morte. La modalità con cui l’organizzazione ha trattato me e il gruppo di malcapitati chiamati alle armi rasenta la fattispecie del sequestro di persona. Rinchiusi in un’aula di un istituto di scuola superiore, senza possibilità di uscire a prendere una boccata d’aria, vietati i contatti con familiari e amici, c’è mancato poche che ci perquisissero in stile Guantanamo, siamo rimasti seduti per quattro-cinque ore su sedie che hanno procurato piaghe da decubito, per andare al bagno dovevi chiedere permesso come a scuola e, cosa più importante, il buffet era scarso e male assortito. Quando siamo stati rilasciati, ad un’ora scandalosa, tipo le due di notte, sembravamo gli ostaggi di una rapina in banca liberati dalle Teste di cuoio, con i parenti assiepati al cancello che ci abbracciavano commossi. In buona sostanza, a parte dare il voto, era come guardare il festival da casa, anzi peggio che da casa, visto che l’eidophor, lo schermo usato per trasmettere la serata, aveva una definizione di cacca. Vabbè. Presenta Raffaella Carrà che sfoggia dei vestiti orrendi uno via l’altro, coadiuvata da Megan Gale, Enrico Papi e Marco Ceccherini, questi ultimi due completamente fuori sintonia con lei, abbastanza grossolani e poco eleganti. Avessero fatto ridere una volta. Il tutto con la regia di Iapino che fa veramente schifo, telecamere che fanno venire la cinetosi da fermi, voci che si sovrappongono, inquadrature futuristiche ma inutili e sciatteria diffusa. Naturalmente ho votato per Annina e il suo L’eterno movimento, un brano dal sapore etnico. Ha messo definitivamente fine al periodo della sventolona altera, sofisticata e diafana e come da suo stile, è passata oltre. Lei è l’eterno movimento. Anna fricchettona, scalza, che comincia a fare le sue sperimentazioni vocali, con i capelli corti che le stanno benissimo canta ispirata e carica, in compagnia di un suonatore di djembe (Jack Tama) e un percussionista (Michele Vurchio). L’effetto sul palco è quello di una specie di festa multietnica, esibizioni perfette ogni sera e ogni sera diverse. Vince l’edizione numero 51 una canzone stupenda e non poteva essere diversamente visto che l’ha scritta Zucchero, Luce (tramonti a nord-est) cantata da una concentratissima Elisa alla sua prima canzone in italiano, si piazza secondo un altro capolavoro, Di sole e d’azzurro cantato da Giorgia, anche questo firmato da Zucchero, che si prende così una bella rivincita a qualche anno di distanza dalle sue partecipazioni fallimentari, come piazzamento in classifica ma non come vendite, a Sanremo. Terzi i granitici Matia Bazar con Questa nostra grande storia d’amore, bel brano, forse un po’ scontato ma sempre d’effetto. Devo ammettere che quell’anno le giurie di qualità e demoscopiche hanno, anzi abbiamo scelto bene. Le Nuove Proposte sono capeggiate dai Gazosa, un gruppo di pre-adolescenti durato forse da Natale a Santo Stefano, una delle poche toppate di Caterina Caselli come talent scout. Per il premio “testo più tautologico dell’anno” menzione speciale per Turuturu di Francesco e Giada (Oggi ho un turuturuturu/per la testa…/che fa turuturuturu ma che altro doveva fare? e poi non è finita, aspetta, senti che roba meno male che tra noi/sta nascendo un sentimento/che fa turuturuturu turuturuturutu). Ospiti delle varie serate: Anastacia, Enya, Ricky Martin, Pino Daniele, Laura Pausini, Moby, Eminem sorvegliato speciale per le sue temute intemperanze e per i suoi testi poco ortodossi. Ma tanto chi capirebbe un fiume di parole pronunciate alla velocità della luce in slang americano? Invece lui fa il bravo e a creare un po’ di entropia ci pensano i Placebo, in particolare il frontman Brian Molko, in evidente stato di alterazione psicotropa, che mostra diti medi, fa il bambino maleducato e spacca la chitarra sugli amplificatori in stile Who. Cose già viste.

Anni lenti

Inizia un periodo opaco per Sanremo che dura fino al 2007, in cui non ci sono grandi cose da dire. Nel 2002 ritorna dalle Reti del Male, come un attempato figliuol prodigo, Pippone Baudo. Sul palco lo accompagnano Manuela Arcuri e Vittoria Belvedere, l’accoppiata delle co-conduttrici mora-bionda continua. Vincono i Matia Bazar con Messaggio d’amore, secondo posto per Alexia e la sua Dimmi come e al terzo posto si piazza un gigante come Gino Paoli con Un altro amore. Partecipano anche due figli d’arte con cognomi pesanti: Giacomo Celentano e Marco Morandi. Ci dovrebbe essere una legge che vieta ai figli d’arte di andare a Sanremo, per preservarli da figure di m3rd4 sicure e immancabili ma soprattutto per evitare a noi spettacoli penosi. Il “re degli ignoranti” Adriano Celentano, dopo aver cercato di imbucare a Sanremo le figlie, una come presentatrice, Rosita – e abbiamo visto com’è andata a finire – e l’altra, Rosalinda, come cantante – nel 1990 biascica poco convinta L’età dell’oro – con pervicace ostinazione ci riprova con il maschio, Giacomo. Viene da dire meno male che ne ha fatti solo tre, di figli. Il secondogenito (sarebbe meglio dire secondogeMito) del Molleggiato si presenta sul palco in palese stato confusionale, vestito in modo approssimativo con in testa una bandana da venditore di coccobello e con vistose borse sotto gli occhi. Canta You and Me, titolo che riecheggia una tariffa telefonica in voga tempo fa. La canzone è un abominio, il video dell’esibizione è l’apoteosi del trash sanremese del decennio che culmina con l’entrata in scena della fidanzata, munita di zainetto – non si è fidata di lasciare il portamonete in camerino – che fa finta di telefonare, probabilmente per giustificare il titolo a favore di Vodafone. Si può parlare di pubblicità occulta? Il figlio di Morandi invece canta Che ne so. Ecco, appunto, che ne sai di quello che vuoi fare da grande? Di sicuro non il cantante, anche se è andato meglio del Celentanino (ci voleva poco, a dire la verità). Mamma mia che fatica, questi Sanremo sono penosi.

Giacomo Celentano con una improbabile bandana azzurra modello venditore di cocco dsa spiaggia
Giacomo Celentano con bandana il stile venditore di coccobello (foto dal sito orrorea33giri.com)

Il 2003 va appena meglio solo perché c’è Annina nostra che canta Cambierò, un brano meraviglioso con un testo da brividi scritto da Marco Falagiani, Marco Carnesecchi e Annina stessa (Cambierò / Niente ma /Anzi sto cambiando già/Sarò io / Tutto qui / L’importante è crederci/Ora so / Che è così / Che ulteriori rinvii non mi dò /io cambierò / Cambierò /Non c’è tempo ormai /Spaccherò i muri e poi /Imparerò a dire no) eseguito in modo intenso nonostante, come apprendo dai commenti su YouTube, avesse 40 di febbre. Essenziale, di biancovestita, ricorda una nativa americana nel look e appare in effetti parecchio sofferente. Vince un’ennesima mezza carneade, Alexia, con Per dire di no, secondo Alex Britti con 7000 caffè e terzo Sergio Cammariere con Tutto quello che un uomo, un brano sofisticato e molto elegante. Presenta Pippone Baudo con Serena Autieri e Claudia Gerini. Mike Bongiorno – appena tirato fuori da una soluzione di formaldeide – appare sul palco per complimentarsi con Pippone per aver eguagliato il suo stesso numero di conduzioni di Festival (vedi un po’ la vastità del c4§§o che ce ne frega a noi telepeones), la Littizzetto dà voce a noi da casa dicendo che “abbiamo le palle dilaniate dopo un’ora sola”. Quanta verità. La fase calante del Festival tocca il fondo nel 2004, con Simona Ventura come presentatrice, Maurizio Crozza, Paola Cortellesi e Gene Gnocchi, la banda di Quelli che il calcio. L’intervento di Celentano che canta Rip It Up mentre la Ventura e Tony Renis (vestito come una comparsa de Il Padrino parte prima, seconda e terza) si dimenano come anguille artritiche è l’unico momento memorabile di una edizione piatta e anche perdente sugli ascolti: per la prima volta Sanremo viene superato dalla concorrenza. Considerata la levatura qualitativa della trasmissione che lo supera e cioè Grande Fratello, figuriamoci che ciofeca poteva essere questa edizione. Per puro folklore ricordo l’esibizione del Chuck Norris della canzone italiana, Adriano Pappalardo che anticipando la moda delle felpe personalizzate, si presenta sul palco con il titolo della sua canzone sul petto, Nessun consiglio, con la quale espone in modo mirabile la sua intima Weltanschauung e cioè: non mi rompete i c*gli*n*. (Non rompetemi le uova nel paniere/Non rubatemi il coniglio dal cilindro/Non provate a darmi un buon consiglio che sbadiglio. Sì però stai calmo e poi anche tu non romperli a noi con queste canzoni di m3rd4). Vince Marco Masini con L’uomo volante, secondo posto per Mario Rosini con Sei la vita mia e terza Linda con Aria, sole, terra e mare. L’abbondanza di tutti questi carneadi e di un relitto festivaliero è dovuta al fatto che, riporto testualmente dal sito di Sorrisi e Canzoni, le major discografiche hanno boicottato in massa il festival per i mancati rimborsi promessi nel 2003. Di sicuro noi telepeones ci siamo accorti della scarsa qualità della manifestazione, un programma rabberciato alla meno peggio. A risollevare le sorti del Festival nel 2005 viene chiamato l’iperloggorroico Paolo Bonolis con Antonellona Clerici e Federica Felini, la solita modella pescata a caso, gli ascolti aumentano ma le canzoni fanno abbastanza schifo. In più le serate sono pesantemente condizionate dalla cronaca: viene liberata a Bagdad la giornalista Giuliana Sgrena e poco dopo viene ucciso l’agente segreto Nicola Calipari, per cui la serata si conclude in sobrio e morigerato anticipo. Vince il ricciolone Francesco Renga con Angelo, secondo posto, toh era un po’ che non si vedeva, per Toto Cutugno e Annalisa Minetti con Come noi nessuno al mondo e terzo posto per Antonella Ruggiero con Echi d’infinito. Per la rubrica “trash come se piovesse” è da ricordare l’intervista di Bonolis a Mike Tyson, personaggio che con la canzone italiana c’incastra come i proverbiali cavoli a merenda.

Adriano Pappalardo, il Chuck Norris della canzone italiana, presenta a Sanremo la sua canzone Nessun consiglio
Il Chuck Norris della canzone italiana (foto dal sito orrorea33giri.com)

Il festival del 2006, presentato da Giorgio Panariello, Ilary Blasi e Victoria Cabello è allestito in una specie di catacomba d’autore a firma Dante Ferretti, lo scenografo di Fellini. L’effetto che procura a noi telepeones da casa è quello di loculo insonorizzato, non di palcoscenico per canzonetta. Annina nostra torna dopo tre anni dall’ultima apparizione e presenta una canzone – parola che non rende giustizia perché è un compendio artistico concentrato in quattro minuti: musica, testo, recitazione, canto, teatro, suggestioni fortissime – che già dal titolo si capisce che non potrà mai piacere al grande pubblico: Processo a me stessa. A piedi scalzi, senza quasi trucco e con i capelli neri, appare sul palco assieme a un gruppo di musicisti albanesi che sottolinea la melodia con voci drammatiche tipo coro dell’Adelchi. Con un meticoloso lavoro di sottrazione, Annina destruttura la canzone e arriva all’essenziale: musica, voce, ma soprattutto emozione. Less is more, sempre. Il brano firmato da Pasquale Panella è stre-pi-to-so, è una sberla in piena faccia per la profonda verità del contenuto (Crediamo di creare i sentimenti /li leghiamo ai piaceri e ai tormenti /li diciamo coi sospiri e coi lamenti /li giuriamo come se non fosse vero /che noi proviamo quello che proviamo. /Li vogliamo assurdi come fantasie/li vogliamo credibili ma li diciamo/con parole incredibili in altre parole, una seduta di psicanalisi). Inutile dire che è un brano assolutamente e totalmente inadatto al pubblico dell’Ariston, infatti viene eliminato, ma Annina nostra è così, osa l’inosabile, non si ripete mai, un cantiere artistico sempre aperto. Gli inglesi hanno avuto David Bowie, noi abbiamo lei, per fortuna. E a noi piace proprio tanto questa cosa. Rispetto alla sue immagini artistiche precedenti, spiazzanti sì ma sempre comunque entro i canoni estetici del pop, questa è una specie di rivoluzione copernicana. La marea di polemiche che precede e si tira dietro il brano e tutto il suo allestimento è enorme, e anche parte della tifoseria più estrema dei fan rimane un po’ attonita. Si tratta di un brano che va ascoltato più volte e con attenzione, non è certo easy listening, va detto. Ma sono sicura che se questo brano lo avesse cantato Franco Battiato, si sarebbe gridato al capolavoro. Beninteso, adoro Battiato, mi piace tantissimo il suo stile e quello che fa, è solo per dire che da uno come lui questo tipo di canzoni te le aspetti, invece a una artista che è stata un sex symbol che cantava canzoni mainstream si chiede sempre di ricoprire lo stesso ruolo e non si accetta che possa avventurarsi fuori della comfort zone in cui il pubblico l’ha collocata. Anna è sinonimo di cambiamento e quindi o voi che ci siete rimasti di sale, fatevene una ragione. Per parafrasare il buon Eraclito, sul palco di Sanremo non sale mai due volte la stessa Anna. Quindi, prendere o lasciare. Anna non si lascia e quindi volentieri prendiamo. Giusto per dare un’idea dell’abisso qualitativo in cui precipitano le canzoni di quell’anno, la canzone vincente è quella cagata (sì, l’ho scritto apposta in neretto, per esteso e senza gli asterischi, non se li merita) del piccione di Povia. Ma di che cosa stiamo parlando…

Vince per l’appunto, preceduta da una imbarazzante intro di trrr trrr trrr, sì, proprio così, eseguito con la bocca proprio come gli imitatori della Corrida, Vorrei avere il becco (Un giorno avevo il vento che mi accompagnava su una tegola/A volte sono solo e mi spavento, cosa ci fanno due piccioni in una favola?/Se tutti quanti lo sanno ma hanno paura che l’amore è un inganno/Oh, me l’ha detto mia nonna/Lo sai quante volte non pensavo a tuo nonno? roba che anche l’Azione Cattolica Ragazzi si vergogna a cantare). Secondo posto per un gruppo storico, i Nomadi, che per tener fede al loro nome cantano Dove si va? (Come si fa/Se vivere da queste parti/È come tirare a sorte/Sai, il tempo è scivolato via/Ma non è stato tutto inutile /Io, saprò vederti crescere/È una promessa che non mancherò/E poi, ancora un altro giorno nascerà) un testo profondo che vendica in parte la porcheria del primo posto e terzo piazzamento per Anna Tatangelo con Essere una donna (senti qua che roba: Essere una donna/Non vuol dire riempire solo una minigonna/Non vuol dire credere a chiunque se ti inganna./Essere una donna è di più, di più, di più, di più/È sentirsi viva/è la gioia di amare e di sentirsi consolare/ Stringere un bambino forte, forte sopra il seno/Con un vero uomo accanto a me) che fa addirittura rimpiangere Jo Squillo e Sabrina Salerno. Altri anni di lotte femministe finite giù per lo scarico del cesso.

Per fortuna l’anno seguente, 2007, a ennesima riprova della bipolarità dei giurati di Sanremo (o della facilità di orientare i voti, fate voi), vince un piccolo capolavoro, Ti regalerò una rosa, di Simone Cristicchi, che oltre ad essere un brano esteticamente ineccepibile, un rap ante litteram, affronta un tema scabroso come la malattia mentale con delicatezza e grazia. Secondo Al Bano (senza Romina) che canta Nel perdono e terzo il carneade Piero Mazzocchetti con Schiavo d’amore. Per le Nuove Proposte vince Fabrizio Moro con Pensa, dal testo impegnato e dal ritmo bello sostenuto. Ritorna alla conduzione Pippone Baudo con Michelle Hunziker, stella delle reti del Male, brava, simpatica, precisa come un orologio svizzero (battutona). Pippone sarà anche un pippone infinito, ma riesce a risollevare gli ascolti, perché Pippobaudo è Pippobaudo tarattarara tarattarara rarà! Anno di grazia 2008: squadra che vince non si cambia, rimane Pippone alla conduzione assieme a Chiambretti, Andrea Osvard e Bianca Guaccero. La noia regna sovrana, il primo decennio del festival è abbastanza deprimente. Vincono Quasimodo ed Esmeralda cioè il cast di Notre Dame de Paris, al secolo Giò Di Tonno e Lola Ponce con un brano scritto nientemeno che da Gianna Nannini, Colpo di fulmine; seconda Anna Tatangelo con Il mio amico, brano che sicuramente ha ispirato Checco Zalone per I uomini sessuali per quanti luoghi comuni sui gay riesce a metterci dentro e terzo Fabrizio Moro con Eppure mi hai cambiato la vita. Un Sanremo dimenticabilissimo. Annina dove sei?

Ritorna Paolo Bonolis nel 2009 con una folta squadra di co-conduttori, tra cui Maria De Filippi, a sancire che tra le reti Rai e le Reti del Male ormai non c’è più differenza, omologate in una mediocritas che non è per niente aurea, anzi. Da questa edizione e per quattro anni (con l’eccezione del 2011) a Sanremo vinceranno le mezze seghe dei talent show, a ulteriore riconferma dell’autoreferenzialità della tv che si occupa solo ed esclusivamente che di se stessa. Per questo motivo ho boicottato la visione di tutti questi Festival, ma l’eco mi ha raggiunta comunque, visto che per una settimana all’anno non si parla d’altro. Vince infatti l’amico di Maria Marco Carta (dalla trasmissione Amici) con La forza mia, un brano perfetto per fare da sigla a una sit-com per adolescenti lobotomizzati. Secondo Povia con Luca era gay (e adesso sta con lei no, non è Checco Zalone, è il testo vero, purtroppo) e terzo un bel carneade, Sal Da Vinci, un Gigi D’Alessio in versione sottomarca da discount con Non riesco a farti innamorare. Per fortuna non c’è solo strame sul palco e da questa edizione esce il talento indiscusso di Malika Ayane che canta Come foglie (firmata Negramaro) e di Simona Molinari (Egocentrica). La categoria Nuove Proposte è vinta da Rosalba Pippa al secolo Arisa con una canzonetta veramente basic, Sincerità. Come direbbe Riccardo Pazzaglia, a parte Malika e la Molinari, il livello è basso. Quanto mi manca Annina.

Il primo anno della decade 2010 vede Antonella Clerici padrona di casa assoluta senza nessuno a tenerle compagnia, sola sul palco vestita in modo, spero volutamente, eccessivo. Se fosse intenzionale o meno il kitsch tessile, lo stilista della Clerici avrebbe meritato comunque il 41 bis a prescindere. Continua il regno delle mezze seghe dei talent, vince Valerio Scanu con Per tutte le volte che… brano che è diventato famoso non per la sua bellezza musicale che infatti non esiste ma per il testo, nello specifico Come se un giorno freddo in pieno inverno/Nudi non avessimo poi tanto freddo perché noi coperti sotto il mare /A far l’amore in tutti i modi, in tutti i luoghi /In tutti i laghi, in tutto il mondo. Terzo posto per Marco Mengoni, con Credimi ancora, bella eccezione che conferma la regola delle ciofeche da talent. Ho volutamente saltato il secondo posto perché merita trattazione approfondita.

Pupo, Emanuele Filiberto di Savoia e Luca Canonico sul palco dell'Ariston nel 2010
Pupo, Emanuele Filiberto, Luca Canonici ©Fabio Ferrari/ LaPresse 20-02-2010

Il principe e il povero (e il tenore che non c’entra niente)

Il principe Emanuele Filiberto Umberto Reza Ciro René Maria di Savoia, Pupo e il tenore Luca Canonici uniscono le forze per un’operazione canora oltre il limite della decenza. Si presentano sul palco vestiti da necrofori e intonano (si fa per dire) un testo, vergato da loro stessi, che dovrebbe essere una dichiarazione d’amore all’Italia. Invece è una pippa a due mani di quanto è stato sfortunato e quanto ha sofferto il rampollo di casa Savoia. Il sospetto di c*g*t* intergalattica è nell’aria, ma facciamoci del male e andiamo scientemente verso il baratro. La prima strofa cantata da Pupo enuncia i suoi valori fondanti ripresi da Cuore (quello di De Amicis, non il giornale satirico) concludendo con la strofa e soffro le preoccupazioni di chi possiede poco o niente. Grazie tante che lo capisci, ti sei giocato anche le mutande al tavolo verde… Attacca ensuite, con sguardo perso nel vuoto, il principino che sfiata Io credo nella mia cultura e nella mia religione/per questo io non ho paura, di esprimere la mia opinione./ Io sento battere più forte il mio cuore di un’Italia sola/che oggi più serenamente si specchia in tutta la sua storia. Manca solo L’Italia è il Paese che amo e la parodia di Berlusconi è bella che servita. A mettere una pezza, almeno sotto il profilo canoro, ci pensa il tenore Luca Canonici che a pieni polmoni esala Sì stasera sono qui per dire al mondo e a Dio,/ Italia amore mio (a Dio?) e poi parte il plagio del ritornello preso di peso da Over The Rainbow. E siamo solo a metà canzone. Forza, bisogna bere l’amaro calice fino alla feccia. Nella seconda parte partecipiamo del dolore del principino de ‘sto cetriolo (ha fatto la pubblicità ai sottaceti Saclà, ve lo siete dimenticato?) il quale patisce il duro e amaro esilio, sogna l’Italia dal suo villone in Svizzera da seimila metri quadrati oppure mentre scia a Gstaad nel freddo più crudo coperto solo da piumini Moncler in compagnia del jet set internazionale. Pupo nella strofa seguente lo difende a spada tratta con un verso stracciacuore Tu non potevi ritornare pur non avendo fatto niente,/ma mai ti sei paragonato a chi ha sofferto veramente. Roba che Oliver Twist lévati proprio. Se pensate che stia dicendo fesserie, andatevi a vedere e soprattutto sentire la clip. La visione di questo video alla vigilia di ogni Sanremo dovrebbe essere obbligatoria come Una poltrona per due il 24 dicembre. Questo letame musicale è arrivato al secondo posto, ha fatto uscire di scena Malika Ayane e Noemi, per dire. Roba che mi fa rivalutare Italia di Mino Reitano che, al confronto di questa immonda ciofeca, sembra scritta da Giacomo Leopardi. Il peggio non è mai morto, si dice, ma da diversi anni questo terzetto è il punto più basso della storia della manifestazione. Quello che mi ha lasciato esterrefatta alla fine poi non è stata (solo) la bruttezza della canzone, perché alla fine di porcherie a Sanremo ne sono passate tante e tante ce ne saranno, senza dubbio. La cosa scandalosa è che è stato permesso a un esponente di una dinastia che si è comportata, per usare un eufemismo, in modo superficiale, di avere massima visibilità sul palcoscenico nazionalpopolare, di farsi passare per povera vittima che sconta le colpe (pesantissime, peraltro) dei padri e dei nonni e che cerca di rifarsi una verginità di facciata davanti al pubblico televisivo generalista. Ricordo, per chi se lo fosse scordato, che i Savoia hanno chiesto allo Stato svariati milioni di risarcimento per danni morali subìti durante l’esilio. Ma questo nella canzone il principino si è dimenticato di metterlo. Capito che gentiluomo. Madonnasanta quanto mi fanno incazzare i reali italiani…

Annina, torna, queste orecchie sanguinanti hanno bisogno della tua voce meravigliosa (e di testi con un senso).

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Sanremo Story o anche Oxeide – 2 parte 1988-1997

Riassunto della puntata precedente: fino al 1978 Sanremo faceva schifo ma poi è arrivata Anna Oxa.


Pippone Baudo passa anche lui alle Reti del Male e Sanremo nel 1988 si trova senza presentatore collaudato. Allora qualcuno pensa di affidare la conduzione a Miguel Bosè e a Gabriella Carlucci all’Ariston, Carlo Massarini alla riserva indiana del Palarock dove si esibiscono gli ospiti e Kay Sandvik al Casinò per un’altra dose di ospitate straniere, tra cui spiccano nientepopodimenoche gli ex Beatles Paul McCartney e George Harrison. Si è sfiorata la reunion più ambita della storia della musica ma uno si esibisce all’Ariston e uno al Palarock. E poi i Toto (non Cutugno, ma il supergruppo di session men capitanati dai fratelli Porcaro), gli INXS, i Manhattan Transfer, gli A-Ha, insomma di tutto e di più. Annina Oxa nostra si presenta per la sesta volta a Sanremo con nuovo look, tanto per cambiare, ispirato a Patty Pravo ma non bisogna dirlo altrimenti si incazza, vestita con un abitino minimal che assomiglia più a una vestaglia ma addosso a lei è fighissimo, classe pura. Presenta un brano di una poesia inarrivabile, Quando nasce un amore, un capolavoro assoluto a firma Franco Ciani, Adelio Cogliati e Piero Cassano, uno dei pezzi più belli della storia della canzone italiana e sicuramente del suo repertorio, un componimento poetico con tutti i crismi (È un’emozione nella gola/Da quando nasce a quando vola/Che cosa c’è /Di più celeste /Di un cielo che/Ha vinto mille tempeste/Che cosa c’è /Se adesso sento queste cose per te). Anna la interpreta in modo magistrale ma si piazzerà solo settima in classifica finale, addirittura alle spalle di Mino Reitano con la tronfia Italia, di cui è bene ricordare qualche verso significativo, giusto per capire di cosa stiamo parlando: Poi mi prende l’emozione/Per Firenze che sta là/Per Venezia che si muove/ E l’eterna Roma è qua/Italia, Italia/Di terra bella e uguale non ce n’è/Italia, Italia/Questa canzone io la canto a te. Io vabbè boh. Per fortuna questa orrenda ciofeca viene seppellita da una manciata di canzoni di ottimo livello, tipo L’ultima stella della sera dei Matia Bazar, Le notti di maggio di Fiorella Mannoia (firmata da Fossati), Mi manchi di Fausto Leali, la delicata Il mondo avrà una grande anima di Ron, Inevitabile follia di Raf (ancora con tutti i capelli) e poi il tormentone-to-be Andamento lento di Tullio De Piscopo che ci trinciò le gonadi a setaccio fine nell’estate di quell’anno e in quelle a venire. La quota goliardica è garantita da I figli di Bubba (mezza PFM e un po’ di gente nota dello spettacolo) che cantano Nella valle dei Timbales, una specie di beta release di Elio e le Storie Tese e La terra dei cachi. Viene eletto vincitore un brano un po’ retorico, giusto un filo, ma in puro stile sanremese, Perdere l’amore cantato da Massimo Ranieri; secondo, manco a dirlo, Toto Cutugno con Emozioni e terzo Luca Barbarossa con L’amore rubato.

Memorabile 1989

L’edizione di Sanremo del 1989 è, senza tema di smentita alcuna, universalmente riconosciuta come quella peggio condotta di sempre. Mettiamoci comodi che di ciccia al fuoco ce n’è parecchia. A presentare lo spettacolo di punta del palinsesto RAI vengono chiamati i quattro figli d’arte, poi abbreviati in “figli di …” e ognuno completava come credeva. L’idea di partenza era che dovevano fare da valletti al presentatore ufficiale, ma a poche settimane dall’inizio tutti i presentatori papabili convocati si sono ritirati (pesante understatement per dire che si son c*g*t* sotto) e i quattro dell’ave maria dalle retrovie sono stati mandati in prima linea. Adesso che mi sto documentando in maniera un po’ più approfondita e col senno di poi, devo riconoscere a questi quattro pellegrini un coraggio da leone e una faccia di tolla da primato, visto che pur non avendo alcuna esperienza pregressa si sono presentati sul palco della trasmissione più vista della tv. Un po’ come se fossero stati presi a condurre i primi tizi che passavano per strada. Spero solo che il cachet che hanno intascato sia stato proporzionale alle copiose figure di m3rd4 a cui sono andati scientemente incontro per cinque sere di seguito. Quindi bello sostanzioso. Rosita Celentano, Paola Bosè Dominguin (il cui fratello Miguel aveva presentato discretamente Sanremo l’anno precedente), Danny Quinn e Gianmarco Tognazzi sono stati protagonisti di un numero esorbitante di papere, topiche, malintesi, discorsi senza senso, praticamente a ogni loro apparizione sul palco. Per chi avesse perso questo lungo momento di trash catodico, ecco una clip non esaustiva ma esemplificatrice: clicca qui che ne vale la pena. Il video spiega molto della situazione dei presentatori di quell’anno, al netto della professionalità di Gigliola Cinquetti, una brava cantante che non si meritava certo questo massacro di introduzione. Il gruppo d’ascolto universitario di cui facevo parte era particolarmente accanito e ci siamo divertiti parecchio, ma dopo un po’ che questi inanellavano scene imbarazzanti a nastro, prenderli per il c**o ci sembrava quasi di cattivo gusto, considerata la “manifesta inferiorità in campo”. A parte Tognazzi, che ha continuato con discreto successo la carriera di attore, gli altri tre sono stati risucchiati da un buco nero di oblio. E aggiungerei anche per fortuna.

i quattro figli d'arte Gianmarco Tognazzi, Paola Dominguin, Rosita Celentano e Danny Quiin sul palco dell'Ariston nel 1989
I presentatori di Sanremo 1989: in quattro non sono riusciti a farne uno intero (foto presa dal sito spaziointerattivo.it)

Il favoloso Trio Lopez Marchesini Solenghi si esibisce in gag strepitose, tra cui quella che è costata loro una querela, interrogazioni parlamentari e gli strali del mondo cattolico. Tullio Solenghi vestito da San Remo (veramente esilarante con barba da anacoreta, aureola e un remo da barca in mano) scende le temutissime scale con un sottofondo di organo e officia una specie di messa in cui invoca Agnes di Dio che toglie tutte le private del mondo (per i più smemorati ricordo che Biagio Agnes è stato direttore generale della RAI, democristano di ferro amico di De Mita) fa la parodia della Genesi (In principio era il Festival. Il primo giorno il Signore creò la canzone italiana e vide che era cosa buona. Il secondo giorno creò Al Bano e Romina e vide che lei era bona. Il terzo giorno creò la Oxa e disse: è veramente bona e giusta) e insieme a Massimo Lopez e Anna Marchesini intona la litania Per Christian, con Christian e in Christian a te Rai onnipotente perdona loro perché non sanno quello che cantano cosa che ha mandato dai matti i mentecattolici del tempo. A metterci il carico a coppe ci pensa Beppe Grillo, che in dieci minuti di monologo, demolisce Al Bano, Cutugno, Jovanotti – definito una scoreggina e bisogna dire che è stato anche gentile – noi telespettatori (diciotto milioni di rincoglioniti) Sandro Mayer e via via tutto il cucuzzaro. Per quanto riguarda le canzoni, sono così tante e diversificate che ce n’è veramente per tutti i gusti. E finalmente, vince Annina nostra in coppia con il “negro bianco” Fausto Leali, che è ritornato sugli scudi dopo un periodo un po’ appannato. L’inedita coppia canta Ti lascerò (a firma Bardotti-Berlincioni-Ciani-Fasano-Leali, praticamente una squadra di pallavolo), brano molto molto molto bello, anche questo un cavallo di battaglia di entrambi. Su Youtube ci sono diverse clip dell’esibizione, variamente commentate da fan in delirio mistico, tra cui uno che ha scritto che nemmeno il Padreterno scenderebbe le scale come la Oxa. Croce e (non) delizia di legioni di cantanti, soubrette, attricette, le scale dell’Ariston non sono mai state scese con più grazia, per di più su tacchi vertiginosi, tanto che il Trio ribattezza la nostra Annina “trampoliere delle Puglie”. Ora non so se l’Onnipotente (se esiste) si concede una vacanza in Riviera quando è libero da impegni di creazione, di sicuro ha mandato un ottimo sostituto. Esibizione musicale da incorniciare, la voce graffiante di Faustone si fonde senza soluzione di continuità con quella armoniosa e morbida di Annina per un risultato veramente di alto livello. Livello che viene subito abbassato drasticamente dal secondo posto di, ma c’è bisogno di dirlo? Toto Cutugno con Le mamme. Le canzoni di Cutugno sono tutte uguali, cominciano con una schitarrata e due violini e poi parte il testo che sembra preso da un romanzo Harmony. Dopo figli e mamme, ha la carriera assicurata cantando ogni anno un grado di parentela. Al Sanremo del 2084 – perché sarà ancora vivo e vegeto – canterà Pro-pro-pronipoti. Terzi si piazzano Al Bano e Romina con Cara terra mia, una canzone protoecologista che inizia con Come va? Come va? Tutto Ok, Tutto Ok e poi però il testo dice che le cose non vanno bene proprio per un kaiser perché Il mare sta morendo di dolore/I fiumi di vergogna e impurità/Quel buco nell’ozono fa rumore/Che cos’altro poi succederà? I fiumi che muoiono di vergogna? ma dovreste morire voi, di vergogna, per questa cazzata che cantate e che avete anche scritto. Ma per fortuna ci sono anche canzoni immortali come Almeno tu nell’universo, capolavoro di Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio che segna il rientro trionfale di Mia Martini dopo che era stata ostracizzata per tanto tempo per le voci di jettatrice che giravano sul suo conto. Ma si può essere più trogloditi… vabbè. Raf porta Cosa resterà di questi anni Ottanta canzone-simbolo per noi venticinquenni di allora, mentre la scoreggina Jovanotti canta Vasco, anzi Vafco, (No, Vafco/Io non ci cafco /Perché io non mi fido di chi non fuda mai ecco per dire). La quota goliardica è garantita da Marisa Laurito con Il babà è una cosa seria e quella demenziale da Francesco Salvi con Esatto. In tutta questa abbondanza di cantanti, figuriamoci se l’organizzazione lesina sugli ospiti stranieri: tra i molti vale la pena di ricordare Ray Charles e Dee Dee Bridgewater, i Simply Red, i Depeche Mode, Charles Aznavour, addirittura lo zulu bianco Johnny Clegg, non esattamente famosissimo in Italia, che non ho mai capito come caspita sia inciampato a Sanremo ma che sono stata tanto felice di vedere. Tutta roba da leccarsi i baffi e per un pubblico trasversale se non fosse che, come già detto, questi pezzi da novanta sul palco dell’Ariston o del PalaBarilla sono completamente decontestualizzati e poco valorizzati. Una comparsata e via.

Sanremo 1990: lambada e il ritorno dell’accoppiata Italia-resto del mondo

Il primo anno del nuovo decennio vede Sanremo traslocare temporaneamente dall’Ariston alla fiera della floricoltura, ma noi telepeones da casa, se non ce lo avessero detto, non ce ne saremmo accorti manco per un cavolo. Ci accorgiamo che ritorna l’orchestra dal vivo, di quello sì che ci rendiamo conto, che è una cosa bellissima e che viene rispolverato anche l’abbinamento del cantante italiano a uno straniero. E qui ci sono dei numeri da circo veramente incredibili, sia nel bene (la maggior parte) che nel male (pochi, per fortuna). Vengono chiamati a presentare Johnny Dorelli e Gabriella Carlucci, di cui non ricordo niente di particolare quindi significa che sono stati impeccabilmente noiosi, quasi a rimpiangere il disastro intergalattico dei quattro “figli di …” almeno con loro ci siamo squartati dalle risate. Allora le strane coppie, ma strane veramente. I Pooh vincitori con Uomini soli (Diuo delle cittuààà e dell’immensituààà, nella pronuncia facchinettiana) dividono con Dee Dee Bridgewater la canzone vincitrice che diventa Angel Of The Night, cantata con grande eleganza. A Toto Cutugno che, indovina dove si piazza? ma al secondo posto, ovvio, è abbinata nientemeno che una semidivinità, Ray Charles, il quale con la sua classe riesce a trasformare la solita sigla da telenovela venezuelana in un capolavoro (Gli amori – Good love gone bad) ma si sa che se The Genius cantasse il menu della trattoria da Franco Lu Zezzone sarebbe capace di trarne ugualmente un pezzo memorabile. Sono passati trent’anni esatti ma ho un ricordo indelebile di quella interpretazione. Magia allo stato puro. Al terzo posto Amedeo Minghi e Mietta con Vattene amore, meglio conosciuta come trottolino amoroso dududù dadadà ripresa in inglese dall’ex enfant ma sempre prodige Nikka Costa (All For The Love Of You). In ordine sparso, a memoria, Mia Martini canta un gioiello come La nevicata del ’56 ma la sua controparte è un tal Manuel Mijares che interpreta La nevada in un modo così orrendo che sembra quasi un’altra canzone. Una coppia che non c’entra una cippa tra di loro è quella formata da Peppino di Capri e Kid Creole and the Coconuts: Evviva Maria diventa Nobody Does The Lambada Like My Mother And My Father, sembra un titolo di un film della Wertmüller. Sì, perché il 1990 è l’anno in cui sbarca la lambada, questo ballo brasiliano ad alto tasso erotico che ci ha sfranto le palle per tutta l’estate e che ha costituito la testa di ponte per il ritorno dei balli di coppia – latini e caraibici in primis – in tutto l’italico Stivale. E proprio con un sofisticato e sensualissimo ritmo di lambada, sapientemente arrangiato da Fio Zanotti, che la nostra amatissima Annina ritorna a Sanremo. La leggenda narra che Anna non dovesse partecipare a Sanremo dopo la vittoria dell’anno precedente, ma c’era questa canzone scritta da Danilo Amerio e Luciano Boero che era rimasta orfana di interprete, perché rifiutata da Patti Pravo alla quale era stata inizialmente presentata. Fu proposta ad Anna che evidentemente gradì e ne è uscito un brano strepitoso. L’esibizione di Donna con te è per me la migliore di tutte le quattordici di Anna a Sanremo. Andatevela a vedere su YouTube. Rilassata, distesa, divertita, sorridente, si muove sul palco con una naturalezza come se si trovasse nel soggiorno di casa, con gestualità misurata e intrigante riempie il palco con la sua presenza, va anche a fare le coccole al maestro concertatore e canta come solo lei sa fare, passando con nonchalance dai toni sussurrati e morbidi a quelli alti e pieni che spettinano anche gli spettatori in loggione. Si presenta sul palco con un look molto defilato per il suo standard – tailleur pantalone armaniani dai colori smorzati e con giacche con le mega spallone – ricordiamoci che questi sono gli anni delle giacche con le ovatte super size – senza tacchi e con i capelli del colore – credo – suo originario, avendo finito tutte le nuances di biondo disponibili, raccolti in una treccia con acconciatura fintamente trasandata, direi shabby chic. Nessuno si muove sul palco meglio di lei. Nessuno. Si piazza solo quarta (avrebbe meritato il podio) ma la canzone sarà una hit travolgente e venderà come il pane. Patti, suca. Inutile dire che la versione dei Kaoma, gruppo musicale franco-brasiliano che canta la versione italo-carioca, impallidisce, ma comunque grazie per aver partecipato.

Con questa edizione si chiudono per la sottoscritta gli anni universitari e con loro i gruppi d’ascolto affollati da amici provenienti da ogni parte d’Italia. Finito il cursus studiorum fuori sede, ognuno di noi ex studenti prenderà la propria strada ma per Sanremo ci sentiamo sempre, anche per un solo commento al volo. Alla festa di laurea, alcuni amici mi regalarono il cd Anna Oxa live con i New Trolls, che ho consumato a furia di sentirlo (è stupendo) mentre chi mi conosceva poco ha visto bene di regalarmi un noiosissimo dizionario di economia & finanza che non ho MAI usato. Gli amici quelli veri li vedi anche dai regali che ti fanno.

Il Festival del 1991 è presentato da Andrea Occhipinti e Edvige Fenech con i quali si sfiorano gli abissi degli ormai leggendari “figli di…” Sono così scarsi che per evitare altri scivoloni, dall’anno seguente l’organizzazione si cautela e ingaggia un professionista: inizierà il regno di Pippone Baudo, fino al 1996. Per ora questi due malissimo assortiti fanno del loro peggio e senza troppa fatica, gli viene naturale. Le canzoni del Festival di quest’anno si attestano su una linea di pensiero comune: la sfiga. Marco Masini canta i tossici con Perché lo fai (Perché lo fai, disperata ragazza mia/Perché ti dai come un angelo in agonia/Perché ti fai/Perché ti fai del male/Perché ce l’hai con te) e si piazza pure terzo con questa lagna cadenzata; Renato Zero (secondo posto) invece si occupa di geriatria comparata con Spalle al muro, che tutti ci ricordiamo per gli allegrissimi versi Ma sei vecchio/Ti chiameranno vecchio/E tutta la tua rabbia viene su/Vecchio, sì/Con quello che hai da dire/Ma vali quattro lire/Dovresti già morire/Tempo non c’è ne più; vince Riccardo Cocciante con la delicata Se stiamo insieme ma lui non è certo uno che ti fa sbregare dal ridere. Un’altra botta di vita viene da Paolo Vallesi, che vince tra le Novità con Le persone inutili (Sono le persone inutili/gente che non riesce a vivere/che non mostra i denti e i muscoli/che si arrende prima o poi. Daje a ridere). Manca solo il Dies irae e il mood “ricordati che devi morire” è raggiunto. A tirare su il morale e non solo quello, dei maschietti, ci pensano le megapettorute Sabrina Salerno e Jo Squillo con Siamo donne, che in quattro minuti di canzone riescono a buttare nel cesso anni e anni di lotte femministe. Per rendere ancora più cupa questa edizione, casomai ce ne fosse di bisogno, è stato abolito l’intervento comico, non sia mai ci dovessimo divertire troppo con queste canzoni. E Annina nostra? dopo l’iper esposizione mediatica degli anni precedenti, non la rivedremo più a Sanremo, almeno come cantante, per un bel po’. Si prende un bel settennato sabbatico durante il quale produce album da studio bellissimi (Di questa vita e Do di petto tra gli altri) e si riproduce (due figli). Un’altra cosa che mi piace moltissimo di Annina è che ha letteralmente blindato la sua vita privata. Brava Anna, così si fa. Le chiacchiere stanno a zero, parla solo la musica.

Pippone Baudo re della Riviera

Il regno di Pippone Baudo re di Sicilia e Riviera di Ponente inizia con l’edizione del 1992 per la quale il presentatore chiama accanto a sé come co-conduttrici Alba Parietti, Brigitte Nielsen e la sempiterna Milly Carlucci, cioè la sagra della coscia lunga. Questo è l’anno di Cavallo Pazzo, quel tizio che irrompe sul palco, si appropria del microfono e urla “Il Festival è truccato e lo vince Fausto Leali”. Non si capisce granché del significato di questa pantomima, se vera, se finta, ma se ne parla e forse questo era lo scopo. Pupo, che si presenta col suo nome vero, cioè Enzo Ghinazzi (meglio Pupo, fidati) viene eliminato dalla finale, prende d’aceto e non si perita di sbandierare ai quattro venti di aver speso un botto di soldi per accaparrarsi le schedine del TOTIP con le quali si votava. Tutto per rendere evidente che la sportività non è il suo forte ma soprattutto che i voti di Sanremo sono pilotati. Ma tu guarda, non ci era mai venuto il dubbio. Ma mai, proprio. Comunque, intrallazzi o no, le canzoni vincitrici sono più che degne. Il primo posto va a Luca Barbarossa con la sua dolce Portami a ballare, a seguire Mia Martini con Gli uomini non cambiano (Dati-Falagiani-Bigazzi) un piccolo gioiellino e terzo Paolo Vallesi con La forza della vita. Poi alla fine Faustone Leali si piazza solo nono, contrariamente a quanto previsto da Cavallo Pazzo che quindi gli ha portato rogna. Tra le Novità vincono Francesca Alotta e Aleandro Baldi con Non amarmi e tutti ci ricordiamo della canzone più brutta della storia del Festival, che si intitola (nomen omen) Brutta di Alessandro Canino. Per l’edizione del 1993 Pippone vuole accanto a sé Lorella Cuccarini e spedisce Alba Parietti al Dopofestival, lei non gradisce, prende d’aceto anche lei (gliene aveva lasciato un po’ Pupo l’anno prima) e il leit-motiv di tutte le serate saranno i battibecchi con la Cuccarini. Bah. La dose di “canzoni-che-meriterebbero-la-fucilazione” è garantita da una canzone dichiaratamente pedofila, Caramella di Leo Leandri, che con voce da rattuso intona: Caramella alla mora, guarda che bona/Caramella stammi stretta, ma quanta frutta/Ti chiedo un bacio e ti fai brutta/Caramella alla pera, che merendera/Caramella anche alla mela, che seno a pera e già con questo siamo già sull’orlo della denuncia a piede libero ma gli estremi per il reato arrivano con i versi Hai sedici anni, ma guarda tu/Ormai io li ho passati da un po’/Ma tu mi piaci troppo però/Mangi troppe caramelle, scappi e lasci i brividi a pelle. Come questa canzone sia arrivata a Sanremo quando si doveva fermare al primo posto di polizia, resta un mistero. Vince Enrico Ruggeri con la canzone più brutta del suo repertorio, (un altro) Mistero, secondo Cristiano De André con Dietro la porta e terze Grazia Di Michele e Rossana Casale con Gli amori diversi. Per le nuove proposte sbanca Laura Pausini con la nenia La solitudine. Un’edizione dimenticabile, poi alla fine.

Avevo detto che Annina non si sarebbe più vista fino al 1997, ma invece riappare, più splendida e fulgida che mai, a fianco di Pippone nel 1994, in veste di presentatrice. Una volta che hai preso la sanremite, ti devi curare a intervalli regolari frequentando la città dei fiori almeno una volta l’anno e cantare ogni otto ore, come quando prendi l’antibiotico. Assieme a Pippone e Annina c’è la modella franco-guadalupense (si dirà così? comunque della Guadalupa) Cannelle, famosa solo ed esclusivamente per il suo lato B nello spot delle caramelle Morositas. Quando si dice avere un bel culo (inteso proprio come parte anatomica) nella vita. Ad ogni modo, parla e pronuncia molto meglio di tanti italofoni, come ad esempio “i figli di…”. Vince Aleandro Baldi con Passerà, mi raccomando l’accento sull’ultima sillaba, secondo Giorgio Faletti con Signor Tenente, ispirato alla strage di Capaci e terza Laura Pausini con Strani Amori. Anche quest’anno è una edizione piuttosto tranquilla, appena movimentata solo da diverse Nuove Proposte che faranno strada, tipo Irene Grandi, Giorgia, Giò Di Tonno e il vincitore, Andrea Bocelli che inizia la sua carriera trionfale con questo stile detto crossover che a me fa uscire il pacco emorroidario. Ma sono la sola a non apprezzare, visto che sono anni che vende come uno scannato in tutto il mondo. Pro bono pacis taccio della partecipazione della Squadra Italia, composta da Giuseppe Cionfoli, Lando Fiorini, Jimmy Fontana, Rosanna Fratello, Wilma Goich, Mario Merola, Gianni Nazzaro, Nilla Pizzi, Tony Santagata, Wess e Manuela Villa. Praticamente una RSA in trasferta. Che cosa cantano? Ma ovvio, Una vecchia canzone italiana (Sentirai una radio che suona lontana/canterà una vecchia canzone italiana/rivedrai un balcone affacciato sul mare/una canzone non chiede di più/ti porta dove vuoi tu), nel caso non avessimo capito l’operazione nostalgia. Tra gli ospiti stranieri brilla Elton John, vestito come il personaggio di Panariello Il Pierre del Chiticaca di Orbetello che sculetta sul palco assieme a Ru Paul, una imponente drag queen con la quale canta una versione synth-disco (semper gratias agere debemus a quel genio di Moroder per il bell’arrangiamento) di Don’t Go Breaking My Heart. Quello vestito più sobrio è Ru Paul, questo va detto per onestà intellettuale. Nessuno grida allo scandalo, mentre vent’anni dopo, sempre sullo stesso palco, Sir Reginald Kenneth Dwight rischia il linciaggio coram populo perché coniugato con un uomo. L’evoluzione culturale e morale di questo Paese fa strani giri, ma lasciamo perdere.

Sanremo 1995: l’anno dell’aspirante suicida salvato da Pippone davanti allo sguardo di tutti, Eurovisione compresa. Non commento. A questa edizione c’era il vincitore predestinato, cioè Fiorello con Finalmente tu, un brano di una banalità spaventosa uscito dalla penna degli 883 (e non poteva essere diversamente, i testi di Pezzali sono prevedibili come il rutto dopo una lattina di Coca-Cola), ma gliel’hanno così tirata che si piazza solo quinto, lui che era entrato in conclave papa e ne è uscito cardinale. Questa mancata vittoria non gli pregiudica la carriera, anzi secondo me gli ha fatto solo che bene e gli ha fatto capire che lui non è cantante “puro” ma uno showman a 360 gradi, che è molto ma molto meglio. E quest’anno ne ha dato ampia prova. Oltre a Pippone, presentano Claudia Koll e Anna Falchi, la mora e la bionda, l’unica alternanza possibile in Italia. Vince Giorgia con un brano strepitoso, Come saprei (scritta da lei, Adelio Cogliati, Eros Ramazzotti, Vladimiro Tosetto e arrangiata da Celso Valli) seguono Gianni Morandi e Barbara Cola con In amore (Duchesca-Zambrini) e terza Ivana Spagna con Gente come noi (scritta da Ivana Spagna e da suo fratello Portogallo, ah no scusate, si chiama Giorgio, Fio Zanotti, Angelo Valsiglio e Marco Marati). In ordine sparso, dopo il già citato Fiorello, Andrea Bocelli canta Con te partirò, Mango gli chiede Dove vai? Tra le nuove proposte, I Neri per Caso con Le ragazze (che vincono) e si affaccia un promettente Daniele Silvestri (L’uomo col megafono) che tante soddisfazioni ci darà in futuro al pari di Gianluca Grignani (Destinazione Paradiso) lui più per le vicende a base idroalcolica che prettamente musicali. Nell’ultimo anno di regno, il 1996, Pippone si fa coadiuvare da Sabrina Ferilli e Valeria Mazza, modella dal cognome che fa la felicità dei comici di bassa lega. Vincono Ron e Tosca con la bella e delicata Vorrei incontrati tra cent’anni, secondi Elio e le Storie Tese con La Terra dei Cachi e terza Giorgia con Strano il mio destino. Tra gli ospiti stranieri brilla la performance del Boss, che regala al pubblico dell’Ariston e a noi telepeones a casa l’intensa The Ghost of Tom Joad, cantata solo con chitarra e armonica e con la traduzione del testo che scorre sulla parte bassa dello schermo. Essenziale e drammatico. E grandissimo quando sfugge ai tentacoli di Pippone che lo vorrebbe trattenere sul palco. Oltre a lui passano sul palco Alanis Morrissette, The Cranberries, Celine Dion, Tina Turner e tanti altri.

Alessandra Drusian e Fabio Ricci al secolo i Jalisse vincitori del Festival di Sanremo edizione 1997
I vincitori del Festival del 1997 (sono i Jalisse!) – foto da Wikipedia

Terminato per esaurimento – più che altro delle palle di noi telespettatori – il regno di Baudo, noi telepeones ci aspettavamo, per il 1997, un rinnovamento, un cambio, un guizzo di novità. Ma de che. Si ripresenta, proprio come la peperonata, Mike Bongiorno, la muffa più muffa che ci possa essere. A compensare la vieta banalità di questo dinosauro del tubo catodico, gli viene affiancato quel salvaneo, quel folletto pazzo di Piero Chiambretti. Ogni sera, appeso a un cavo, vola sul palco del Festival come un angioletto e per l’ultima sera come un diavoletto. Avrà preso ispirazione dalla performance di Peter Gabriel di tanti anni prima? La sua frase Comunque vada, sarà un successo è diventata ormai lessico abituale. La presenza di Valeria Marini sul palco è del tutto ininfluente in quanto inabile a parlare, ballare, cantare, dire, fare, baciare, lettera e testamento. Patti Pravo porta una canzone di Vasco Rossi e Gaetano Curreri E dimmi che non vuoi morire, brano spettacolare che arriva solo ottavo, tra le nuove proposte ci sono Alex Baroni, Niccolò Fabi, Nek e un tale Mikimix, che allora non se lo era filato nessuno e invece, tacca tacca, si è fatto strada come quel matto (in senso buono) di Caparezza. Una sfumatura reggae la porta il gruppo Pitura Freska con Papa nero, cantata in italo-veneziano (Parché xe scrito, dito, stradito dai oracoi/Ea piovra perdarà i tentacoi/E cascarà i tabù col penultimo Gesù/E el sarà un òmo dal continente nero/Sarà vero/Dopo Miss Italia aver un Papa nero/No me par vero). Tra gli ospiti, grossissimi calibri: sua maestà Al Jarreau, i Jamiroquai, Lionel Ritchie, Natalie Cole e quel figo stratosferico del Duca Bianco che canta Little Wonder. Beh, questa volta gli ospiti stranieri, pur nella limitatezza dell’ospitata sanremese, ci hanno dato grande soddisfazione (c’erano anche le Spice Girls ma quelle le ho rimosse). Al terzo posto si piazza Syria con Sei tu, al secondo posto, indovina chi? no, non Toto Cutugno ma la nostra splendida Annina, con un brano arrangiato in stile Toto (il supergruppo, non Cutugno), Storie, molto ritmato e interpretato come sempre alla grande. Nonostante abbia avuto ben sette anni per pensare all’outfit da sfoggiare, Anna probabilmente aveva tutti i vestiti in lavatrice proprio in quella settimana del festival, altrimenti non si spiega come mai si sia presentata sul palco indossando un sacco condominiale dell’immondizia. Vedere la clip per credere. Ma la classe non è acqua e la famosa frase “starebbe bene anche con un sacco di juta” è stata presa quasi alla lettera. E infatti anche col sacco della scovazza fa la sua porca figura sul palco e porta a casa una performance perfetta. Vincono a sorpresa gli outsider Jalisse, con Fiumi di parole, che è una bella canzone che però non ha sfondato nelle vendite, ma il ritornello ce lo ricordiamo tutti. Il gaffeur Mike Bongiorno colpisce proprio con loro quando dice ai Jalisse di consegnare il premio agli autori e loro hanno risposto “Siamo noi”. Per le figure di m3rd4 Mike è una garanzia. Dato che i Jalisse sono diventati, a mio parere ingiustamente, sinonimo di sconosciuti, a questo punto sento più che doveroso aprire una parentesi per spezzare una lancia in loro favore.

I Carneadi di Sanremo

Homo Sapiens, Gilda (e basta, da non confondere con la grande Gilda Giuliani), Mino Vergnagni, Tiziana Rivale, Barbara Cola, Donatella Milani, Annalisa Minetti e poi Enzo Malepasso, Mario Rosini, Linda, Piero Mazzocchetti, Sal da Vinci. Li conoscete? sono sicura di no. Questa è tutta gente che ha vinto il Festival o che si è piazzata sul podio. Ma chi c4§§o se li ricorda? Tutti questi che ho nominato sono letteralmente scomparsi, di loro non si sa più niente né le loro canzoni sono rimaste nella memoria, nemmeno in quella dei parenti più stretti. E dopo essere stati risucchiati da un buco nero di oblio, nessuno li hai più chiamati in causa. Invece, se Manzoni scrivesse i Promessi Sposi nel XX secolo, l’incipit dell’VIII capitolo sarebbe “Jalisse! Chi erano costoro?” tanta è l’insistenza con cui questi due sono citati come paradigma di persone poco note. Eppure di meteore a Sanremo ce ne sono state a mazzetti da dieci legate con l’elastico. Non riesco a capire la ferocia con cui i Jalisse continuano a essere presi in giro, boh, non sono né meglio né peggio di tanti altri. Anzi, sono molto meglio di tanta monnezza che è passata sul palco. Lei ha una voce di tutto rispetto, lui vabbé ogni tanto fa il coretto, diciamo che ha la stessa funzione di Andrew Ridgeley degli Wham! oppure di quell’altro degli 883 di cui non ricordo nemmeno il nome, anzi credo di non averlo mai saputo, ma non stiamo qui a sottilizzare. La canzone è perfettamente in linea con lo stile sanremese, è un perfetto brano pop, anzi poppissimo, è gradevole e con un bel ritornello epicheggiante, il testo ha anche un senso compiuto – cosa non scontata a Sanremo – e alla fine sul palco non si sono fatti ridere dietro. Inoltre i due hanno anche senso dell’umorismo e si prendono in giro da soli apparendo come se stessi nel film Ex di Fausto Brizzi. Quindi PER FAVORE BASTA SPERC*LARE I JALISSE. Non se lo meritano proprio. E no, i Jalisse non sono miei parenti.

(fine della seconda parte)

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Sanremo Story o anche Oxeide – 1 parte 1978-1987

Perché scrivere di Sanremo adesso, che siamo ben lontani dalla prossima edizione, sempre se e come si farà? Perché parlarne fuori contesto è più divertente, non si rischia l’effetto straccamento di gonadi che tutti viviamo quando non si parla d’altro per quella settimana, perché è un argomento futile che però appassiona tutti. Last but not least la sottoscritta ha con questa manifestazione, un rapporto di amore-odio (ultimamente più il secondo) e chissà che a parlarne non riesca a capire se veramente mi piace o meno. In attesa di sapere se l’edizione del 2021 si farà e in quali termini – cantare con la mascherina deve essere un po’ difficoltoso – ripercorriamo a volo d’uccello le edizioni dal 1978 in poi.

Perché Oxeide? Perchè, per quanto mi riguarda, ho avuto piena contezza del Festival esattamente nell’anno del debutto di Anna Oxa (il 1978, appunto), che lo ha frequentato così tante volte che gran parte della sua carriera in pratica coincide con le edizioni del Festival dalla fine degli anni ’70 al 2011. Ma soprattutto perché è un’artista che amo pazzamente e le sue canzoni hanno costituito la colonna sonora della mia vita. Da un bel po’ non si fa sentire e mi manca proprio tanto la sua voce inconfondibile, la sua presenza scenica e il suo stile unico nel panorama musicale italiano.

Dai iniziamo che di cose da raccontare ce ne sono tante. (Ma non siete obbligati a leggere tutto).

Da spettacolo agonizzante a sagra del nazionalpopolare

Nel 1978 avevo tredici anni e per me Sanremo era sinonimo di muffa, aria stantia, vecchiume canoro e sonoro. Cantanti che intonavano canzoni piene di melassa, di retorica. Roba fresca come il codice di Hammurabi, insomma. In altre parole, una bella rottura di palle. Personaggi come il reuccio Claudio Villa, la soporifera Nilla Pizzi, la casalinga rubata ai fornelli Orietta Berti, i cloni in versione amatriciana di Elvis Presley come Bobby Solo e Little Tony e tutta la risacca musicale vetero-cattolica della canzonetta mamma-amore-cuore-dio-patria-famiglia mi facevano venire la gastrite. Questi che ho nominato era gente che cantava cose tipo Binario che recita testualmente: Vecchio casellante/Che fermo te ne stai/Dimmi come mai. Ma come sarebbe a dire “come mai”, cosa dovrebbe fare il casellante? ma saranno anche c***i suoi di dove vuole andare. E poi, là deve stare, al casello, altrimenti se va da qualche parte da casellante diventa viandante. Oppure c’era chi intonava La papera al papero disse/”Papà, pappare i papaveri, come si fa?” /”Perché vuoi pappare i papaveri?” disse Papà che poi la canzone è stata riabilitata dalla rilettura socio-politica è un altro discorso, ma “pappare i papaveri” è un verso che Mario Panzeri (sì, proprio quello del famoso trio autoriale Pace-Panzeri-Pilat) ha composto sotto effetto del papavero sì, ma da oppio. Oppure ancora (e qui finisco con una vetta semantica che nemmeno Chomsky può districare) Tipitipitipiti dove vai/Tipitipitipiti cosa fai /Tipitipitipiti come mai/Sei innamorata di lui. Ecco. Questo era quello che mi toccava.

A quei tempi, di musica in tv non ce n’era granché. C’era stata Canzonissima, ma ero troppo piccola per ricordarmi bene qualcosa. E quel pochissimo che è restato nella memoria è roba che non incontrava il mio gusto. C’era il varietà televisivo che, come dice la parola stessa, conteneva un po’ di tutto, anche la musica che però era solo una parte. Dovrò aspettare l’inizio degli anni ’80 per vedere, ad un orario improponibile, Mr. Fantasy, un rotocalco televisivo di sola musica da vedere, con il sornione Carlo Massarini di bianco vestito a raccontarci le storie dietro ai videoclip di cantanti e gruppi che avevamo solo sentito sui giradischi di casa. La Rai in pieno monopolio assoluto – anzi, non esisteva nemmeno il concetto di monopolio, visto che vigeva una specie di monoteismo catodico – riammollava a noi telespettatori il Festival della canzone italiana. Dopo i fasti dei decenni passati, la scena sanremese alla fine degli anni 70 è in grande affanno e mostra le corde. Nel 1978, il palco di Sanremo è, per usare un understament pesante, dimesso. Scenografia essenziale, che è un modo elegante per dire che sembra il sottoscala di un condominio di periferia adibito a sala per festicciole da adolescenti, orchestrali vestiti di raso lucido come musicisti da balera, una presentazione in stile Festivalbar con Maria Giovanna Elmi che espettora asetticamente i titoli delle canzoni e i nomi dei cantanti, Vittorio Salvetti che dice qualche cosa a caso con un tono di voce adatto più a una posta di rosario che a uno spettacolo musicale. La Rai trasmette solo l’ultima serata, della serie chissenefrega più di Sanremo.

Ma in quell’anno, dopo tanto ciarpame musicale, sul palco del Teatro Ariston – che tanto vorrei vedere dal vivo perché in tv sembra più ogni anno più grande – spuntano ben due orchidee nel fango: Annina Oxa nostra e Rino Gaetano. Si piazzano alle spalle dei Matia Bazar che vincono con un brano leggermente tronfio ma non privo di un suo stile (…E dirsi ciao) grazie anche ai vocalizzi agli ultrasuoni di Antonella Ruggiero, un po’ The Great Gig In The Sky al sugo di pomodoro, anzi al pesto visto che i Matia Bazar sono liguri. Rino Gaetano canta Gianna, diventata subito un classico che con il suo apparente nonsenso conquista il podio. Rino si presenta sul palco con una giacca da frac, maglietta, scarpe da tennis e ukulele e ai vecchi tromboni seduti in platea per poco non viene uno schioppone al cuore quando per la prima volta a Sanremo viene pronunciata la parola “sesso”. I tromboni di cui sopra non hanno il tempo di riprendersi che subito arriva un’altra bella sberla: sale sul palco una ragazzetta paffutella di sedici anni dall’indubbio fascino e dalla voce potente. E’ truccata da punk, vestita come un impiegato del catasto e canta un capolavoro firmato da Ivano Fossati, mica pizza e fichi. È una canzone per niente punk, anzi mainstream per Sanremo, appartenente al nutrito filone “donne che hanno una relazione di m3rd4 e cantano per consolarsi”. Un’emozione da poco si piazza al secondo posto a Sanremo e sosterà nelle orecchie di tutti noi a vita, tanto che la si sente con una certa frequenza in radio; ogni anno a Ferragosto alle feste negli stabilimenti balneari va a razzo, cantata a squarciagola da ragazzetti che 42 anni fa non erano nemmeno nella mente di Dio. Per non parlare della cover stralunata e inquietante nel film Lo chiamavano Jeeg Robot. Protagonista di tutto questo è Anna Oxa, all’anagrafe Iliriana Hoxha, nata a Bari da madre italiana e da padre albanese. Nelle sue vene scorre quindi sangue japigio e illirico che produce una miscela devastante di talento, bravura, sex appeal, senso dello spettacolo, intelligenza, bellezza, fascino e chi più ne ha più ne metta. Una voce che mescola sfumature di sensualità, potenza, energia, malinconia, grinta, insomma un range emozionale completo. Dopo aver cantato fin da giovanissima, ma proprio -issima, nei piano bar della sua città, viene notata da un talent scout della RCA Italia, in men che non si dica sbarca al Festival e fa subito il botto arrivando seconda. Da San Pasquale (il suo quartiere) a Sanremo è tutto un attimo (e siamo già all’autocitazione). Ma per rivederla sul palco dell’Ariston dovrò aspettare il 1982. Ad ogni buon conto, le apparizioni di Gaetano e Oxa mi hanno in parte riappacificato con il Festival. But the best is yet to come.

Una giovanissima Anna Oxa e Rino Gaetano (e l'ukulele) nel backstage di Sanremo nel 1978
Anna Oxa, Rino Gaetano (e l’ukulele) a Sanremo 1978 (foto da ilgiornalepopolare.it)

Nel frattempo che Annina nostra diventa maggiorenne (mi piacerebbe tanto sapere che cosa ha scritto la mamma sul libretto delle giustificazioni della scuola “mia figlia Anna non ha potuto partecipare alle lezione dei giorni tal dei tali in quanto impegnata in gara canora”?), il festival di Sanremo va avanti, seppur a fatica. L’edizione del 1979 è un pianto greco, le canzoni fanno quasi tutte schifo e non lasciano nemmeno un’impronta nell’acqua salata della riviera di ponente. Vince un carneade, Mino Vergnaghi, con la canzone Amare (madonnasanta che originalità) che non si può definire nemmeno meteora, perché le meteore almeno durano qualche momento, questa al massimo è stato un raudo e manco tanto sonoro e poi l’oblio assoluto come cantante, ma non come autore visto che poi collaborerà nientemeno che con Zucchero. Sul fatto dei carneadi che partecipano a Sanremo tornerò più in là. Enzo Carella arriva inspiegabilmente secondo con Barbara, un brano atipico per Sanremo. Dico inspiegabilmente perché il testo di Pasquale Panella sembra un po’ troppo avanti per il pubblico sanremese, abituato alle rime cuore-amore-fiore-dolore e non a Ho freddo in bocca/La bocca tua è albicocca/Ho freddo al naso/La bocca tua è di raso. Forse Carella lo aveva previsto e quindi si presenta sul palco con quattro donne-sandwich che sul davanti hanno una voluttuosa bocca rossa e dietro il suo testo. Geniale. Si piazzano al terzo posto I Camaleonti con Quell’attimo in più (Avogadro-Lavezzi-Pace) che è un bel brano ma assomiglia nell’attacco a Tin man degli America ma fa niente. Il filone surreale-demenziale iniziato da Gaetano invece dilaga con brani al limite della decenza tipo Sarà un fiore di Enrico Beruschi, oppure A me mi piace vivere alla grande di Franco Fanigliulo (prima strofa: Gugliemo ha un reggipetto/che se lo mette spesso/nel cuore della notte/come se fosse adesso) per culminare nella sublimazione del trash assoluto con I Pandemonium e la loro Tu fai schifo sempre, praticamente un inno ante litteram al friendzonato, un’operazione così smaccatamente goliardica che trascende ogni giudizio, e così particolare che, ho scoperto, essere molto popolare ancora oggi tra noi baby boomers. Per noi che eravamo adolescenti in quel periodo, una canzone cult.

Il Festival era anche l’occasione di vedere gli ospiti stranieri sul palco di casa: ci sono Tina Turner, immarcescibile e Kate Bush allora in full swing con Wuthering Heights. L’ospitata straniera è da sempre un momento imbarazzante, a Sanremo. Non c’è mai stata una volta, dico una, che non ci sia stato un momento che è filato liscio. Di solito l’ospite arriva, canta – spesso in playback – e poi alla fine dell’esibizione c’è una faticosa intervista in cui il presentatore di turno dice qualche str*****a – per fortuna in italiano – l’ospite fa finta di capire oppure non capisce un boro e si innesca una serie di siparietti veramente penosi con applauso finale a suggellare la reciproca figura di m3rd4.

Aria di rinnovamento

All’alba del decennio Ottanta il Festival è ancora attaccato alla bombola d’ossigeno ma si sta riprendendo. Si depura di tanto vecchiume ma non del tutto. Tanto per iniziare Mike Bongiorno si toglie dagli zebedei e va a fare il servo della gleba nelle neonate Reti del Male (Canale 5 e compagnia briscola) e a presentare Sanremo viene arruolato Roberto Benigni. Un bel salto di stile, direi. C’è anche Cecchetto che dovrebbe dare una svegliata alla manifestazione ed attrarre i giovani, come me illo tempore, che il Festival lo snobbano alla grande per i motivi che ho detto. Il risultato è discreto ma c’è ancora da lavorare, perché è un’edizione veramente anonima, vince Toto Cutugno con Solo noi, si affacciano i Decibel di Enrico Ruggeri (Contessa) per poi sparire subito: insomma, l’edizione del 1980 è dimenticabile. Per fortuna l’anno seguente cambia tutto. Non so chi c’era prima come direttore artistico e come erano formate le giurie (dopo Fatima, uno dei grandi misteri della civiltà occidentale) ma il 1981 segna la svolta. Seduti tutti sul divano, con i miei compagni di liceo abbiamo trascorso serate infuocate ad ascoltare pezzoni memorabili che hanno fatto la storia della musica leggera recente e sono diventate la colonna sonora di tutte le gite scolastiche del quinquennio liceale. Qualche esempio? Vince la cupa, inquietante ma splendida Per Elisa a firma Franco Battiato-Giusto Pio cantata in modo spettacolare da Alice al secolo Carla Bissi (ma perché non si è tenuta il suo nome vero, mica è così brutto da doverlo cambiare, boh…), secondo posto per Maledetta Primavera di Loretta Goggi, melodiosissimo pezzo ormai incistato nel retrocervello di ogni italiano, e poi in ordine sparso, Roma spogliata di Luca Barbarossa, Caffè nero bollente di Fiorella Mannoia e Sarà perché ti amo, una hit travolgente dei Ricchi e Poveri che proprio quell’anno diventano due ricchi e un povero solo, visto che Marina Occhiena si defila per andare incontro a una carriera solista di sicuro insuccesso mentre gli altri tre sbancano in Italia e in mezzo mondo. Quando si dice tempismo sbagliato o anche sfiga. Ci sono anche ciofeche inimmaginabili come Hop hop hop somarello di tale Paolo Barabani (hop hop hop somarello /trotta trotta il mondo è bello sono versi che Leopardi avrebbe sicuramente voluto scrivere, come no) ma in mezzo a tanta roba si perde, per fortuna. Infatti, chi c***o se lo ricorda? Nessuno. Meglio così. Un’edizione alla fine godibile ma io aspetto Annina che scalda i muscoli e le corde vocali a bordo campo per entrare in gara l’anno seguente.

Il Festival del 1982 rimane agli atti per la presenza del finto frate Cionfoli, per la penosa esibizione di Mal – il mio idolo da bambina – che si presenta sul palco con due enormi orsi di peluche che ballano e suonano la chitarra. Già con Furia (cavallo del West che beve solo caffè/per mantenere il suo pelo più nero che c’è) la mia stima per Mal aveva vacillato, ma dopo questo Sanremo Paul Bradley è stato depennato dalle mie orecchie per sempre ma non dal mio cuore. Come posso dimenticare uno che canta in italiano come Stanlio e Ollio ma che è bello come un angelo del paradiso? Al Bano e Romina iniziano la loro logorante opera di scassamento di cabasisi con canzoni nazionalpopolari al limite della decenza. Tanto basti per il lato trash della manifestazione. Per il risvolto confortante c’è da ricordare il debutto di Vasco con Vado al massimo (penultimo in classifica), il ritorno di Mia Martini con E non finisce mica il cielo a firma Fossati e l’eterea ed elegante Sette fili di canapa del bel tenebroso Mario Castelnuovo, che prometteva bene ma poi si è ritirato dalla prima linea del palco per lavorare come autore. E Annina? smessi i panni della piccola punk, della punk-ina come l’ha definita scherzosamente Rino Gaetano in una intervista, a Sanremo presenta Io no della premiata ditta Avogadro-Lavezzi. È un bel pezzo anzi molto bello, ma siamo ancora lontani dai fuochi d’artificio degli anni futuri. Anna si presenta sul palco abbigliata in stile pre-grunge e con una capigliatura bionda sulla quale sembra sia scoppiata una bomba carta. La voce (anche se registrata, infatti in quell’edizione si canta in lip-sync) è splendida ed è quello che conta di più. Vince Riccardo Fogli con Storie di tutti i giorni, davanti ad Al Bano e Romina con Felicità (è un bicchiere di vino con un panino, ricordiamocelo sempre) e terzo Drupi (che è palesemente il padre segreto di Ligabue, sono praticamente uguali) con una bella canzone, Soli (a firma Belleno-De Scalzi, leggasi New Trolls, una garanzia di qualità).

I ricchi e poveri dopo la separazione da Marina Occhiena cantano alla 31 edizione del Festival di Sanremo
Angelo Sotgiu, Angela Brambati detta Brunettadeiricchiepoveri e Franco Gatti

Il 1983 è l’anno di Vacanze romane dei Matia Bazar, pezzo strepitoso che arriva solo ai piedi del podio ma prima – per fortuna – de L’Italiano di Toto Cotugno, la summa del luogo comune becero italiota. Ai primi posti si piazzano tre voci femminili: Tiziana Rivale con Sarà quel che sarà, Donatella Milani con Io volevo dirti e Dori Ghezzi con Margherita non lo sa. Due carneadi e una vecchia guardia che non si sentiranno mai più, a conferma che vincere Sanremo non significa automaticamente aver fatto tombola. Presentano il festival il compitissimo Andrea Giordana e le conduttrici di Discoring Anna Pettinelli ed Emanuela Falcetti che con le parole ci sanno fare, mentre la terza presentatrice, la modella italo-bulgara Isabel Russinova viene subito ribattezzata Paperova. Chissà mai perché. Un’edizione così così con qualche vetta (Annina, Gianni Morandi con La mia nemica amatissima firmata Mogol, Gianni Bella e Morandi) e tanti abissi tra cui Giorgia Fiorio (lo zero musicale assoluto, la Tafazzi della canzone italiana) e Barbara Boncompagni (il dubbio che sia raccomandata naturalmente NON viene) che non ha mai cantato in vita sua. Questo è l’anno in cui un Peter Gabriel piuttosto ispirato canta Shock The Monkey e penzola, appunto come una scimmia, attaccato a una fune che oscilla sulle teste della prima fila, per poi camminare come un precursore di Benigni agli Oscar sulle poltrone della platea e tornare sempre oscillando ai piedi del palco schiantandosi in modo poco elegante in mezzo alle gerbere delle fioriere festivaliere (che rima!)

Ma passiamo oltre perché Annina nostra si presenta l’anno seguente, 1984, con un altro brano della premiata ditta Avogadro-Lavezzi, Non scendo. Contrariamente a quando enunciato dal titolo, Annina scende con impareggiabile grazia felina dalla temutissima scalinata del palco, inguainata in un total black look minimalista costituito semplicemente da pantacollant, pulloverino e un paio di cinture di cuoio che sembrano due cartucciere da pistolero. Canta (magnificamente) tra i suoi due avatar che accende e spegne con un telecomando grande come un cofanetto Sperlari. Canzone splendida che riecheggia da lontano i ritmi reggae di moda allora che però si piazza solo settima. I tempi non sono ancora maturi, infatti quell’anno vincono i rassicuranti (ma pallosi) Al Bano e Romina con Ci sarà (Dopo il sogno delle Hawaii, come tutti i marinai/ Attraverso questo mare di cemento /Dopo un altro inverno che soffia neve su di me/Che ho già freddo se non sono accanto a te sono versi di una profondità inaccessibile ai più), Toto Cotugno con Serenata (Serenata forse un pò ruffiana/Ma sa di pane caldo ed e paesana/Come una domenica quando era domenica che fino al ritornello è l’Italiano con le parole cambiate) e Cara di Christian con un arrangiamento così orrendo che le orecchie sanguinano copiosamente. Un podio di una banalità assoluta. Per le Nuove Proposte vince Eros Ramazzotti, che era imbolsito anche a vent’anni – roba che adesso che ha superato i cinquanta sembra più giovane – con Terra Promessa. Tra gli ospiti stranieri c’erano Paul Young, Boy George, metà Dire Straits (i fratelli Knopfler) e i miei amatissimi Queen che cantano Radio Ga Ga in playback, cosa imposta ai cantanti in gara e agli ospiti. Mi ricordo che Freddie alla fine dell’esibizione lascia Pippo Baudo, come un pàmpano in mezzo al palco, probabilmente infastidito (penso io) più che dal playback, dall’accoglienza da obitorio che gli tributa la platea dei cumenda e delle sciurette che costituiscono il pubblico medio in sala. Boh, non lo sapremo mai, ma mi ha fatto tanto ridere, all’epoca, quel figo stratosferico di Freddie che zompettava come un grillo in mezzo ai fiori davanti alla prima fila – probabilmente erano delle sagome cartonate – abituata al massimo, alla gestualità cadaverica di Adonilla detta Nilla Pizzi.

Annina, che nel frattempo è diventata una stangona con uno stacco di coscia infinito e alla costante ricerca di tutte le sfumature di biondo possibili per la sua capigliatura, ci prende gusto e al festival dell’anno successivo, 1985, partecipa con una splendida canzone firmata nientemeno che dal poet laureate professor dottor grand’ufficiale Vecchioni Roberto, A lei. Anche quest’anno si canta in playback senza orchestra, peccato perché anche noi telepeones da casa ci accorgiamo che insomma, non è poi così edificante questa cosa per un festival che si proclama “della canzone italiana”. Sarebbe stato più onesto chiamarlo “della canzone registrata italiana” ma tant’è. Allora noi, dai nostri divani, ci concentriamo sulla parte visiva. Annina, a cui non fanno certo difetto un personale da urlo, un’autostima inossidabile, anzi inOXidAbile, un coraggio da leonessa e un discreto gusto per la provocazione, si presenta alla sommità della scalinata dell’Ariston inguainata in una tutina che non lascia spazio all’immaginazione. Ma proprio niente di niente. Beppe Grillo, che è l’incursore comico del festival, la ribattezza “Oxa ai quattro formaggi” per via del tessuto stampato che ricorda un po’ la mappazza di formaggi sciolti della pizza omonima. Infatti la fantasia casearia della stoffa non è un granché ma credo che se ne sia accorto solo Grillo. La platea maschile rischia l’infarto del miocardio alla vista di tanta roba e quindi, in via precauzionale, a metà canzone Annina si copre castamente con una palandrana nera astutamente appesa all’asta del microfono, oggetto che tanto non serve a una cippa visto che c’è il playback e quindi tanto vale usarlo come attaccapanni. Un po’ il contrario di quello che ha fatto Achille Lauro quest’anno, ma con risultati estetici di segno molto diverso. Curiosità di questi giorni: la canzone è stata di recente usata nella serie We are who we are di Luca Guadagnino. A lei si piazza al settimo posto, mentre vincono i lanciatissimi Ricchi e Poveri con Se m’innamoro, secondo posto per Noi ragazzi di oggi di Luis Miguel, un piccolo Frankenstein frutto dell’ibridazione genetica tra un Miguel Bosè prima versione, un Julio Iglesias già frollato e un Eros Ramazzotti appena sbocciato. Terzo posto per Gigliola Cinquetti con Chiamalo amore, (Chiamalo amore /Tu chiamalo amore/Ti risponderà) credo trasmessa alla radio forse due volte dopo Sanremo. La cosa più curiosa da ricordare di questa edizione è il penultimo posto di Zucchero con Donne (tururu) che, a parte il ritornello tururu che mi ricorda il verso della tortora che mi spacca i maroni alle cinque di ogni mattina, dà ufficialmente inizio a una carriera sfolgorante di un bluesman di caratura mondiale. Presenta ancora Pippone Baudo che come suo stile si occupa di tutto, probabilmente anche della pulizia del palco a fine serata, troppo invadente e sempre servile e un po’ provinciale con gli ospiti stranieri, come a voler sottolineare che i nostri cantanti sono una tacca sotto. Non si fa così, Pippo, non ci piace. Se non è l’oste stesso a dire che il vino suo è buono, chi lo dovrebbe fare? E poi di roba buona, tra la produzione nostrana ce n’è, mica no. Tra i millemila ospiti, un’ondata di band ostentatamente omosessuali dilaga in riviera: i Bronski Beat con la voce angelica di Jimi Somerville, i Frankie Goes To Hollywood e Holly Johnson (e per fortuna che l’inglese lo conoscono in pochi perché Relax è una canzone mooolto poco sanremese, va’) e i carnascialeschi Village People. Praticamente una beta release del gay pride. Bene così.

Sono gli anni sanremesi che preferisco, questi. Finito il liceo e le relative serate a casa di qualcuno a vedere la finale, con incluso pigiama-party e cena a base di snack, salatini, cocacola e rutto libero, è adesso il periodo delle serate universitarie. Per noi studenti fuori sede, la serata finale di Sanremo era uno dei momenti di aggregazione più sentiti, più partecipati e più cazzari, senza ombra di dubbio. Davanti alla tv non eravamo mai meno di dieci-quindici, sempre con un buffet ricchissimo e molto poco calorically-correct. Ma chi se ne frega, a vent’anni non lo sai nemmeno cos’è, il colesterolo. L’unico inconveniente è che le serate sanremesi coincidevano sempre con la sessione straordinaria di esami, ma quasi nessuno rinunciava a fare le ore piccole davanti alla tv per vedere chi vince, chi arriva ultimo, chi è vestito peggio e tutto il corollario di pettegolezzi (si diceva ancora in italiano e non gossip) a riporto.

Il Festival delle panze

Indovina un po’ perché tutti si ricordano del Festival del 1986? Ma per l’esibizione di Annina nostra, ovvio. Sia sotto il profilo vocale che visivo. Non perché vince, per quello c’è tempo. Arriverà quinta ma non è questo il punto. Nell’esibizione della prima serata arriva sul palco con una elegantissima ed essenziale gonna nera a tubo (less is more è una regola che vale sempre) da cui partono due fasce di tessuto che si incrociano sul seno lasciando scoperto l’ombelico e le spalle per finire poi in un casto e penitenziale cappuccio che rimane misteriosamente attaccato alla nuca, forse con la colla. Come appare sul palco si avverte una scarica di testosterone che invade la platea. Pensavo che l’ombelico fosse stato sdoganato anni prima dalla Raffa nazionale e invece ha fatto scalpore anche in questa occasione, perché si sa che il pubblico di Sanremo è più bigotto del Papa (di allora, non di questo qui di adesso). E comunque, se l’ombelico della Raffa nazionale è bello come un tortellino (ipsa dixit) quello di Annina, per par condicio gastronomica è perfetto come un’orecchietta. Al netto di tutto questo gradevole contorno, la nostra presenta un brano strepitoso, È tutto un attimo, scritto dal quadriumvirato Cogliati-Ciani-Lavezzi-Smaila, sì proprio Umberto Smaila, il ciccione de I Gatti di Vicolo Miracoli. Chi l’avrebbe mai detto che poi da tanto lirismo Umbertone sarebbe scivolato di lì a poco a condurre un programma di alto spessore culturale come Colpo Grosso. Capace che ha scritto anche il testo di Cin cin cin cin assaggia e poi mi dici. Le vie della composizione musicale sono veramente imperscrutabili. Poiché si torna a cantare dal vivo, Annina finalmente scatena tutta la sua potenza vocale: con i suoi gorgheggi e acuti fa scoperchiare i parrucchini dei cumenda in prima fila e scombina le elaborate acconciature delle loro signore. Questa volta Anna non scende dalla scala famigerata ma la ascende con naturale grazia ed eleganza, offrendo una visione del lato B che credo pochi maschietti abbiano dimenticato così come noi femminucce glielo abbiamo bonariamente invidiato. Questo è anche l’anno in cui Loredana Bertè si presenta sul palco con il finto pancione – assieme alle coriste – e anche qui apriti cielo, polemiche a non finire tra i cosiddetti “benpensanti”. Ma che cosa significa benpensare? ah saperlo… come è l’anno in cui la Rettore, che presenta un brano che non si addice per niente al suo stile, Amore stella, si accapiglia con Marcella Bella e dato che entrambe sono dotata di una bella criniera lo spettacolo a favore di pubblico e giornalisti è stato assicurato. Presenta un’impeccabile Loretta Goggi coadiuvata dai conduttori di Discoring Anna Pettinelli, Mauro Micheloni e Sergio Mancinelli. Le incursioni comiche sono affidate al mitico, ma mitico veramente, Trio Lopez Marchesini Solenghi, i migliori comici mai visti a Sanremo e non solo lì. Lorettona nostra canta in modo magistrale la sigla di apertura Io nascerò di Mango, stupenda, altro che tarattatarara perché Sanremo è Sanremo! Mango stesso è in gara con Lei verrà (scritta da lui e da Alberto Salerno, più famoso adesso come il signor Maionchi), altro pezzo incredibilmente bello che si piazza in zona lontana dal podio, a ulteriore conferma che le giurie di Sanremo sono costituite a pene di segugio o sono pilotate o entrambe le cose. Vince il portatore sano di adenoidi infiammate Ramazzotti Eros con Adesso tu, secondo Renzo Arbore con la goliardica Il clarinetto e terza Marcella Bella con Senza un briciolo di testa. A fare folklore ci sono i Righeira con Innamoratissimo, a tener alto il livello qualitativo ci pensano gli Stadio (Canzoni alla radio), Zucchero (Canzone triste) e Rossana Casale (Brividi) rispettivamente all’ultimo, penultimo e terz’ultimo posto. Mi convinco sempre di più che i giurati di Sanremo soffrono di bipolarismo. Daje.

Loredana Bertè e le sue coriste salgono sul palco dell'Ariston con finto pancione
Panze a Sanremo (foto presa dal sito ilprimatomìnazionale.it)

Il Festival del 1987 è il primo monitorato dall’Auditel, che d’ora in poi sarà la divinità più venerata negli uffici Rai – e non solo – assieme al Santo Share. La manifestazione canora si allunga in quattro serate, il che significa che lo stracciamento di maroni è diluito in più dosi non certo omeopatiche. Presenta Pippone Baudo all’Ariston con gli interventi eccezionali del Trio Lopez Marchesini Solenghi mentre Carlo Massarini è decentrato al Palarock dove si esibiscono gli ospiti stranieri. Come già detto le ospitate degli stranieri a Sanremo sono abbastanza penose e questa volta anche di più, sembra che i gruppi siano stati rinchiusi in una specie di zoo. Però su tutti svetta Whitney Houston in stato di grazia (una delle poche a cui è stato chiesto il bis nella storia del Festival), poi varia umanità transeunte come Nick Kamen, protégé di Madonna, che è diventato famoso più per la pubblicità dei Levi’s in lavanderia che per le sue doti canore, gli Eighth Wonder di Patsy Kensit alla quale cedette di schianto una spallina del vestito facendo così sapere al pubblico che non portava il reggiseno, i miei amatissimi Style Council e l’idolo di noi universitarie di allora, il mellifluo e ortopedicamente dislocato Morrissey degli Smiths, che produsse un’esibizione che ci fece sballare l’ormone per una settimana intera. Se penso all’ultimo concerto che ha fatto in Italia, gonfio come una zampogna, vestito da croupier di casinò uzbeko e simpatico come una colica renale, mi viene da piangere… sed sic transit gloria strunzi. Annina nostra non partecipa, dopo quattro volte quasi consecutive si prende una pausa perché ritornerà l’anno seguente carica come una molla. Vincono Morandi-Tozzi-Ruggeri con Si può dare di più, a firma Bigazzi-Tozzi-Raf, l’eterno secondo Toto Cutugno con Figli si piazza appunto secondo e terzi Al Bano e Romina con Nostalgia canaglia (Ma che cos’è/Quel nodo in gola che mi assale, che cos’è?/Sei qui con me/E questa assurda solitudine perché? ma se lui e lì con te, sei sola o no? boh) Fiorella Mannoia interpreta da par suo Quello che le donne non dicono, di Enrico Ruggeri, Luigi Schiavone e Celso Valli, un brano che è diventato giustamente uno dei cavalli di battaglia della cantante. Da quel dì, dolcemente complicate è il modo politically correct per descrivere ragazze scassamaroni da competizione. Da ricordare il quarto posto di Fausto Leali con Io amo, una romanticissima canzone impreziosita da quella bella voce ruvida da bluesman bresciano. Ma il coup de théâtre lo piazza, malgré lui, Claudio Villa, che sceglie di concludere il suo cammino in hac lacrimarum valle proprio alla serata finale di Sanremo. In pratica ruba la scena a tutti ma non lo fa apposta, credo. Per il reuccio, il Binario è morto. Ma Sanremo no. Anzi.

(Fine della prima parte. Se qualcuno è arrivato a leggere fino a qui, me lo faccia sapere che gli offro un guaranito).

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Borsa lettori speciale “Borgo sud” di Donatella Di Pierantonio (no spoiler)

Qualche giorno fa è uscito Borgo Sud (Einaudi, 18€ – 9,99€) di Donatella Di Pietrantonio, l’attesissimo seguito de L’Arminuta. L’avrei acquistato a prescindere, ma dopo la bella ma breve intervista dell’autrice al TG3 Regionale mi sono fiondata a leggerlo. Partendo dal presupposto che non è una lettura consolatoria (ma sarà poi vero?), che ogni frase che leggi “ti strappa via un pezzo di carne” (cit.) immergersi nell’atmosfera di cupa predestinazione delle vicende delle due sorelle ormai adulte è come fare un bagno doloroso ma purificatore nelle stortezze affettive che tutti, chi più, chi meno, viviamo o abbiamo vissuto. Non è altro che il fantastico potere catartico della lettura (e della scrittura) che apparentemente non consola, ma guarisce. Cruel to be kind, dicono gli anglosassoni. Qualche considerazione a botta calda, che se ci penso troppo poi non scrivo più.

La libraia Aurora consiglia Borgo sud di Donatella Di Pietrantonio (Einaudi)

Adrianaaa!!!

In qualche intervista, la scrittrice ha dichiarato che, dopo aver finito L’Arminuta, i personaggi la cercavano. Ecco, io mi immagino Adriana, personaggio dotato di una energia vitale esuberante, che tra una carie e un’altra (Donatella Di Pietrantonio è una dentista), tira per il camice la scrittrice e le ordina “Arcunt’ la storia mì”, racconta di me, di quello che mi è successo, di quello che sto vivendo. Tanto è il suo élan vital che era impossibile tenerlo chiuso nella felice penna della scrittrice. E di cose ne sono successe diverse, che riaffiorano qua è la tra i ricordi della voce narrante, tanti pezzi di un puzzle che lentamente si va ricomponendo. Adriana è un personaggio larger than life, affronta la vita di petto e ne rimane scottata ma non sconfitta, è una combattente senza illusioni ma dotata di una forza sfacciata che esce dalla pagina e ti travolge.

Famiglie d’ufficio e famiglie d’elezione

L’istituzione “famiglia” non ne esce bene, da questo libro. Della famiglia di origine delle protagoniste già sappiamo che non è proprio quella del Mulino Bianco. Madre anaffettiva, padre violento, fratelli estranei, disamore a palate. Come per una specie di dannazione che aleggia su di loro, anche le due sorelle, da adulte, non saranno in grado di costruire rapporti sereni e solidi. Entrambe si trovano ad affrontare uomini sfuggenti, psicologicamente deboli o comunque non all’altezza delle situazioni. In tutto questo naufragio di legami umani, esiste però una famiglia alternativa che le accoglie, la comunità di pescatori di Borgo Sud. Qui Adriana e la sorella (in misura minore) non sono giudicate, sono semplicemente accolte con la brusca ospitalità della gente del borgo. Le figure maschili sono sempre sullo sfondo o anche quando sono in primo piano (Piero) sono comunque accessorie alle figure femminili, poco più di fuchi in un alveare. Se la famiglia tradizionale non salva, la sorellanza però ne esce rafforzata più che mai.

Luoghi familiari

Borgo marino sud (foto di Lorenza Destro)

Vivo a Pescara da ormai quasi trent’anni e dal borgo marino sud sarò passata forse un milione di volte, sempre distrattamente, sempre di corsa, sempre senza prestare attenzione a quello che vedevo. La lente della letteratura, con le parole di scarna bellezza della scrittrice, mi hanno fatto vedere questo rione con occhi diversi, più attenti. Mi sono accorta dell’atmosfera di paese, della vicinanza fisica delle case che significa anche anche una vicinanza di affetti, condivisione di tutto, del bene e del male. Anche il resto della città, attraverso il filtro della narrazione, diventa un ambiente nuovo, uno scrigno da riaprire per ritrovarci nuove sensazioni e nuovi riferimenti (e chissà che una volta per tutte ci liberiamo del fantasma del Vate che ormai non se ne può più).

Borgo marino sud alla controra (foto di Lorenza Destro)

Per concludere

Scrivere il seguito di un libro di successo è sempre pericoloso, la probabilità di toppare è altissima. In questo caso non è così, per fortuna. Le sorelle avevano bisogno di spazio per raccontarsi, per farci sapere che cosa è successo dopo, cosa sono diventate. E adesso che lo sappiamo, dopo aver letto la loro storia abbiamo sofferto sì, ma ne usciamo più forti. E poi alla fine della fiera anche la letteratura più spietata è consolatoria, anche se ti prende a sberle e ti strappa un pezzo di cuore ad ogni pagina. Ma ti fa anche intravedere la speranza. Leggetelo.

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Il Mostro Inviato a New York – La gggente

Lo slogan “Andrà tutto bene” si sta trasformando rapidamente in “è andato tutto a c**** di cane”. Siamo ritornati alla situazione di sei mesi fa, quindi calma e gesso. Per il momento muoviamoci il meno possibile e spostiamoci con la memoria, il mezzo più sicuro per non essere contagiati da COVID-19 e per rivivere bei momenti a costo zero. L’anno scorso il Mostro Inviato era a New York e sembra sia passato un secolo.

West Side Story reloaded

DUMBO, sabato pomeriggio. Dopo aver attraversato il ponte di Brooklyn partendo da Manhattan, una bella passeggiata che vale veramente la pena di fare – sarà pure una cosa da turisti, ma chi se ne frega – si arriva in questa zona che porta il nome dell’elefantino di Disney, DUMBO. In realtà è l’acronimo di Down Under Manhattan Bridge Overpass (sotto il ponte di Mahnattan, non di Baracca), una zona in precedenza a vocazione industriale, poi abbandonata e in tempi relativamente recenti rivalutata, ha una bella atmosfera rilassata di paesone tranquillo. Dalle rive dell’East River si godono paesaggi veramente incredibili. Il sabato è la giornata del relax, delle uscite per fare sport, per incontrare gli amici, per scambiare due chiacchiere e portare gli amici a quattro zampe in giro.

Lei è Sheila, lui… non me l’ha detto

Girellando per DUMBO, ad un certo punto gli yankee mascelluti, ipertrofici e bianchi come mozzarelle si sono diradati e la zona attorno alla giostra si è popolata di latinos che a occhio e croce, festeggiavano il prediciottesimo, segno che il trash è ubiquo e onnipresente. Sembravano gli Sharks ma senza i Jets e senza l’atmosfera da tragedia musicale di West Side Story.

C’era una volta a Brooklyn

L’ho detto tante volte, camminare per le strade della Grande Mela è come vivere in mille film. Non solo, anche nei manifesti. L’incrocio tra Washington Street e Water Street è lo scorcio che è stato usato per la locandina di C’era una volta in America, di Sergio Leone. Le arcate del Manhattan Bridge incorniciano sullo sfondo l’Empire State Building e a loro volta sono racchiuse dagli edifici in mattoni rossi. Un posto spettacolare, dove tutti vogliono farsi fare una foto, sposi inclusi.

A Brooklyn c’è anche un cat café, una gatteria in piena regola, gestita da due simpaticissime sciroccate. Sovranamente distaccati, alcuni mici si fanno spupazzare e ammirare con altera accondiscendenza, altri – la maggior parte – se la dormono.

Nick Carter (per noi che abbiamo un’età)

E finalmente, dopo tanti anni, posso dire come Nick Carter “mentre su New York calavano le prime ombre della sera”, la sponda dell’East River che affaccia su Manhattan è letteralmente presa d’assalto da fotografi e da romanticoni che da lì possono assistere al tramonto sullo skyline più noto del mondo e vedere i grattacieli che lentamente si illuminano. Eccoli, tra i quali Stanislao Moulinski travestito da prode G. infreddoliti (c’era un’umidità che la Val Padana fa ridere) ma mai domi,

per assistere a questo spettacolo, la cui magia la foto restituisce solo in modo parziale.

Cambiamo zona. La High Line è un posto magnifico. È una passeggiata lungo i binari dello scalo merci che servivano il meatpacking district (mattatoi e attività collegate) fino agli anni ’60. Dopo un periodo di abbandono, la sede ferroviaria e il quartiere sono stati riqualificati in modo mirabile: adesso la High Line è un parco urbano, molto frequentato, da turisti e da indigeni. Anche da questa tizia che, in diretta streaming, legge i tarocchi a qualcuno, indossando orecchie da gatto e maglietta a riporto. Il nesso tra la divinazione e il cerchietto in stile felino mi sfugge, ma lei era super professionale e non si faceva distrarre dalle millemila persone che le passavano accanto (Mostro Inviato compreso).

Bryant Park è un parchetto dietro la Biblioteca Pubblica di New York, sì proprio quella dove si rifugiano Audrey Hepburn e George Peppard in Colazione da Tiffany. Una sera c’era una specie di sagra country, con gente che ballava la quadriglia, Stetson in testa e barbecue di bufalo. Si respira l’aria del film “Scappo dalla città – la vita, l’amore e le vacche” e i cittadini sembravano molto divertiti a zompettare in mezzo ai grattacieli.

Poco lontano, sulla Quinta, l’evoluzione dell’uomo sandwich è l’uomo palo. Pubblicizza un sensitivo, un medium, chissà forse Madame Sosostris, non lo sapremo mai. L’espressione dell’uomo palo però non invita per niente… grazie, sarà per un’altra volta.

Come dice Bukowski, la gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto.

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Barchette

Domenica 11 ottobre 2020 a Trieste ha luogo la 52 edizione della Barcolana, la regata più grande del mondo. Si tratta di un evento ormai di dimensioni mastodontiche, al quale partecipano equipaggi da ogni parte del mondo. Un secolo fa ero a Trieste nella seconda domenica di ottobre e ho assistito a questo evento veramente unico ed emozionante.

Buoni propositi

La domenica dello studente fuori sede è sempre carica di buoni propositi, specialmente sotto periodo d’esame. Nella tua testa ti fai il tuo bel programmino: sveglia puntata sul presto, studio, pranzo decente, un po’ di relax postprandiale, ancora studio, cena, un po’ di ripasso oppure un film in tv e poi via in busta che il giorno dopo c’è l’esame. Alla prova dei fatti, nel novantanove per cento dei casi, succedeva che facevi tardi la sera prima – i più abbienti a cena fuori o in discoteca, i peones a bere una birra (senza patatine a corredo altrimenti si sforava il budget) in un pub oppure, più frequentemente, a cena a casa di qualcuno che cucinava bene (o cucinava e basta, tipo il Ruffo che oltre a essere un cuoco provetto, aveva il dono dell’ospitalità). A seguire, partite incandescenti a Trivial Pursuit fino alle due/tre di notte, qualche bicchiere di troppo e arrivavi a malapena a schiantarti sul letto fino alle undici della mattina dopo. Con un occhio aperto e uno chiuso dalla cispa facevi colazione (siamo noi che abbiamo inventato il brunch mica gli ammeregani) e poi, da che mondo è mondo, il pomeriggio della domenica è consacrato alla pennica, mica ti vuoi mettere a studiare. Una telefonata, un tè, una chiacchiera con la coinquilina, in un lampo arriva sera e il tuo bel programmino è bello che andato a farsi benedire.

Barcolana del 2019

La seconda domenica di ottobre del 1985 ero a Trieste ed ero sola come un cane. I miei colleghi e compagni di appartamento avrebbero sostenuto gli esami in date diverse dalle mie oppure venivano in facoltà solo per un giorno e poi se ne sarebbero ritornati alle loro case di origine, senza fermarsi tra un appello e un altro. Per quanto mi riguardava, gli esami a giugno erano andati, tutto sommato, bene: con pochi ma lusinghieri alti e diversi avvilenti e scoraggianti bassi. Mi erano rimaste poche prove da superare, tra cui l’esame di traduzione verso l’inglese, miseramente fallito per aver barrato un 7 – errore il cui peso bastava per farti tornare all’appello successivo. Quella domenica pre-esame aveva tutti i presupposti ideali per essere una giornata di studio matto e disperatissimo, come si suol dire, ma anche studio senza altro aggettivo sarebbe andato bene ugualmente. E invece, come spesso accade a ottobre, la mattinata era così tiepida, limpida e cristallina che sarebbe stato un vero delitto trascorrerla in casa, china sulle traduzioni leggermente scioviniste della Coales, infarcite di insidiosi falsi amici, consecutio temporum all’inglese e malefici “sette” da scrivere in numero e non in lettera. E poi, si sa, un cervello ben ossigenato, rende meglio. Senza frapporre indugio ho infilato la porta di casa senza una meta precisa. Allora non avevo ancora la bici – quell’upgrade sarebbe arrivato l’anno successivo, quando ero l’unica a girare per la città con due ruote senza motore. Trieste è una città solo apparentemente bike UNfriendly, perché, conoscendola a fondo, è possibile girarla senza tante salite ripide – salite ce ne sono, inutile negarlo, ma fanno parte del gioco. Troppo facile dire hai voluto la bicicletta e adesso pedala. Però è vero. Ripide o meno, ci sono un po’ ovunque. Il trucco sta nel salirne il meno possibile. Ma poi non erano le salite, il problema, casomai gli automobilisti, che ti sfrecciavano a pochi centimetri incuranti di te che pedalavi il più vicino possibile al bordo della strada per evitare di essere asfaltata a ogni partenza di semaforo. Comunque.

Il putto di Ponterosso e la sua tipica attonita espressione

Luoghi del cuore

Trieste è piena di posti belli dove andare a passeggiare, a riflettere, a stare con i propri pensieri. Quando ero in vena elegiaca, prendevo il famoso tram di Opicina che, al contrario di quanto dice la canzone, non mi è mai parso disgrazià ma anzi una grandissima figata e mi fermavo all’altezza del campo di atletica e lì passeggiavo con il golfo ai miei piedi e ancora il Carso sopra la testa. Oppure, per una corsetta, da Barcola andavo a Miramare e ritorno, un grande classico anche per le passeggiate della domenica pomeriggio. E come dice il poeta la mia città […] ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita pensosa e schiva. A parte “pensosa e schiva”, condizione quasi impossibile a vent’anni, veramente ogni angolo della città si adatta al tuo stato d’animo. Quando il mio umore era neutro, andavo a San Giusto. È uno dei luoghi che amavo e amo frequentare non solo per il posto in sé, ma per come ci si arrivava e cioè da un sacco di parti diverse. Arrivarci da San Giacomo, quella strada stranissima fatta a “sella”, poi per via Grossi e via Ragazzi del 99 è bello se ci vai con un mezzo, in auto o con la moto; da piazza Goldoni, scala dei Giganti e parco della Rimembranza ci si arriva troppo velocemente, non c’è gusto. Il mio percorso preferito è salirci da Cavana, percorrere la salita di via della Cattedrale, gettare uno sguardo sull’Orto Lapidario e poi raggiungere il piazzale dove c’è il monumento ai Caduti. È un percorso intimo, defilato, racchiuso sempre tra case e palazzetti e molto poco trafficato, si incrocia solo qualche auto che man mano che si sale diventa sempre più rara. Con il Castello alle spalle la vista spazia dalle pendici del Carso, al Golfo fino a Muggia. E così ho fatto anche quella domenica. Ho respirato a fondo e mi apprestavo a godere del momento.

Fili invisibili

Mentre assaporavo il silenzio della domenica cercando con lo sguardo il percorso della cremagliera del tram sulla collina di Scorcola, un colpo di cannone è riecheggiato nell’aria ferma. Sì, una cannonata. Ho spostato appena lo sguardo dalla collina per capire da dove venisse il botto e la bocca mi è rimasta aperta in un ohhhh di meraviglia che mi ha lasciato senza parole. Tutto il Golfo era punteggiato da una miriade di vele, di ogni dimensione, dalla più piccola deriva al veliero, che da Barcola si dirigeva verso il mare aperto. Tutte insieme, senza fretta, sembravano uno stormo di farfalline a spasso, così fitto che quasi non si scorgeva il blu del mare. Credo di essere rimasta immobile per un bel po’, ad ammirare questo spettacolo del tutto inaspettato quanto affascinante, in particolare per una terricola padana come me. Non sapevo che stavo assistendo alla 17 edizione della Barcolana, una regata-festa che allora era un evento poco più che cittadino. La leggiadra bellezza della regata mi ha commosso, rinfrancato e soprattutto mi ha fatto pensare che potevo essere una di quelle barchette, impegnata non tanto a vincere ma ad arrivare sulla linea del traguardo, possibilmente senza troppi danni. Pensavo a noi barchette colleghi di università, alle fatiche e alle umiliazioni cui venivamo sottoposti quotidianamente (perché poi, non ho mai capito il motivo di questo mind shaming feroce), a quelli che avevano sempre il vento a favore e a quelli che il vento ce l’avevano contro. A chi il mare lo ha affrontato di petto assumendosi ogni rischio e chi lo ha furbescamente cercato acque tranquille, a chi non è riuscito nemmeno a uscire in mare aperto e chi invece è andato lontano lontano. Siamo partiti tutti da quel Golfo e ci siamo dispersi in mille direzioni, e nonostante tutto, con frequenza altalenante e irregolare, a distanza di anni, ci sentiamo. Non con tutti alla stessa maniera, non sempre con la stessa frequenza. E anche così, siamo comunque legati alla stessa àncora, ad un vissuto indelebile che ci accomuna e annulla in un attimo le distanze spazio-temporali quando capita di incontrarci. Sapere di essere unita con questi fili invisibili mi trasmette un senso di grande conforto. Grazie, barchette!

(Ah poi l’esame è andato bene perché non c’erano “7” da barrare).

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Scherza coi Santi (e lascia stare Fante)

In questi giorni (dal 21 al 23 agosto 2020) a Torricella Peligna si tiene la XV edizione del John Fante Festival “Il dio di mio padre”. John Fante è stato uno dei primi scrittori americani di “seconda generazione”, figlio di emigranti italiani ma nato e cresciuto negli USA. La sua produzione letteraria è stata riscoperta relativamente di recente (negli anni 90) grazie a Charles Bukowsky che lo ha definito il suo scrittore preferito. Nel paese di origine di Nicola Fante, padre di John, ogni anno alla fine di agosto si compie una piccola magia. Il borgo si anima di presentazioni di libri, spettacoli ed eventi culturali, con presenze di rilievo del mondo della cultura e dello spettacolo. Ecco il link alla manifestazione https://www.johnfante.org

Quello che segue è un racconto in cui realtà e fantasia si mescolano – ma quanto è bello e divertente “addomesticare” i fatti a favore della narrazione? – e in cui MAIUSCOLE e minuscole fanno la differenza tra uno scrittore americano e un condottiero italico.


Scherza coi santi (e lascia stare Fante)

Alzi la mano chi non ha mai sbirciato un oroscopo o non si è mai fatto leggere i Tarocchi, specialmente in prossimità di un passaggio cruciale della vita. Quale momento più propizio, quindi, per farmi leggere le carte prima dell’esame di maturità, rito di iniziazione di noi appartenenti alla generazione X?  In quel 13 giugno di un secolo fa, tutta la V C del liceo Fermi decide di sfondarsi di zucchero filato e bagigi in quel di Prato della Valle, alla sagra del Santo – con la maiuscola e senza nome, perché noi a Padova, con Antonio abbiamo un rapporto così speciale che non serve chiamarlo con nome proprio. 

Tra giostre, attrazioni e banchi di noccioline americane (i bagigi di cui sopra), mi imbatto nel tendone di “Madame Sosostris, famosa chiaroveggente”. Fresca di studi di letteratura inglese, non posso non rimanere colpita dalla citazione colta e varco spedita la soglia del boudoir della maga. Mi trovo davanti a una donna dai capelli lunghi, ricci e crespi, dal viso severo e attraente, appena movimentato da un neo in mezzo alla fronte, come un “bindi” dipinto da Madre Natura. L’aura di esotismo e mistero è appena incrinata dallo strumento divinatorio che Madame padroneggia. Con un’astuta mossa di co-marketing territoriale, invece dei Tarocchi, come mi aspettavo, la chiaroveggente mescola un mazzo di carte trevigiane, molto locali, “etniche”, si direbbe adesso, ma decisamente poco intriganti e molto prosaiche. La prima carta che sguscia dal mazzo è il “pampalugo”, il fante di spade, che in dialetto sta ad indicare una persona non proprio sveglia e intelligente. Cominciamo bene, penso tra me e me, ma per Madame Sosostris l’interpretazione della figura è ben altra. Come se mi leggesse nella mente, mi rassicura subito. D’altra parte, la maga è lei.

≪Incontrerai un fante armato non di spada, ma di penna e ti farà superare una prova importante≫ sentenzia solenne Madame ≪e ancora, sul tuo cammino ti si parerà davanti un altro guerriero dalle forme muliebri con un enorme cappello che ti accoglierà nella sua terra≫ continua sibillina, come deve essere, data la sua natura di oracolo. Chiude il suo vaticinio con un prosaico ≪Fanno diecimila, lasciale pure sul cestino a sinistra, grazie≫.

All’esame di maturità, di soldati, non c’è stata alcuna traccia, per cui ho etichettato la profezia di Madame come il vaneggiamento di una veggente da strapazzo. Dieci carte buttate nel cesso, ma che fa, poi alla fine l’esame è andato bene, anzi molto bene e della Madame Sosotris padana mi sono presto dimenticata.

Le sue parole mi tornarono in mente due mesi dopo, quando, seduta in un’aula enorme con altri seicento candidati, mi arrabattavo per superare l’esame di ammissione alla famigerata Scuola Interpreti di Trieste. Il brano da tradurre era di uno scrittore italo-americano di cui, lì per lì, non afferrai il nome. Scoprii poi, alla prima lezione di traduzione, che Madame Sosostris aveva (pre)visto giusto: il brano era tratto dal libro di (un) Fante, di nome John e da quel dì faccio sempre attenzione alle maiuscole. Il “fante” Fante mi era stato accanto in un momento topico e, senza ombra di dubbio, mi aveva svoltato il futuro.

La seconda parte della profezia rimase in stand-by per alcuni anni, fino a quando accettai un’offerta di lavoro che dal ricco nordest mi avrebbe portato all’Abruzzo forte e gentile. Durante il mio primo viaggio verso Pescara, sfrecciando lungo l’autostrada, ogni tanto buttavo uno guardo su quel paesaggio che presto mi sarebbe diventato caro e familiare. Qualche agricoltore con la passione del disegno, sulle ondulate colline a ridosso della A14, aveva tracciato sui campi di grano la sagoma inconfondibile del guerriero di Capestrano, quale forma di benvenuto in regione ai forestieri. L’immagine evocata da Madame Sosostris tanti anni prima emerse con nitidezza, smentendo il mio scetticismo di allora. Ancora una volta un fante, questa volta antico, prezioso e ammantato di mistero mi stava accompagnando verso una nuova fase della mia vita. 

Il guerriero di Capestrano (foto dal sito MIBACT Direzione regionale musei Abruzzo)

Dopo tanti anni, mi chiedo oggi se la profezia della cartomante si sia esaurita. Se il cerchio si sia chiuso per davvero. Ora vivo non lontano da dove Nicola “Nick” Fante ha iniziato il suo cammino, e, se andassi ancora da Madame Sosotris, mi piacerebbe che vedesse un altro Fante sul mio cammino. E questa volta le chiederei di fare attenzione a maiuscole e minuscole, quando esprime i suoi vaticini.

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Borsa lettori speciale “Riccardino” di Andrea Camilleri (no spoiler)

Ad un anno esatto dalla scomparsa di Andrea Camilleri, Sellerio ha pubblicato l’ultima indagine di Salvo Montalbano, Riccardino. Un romanzo già scritto nel 2005 e conservato negli archivi della casa editrice e uscito un mese fa. Un minuto dopo che era arrivato sugli scaffali della libreria sotto casa, l’avevo tra le mani. Anche se ormai preferisco la lettura in digitale, questo l’ho voluto leggere su carta. Chissà, forse perché, toccando l’oggetto libro, mi sembra di trattenere materialmente il ricordo dello scrittore siciliano. O forse solo perché è proprio un bell’oggetto, con la copertina rigida, le striscioline segnapagina blu e gialle e i risguardi di un bell’ocra acceso.

Autore, Personaggio, Attore

Dico la verità: dell’ennesima ammazzatina su cui verte l’indagine di Montalbano, non mi interessava granché. Anzi, proprio poco. Un po’ per sopraggiunto scassamento di cabasisi – tra repliche tv e carriolate di romanzi, ormai siamo ben sazi del personaggio – ma soprattutto perché la curiosità di sapere come Camilleri fa “morire” il suo personaggio è di gran lunga l’attrattiva più importante. E da quello che si riesce a intuire, durante la lettura, era anche l’interesse principale dell’autore. Non che la vicenda legata alla morte di Riccardino sia meno accurata o geniale di quelle che l’hanno preceduta. Anzi è un esercizio di stile ineccepibile, trame principali e secondarie che si intrecciano, critiche nemmeno tanto velate a esponenti della Chiesa, richiami alla mafia e tutto il corredo di riferimenti all’attualità più becera e triste. Ma si avverte, leggendo, che Camilleri ci vuole portare a una dimensione totalmente inedita di racconto, una specie di metanarrazione. In una sorta di gioco di specchi tra realtà, finzione letteraria e fiction televisiva, fanno capolino l’Autore, che disturba Montalbano per telefono, il Personaggio che, ormai arcistufo del suo lavoro, cerca di scaricare a terzi l’onere dell’indagine, senza peraltro riuscirci, e l’Attore della tv, in una continua citazione in bilico tra carta stampata e schermo televisivo. Su tutti e tre, il gran puparo Camilleri in carne e ossa che, con la solita insuperata maestria, tira tutte le fila di questo “gran tiatro” che lui stesso ha allestito e che si appresta a demolire.

Mentri che stava sconzanno, squillò il tilefono. Siccome la mangiata l’aveva bono disposto, annò ad arrispunniri. Era l’Autore che lo chiamava da Roma. Si pentì subito d’aviri isato il ricevitori.

<<Salvo, ce l’hai un po’ di tempo?>>

<<Un poco quanto?>>.

<<Massimo deci minuti>>.

<<Vabbeni. Dimmi>>.

<<Così non posso più andare avanti, dovresti cercare di darmi una mano d’aiuto>>.

<<In che senso?>>.

<<Come me l’hai sempre data. La storia di Riccardino, della quale ti stai occupando…>>.

<<Chi te ne ha parlato?>>. Lo interrompì Montalbano arrisintuto.

L’Autore tirò un sospiro funnuto.

<<Madonna, Salvo, siamo ancora a questo punto? Non l’hai capito o lo fai apposta?>>.

<<Voglio sapere chi ti ha informato>>.

<<Salvo, la facenna sta completamente arriversa. Sono io che informo te, e non capisco perché ti ostini a credere che sei tu ad informare me. Questa storia di Riccardino io la sto scrivendo mentre tu la stai vivendo, tutto qua>>.

<<Quindi io sarei il pupo e tu il puparo?>>.

Due versioni, una lingua, un solo universo letterario

Dal punto di vista della trama, le due stesure, quella del 2005 e quella definitiva del 2016, non presentano nessuna differenza (quindi, se non siete camilleriani sfegatati, è sufficiente leggere l’ultima redazione). Per chi ama il Camilleri inventore di linguaggio è interessante vedere il fine lavoro di cesello che ha operato sulle parole, sul ritmo, sulla potenza evocativa dei suoni. Dai primi romanzi tipo Un filo di fumo oppure Il birraio di Preston fino a Il cuoco dell’Alcyon il vigatese ha gradualmente occupato sempre più spazio nella pagina stampata, passando da “linguaggio d’uso privato” a lingua inventata che proprio nell’ultimo romanzo viene citata in quanto tale, quando uno dei protagonisti, per rafforzare la sua appartenenza al gruppo, passa improvvisamente dall’italiano al dialetto e questa cosa non sfugge a Montalbano, che su questa osservazione poi svilupperà parte dell’indagine. Lingua come protagonista, quindi, in bilico tra dialetto, lessico familiare e pura invenzione. In altre parole, genio linguistico.

Mi mancherà?

Mi mancherà Montalbano? Direi di no. Come già detto, tra carrettate di racconti e romanzi, repliche a raffica di fiction con Montalbano giovane e non, abbiamo raggiunto il livello di guardia. Anzi, era ora. Il finale è degno dell’inventiva di Camilleri, che sicuramente avrà avuto in mente Pirandello, (su questo mi gioco i cabasisi che non ho). Un’uscita di scena che appaga completamente e mette la parola fine – irrevocabile – al personaggio Montalbano.

Invece mi manca moltissimo l’Autore, la sua voce “arragatata” dalle sigarette, il suo sguardo lucido e saggio sulla realtà, il suo buon senso e la sua simpatia. Lo Scrittore, invece, è sempre con noi. Ogni volta che ci assale la nostalgia, basta allungare una mano sullo scaffale della libreria (fisica o digitale) e pescare a caso tra la sua produzione per farcelo sentire vicino. E questa è una gran bella consolazione.

In caso di nostalgia da Camilleri, rivolgersi alla bibliotecaria Aurora

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