Borsa lettori speciale Il pianto dell’alba di Maurizio De Giovanni (tranquilli, niente spoiler)

All good things come to an end

Tutte le cose belle finiscono, canta Nelly Furtado e anche una cosa bellissima come la saga del Commissario Luigi Alfredo Ricciardi, tormentato e fascinoso personaggio nato dalla fantasia di Maurizio De Giovanni, arriva a una conclusione, peraltro annunciata ma non per questo meno malinconica, almeno per noi Ricciardiani e Ricciardiane (che siamo di più).

Ma andiamo con ordine.

Degiovanner della primissima ora

Delle poche cose di cui meno vanto, una è quella di essere una Degiovanner della primissima ora. Sono venuta a conoscenza di questo scrittore nel 2010, quando il nome di Maurizio De Giovanni non albergava stabilmente nei primi posti delle classifiche di vendita dei libri ma al massimo si poteva leggere – per i fortunati che erano seguiti da lui – su una distinta di versamento della banca. Sì, perché Maurizio – mi permetto di chiamarlo per nome di battesimo come si fa con gli amici oppure per i geni assoluti tipo Michelangelo, Raffaello, Valentino (motociclista o stilista, fate voi) lavorava presso un istituto di credito della sua città, Napoli e aveva l’hobby della scrittura, cosa nota – credo – alla sua cerchia di amicizie visto che a sua insaputa era stato iscritto ad un concorso per giallisti, evento dal quale è iniziata tutta la sua avventura letteraria. A giudicare dalla quantità di ex-bancari che poi sono diventati scrittori, a cominciare da Italo Svevo, Herman Melville fino a Giuseppe Pontiggia, Tullio Avoledo e sicuramente altri, stare dietro una scrivania sommersi dai numeri scatena una creatività impensata. Siano benedetti gli amici che hanno avuto l’idea di iscrivere De Giovanni a questo concorso.

Grazie a un racconto sul terremoto dell’Irpinia pubblicato dalla NEO. edizioni, una piccola ma agguerrita casa editrice abruzzese, dal titolo Scusi, un ricordo del terremoto dell’ottanta?, e ai consigli di un bravissimo libraio (esistono ancora quelli che ti sanno consigliare e non solo porgere i libri) ho contratto la Ricciardite, bellissima malattia che si cura leggendo i romanzi del commissario cilentano. Il libraio di cui sopra mi aveva indicato Il senso del dolore – l’inverno del commissario Ricciardi e mai cura fu più azzeccata.

Bisogna dire ai produttori di e-reader di trovare il sistema per farsi autografare gli e-book

Un commissario “sensitivo”

Tutti i commissari dei romanzi polizieschi hanno un tratto caratteristico che li connota, quello di Ricciardi è di riuscire a sentire le ultime parole delle persone assassinate o comunque morte in maniera violenta. Ne vede i fantasmi sui luoghi del delitto e riesce a udirne le ultime frasi. Ma vede anche spettri in giro per la città, nei luoghi pubblici e anche nelle case private e tutto ciò è motivo di indicibile sofferenza per lui, che si considera sulla soglia della pazzia, destinato a una vita solitaria dedita solamente al lavoro di poliziotto, l’unico mestiere che possa svolgere, dice lui. Gli anni in compagnia del Commissario dagli occhi verdi sono stati un crescendo di emozioni e anche di bravura per il suo autore. Ad ogni uscita noi Ricciardiani trattenevamo il fiato: riuscirà De Giovanni ad eguagliarsi nella scrittura, nell’ideazione della trama, nel coinvolgimento emotivo delle sue vicende personali?

Ebbene, in tutto questo tempo non solo De Giovanni ha mantenuto lo standard (molto alto, peraltro) di una letteratura popolare sì, ma curata nella forma, nei dettagli ma soprattutto nell’evoluzione del progetto a lungo termine (in cui l’epilogo a cui siamo arrivati in questi giorni trova la sua naturale collocazione) ma ha cementato sempre di più l’attaccamento dei lettori ai suoi personaggi. Maione, Modo, Bambinella, Enrica, Livia, Bianca, Rosa, Nelide e tutti gli altri sono ormai diventati amici di famiglia che ognuno di noi ha immaginato durante le splendide ore di lettura passate in loro compagnia. Va da sé che quando è stata annunciata l’uscita di scena di Luigi Alfredo Ricciardi, i Degiovanner hanno avuto un moto di stizza ,sottoscritta compresa.

Vorremmo che questa saga durasse per sempre, egoisticamente pensiamo di “meritarci” una teoria infinita di casi da risolvere raccontati con quello stile che si avvicina più alla poesia che alla prosa, pensiamo di poter visitare Napoli tramite descrizioni amorevoli e puntuali, ci arroghiamo il diritto di decidere della sorte di un personaggio. Invece Maurizio ci dice che Il Pianto dell’alba sarà l’ultimo. Ospite a Ortona per la rassegna Giallo di Sera, l’autore spiega le sue (valide) ragioni e afferma: vorrei far uscire di scena Ricciardi da campione, quando ancora è sulla cresta dell’onda. Un’uscita in grande stile. Stile al quale, del resto, siamo abituati.

Un momento della rassegna Giallo di sera a Ortona e il volto di televisivo di Ricciardi

“Considerate ora un colpo di vento”

Avete presente quando a scuola la prof di italiano commentava il tuo tema dicendo che gli spunti erano validi, lo stile era corretto, il lessico adeguato MA poi ti dava quattro perché eri andato fuori tema. Oppure a un colloquio di lavoro, quando il selezionatore comincia a dirti che il tuo curriculum è bellissimo, interessantissimo, tutto -issimo e tu pensi che ma che bello PERÒ al momento non ti può assumere. O ancora quando presenti un progetto a qualche finanziatore e quello ti dice che è nuovissimo, innovativissimo eccetera TUTTAVIA non ci sono fondi. Insomma quando le cose all’inizio cominciano bene, tu ci credi proprio tanto ma poi arriva , il ma, il però, il per il momento no, insomma la fregatura. Ecco, senza entrare in dettagli che potrebbero spoilerare la lettura, l’ultima indagine di Ricciardi è un po’ così.

Il primo capitolo è un capolavoro di poesia in prosa e non mi stupirei se tra qualche anno venisse inserito in qualche antologia di letteratura. “Considerate ora un colpo di vento…” è l’incipit meraviglioso che introduce, con la metafora del vento che accarezza quello che incontra al suo passaggio, tutti i germogli narrativi di tutto quello che poi fiorirà nel corso del libro. Nei capitoli successivi, Maurizio semina furbescamente indizi che ai ricciardiani più attenti fanno già saltare il cuore in gola, e poi, con flash-back opportunamente inseriti veniamo a sapere che Ricciardi è felice, condizione a lui totalmente inedita. Ma si sa, la felicità è effimera e subito si innesca un’ombra nel meccanismo narrativo dell’ultima indagine. Che sarà privatissima e delicatissima e anche pericolosissima.

Indagine privata

In quest’ultima – ma siamo proprio proprio sicuri? – indagine, Ricciardi sarà maggiormente coinvolto sul piano personale, dato che dovrà indagare su fatti che riguardano una persona a lui cara. A complicare le cose, lo dovrà fare sottotraccia, non in via ufficiale, per cui dovrà affidarsi alla rete infinita di contatti e conoscenze che lui, Maione e il dottor Modo hanno intrecciato in questi anni. Tutti i personaggi che abbiamo incontrato sono riuniti in questa storia, quasi che De Giovanni ce li facesse passare davanti agli occhi, come in una ideale passerella, per farceli salutare. Lo svolgimento delle indagine va di pari passo con le vicende private del commissario – ma che voglia avrei di anticipare le cose ma ho promesso di non farlo – in un intreccio di eventi in cui il Destino, con un colpo di mano, spariglia ancora una volta le carte in tavola. Eccome se le spariglia.

“Come hai potuto?”

Dopo aver letto l’ultimo capitolo – che ho dovuto riprendere ben due volte per essere sicura di aver capito bene – ho pensato che un finale più giusto (e più straziante) non poteva esserci. L’evoluzione del personaggio non poteva prevedere altro epilogo e noi lettori dobbiamo farcene una ragione.

Ricciardi mi mancherà tantissimo, mi mancheranno il suoi occhi verdi, i suoi fantasmi, le sue acute osservazioni, la sua eleganza, la sua compassione per i più deboli, ma è giusto così. È un’uscita di scena in perfetto stile ricciardiano e se per molti lettori la domanda più logica sarebbe Come hai potuto (far finire così il libro)? per quanto mi riguarda, va bene. Chiudere il libro con un buco nel cuore, gli occhi umidi di commozione e la mente ammirata per tanta bravura dà un senso di completezza a una storia che ha avuto il suo svolgimento e ora, come tutte le cose belle, arriva alla fine.

E allora resta solo che ringraziare Maurizio per questi anni ricciardiani, per le emozioni che ci ha regalato, per gli scorci bellissimi di Napoli, per averci raccontato le tradizioni della città, per l’entusiasmo e la simpatia che regala quando gira l’Italia per presentare i suoi libri, sempre disponibile, sorridente, allegro e irresistibile nei suoi aneddoti. Grazie Maurizio!

(Però, se Ricciardi dovesse ritornare, a me non dispiacerebbe. Anzi).

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Il Mostro Inviato alla Festa del Libro e delle Rose

Il 23 aprile di ogni anno Barcellona viene inondata da un mare di rose e di libri. La città si trasforma in una enorme libreria a cielo aperto punteggiata da banchetti che vendono rose di ogni colore, ma principalmente rosse e gialle, che, guarda caso, sono i colori della bandiera catalana. Il Mostro Inviato, che di libri va pazzo, poteva farsi sfuggire questa ottima occasione per rispolverare il suo spagnolo e raccontare questa festa così particolare? Certo che no.

Da una data funesta nasce una festa

Il 23 aprile del 1616 fu un giorno veramente infausto per la letteratura europea. Come se si fossero messi d’accordo, Miguel de Cervantes Saavedra e William Shakespeare morirono nello stesso giorno, mese e anno (e a questo punto, facciamo anche alla stessa ora, vista la coincidenza così precisa, ma non lo sapremo mai). Incidentalmente, il 23 aprile è anche San Giorgio (in catalano, Sant Jordi), patrono della Catalogna e protettore degli innamorati catalani. Il motivo risale a tantissimo tempo fa, per i dettagli della leggenda clicca qui.

Più di recente, a qualcuno in Spagna è venuto in mente di attaccarci anche la giornata del libro e l’UNESCO l’ha dichiarata anche giornata mondiale del diritto d’autore. Ecco spiegato perché alla fine di aprile Barcellona si anima di librai e autori, che hanno la possibilità di incontrare il loro pubblico.

Un mare di rose per Sant Jordi

A caccia di autori

Il 99% degli autori che si trovano in giro per la città sono spagnoli, ma ogni tanto c’è anche qualche infiltrato anglofono o di altri Paesi. Qualche giorno prima della festa, i quotidiani locali pubblicano la lista degli autori e dove si possono incontrare, perché non fanno una sola comparsa. Sono itineranti, quindi se ti perdi un appuntamento in un posto lo puoi sempre recuperare da qualche altra parte. L’organizzazione è eccellente: ogni stand di libreria ha la parte dedicata all’autore, con tutti i suoi romanzi in bella vista (e per l’occasione anche con il 20% di sconto che male non fa). Il nome è bene in vista sulla parte superiore del tendone, le transenne intruppano i lettori nella giusta fila e uno o due uomini della sicurezza smistano le persone e nello stesso tempo danno un’occhiata per controllare che non ci siano scalmanati a dare fastidio.

Purtroppo la giornata parte un po’ in sordina, cade qualche goccia di pioggia e il cielo sembra proprio voler rimanere chiuso, almeno per la mattina. Il Mostro Inviato però non si scoraggia e prima di partire alla ricerca di autori da paparazzare si concede una colazione molto in tema. Come per ogni festa che si rispetti, anche qui la gastronomia si sbizzarrisce con paste a forma di libro e con i pani (salati) di Sant Jordi, che tanto per ribadire la loro origine, sono rossi e gialli. E anche buonissimi.

Il meteo un po’ così però non ferma la moltitudine di gente che acquista rose e libri e che si mette diligentemente in fila per farsi autografare i libri. Le file davanti ai banchetti degli scrittori sono tutte piuttosto lunghe, alcune più di altre, tipo quella dove sono accampate orde di pre-adolescenti pucciosi e acneici con genitore scazzato al seguito. Guardo il nome dell’autore dei libri che tutti i ragazzi tengono in mano e senza dubbio è il Moccia iberico, tale Blue Jeans (pseudonimo di Francisco de Paula Fernandez Gonzalez: con un nome così, ci credo che ha voluto il nom de plume!) Non indago oltre, a posto così.

Da Anni Lenti a Patria

Il Mostro Inviato si mette pazientemente in fila per un autografo diFernando Aramburu, l’autore di Patria, romanzone imponente sulla vita dei Paesi Baschi ai tempi dell’ETA, edito da Guanda con una stre-pi-to-sa traduzione di Bruno Arpaia. Nel giro di pochi minuti me lo trovo davanti, sorridente e disponibile, che mi fa la dedica al libro che ho preso per l’occasione, Anni Lenti, che di Patria è, come dire, il prototipo, il bozzetto preparatorio, lo studio preliminare.

Un raggiante Mostro Inviato con lo scrittore Fernando Aramburu

Nonostante la gente che preme, lo scrittore si ferma a scambiare qualche parola, chiede la provenienza e dice che sarà in Italia a maggio a Torino per la Fiera del Libro e poi a Pistoia (non si sa per quale motivo, forse ha parenti lì …). Dopo l’immancabile foto di rito, il Mostro inviato si tuffa alla ricerca di altre star della carta stampata.

Ce n’è per tutti i gusti

Il meteo nel frattempo si aggiusta e la festa esplode in tutta la sua potenza: chiunque passeggi per la città porta una rosa, o perché l’ha ricevuta in dono o perché la deve regalare: nessuno è a mani vuote. Ma la caccia all’autore prosegue e grazie a una soffiata arrivata dall’Italia, Il Mostro Inviato si reca di filato allo stand dove si trova nientemeno che il frontman degli Spandau Ballet, Tony Hadley, in veste non di cantante ma di scrittore di memorie. In Spagna è appena uscito To Cut a Long Story Short, (En poca palabras) l’autobiografia del cantante che ha un discreto seguito anche qui. Infatti i fan, tra cui il Mostro Inviato, sono già tutti belli precisi in fila in attesa. C’è da dire che l’età media del fan si attesta sul Mesozoico Superiore, ma d’altra parte anche Tony ha superato ormai da parecchio il problema dei brufoli e si avvia verso una età matura in gran forma, se non altro vocale, visto che canta come quando aveva trent’anni. Dopo pochi minuti un sorridente, rilassato (anche troppo) e ben pasciuto Tony arriva tra noi e non si risparmia: foto, dediche, chiacchiere, sorrisi, risate e selfie come se piovesse.

Pensate forse che sia finita qui? Certo che no! Il Mostro Inviato, girellando tra le varie librerie, ha scovato il vero protagonista della giornata, un intellettuale di prim’ordine, conosciuto da tutti, grandi e soprattutto piccoli. CAPITÁ CALÇOTETS, ovvero CAPITAN MUTANDA!!!

Capitan Mutanda re della Diada de Sant Jordi


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Pasqua ai tempi di Whatsapp

Gruppo whatsapp: “Lo chiamavano Trinità”

Adonai ha creato questo gruppo. Adonai ha aggiunto Paraclitus Communication Consultancy. Adonai ha aggiunto +∞ 347 6163 ∞

Sabato 20 aprile

Pa’ , ma quanto tempo devo stare ancora chiuso qua dentro? Non c’è wi-fi e sto esaurendo i giga.

23:59 ✓✓

Domenica 21 aprile

Adonai
Ancora per poco. Tra un paio d’ore faccio
addormentare i vigilantes, preparo gli effetti speciali
e poi faccio arrivare le girls.

00:23 ✓✓ 

Beh, dai sbrigati che oggi sarà una giornata piena, ho varie apparizioni da fare e vorrei andare su tutte le reti, altrimenti chi lo sente, il Social Media  Manager…

00:31 ✓✓

Paraclitus Communication Consultancy
Eccomi, ti informo che ti ho già schedulato
tutta la giornata, ho preso accordi già con
i direttori di tutte le reti RAI e Mediaset
per dare massima copertura all’evento.

00:35 ✓✓

Ti sei ricordato che a pranzo sono da mamma? Ci tiene tantissimo, poi organizza per farle avere una colomba (con i canditi) e un po’ di uova di cioccolata. E poi scusa, non potresti evitare questi termini inglesi veramente ridicoli? “schedulare” lo dici a tua sorella!

00:40 ✓✓

Adonai
Ok, tranqui, puoi uscire. Terremoto creato, buttafuori
messi fuori uso. Adesso cerca di farti vedere bene da
Maddalena e da Maria. A Maddalena è calata un po’
la vista, magari non ti riconosce subito, quindi mettiti in mostra. 

04:02 ✓✓

Chi ha avuto l’idea di farmi incontrare le girls per prime? La voce si è diffusa in un attimo e i Like sul mio profilo Facebook sono schizzati alle stelle!

04:13 ✓✓

Paraclitus Communication Consultancy
Sono o non sono un genio dei media? Adesso
bisogna decidere a chi affidare il profilo
Instagram. I migliori sono i toscani: che dici,
Giotto o Piero della Francesca?

04:38 ✓✓

Direi Piero, mette meglio in risalto la tartaruga e gli addominali obliqui. Mi dipinge come un guerriero maori. Fichissimo. Giotto mi piace ma mi serve qualcosa di più impattante. Tutti gli altri mi fanno sembrare un ballerino di Amici, hai visto Rubens come mi ha dipinto? Blah, che orrore!

05:01 ✓✓

Houston Houston we have a problem! Sulla rete Tommaso sta aizzando gli haters, dobbiamo trovare un rimedio subito.

07:27 ✓✓

Adonai
Eccheppalle però, ogni volta che c’è un problema
venite da me! E chi sono io, il Padreterno?
Vengo da un periodo di superlavoro, io… e
convinci Giuda, e trova Barabba, e scegli i ladroni,
e il casting per i figuranti della via Crucis, basta!
Mi vorrei riposare un po’.
Questa rogna te la sbrighi da solo, capito?

08:12 ✓✓

Vabbè, allora risolvo nel modo più semplice, con fact-checking dal vivo. Quanto mi da fastidio farmi toccare! Però… Noli me tangere: potrebbe funzionare come slogan.

08:23 ✓✓

Paraclitus Communication Consultancy
Sei pronto? Il collegamento con Piazza San Pietro
è pronto, vai pure. A seguire ci sono le reti
Mediaset e un collegamento con Radio Maria.

09:01 ✓✓

Fiuuuu finito proprio adesso, le dirette sono veramente sfiancanti. Paraclitus, lasciami stare per un po’, mamma mi aspetta per pranzo: ha fatto una pastiera della Madonna.

12:45 ✓✓

A che punto siamo con i preparativi per il Resurrection Party di stasera?

16:56 ✓✓

Paraclitus Communication Consultancy
La lista degli invitati è completa. Bisogna dire
alla security di non fare storie quando arrivano Allah,
Elohim, Buddha, Shiva, Brahma, Krishna e Manitù. A metà
serata è previsto il trick di cambiare l’acqua
in spritz, funziona sempre e la gente è contenta.
Ho chiamato tutti i testimonial di punta: il cieco di Gerico,
lo storpio, Lazzaro, il posseduto di Cafarnao. Poi
facciamo finta che sta per finire il finger food
e tu lo moltiplichi. Un grande classico.  Alla consolle
Calvin Harris e per il catering Heinz Beck.
Ma prima della festa devi andare al tavolo da Fazio.

17:41 ✓✓

NO, FAZIO NO! Mi fa venire l’orticaria e poi le domande di Marzullo mi smuovono il sistema nervoso.

18:02 ✓✓

Adonai
Non fare i capricci, con tutta la
fatica che abbiamo fatto per
essere invitati proprio oggi.

19:19 ✓✓

Non ci voglio andare! E poi tutti questi imprevisti hanno rallentato il lavoro in falegnameria. Devo finire la credenza per D’Arimatea e il tavolo per il Samaritano. Domattina mi devo alzare prestissimo, papà ha bisogno di me al laboratorio.

19:45 ✓✓

Adonai
Ti ricordo che anch’io sono Tuo Padre.

20:03 ✓✓

Salvatore ha abbandonato la chat

ore 23:59

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Gli Abitatori delle Palestre 2.0 – seconda parte

Calorie consumate e calorie “percepite”

Dicevo che queste diaboliche app, se opportunamente impostate con i dati personali, sono in grado di produrre una quantità impressionante di informazioni, tra cui anche il consumo calorico. Ciò è fonte di grande avvilimento, perché noi pensiamo di consumare molto di più di quello che dice la app. Per esempio, in 9 minuti di tapis roulant a ritmo medio-basso, dice la app, consumi 50 micragnose calorie, mentre a te sembra di aver consumato tutto quello che hai mangiato a pranzo, a colazione e a cena la sera prima. La caloria percepita ha un valore molto più alto di quella reale e quando scopri che ti sei sopravvalutata come consumatrice di kjoule ti prende lo sconforto. D’altro canto, in un minuto riusciamo a mangiare comodamente un Bacio Perugina, che di calorie ne ha quasi 90. La caloria percepita qui invece è molto minore della realtà, perché il sapore svanisce subito ma le conseguenze restano sulla ciccia per (quasi) sempre. Se volessimo mangiare un Bacio al minuto, gesto atletico alla portata di tutti, dopo 9 minuti avremmo messo dentro 810 calorie, rendendo di fatto praticamente inutile fare attività fisica perché non ce la faremmo mai a portare il saldo calorico in negativo. La Natura è sempre maligna per noi poveri umani: perché la cioccolata è libidinosa ma ha un apporto calorico stratosferico mentre la zucchina lessa scondita è praticamente priva di calorie ma fa schifo? Non era meglio il contrario? e in ogni caso, non era meglio vivere in una beata ignoranza calorica e sudare senza sapere quanto consumiamo?

Ancora virtuale verso reale

Un altro servizio offerto dalla palestra sono i corsi virtuali. Una volta si andava in palestra anche per socializzare, per scambiare due chiacchiere, per vedere gente un po’ diversa dai soliti colleghi/amici/parenti. Ci si iscriveva a uno di questi corsi, che nel tempo hanno assunto nomi assurdi tipo Zumba step, Cardio Coreo, Body Attack ma gira che ti rigira sono sempre attività schiattapanza e schiattapolmoni. Adesso l’istruttore, pardon il trainer è proiettato su uno schermo e una voce monocorde ti dice quello che devi fare mentre questo pupazzo (non sono ancora riuscita a capire se sono persone vere oppure un cartone animato) ti mostra l’esercizio. Una tristezza infinita. Per fortuna questa moda è passata e sono tornati i trainer in carne, ossa e muscoli, anche se esiste anche una via di mezzo, cioè sullo schermo viene proiettata una seduta di allenamento, tenuta da tre istruttori in una palestra con gente vera che smadonna con loro e tu fai lo stesso dalla tua palestra. Ma non è la stessa cosa, a noi popoli latino ci piace sudare dal vivo, mica in differita con un oscuro trainer della California (sì perché questi video sono in inglese, tra l’altro).

L’inglese da palestra

Ecco appunto, l’inglese. Pare che per fare attività fisica sia imprescindibile una conoscenza della lingua del Bardo. Gli esercizi sono scioglilingua che sembrano brani del Beowulf e le macchine da palestra hanno nomi che sembrano presi da Finnegans’ Wake, per non parlare degli acronimi che per capirli ci vuole un corso di inglese, anatomia e ortografia, Qualche esempio? squat, plank, skip, rowing (ancora comprensibile) poi burpees, jacknife, dips, reverse crunch, up & ups e già qui la faccenda si fa cupa per poi oscurarsi del tutto con rear delt, curl man, bear walk. Una sezione a parte merita la parte internazionale con Russian Twist, French Press e Swiss Ball Rollout. E delle fantastiche quanto incomprensibili abbreviazioni come AMRAP, EMOM, TRX, HIIT, cardio PHA, ne vogliamo discutere? A mettere il carico a coppe su questa ondata di anglofonia estrema ci si mettono pure gli istruttori, pardon trainer, che ti dicono di SWITCHARE tra un esercizio e un altro, di fare per ultimo l’esercizio sul tappeto perché così SLIMMI di più, che la tua maglietta di tessuto sintetico non SMELLA troppo. Quando fanno così li metterei in ginocchio sui ceci e gli farei leggere tutte e tre le cantiche dantesche.

Yoko “Ano”

Antidepressivo efficace ed economico

Siamo a metà marzo, la frequentazione della palestra prosegue più o meno regolarmente e bisogna dire che qualche risultato si vede. Per il momento il fisico da Signora Rotondetta è scongiurato, anche se devo stare attenta anche all’acqua che bevo (sono una di quelle persone che ingrassa bevendo acqua, oppure al solo pensiero di addentare un croissant) e devo mantenere sveglio un metabolismo che ha frequenti crisi di sonnolenza. Ma fa niente, l’importante è muoversi e stare un po’ attivi. Nonostante la musicademmerda che purtroppo non si riesce a debellare, tipo Rápido Y Lento – ma mi raccomando con remix di Smoothies & Vazar che fa ancora più schifo – gli allenamenti proseguono bene, anche se a volte mi scoraggio un po’ perché, al pari delle calorie percepite, anche l’impegno percepito e quello reale quasi mai combaciano. In questi casi, quando la tristezza mi sta per ghermire, mi proietto nella mente la copertina dell’album (inascoltabile, per la cronaca) Two Virgins di John Lennon e Yoko Ono e guardo le chiappe di lei. Quando uscì l’LP Yoko aveva 35 anni e le natiche come le guance dei cani boxer. Io a 53 non sento ancora il desiderio di apparire sulla copertina di un disco.

Prossimo post: Gli AdP – L’istruttore, pardon, il trainer

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Gli Abitatori delle Palestre 2.0 – prima parte

Ed eccoci qua, le feste natalizie sono ormai un remoto ricordo sbiadito nella mente ma una tenace, seppur soffice e adiposa realtà su panza, fianchi e chiappe. Hai voglia a dire “mangio solo mezza fetta di panettone, assaggio solo mezza fetta di cotechino, prendo solo un pezzo di torrone”. Dopo la dodicesima mezza fetta di panettone, la decima mezza fetta di cotechino e un solo pezzo di mandorlato – versione veneta del torrone – ogni tre ore, un leggerissimo e vago senso di rimorso attanaglia l’uomo ma soprattutto la donna godereccia. Che fare, allora? quando costoro salgono sulla bilancia il visore non mostra un numero ma il seguente messaggio: per favore, uno di voi due scenda. Come comportarsi in queste circostanze? A riguardo ci sono due scuole di pensiero.

Diversi approcci alla pinguedine

Il primo è quello del chissene (o cazzomene, a piacere). A questa corrente filosofica appartengono quelli che, per l’appunto, non si fanno impressionare dalla lievitazione ponderale, se ne fregano con nonchalance e accettano come ineluttabile il fatto che il loro girovita abbia la stessa lunghezza del Giro d’Italia.

Il secondo approccio è quello del coccodrillismo. I seguaci di questa linea, dopo aver largheggiato con timballi, lasagne, cardone, risotti, faraone ripiene, arrosti, cotechini, lenticchie, pandori, torroni, frutta secca, spumante e alcolici vari, piangono calde e copiose lacrime di coccodrillo mentre cercano invano di chiudere la cintura dei pantaloni attorno a una ciambella adiposa simile ad un salvagente su cui manca solo la scritta MSC Crociere.

Mentre constatano che i buchi della cintura sono lontani anni luce rispetto a quelli usati prima delle feste, pronunciano la fatidica frase: “dopo le feste mi iscrivo in palestra”. Per alcuni è solo una formula detta per scaricarsi la coscienza, poi trovano una serie infinita di scuse e abbandonano il buon proposito davanti agli avanzi dell’ennesimo panettone (che fai, lo butti? è un peccato dai …). Altri, una minoranza, a dire la verità, addirittura lo fanno. Si iscrivono in palestra.

La transumanza dei penitenti

Il sette gennaio di ogni anno, nelle palestre di tutto lo Stivale si verifica il fenomeno del pellegrinaggio del peccatore. Alla spicciolata (i maschi) o in coppia (le femmine), i golosi pentiti, prima di decidersi, visitano due o tre palestre “per farsi un’idea”. Facendo parte della categoria coccodrillisti, anch’io ho effettuato la mia brava ricognizione. Al desk – mi raccomando, mai dire segreteria che è un termine cheap – mi accoglie una solerte impiegata dal sorriso prestampato dietro cui è facile leggere il sottotesto “eccone un’altra che si è scofanata anche l’albero e il presepe e adesso piange“. Gli spiego quello di cui ho bisogno (“mangiare di meno” pensa la Solerte ma non lo dice) e parte il pippone preconfezionato. Visita alla struttura, illustrazione di tutte le macchine a disposizione, spiegazione dei corsi, visita agli spogliatoi e gran finale con schemino dei costi mensili, trimestrali, semestrali e annuali. Il tutto in meno di dieci minuti, visto che dietro di me la folla dei contriti della caloria preme e la Solerte deve accontentare tutti.

In realtà sono recidiva, perché frequento le palestre fin dai tempi dell’Università, quando, assieme al mio prode compagno di allenamenti mi inerpicavo per le salite triestine a sudare e a smaltire il nervoso causato dalla Scuola Interpreti sollevando chili e chili su macchine che ai quei tempi erano veramente spartane, quattro pezzi di ferro e due manubri. Lo tsunami calorico del Natale, a dire la verità, è stato l’ultimo di una serie di campanelli d’allarme che mi ha fatto riconsiderare l’idea della palestra. Un po’ l’avanzare dell’età che mi avvicina sempre di più all’archetipo della Signora Rotondetta su cui ho già ampiamente pontificato, un po’ un lungo periodo di forzata inattività e un po’ anche il fatto che d’inverno è più facile stare al chiuso e fare il criceto sulla ruota con il tapis roulant invece che sfidare gli elementi atmosferici esterni: insomma tutte queste cose mi hanno indotto a ricominciare la frequentazione della palestra come luogo sociale. Ho ritrovato tutti i personaggi che la popolano e di cui ho già detto in precedenza: oltre alla suddetta Signora Rotondetta, ho ritrovato anche l’Armadio, la Topetta Aerobica, e anche il Signore Rotondetto. Ce ne sono anche altri, ma ogni cosa a suo tempo.

Bene, mi sono detta, dall’ultima volta che sono andata in palestra, nihil novi sub sole. Rassicurata da questa certezza, ho preparato tutti i cazzi & mazzi necessari e mi sono presentata per la prima seduta. Ma in realtà un po’ di novità ci sono.

in palestra la cosa più importante è essere in tinta con gli attrezzi

Virtuale verso reale

La palestra che frequento occupa un edificio che prima era una discoteca, il che ha diversi vantaggi e un solo – ma enorme – handicap. Superato il desk dove stazionano la Solerte e una collega, si accede ad un enorme ed arioso open space in cui sono ricavate varie aree (zona cardio, zona allenamento funzionale, zona rosa per sole donne, zona pesi) e l’impressione che ne ricavo è positiva, non c’è il solito attufamento di attrezzi in pochi metri quadrati e inoltre un’ampia vetrata permette di illuminare tutto con luce naturale, evitando quell’effetto bunker che mette sempre un po’ di angoscia. Un ottimo impianto di aerazione abbatte tutte le puzze solitamente aspirabili in questi locali, che coprono una gamma che va dall’aria viziata al sudore irrancidito. All’angolo opposto dell’ingresso, è rimasto il podio del dj, dove si alterano gli istruttori per mettere la musica e qui arrivano le dolenti note, nel senso letterale del termine. Forse è un residuo della funzione precedente dello stabile, un perverso genius loci musicale residente o non so che cosa, fa in modo che quando entro la Musica de Merda (MdM) imperversa senza pietà. Allenarsi per un’ora con una roba tipo Azukita, Later Bitches oppure Rica y Apretadita mi fa salire l’istinto omicida e queste non sono nemmeno le peggio. Ma vabbè, per spremermi le sudoripare posso anche fare uno sforzo di concentrazione. Però che palle.

Quello che si nota subito è che tutti i frequentatori della palestra hanno il naso ficcato dentro al cellulare. Pensavo che almeno qui la gente venisse per staccare un po’ dalla routine, per concentrarsi su qualcosa di diverso dal lavoro/famiglia/figli/casa ecc. Ben presto ho capito perché sono tutti intenti a fissare il display del telefono. Perché adesso ci si allena con le app, questi programmini che opportunamente collegati alle macchine o al cardiofrequenzimetro, sono in grado di darti una quantità di dati sulla tua condizione fisica che nemmeno gli astronauti che vanno in orbita. Per me, che ero rimasta all’idea romantica dell’allenamento “a sensazione” cioè che se sei stanca ti fermi, se hai fiato vai avanti, è stata una rivelazione. Ce l’avete presente la scena di uno dei tanti Rocky in cui Stallone deve sfidare Ivan ti-spiezzo-in-due Drago e si allena spaccando legna, correndo nella neve e alzando carretti mentre il suo avversario è allenato scientificamente in palestra con elettrodi attaccati dappertutto? Ecco, adesso anche il più sfisicato e scamorza degli AdP può sentirsi un ivandrago, grazie alla app che ti permette di sapere la frequenza cardiaca massima, media, minima, la percentuale di grasso bruciata e il consumo calorico. Manco dovessimo andare alle olimpiadi. Su questo ultimo dato, le calorie, vale la pena soffermarsi perché c’è sempre una differenza abissale tra caloria consumata e caloria percepita. [segue]

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Ovindoli Caput Mundi

Pensavo che Ovindoli fosse in provincia de L’Aquila, ma ieri ho avuto la conferma che la cittadina montana è in realtà il XVI Municipio Romano. Ovindoli è, a tutti gli effetti, un’enclave romana in terra abruzzese.

All’arrivo al piazzale Magnola, nonostante le piazzole del parcheggio siano ben segnalate da strisce blu nuove di zecca, le auto sono parcheggiate assolutamente ad cazzum. Tutti vogliono lasciare l’auto sotto la biglietteria ma la legge dell’impenetrabilità della materia impedisce che quattromila auto possano insistere sulla stessa area sufficiente per scarse duemila. Risultato: SUV e station wagon buttate lungo la strada, utilitarie messe di sguincio ed entropia diffusa.

In un parcheggio leggermente distante (e pertanto semideserto) dalla partenza delle seggiovie ma che ben presto si riempie di quiriti urlanti e completamente in balìa di se stessi, la famiglia-tipo romana finalmente riesce a lasciare l’auto. Come se l’abbondanza di parcheggio provocasse una specie di vertigine, il padre-guidatore parcheggia di traverso occupando tre posti invece di uno (e quando gli ricapita, di vedere tanto spazio?) e le attività propedeutiche allo sci hanno inizio. Il pater familias scarica l’auto ricolma di attrezzature, la madre tiene la fronte al figlio piccolo che, non abituato alle curve, vomita abbondantemente la colazione ingerita due ore prima, la figlia grande si attacca al cellulare e inizia a dare le coordinate a circa sedici amici, anche loro nella ridente cittadina. Sotto la direzione paterna, carichi come muli di sci, bastoncini, maschere, cappellini, guanti e burricacai (non è un passato remoto, ma un nuovo sostantivo plurale), la famigliola si incammina a piedi verso la biglietteria e le agognate piste. Nel frattempo la figlia continua a dare la posizione (“Stamo annà verzo ‘a telegabbina, voi ‘ndò state, che fate, a stronzi?”) mentre lo scarpone da sci, inadatto a camminare sull’asfalto, trincia senza pietà stinchi e malleoli di tutta la famiglia, che lascia già una striscia sanguinolenta sulla neve sporca mista a fango del parcheggio.

Altopiano delle Rocche (… Romane)

Alla base della “telegabbina”, c’è la riunione dei famosi sedici amici, che però non si schiodano perché a) manca “er briciola”, b)  devono aspettare “er patata” che “è annato a piscià” c)  “er sercio” è andato a noleggiare gli sci e ha trentadue persone davanti a lui. Dopo una mezz’ora buona di “aspetta tu che aspetto io”, si parte per i dolci pendii. E finalmente la moltitudine quirite si disperde per le piste, felice di essere all’aria aperta e di bruciare un po’ di energie che verranno subito reintegrate all’ora di pranzo. Infatti, già a mezzogiorno e mezzo, le piste si spopolano e i rifugi si riempiono. Perché la subdola strategia di accalappiamento del turista inizia ben prima dell’ora “che se magna”: già alle dieci, dalle cucine dei rifugi (collocati furbescamente all’arrivo delle seggiovie e sempre col vento che investe di aromi gli sciatori) si sprigionano profumi interessantissimi: soffritto di cipolla, arrosticino di castrato, sugo per lasagne e via di questo passo. Il romano medio, estremamente sensibile all’argomento, pianta gli sci a croce davanti al rifugio e sprofonda il popò nella bella panchina soleggiata del rifugio. Dopo aver ingurgitato pappardelle al sugo di cinghiale, arrosticini, patate fritte, dolce e caffè, lo sciatore, ebbro anche di qualche bicchiere di Montepulciano, si schianta come una balena spiaggiata sulla terrazza del rifugio e lì trascorre le ore più calde della giornata ad abbronzarsi. Poi, al calar del sole, riprende gli sci e rientra, satollo e felice, al parcheggio, contento di questa intensa giornata di sport, lasciando Ovindoli in uno stato penoso in quanto a cartacce, immondizia, aria satura di gas di scarico e abbandono generale.

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TIPI DI SCIATORI

Questa catalogazione di sciatore si trova sul web: un po’ datata (i riferimenti a Tomba!) ma sempre efficace.

Sciator OPTIMUS

  1. Prende il gancio dello ski-lift con una mano sola.
  2. In seggiovia fuma annoiato, non prende il sole, tiene gli sci penzoloni, scende dal seggiolino all’ultimo momento.
  3. Mangia un panino con lo speck, beve una coca-cola poi dice: “Vado perché è l’ora migliore e non c’è nessuno”. E va a farsi una discesa.
  4. Curva perfettamente da tutte e due le parti.
  5. Se cade, dà la colpa agli scarponi che non hanno retto la velocità.
  6. Scarponi: li infila con facilità, li toglie con leggerezza.
  7. Ha l’attrezzatura da un milione. Maggior spesa: gli occhiali.
  8. Quando alla TV vede cadere Tomba dice che è perché è male allenato.
  9. Se esce di pista è per farsi un canalone in neve fresca.

Sciator MEDIUS

  1. Prende il gancio dello ski-lift con due mani, a volte lo strangola.
  2. In seggiovia non fuma ma prende il sole, che è sempre alle sue spalle, a rischio di violenti torcicollo. Tiene gli sci sull’appoggio e per scendere si prepara tre piloni prima.
  3. Mangia zuppa di verdura, beve un quarto di vino e poi dice: “Vado perché è l’ora migliore e non c’è nessuno”. E va a dormire su una sdraio.
  4. Curva peggio da una parte, quasi sempre la sinistra.
  5. Se cade dà la colpa alle lamine, ma non sa cosa siano.
  6. Scarponi: li infila con ferocia, li toglie con odio.
  7. Ha l’attrezzatura da un milione. Maggior spesa: la giacca a vento.
  8. Quando alla TV vede cadere Tomba dice che è perché ha sbagliato il peso sullo sci interno.
  9. Se esce di pista è per farsi una pisciata.

Sciator CAPRINUS

  1. Prende il gancio dello ski-lift nei coglioni.
  2. In seggiovia se fuma fa cadere un guanto, se prende il sole fa cadere gli occhiali. Per scendere dal seggiolino si prepara dieci secondi dopo la partenza, viene preso dal panico sei piloni prima dell’arrivo, momento in cui perde un bastoncino e con l’altro tenta di accecare l’inserviente.
  3. Mangia polenta e salsiccia, beve quattro grappini e poi dice: “Vado perché è l’ora migliore e non c’è nessuno”. E va al cesso.
  4. Curva peggio da una parte, quella dove ci sono gli ostacoli.
  5. Se cade dà la colpa ad un lastrone di ghiaccio, anche con due metri di neve fresca
  6. Scarponi: glieli infilano gli amici, glieli tolgono gli infermieri.
  7. Ha l’attrezzatura da un milione. Maggior spesa: gli sci da gara.
  8. Quando alla TV vede cadere Tomba gode.
  9. Se esce di pista è per schiantarsi contro un albero.

SNOWBOARDER

  1. Ski-lift: che palle!
  2. In seggiovia fa in modo di salire sempre da solo, si rolla una canna, si sdraia a prendere il sole fino al punto dove la seggiola passa sopra un panettone di neve fresca, dove si lancia nel vuoto ululando di gioia.
  3. Non mangia e non beve perché non ha tempo per queste cazzate.
  4. Non curva, carva!
  5. Se cade è per far vedere all’amico principiante che tutto sommato fa parte del gioco
  6. Scarponi: li infila al mattino li toglie la sera.
  7. Ha l’attrezzatura da un milione. Maggior spesa: la bandana.
  8. Quando alla TV vede cadere Tomba dice che è perché usa l’attrezzo sbagliato: gli sci.
  9. Se entra in pista è per andare al bar a farsi un bombardino.

Sciator MILANESIS

  1. Si incazza se non c’è l’omino che gli passa il gancio dello skilift, visto che ha pagato anche per quello.
  2. In seggiovia, rompe i coglioni lamentandosi che la neve non è come a St. Moritz, che gli impianti non sono come ad Avoriaz, che gli alberghi non sono come a Cortina, eccetera eccetera.
  3. Mangia polenta e capriolo, si incazza con la cameriera perchè non gli fa la fattura scaricabile come spesa di rappresentanza, poi dice: “Vado perché è l’ora migliore e ci sono tutti” e si mette a fare a pallate di neve con gli amici in mezzo alle ragazze che prendono il sole.
  4. Curva solo a due centimetri di distanza dagli altri sciatori, badando bene di sollevare quanta più neve possibile.
  5. Se cade si incazza con qualcuno che, secondo lui, gli ha tagliato la strada.
  6. Scarponi: non li toglie nemmeno in albergo (con quello che li ha pagati).
  7. Ha l’attrezzatura da cinque milioni. Maggior spesa: il gel per le labbra.
  8. Quando alla TV vede cadere Tomba dice che è perchè è un coglione di Bologna.
  9. Se esce di pista è per esibirsi in un salto acrobatico (nel campo scuola).

Sciator PUGLIESIS – PARTENOPAENUS

  1. Sullo skilift, chiama a gran voce l’amico che sta tre ganci più avanti per raccontargli la sua ultima cagata.
  2. Blocca tutta la coda della seggiovia perché deve aspettare gli amici che sono rimasti indietro.
  3. Fa spostare dodici persone per organizzare la tavolata comune (tre famiglie con bambini), estrae pane-formaggio-cioccolata in quantità industriali, fa casino, mena i bambini che fanno casino, poi dice: “Andiamo perchè è l’ora migliore e non c’è nessuno” e organizza una partita a calcetto sulla neve.
  4. Curva solo se la moglie lo sta riprendendo con la telecamera.
  5. Se cade cerca di coinvolgere quante più persone possibili e fa chiamare l’elicottero del soccorso.
  6. La cerimonia di chiusura degli scarponi coinvolge tutta la famiglia e ha un costo (in tempo e bestemmie) paragonabile allo scavo di una trincea in Cecenia.
  7. Ha l’attrezzatura da un milione. Maggior spesa: il cellulare.
  8. Quando alla TV vede cadere Tomba, bestemmia ad alta voce.
  9. Se esce di pista è per far pisciare il bambino.
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A Kind Of Magic

Alla fine sono andata a vederlo. Quando è uscito, alla fine di novembre, non mi sono precipitata al cinema, né mi sono troppo interessata a recensioni o a commenti. Quando una, tipo me, è fan sfegatatissima di Freddie Mercury e dei Queen, dopo che ha consumato i loro LP (sì, sono della generazione che acquistava – con molta parsimonia, visto che costavano un occhio della testa – i Long Playing), se li è ricomperati tutti in versione CD e adesso li ascolta in loop su Apple Music, dopo tutto questo e altro, vedere Bohemian Rhapsody, il biopic sulla vita del tuo idolo è sempre un rischio. Perché pensi sempre di rimanere delusa da quello che vedrai, perché forse verrai a sapere cose che non ti piacciono e perché, in ultima analisi, ti chiedi ma come si è permesso il regista di raccontare la vita della tua band preferita. La telefonata entusiasta della mia amica Claudia ha fugato ogni dubbio e dopo aver precettato il prode Giuseppe, ho preso il coraggio a due mani e sono andata al cinema sotto casa.

I film del lunedì, Alfredo Mercurio e Sorrisi & Canzoni

Negli anni ’70 il Primo Canale della Rai trasmetteva il “film del lunedì“. A quei tempi di monopolio assoluto, la Rai trasmetteva ciofeche inimmaginabili, tanto mica c’erano problemi di Auditel. Erano addirittura i tempi in cui un triangolino bianco sullo schermo ti avvertiva che sull’altro canale stava per iniziare il programma. Pensa tu. Eravamo ancora allo stato primordiale della trasmissione televisiva e ci propinavano di tutto. Quello ci toccava e punto.

Western antichi come la dichiarazione d’indipendenza americana, commedie in bianco e nero con Totò, intervallati da qualche film d’autore ma in generale il livello era un po’ terra terra. Ogni tanto, ma proprio tanto tanto, veniva trasmesso un ciclo di film con un senso, non titoli buttati lì a pene di segugio. Il ciclo dedicato a quel genio di Billy Wilder era introdotto da una sigla cantata da un gruppo mai sentito prima. C’era questo cantante dalla voce operistica che intonava una specie di preghiera gospel di una bellezza inaudita, con un arrangiamento da urlo e una chitarra che faceva venire i brividi da quanto era tosta. Grazie alla Rai avevo sentito per la prima volta Somebody To Love, una delle canzoni più belle in assoluto non solo dei Queen ma della storia della musica pop. Quattro minuti di canzone ed ero già diventata Queen-dipendente. Con l’aiuto della mia amica Angelica, con cui dividevo il banco della scuola media Vittorino Da Feltre, i pomeriggi di studio e le pedalate in bicicletta (io pedalavo, lei in piedi dietro alla Graziella – già da subito si erano definite le gerarchie, chi suda e chi si fa portare), sono riuscita a mettere mano al testo della canzone. Sorrisi & Canzoni, giornale becerissimo (ancora oggi), era allora l’unico strumento per poter conoscere i testi delle canzoni straniere, una specie di prototipo molto rudimentale dello Shazam di adesso.

Se la musica era bellissima, le parole lo erano ancora di più. Io e A. traducevamo tutto, quello che non capivamo ce lo facevamo spiegare dal papà di Angelica, affascinante portiere d’albergo e poliglotta naturale. Ma tradurre tutto tutto tutto non è sempre una scelta felice, perché tutte e due, innamorate pazze di quel cantante dalla voce poderosa e dal sex appeal inarrestabile, a sapere che in italiano si sarebbe chiamato Alfredo Mercurio, beh, non faceva certo un effetto inebriante. Ma a noi non ce ne fregava niente, Alfredo Mercurio o Freddie Mercury o Termometro al Mercurio non faceva differenza: ci piaceva come si muoveva, come si vestiva, con quelle tutine a scacchi bianchi e neri, con i pantaloni di pelle e il chiodo senza la maglietta sotto. Emanava testosterone a spruzzo e grandissima energia. Nella seconda metà degli anni 70 uno figo così sfacciato non si era mai visto sulla scena musicale. Da noi c’era Renato Zero che si vestiva di strass e si truccava la faccia come Bowie ma sembrava un’imitazione del Pierrot triste del circo fatta in stile Alighiero Noschese. Uno squallore totale. Molto meglio Freddie.

Live Aid

Il film si apre con Freddie che si prepara per raggiungere lo stadio di Wembley per il Live Aid. Non so come sia successo, ma nel rivedere il logo del concerto – la chitarra a forma di Africa – le immagini di repertorio di Diana e Carlo che prendono posto, la folla che riempie il catino dello stadio – mi sono salite le lacrime agli occhi per l’emozione. Appartengo al genere di persona che ha un topo morto al posto del cuore e pertanto è molto difficile che esterni in modo plateale, e invece piangevo come una vigna tagliata. Complice il buio confortevole della sala, ho sfogato senza ritegno la mia emozione. Perché è successo? perché nel 1985 avevo vent’anni e adesso più del doppio? non credo, adesso sono molto più serena e realizzata di trent’anni fa, non è quello. Perché la bellezza del ricordo di un evento così epocale è riemerso così netto? Non lo so, non riesco a dare una spiegazione razionale. So solo che quando l’emozione ti cerca, ti devi far trovare. E ti devi far travolgere.

I venti minuti dei Queen al Live Aid sono passati alla storia come la miglior performance di tutto l’evento e io, spalmata sul divano di casa, sopravvissuta alla prima micidiale mitragliata di esami all’università, mi godevo lo spettacolo, avevo l’impressione che suonassero per me. Perché nel frattempo li avevo seguiti passo passo, gustandomi album pressoché perfetti (A Day at the Races, News of the World, Jazz) e anche mezzi passi falsi (Hot Space), le colonne sonore (Flash Gordon, la splendida Love Kills di Metropolis e A Kind of Magic – Highlander) e via via tutto il resto. Quanto mi sarebbe piaciuto assistere ad un loro concerto, ma mi sono dovuta accontentare delle registrazioni dal vivo (Live Killers, Live Magic e il monumentale Live at Wembley ’86) che comunque sono una bella consolazione.

Who wants to live forever

A riascoltare alcuni brani adesso, danno l’idea di essere un po’ datati, con arrangiamenti un po’ barocchi e pesantucci mentre le canzoni più rockettare non hanno perso un grammo di smalto ed energia. La voce di Freddie è rimasta immutata, energetica e potente e ogni volta che la ascolto, mi da un senso di conforto, una voce “amica”. Lo stesso senso di conforto che ho provato vedendo il film, che ha qualche sbavatura melensa (tipo il vecchio padre che abbraccia il figlio prima di andare a Wembley per il Live Aid è un po’ una boiata) mentre mi è piaciuta l’idea di far finire il film al 1985, evitando così l’effetto “santino” di tante biografie trasposte sullo schermo. Sono uscita dal cinema ancora più fan sfegatata, cantando a squarciagola. Freddie non c’è più, ci sono la sua musica e la voce e quelle sì che vivranno per sempre, proprio come Connor McLeod, l’ultimo Highlander.

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Protetto: Ritorno al futuro ovvero il richiamo della porchetta

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Cofanetto o pacco? (parte seconda)

Il Direttore (con la D maiuscola), bloc-notes alla mano e voce impostata alla Vittorio Gassman, inizia a descrivere quanto compreso nel cofanetto smart-emotion-gift-wonder-box. I presupposti non sono male, e comunque, vale sempre la filosofia del caval donato eccetera eccetera. Bene, si comincia con un piatto di salumi locali e verdure calde come antipasto, abbastanza buoni ma niente di che. Questa regione, sotto il profilo gastronomico, può dare di più. L’antipasto viene servito quasi subito, il che fa presagire un servizio veloce (e vorrei anche vedere il contrario, con il locale vuoto). Sarà una pia illusione. Dopo gli stuzzichini, passa una mezz’ora abbondante di vuoto pneumatico, durante la quale non si vede un’anima creata per tutto il locale. Probabilmente in cucina c’è la tv e tutto lo staff sta seguendo la partita. Va a sapere. Inganno l’attesa conversando amabilmente con il prode G.,  ammirando il puro stile anni ’70 del locale, l’incongruenza delle ruote di carretto appese alle pareti sopra i tavoli riccamente drappeggiati manco fossimo a Versailles. Si passa dai lampadari con le gocce di vetro a tutti i parafernali di arredamento che non si trovano più nemmeno nei mercatini dell’usato, come ad esempio i quadri a olio in stile Teomondo Scrofalo.

Il bevitore di Teomondo Scrofalo (foto di Andrea Spinelli)

All’intervallo tra il primo e il secondo tempo della partita, si presentano ben due camerieri, quello di prima e una ragazza molto più giovane, forse per compensare l’assenza della mezz’ora precedente. E qui succede una cosa assurda: i camerieri si litigano i piatti sporchi da portare via. Il cameriere senior ostacola la cameriera junior con gomitate e spallate e lei invece, indomita, lo attacca ai fianchi e cerca di disorientarlo con finte e movimenti surrettizi. Forchette e coltelli ondeggiano pericolosamente qua e là ma per fortuna nessun ferito grave. Sembra una candid camera. Osserviamo allibiti la scena ma evitiamo accuratamente di guardarci in faccia, perché scoppieremmo a ridere e sarebbe indelicato nei confronti di questi due che, per quanto scalcinati, sono  lavoratori che si stanno guadagnando da vivere. La scena comunque resta paradossale.

Dopo forse un’ora, arriva l’assaggio dei due primi previsti dal cofanetto: anellini alla pecorara e ravioli. Per questi ultimi in Abruzzo c’è una specie di venerazione, ho capito che sono una specie di comfort food regionale, anche di più degli spaghetti alla chitarra e che quando te li portano è come se madonna che cosa ti stanno servendo. Purtroppo per entrambe le pietanze la pasta è “tenace”, rimbalza sui denti come il Big Babol (e in più è anche sciapa) il sugo di pomodoro ha una punta di acido e insomma, l’entusiasmo iniziale si spegne nel tossico anonimato dei piatti. Siamo perplessi – molto – quando arriva il secondo di carne, dopo un intervallo in cui a G. si  è visibilmente incanutito il pizzetto e a me è venuto il prolasso del cremastere. Poiché i camerieri sono pressoché muti, mi faccio coraggio e chiedo che tipo di carne viene servita. La ragazza mi guarda come se le avessi chiesto la formula della sintesi dell’ammoniaca assieme al sesto canto dell’Eneide da recitare a memoria. Mi rendo conto del disagio che ho provocato e provo a fare ammenda dicendo “Manzo?” (mi adeguo allo stile asciutto del personale). Lei per un attimo si congela, guarda in aria come se sul soffitto bucciato e impolverato da secoli fosse scritta la risposta e finalmente annuisce sollevata. Sempre facendo a pugni con il collega (ormai tra di loro è un incontro di boxe thailandese) mi sfila il piatto sporco da sotto il naso facendo marameo all’avversario. Inutile a dire che invece di manzo, si tratterà di agnello al forno, una povera bestia che nella teglia ci ha trascorso più tempo del dovuto, a giudicare dal colore, dalla consistenza e dal sapore. La saudade ormai dilaga nel mio cuore, nei miei polmoni e in tutti gli organi interni, in particolare nello stomaco che è il più triste di tutti. Ve la faccio breve ma in realtà i tempi sono dilatatissimi, tanto che ho pensato di essere caduta in mano alla rediviva anonima sarda. Solita rissa per togliere i piatti e arriva il dessert, una serie di bicchierini di mousse dello stesso sapore, consistenza e colore della malta cementizia. Ma vabbè, a caval donato eccetera eccetera…. no, stavolta a caval donato un paio di ciufoli. (Pregasi notare l’eleganza della metafora: avrei preferito dire stocazzo ma poi dopo mi dite che sono volgare).

A mezzanotte passata (eravamo arrivato poco prima delle nove) veniamo rilasciati, previo pagamento di un riscatto di 32 € per quanto non espressamente incluso nel box.  La nottata è mite, dal belvedere del paesello si gode una splendida vista sulla costa e due passi, sia per raddrizzare una serata che di romantico – nel senso tradizionale del termine – ha avuto poco, sia per far calare la malta cementizia che sta facendo presa nello stomaco, sono quasi obbligatori. La passeggiata digestivo-romantica fa il suo dovere e ce ne possiamo tornare a casa, provati nel fisco e nello spirito dall’esperienza “cofanetto”.

Qualche considerazione a margine. 1) Un locale che è in attività da un certo numero di anni, ad un certo punto ha due possibilità: o si rinnova completamente, sia nel menù che nella struttura oppure punta a diventare locale caratteristico seguendo la tradizione in modo filologico. Qui non è successa nessuna delle due cose, l’antico è vecchio, il tradizionale è banale e la tipicità è quella del discount. 2) il cofanetto è un tipo di promozione, una pubblicità che servirebbe – a mio parere – ad attirare nuovi clienti ma se ci trattate così dubito tanto che qualcuno mai tornerà da voi, cari ristoratori, io no di sicuro, anche perché ci abbiamo dovuto pagare “a sopra” ben 32 € per due calici di vino e un dessert che aveva la stessa età del codice di Hammurabi. 3) La sensazione di essere stati trattati come clienti di serie B (ma anche C, D e tutte le lettere dell’alfabeto fino alla zeta) c’è, ma non avendo un termine di paragone, rimane solo un’ipotesi. Di ritornare in questo locale è invece un’ipotesi da scartare all’istante.  4) Infine, una nota linguistica: d’ora in poi, quando leggerò BOX su qualche cadeau preconfezionato, nella mia mente non lo abbinerò alla parola cofanetto ma alla più immaginifica pacco.

 

 

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Cofanetto o pacco? (parte prima)

A maggio, per il compleanno, il prode G. ha ricevuto uno di quei cofanetti smart-emotion-gift-wonder-box  tanto di voga in questi tempi in cui la gente non ha né tempo né tantomeno voglia di sbattersi per trovare un’idea decente per un regalo. Per chi non lo sapesse, questi cofanetti altro non sono altro che dei buoni prepagati per usufruire di varie “esperienze” che possono spaziare dalla giornata alle terme alla cena tipica, dal volo col parapendio al soggiorno in un castello medievale. Al prode G. è toccata la “Cena Romantica”, e di rimbalzo tocca anche a me, la persona meno romantica sulla faccia dell’orbe terracqueo. Sul coperchio del cofanetto una coppia (etero, per la precisione) è seduta a tavola su una specie di molo barra imbarcadero barra passerella barra pontile prospiciente una specie di fiordo norvegese, mentre sul tavolo troneggiano una serie di orpelli molto poco allettanti, a meno che degustare tulipani sia le dernier cri in fatto di mode gastronomiche. Un lontanissimo presagio di sòla mi stuzzica dietro l’orecchio ma vabbè, a caval donato eccetera eccetera.Dentro il cofanetto c’è un opuscolo pesante come un asino morto, tutto in carta patinata e con fogli spessi un dito che elenca, regione per regione, le strutture aderenti al circuito smart-emotion-blablabla. Mi fiondo subito alla pagina dell’Abruzzo e con somma delusione scopro che, al contrario delle altre regioni, che offrono almeno una decina di alternative, qui si può scegliere tra ben tre ristoranti, di cui uno aperto solo d’estate, l’altro con due poco lusinghiere palle su TripAdvisor e il rimanente vicino a casa. La scelta cade forzatamente, su quest’ultimo: si tratta di un locale molto gettonato dagli americani della P&G, il che la dice lunga sulla qualità della proposta gastronomica, ma l’alternativa era andarsi a “catafottere” – come direbbe Salvo Montalbano – o nelle Marche o nel Lazio e quindi prendere o … prendersela (in quel posto). Ma vabbè, a caval donato eccetera eccetera (e due).La serata prescelta coincide con una finale di coppa di qualcosa ma a noi, non essendo contagiati da febbre tifoide per il calcio, poco ce ne frega. Infatti tutto il resto dell’umanità è incollato al video – compresa, ma lo scopriremo solo vivendo, anche la brigata da cucina del ristorante. L’insegna luminosa del locale – con qualche lettera spenta, cosa che mi mette un po’ di tristezza (R I S – O R – N – E  sembra una partita a Scarabeo) è composta da un font che mi ricorda vagamente la copertina di Yellow Submarine, un effetto tipo questo:che, obiettivamente, ha un look un po’ datato. La tristezza aumenta, impercettibilmente ma aumenta. A metterci il carico a coppe, il nome del locale contiene in sé un che di antico. Personalmente diffido dei locali che nel nome hanno parole come “vecchio”, “antico” “nonno/a”, perché il più delle volte, l’antichità è solo millantata, come se la vetustà fosse automaticamente garanzia di qualità (il più delle volte non lo è). Ma è una pippa mentale mia e lasciamo perdere. Tuttavia, nel corso della serata scopriremo – ahinoi – che non è solo il lettering e la denominazione ad accusare l’età.Ma andiamo con ordine. Entriamo in una specie di piccolo atrio buio dal quale, sulla destra, si intravedono i servizi igienici, splendenti nel loro bianco nitore ceramico. Cominciamo bene. Dopo pochi passi raggiungiamo l’ingresso vero e proprio del ristorante, alle cui pareti sono appese numerose foto autografate di “gente dello spettacolo” di piccolo-medio cabotaggio, personaggi che avevano raggiunto una certa notorietà negli anni ’70 e ’80 e che adesso mi guardano con uno sguardo congelato tra l’atterrito e il sorpreso. Mario e Pippo Santonastaso, Ric & Gian, Mario Tessuto, Jimmy Fontana, Rita Pavone, insomma ci siamo capiti. Il barometro della tristezza vira decisamente verso la bassa pressione. Ci accoglie un cameriere – della stessa età apparente dei VIP fotografati – vestito di tutto punto che, nel più classico stile indigeno si avvicina senza proferire verbo ci si para davanti. Dichiariamo subito che siamo venuti per sfruttare un cofanetto smart-emotion-blablabla al che la mummia, con voce incolore, esala: «Allora vi chiamo il Direttore».Cazzarola. Qui la faccenda si fa seria. Non so come valutare questa scesa in campo del manager del ristorante, se intenderla un segno di particolare attenzione nei confronti dei clienti smart-emotion-blablabla oppure esattamente il contrario, cioè un trattamento riservato alla categoria “poracci-che-si-fanno-offrire-la-cena-dagli-amici”. Nel mentre che soppeso le due alternative, procede verso di noi un signore dall’aria sussiegosa e altera che non fa il paio con la stazza da sollevatore di pesi kazako ma soprattutto con il vestito, un doppiopetto dal taglio “vintage” e con la stoffa lucida e consunta in più punti. Ci scorta nella sala principale, arredata con table habillée degne del Re Sole e con le pareti completamente coperte da piatti del buon ricordo. Il mio tristezzometro, cioè lo strumento che misura la percentuale di malinconia in un essere umano è ai minimi storici. Ma vabbè, a caval donato eccetera eccetera (e tre). Con un gesto plateale il direttore pesista kazako ci indica un tavolo nella sala completamente vuota, ad eccezione per un’altra coppia. La serata più gastronomicamente assurda degli ultimi vent’anni è solo all’inizio.

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