Il Mostro Inviato a Tranvate Sul Membro, il paese della brugola

Tranvate sul Membro, 13 maggio 2017

Perché visitare Parigi, Londra, New York? Perché cercare lontano quello che avete qui, a portata di mano? (come cantava il grande Edoardo Bennato). Il vostro Mostro abbandona le rotte consolidate del turismo di massa e solo per voi cari lettori – lo so, è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare – ha visitato uno dei numerosi e bellissimi borghi italiani, tanto affascinanti quanto sconosciuti: Tranvate sul Membro, in Lombardia.

CENNI STORICI


Tranvate sul Membro è un antico insediamento longobardo risalente all’interregno della regina Gundeperga (VII sec. d.C.), situato sul Membro, fiume caratterizzato, nei pressi del paese, da un corso sinuoso e involuto tanto da farlo sembrare un organo riproduttore maschile, da cui il nome. Il nome antico del fiume è Bigolundus, da cui il nome degli abitanti, i bigolini o più modernamente, tranviesi. Il nome Tranvate è recente, in quanto il sito, ad alta vocazione industriale, ospita un gran numero di officine metalmeccaniche per lo più adibite alla costruzione di convogli prima tranviari e poi ferroviari. L’antico nome longobardo della cittdina era invece Brugulundi, cioè terra di Brugulprando re, nome che, con molta probabilità – ma le fonti non sono certe –  ispirò Leonardo Da Vinci per nominare l’utensile da lui inventato durante un suo breve soggiorno in questo paese: la brugola.

Nel Codice Atlantico sono state infatti ritrovati schizzi della brugola, attrezzo che tutti noi oggi

La pagina del Codice Atlantico di Leonardo che contiene il primo disegno della brugola (Milano, Biblioteca Ambrosiana)

usiamo quando dobbiamo montare, ad esempio, un mobile dell’IKEA. Il genio di Vinci così la descrive:

trattasi di humile benché utilissimo istromento atto a fissare tutte quelle parti che abbisognano di serraggio securo et affidabile. Ideai la sua hexagonale conformatione affinchè il suo uso risulti facillimo anche per coloro i quali non abbiano domestichezza con l’arte del montaggio delle suppellettili scandinave.

PANORAMICA


Bene, dopo questo breve excursus storico-geografico, iniziamo la nostra visita e imbocchiamo la via principale del paese, viale Egidio Brugola. Lo stile architettonico più diffuso nel paese è il tardo post-industriale con elementi di dadaismo, poiché gli antichi insediamenti longobardi e in seguito rinascimentali sono stati abbattuti per fare spazio ai tipici capannoni con lucernario a shed. Infatti l’industrioso tranviese ama riprodurre nella dimora privata lo stile aziendale che tanto ama. L’interno delle case rispecchia l’ambiente aziendale: bagni divisi per maschi e femmine, armadietti in metallo al posto delle cabine armadio e curiosamente, le case non hanno la cucina, ma ogni isolato è servito da una mensa aziendal-domestica.

La pianta del paese è molto semplice: il corso principale presenta una sola curva a gomito a destra e prosegue per altri 500 metri, alla fine dei quali è possibile ammirare il monumento alla brugola, una riproduzione in iridio del famoso attrezzo, che si trova antistante il celeberrimo “Museo dell’utensile” (aperto da martedì a domenica dalle 10 alle 20, ingresso € 8,00, ridotti € 6,50 con la BrugolaCard).

Nonostante la semplicità della sua topografia, il paese rappresenta un insieme gradevole e ben equilibrato, che vale sicuramente la pena di visitare. In particolare, per i suoi trascorsi industriali, Tranvate sul Membro è meta di elezione per metalmeccanici, fabbri, ferrotranvieri e semplici estimatori del fai-da-te meccanico.

GASTRONOMIA


Assolutamente da provare i brugolini, spaghetti speciali di sezione esagonale conditi con l’olio esausto proveniente dalle macchine utensili, una vera eccellenza gastronomica della zona. Da bere, un ottimo vino dal forte retrogusto metallico, il Burgundibus, proveniente da vitigni di Bonarda e Cabernet franc.

EVENTI


Nella prima settimana di settembre si tiene la Sagra della Brugola, con gare di velocità di avvitamento di viti, elezione di Miss Brugola, gara di resistenza a tranvate sui membri (solo per gli uomini) e concorso di riciclo creativo dell’avanzo da mensa aziendale.

GEMELLAGGI


Tranvate sul Membro è gemellata con Harford, Connecticut, U.S.A. dove si trova lo stabilimento della Allen Manufacturing Company, l’azienda che per prima ha distribuito la brugola negli Stati Uniti.

CURIOSITA’


A Tranvate sul Membro è stato dedicato il celeberrimo cruciverba de “La Settimana Enigmistica” Una gita a … ” n. 4433.

Il Mostro Inviato vi ringrazia per la lettura e vi esorta a visitare Tranvate sul Membro, il paradiso della brugola.

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Borsa lettori 2019

Da un po’ di tempo il bollettino della borsa lettori manca su VV, ma il motivo non è la mancanza di letture, piuttosto la mancanza di letture buone. L’inizio dell’anno scorso era stato caratterizzato da una mitragliata di boiate che mi era passata la voglia di parlarne. Poi nel corso dell’anno la situazione si è raddrizzata, per fortuna, e comunque ogni tanto bisogna anche leggere cose brutte, così poi si apprezzano di più quelle belle veramente. Ecco una selezione del meglio e del peggio: dal caffè di cicoria al caffè del Pedrocchi passando attraverso una serie di bevande di sapori intermedi.

Ciofeche illeggibili (the worst of)

Quando queste porcherie sono scritte da autori che ho amato tantissimo, tipo Isabel Allende, il dolore è proprio tanto. Come ben sanno i fan della scrittrice cilena, la Allende inizia a scrivere i suoi libri sempre in una data precisa. L’otto gennaio c’è ogni anno, ma le vorrei dire che non è obbligatorio scrivere un libro ogni anno, specialmente quando le idee sono poche e ben confuse. Oltre l’inverno (traduzione di Elena Liverani, Feltrinelli, € 18,50 cartaceo, € 6,99 ebook) è un libro inutile, con una trama debole – dovrebbe essere un thriller ma non ce la fa – i personaggi stereotipati e l’ambientazione lontana anni luce dalla solita baraonda colorata e imprevedibile cui Isabelita ci ha abituato. Qualità del caffè in abbinamento: caffè americano lungo con saccarina.

Le assaggiatrici di Rosella Postorino (Feltrinelli, € 17,00 – € 9,99) ha vinto il Campiello nel 2018. Resta un mistero come abbia fatto perché questo romanzo, che ha uno spunto veramente originale e notevole, raggiunge le vette narrative dei pensierini di seconda media. Le assaggiatrici del titolo sono delle disgraziate che assaggiano i pasti di Hitler due ore prima di lui, per evitargli avvelenamenti. Da dire e da intrecciare le storie ci sarebbe molto, ma i personaggi sono appena abbozzati (e male), la trama inesistente e tutto scorre in un piattume veramente imbarazzante. Qualità del caffè in abbinamento: sciacquatura di piatti.

Altra delusione viene da Andrea Vitali, di solito garanzia di divertimento o comunque, di scrittura scorrevole e gradevole. Documenti, prego (Einaudi Stile Libero Big, € 13,00 -€ 7,99) racconta un incubo vissuto da un uomo qualunque, ma l’incubo lo vivono i lettori tra pagine di descrizioni piatte, monotone e un po’ pesanti. Qualità del caffè in abbinamento: caffè d’orzo del discount senza zucchero.

Altre tristi letture sono state Accendimi di Marco Presta, abbandonato per eccesso di tristezza, Le otto montagne di Paolo Cognetti, inconsistente e prevedibile, Sara al tramonto di Maurizio De Giovanni. Dopo questa raffica di ciofeche, per fortuna è arrivata la riscossa.

Da meditazione

Oltre ai romanzi, nel 2019 ho letto anche qualche libro di crescita personale, come ad esempio Riconquista il tuo tempo di Andrea Giuliodori (BUR Rizzoli, € 15 – € 8,99) un volumetto agile che da tantissimi spunti pratici e concreti per ottimizzare la risorsa più importante che abbiamo a disposizione. Bevanda di accompagnamento: cioccolata calda in tazza.

Un altro libro che mi ha quasi commosso è stato Volevo solo pedalare di Alex Zanardi (BUR Rizzoli, € 13 – € 7,99). La storia di Zanardi è nota, però raccontata da lui con autoironia, basso profilo e semplicità è una lezione di vita e di positività. Dopo la lettura, la frase magica “Ancora cinque secondi” è diventato il mio mantra. Lettura consigliatissima. Bevanda da abbinare: caffè al ginseng o un bel guaranito.

Meno interessante e poco sistematico 21 giorni per rinascere di Berrino, Lumera e Mariani (Mondadori, € 20 – € 7,99) un ammasso di informazioni o troppo specifiche o troppo generiche per un percorso che invece dovrebbe essere semplice e di facile accesso. Decisamente no. Bevanda da abbinare: una bel bibitone a base di gialappa.

Bene ma non benissimo

La versione di Fenoglio di Gianrico Carofiglio (Einaudi, € 16,50 – € 9,99) è un bel libro, però convince poco. Un po’ troppo didascalico, troppo lezioncina preconfezionata e con poca anzi pochissima tensione narrativa. Si legge con facilità, ma alla fine si ha la sensazione che manchi qualcosa. Dodici rose a Settembre (Sellerio, € 14 – € 9,99) invece, di roba dentro, ne ha fin troppa. Maurizio De Giovanni sembra voler dimenticare la sua vena lirica che tanto abbiamo apprezzato nei libri di Ricciardi, per scatenarsi in una sarabanda lessicale colorata e caciarona. Ecco, va bene, ma troppo. Troppi aggettivi, troppe descrizioni, troppo colore. Troppo tutto. Verso la metà del libro i toni riprendono un andamento più normale, seppur sempre sopra le righe, ma perlomeno su livelli accettabili. Sicuramente Gelsomina Settembre e il suo “problema numero uno” diventeranno i beniamini dei fan disoccupati di Ricciardi e Domenico “chiamami Mimmo” Gammardella un archetipo di bellezza & tontonaggine.

L’isola sotto il mare (traduzione di Elena Liverani, Feltrinelli € 10 – € 6,99) mi ha parzialmente riappacificato con la Allende, che qui ritrova il passo e il ritmo suoi tipici. Una lettura gradevole e scoppiettante, come siamo abituati. Però, dopo tante storie lette, come apri il libro sai già quello che ti aspetta: una storia di riscatto, il patriarca stronzo, la puttana di buon cuore, l’amore contrastato e tutto il corredo di personaggi secondari (il medico, la curandera, il militare, il rivoluzionario). I libri della Allende sono diventati come il film di Woody Allen, che ne sforna a nastro, a uso e consumo dei fan. Adesso la aspetto al varco con Lungo petalo di mare, che so già che mi piacerà, perché poi alla fine l’incanto della sua scrittura conquista sempre.

Aurora consiglia Anni lenti di Fernando Aramburu

Dulcis in fundo

Le famiglie allargate, sgangherate ma pur sempre punto di riferimento sono l’argomento preferito di Lorenzo Marone, che in Tutto sarà perfetto (TEA € 16,50 – € 9,99) e La tristezza ha il sonno leggero (TEA € 16,90 – € 9,99) racconta la bellezza degli affetti, anche se sono imperfetti e dai contorni confusi. Sono letture apparentemente scanzonate che in realtà trasmettono messaggi profondi e universali, con lo stratagemma della leggerezza e dell’ironia. Un autore che ha mantenuto le promesse scoppiettanti del suo esordio, La tentazione di essere felici. Non dico altro se non di leggerlo assolutamente. Bevanda da abbinare: caffè di miscela superiore, preparato con la napoletana, ovviamente.

Stefania Bertola e il suo Romanzo rosa (Einaudi, € 13,00 – € 6,99) ha allietato il finale di 2019 partito così scarso. Solo chi conosce bene un argomento è in grado di farne la parodia in modo intelligente e arguto e sicuramente la Bertola, di romanzi rosa, ne ha letti e tradotti tanti per padroneggiare così bene la materia e ridicolizzarne le incongruenze e le caratteristiche tipiche del genere. Al di là dello sperculamento (intelligente) del “Melody”, ci sono una serie di personaggi tipici del nostro tempo, anche loro sbertucciati con grande classe: uno su tutti, il marito-padre premuroso. Bevanda da abbinare: tè al gelsomino servito in chicchere Wedgwood o un bicchierino di rosolio.

Di tutt’altra ambientazione i libri di Fernando Aramburu, Anni lenti (traduzione bellissima di Bruno Arpaia, Guanda € 17,00 – € 9,99) e Patria (traduzione, sempre bellissima, di Bruno Arpaia, Guanda € 15,00 – € 10,99). La mano pesante dell’ETA cambia in modo drammatico le vite dei protagonisti e ci ritroviamo immersi in un’atmosfera cupa e angosciosa, da cui ognuno uscirà a modo proprio, rivelando il lato debole di chi sembra forte e facendo scaturire insospettabili risorse nei “deboli”. In entrambe le vicende vale la pena sottolineare le figure femminili, forti al confine della spietatezza. Lettura consigliatissima. Bevanda da abbinare: un bicchiere (anche due) di calimocho.

Mi sono accorta che oggi è l’otto gennaio: Isabel Allende inizierà un nuovo romanzo? (speriamo di sì).

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Il Mostro Inviato ad Harlem – Tempi sacri e pagani

Qui Nuova Yorrrk vi parrrla RRRUggerrro Orrrlando. Quante volte ho sentito l’inconfondibile voce roca di Ruggero Orlando che apriva le sue corrispondenze dagli Stati Uniti. Professionista dallo stile impeccabile, giornalista coltissimo e raffinato, per anni ci ha raccontato con chiarezza e semplicità quello che succedeva on the other side of the pond. Il Mostro Inviato vale meno di un’unghia incarnita del grande giornalista RAI, ma farà del suo meglio per raccontare una settimana di vacanza a Nuova York, in compagnia del prode G. Pronti, miei venticinque lettori?

La domenica andando alla messa…

Le chiese battiste di Harlem permettono la presenza di visitatori durante le funzioni religiose, che sono molto partecipate e cariche di devozione. Inoltre, se come dice Sant’Agostino, bis orat qui bene cantat, i fedeli pregano due volte perché le messe sono arricchite da coristi dalle voci celestiali. In testa ho la scena dei Blues Brothers e James Brown, e anche se la cerimonia non dovesse essere proprio così, sarà bella ugualmente. Quasi tutte le voci più belle della musica r&b e soul hanno cantato nei cori delle chiese, una per tutte, Aretha Franklin. Se tanto mi da tanto…

La chiesa prescelta, dopo lunga e accurata indagine su internet, è la Abyssinian Baptist Church, perché è piuttosto grande e perché ha annoverato, tra i suoi musicisti, nientemeno che Fats Waller. Non è che mi aspetto di trovare il suo fantasma che suona, ma comunque è una bella garanzia in partenza. Come buon auspicio, durante il tragitto in metropolitana un simpatico quartetto intona “Ain’t too proud to beg” dei Temptations per la gioia dei passeggeri. Bene, la giornata inizia con grandi promesse. Ma si sa, partenza a razzo, arrivo a …

E infatti, la giornata, oltre che sotto gli auspici di cui sopra, inizia anche sotto una leggera e fastidiosa pioggerella. Davanti alla chiesa, un brutto edificio neogotico con dettagli in stile Disney arcaico incastrato tra altre costruzioni anonime, un gruppo di turisti già aspetta, ma si capisce subito che aspetta… di andarsene. Dopo aver parlato con una specie di sacrestana/maestra di cerimonie veniamo a sapere che a causa della riduzione delle messe da tre a una soltanto, si preferisce – giustamente – dare la priorità ai fedeli della parrocchia, che nel frattempo arrivano a sciami, tutti belli vestiti a festa e con macchinoni lunghi da qui a lì. Grande, grandissima delusione. Chi glielo spiega a questa che siamo venuti from the other side of the pond apposta… Tutti i film che mi ero fatta in testa devono essere rimandati sine die. Non resta che passeggiare sconsolati per le vie assonnate di Harlem e contemplare un malinconico Dizzie Gillespie che ci guarda serio da un gigantesco murales doppio.

Un tempio laico, ma pur sempre tempio

Lo sconforto per la mancata messa cantata si stempera un po’ alla visita di un altro luogo sacro, almeno per chi ama la musica. Sempre ad Harlem c’è l’Apollo Theater, un teatro che ha visto esibirsi TUTTI i più grandi cantanti di colore, da Billie Holiday a Prince e molti altri “non colorati” come, per fare un esempio, Hall & Oates che dal loro concerto all’Apollo hanno registrato un disco live di una bellezza stratosferica. La walk of fame davanti all’ingresso è da vertigini: c’è praticamente la storia della musica. Tutta ai tuoi piedi.

Anche davanti all’Apollo c’è una discreta folla di turisti e la nostra segreta ambizione è quella di riuscire ad imbucarci in qualche tour prenotato. Ma in questa circostanza, la fortuna non aiuta gli audaci. All’apertura delle porte, ci fiondiamo alla biglietteria dove un’antipaticissima (ma proprio st***z) commessa ci comunica che la visita è già iniziata (da UN secondo) e che non è possibile unirsi al gruppo (in Italia, in una situazione analoga ci avrebbero fatto entrare, ma qui non si sgarra…) quindi per rappresaglia non mi compro nemmeno uno dei tanti gadget in vendita e ce ne andiamo, dopo essere riusciti solo a sbirciare il corridoio di ingresso in stile “nuovo cinema paradiso” con pesanti drappi di velluto rosso, lampadari dorati e modanature a riporto.

A Sunday Kind of Love

Insomma, una disfatta su tutta la linea. Niente messa cantata, niente teatro, niente gadget, niente di niente. Che altro potrebbe succedere? “Potrebbe piovere” (cit.) e infatti la pioggerella della mattinata diventa pioggia “seria” mentre lasciamo Harlem alla volta della prossima meta, canticchiando, visto che è domenica, A Sunday Kind of Love della divina Etta James, in attesa che il tempo migliori. (Non migliorerà). Ma non importa, passeggiare per la Grande Mela è sempre bello, anche con la pioggia…

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Immaginazione. Un tributo – di Saulo Bianco

Ieri, 14 novembre 2019, è mancato improvvisamente, a Trieste, lo “scrittore” Juan Octavio Prenz. Metto le virgolette perché per tantissimi ex-studenti della Scuola Interpreti di Trieste, era semplicemente il professor Prenz. Tra i tanti fortunati studenti c’è anche Saulo Bianco, che lo ricorda con questo brano, pubblicato nell’antologia SSLMIT 3.0 del 2011.

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Dopo, negli anni, ho letto tutti i tuoi libri. Ogni tanto mi diverto a sfogliare gli appunti del nostro ultimo esame. Unico rammarico: non avere mai avuto il coraggio di suonare al campanello di casa per venirti a salutare e ringraziare di persona. Ma ti ricorderò così, con profonda gratitudine per quanto hai saputo farmi sudare sui libri e per quanto mi hai insegnato. Ciao Professore.

Il reciproco amore fra chi apprende e chi insegna 
è il primo e più importante gradino verso la conoscenza
(Erasmo da Rotterdam)

Nel mio lungo e sofferto iter presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori o, per par condicio, per Traduttori e Interpreti, a seconda della prospettiva, ho dovuto imparare volente o nolente a scendere a compromessi con le figure di merda. Ma anche con il potere dell’immaginazione.

Cominciai a studiare spagnolo dal nulla. Non ricordo nemmeno perché. Avevo frequentato i corsi di spagnolo all’università di lingue a Padova ed ero andato a qualche ora di lettorato. La frase “Me duele la garganta” che intercettai durante una delle prime lezioni da subito mi si impresse a fuoco nella memoria. Non so perché. Forse avevo deciso di studiarlo per sfida, nel tentativo di non mettermi a ridere quando balbettavo in una lingua che sembrava fare il verso al mio grossolano dialetto. Durante l’anno trascorso all’ateneo patavino mi ero divertito parecchio, ma dentro di me non era ancora scoccata la scintilla.

Una volta ammesso nel ring di Trieste, iniziai con progetti altisonanti, a dir poco vanagloriosi: inglese come prima, spagnolo come seconda e tedesco come terza lingua. Per i non addetti ai lavori, dovevo “tirare su dal nulla” due lingue. Per l’economia del racconto tralascerò il tedesco e mi concentrerò solo sullo spagnolo, lingua sorella dell’italiano. Le vicissitudini furono molte. Ma ebbi una sostanziale, enorme fortuna. Una coppia di professori. Li adorai-odiai tutt’e due, indiscriminatamente e visceralmente, con la forza che solo uno studente può provare. Perché la relazione studenteprofessore in ultima analisi è molto simile a quella tra genitori e figli nel burrascoso periodo adolescenziale.

Il mio spagnolo ha cinque ricordi-cardine spalmati su quattro anni. Una sorta di escalation grazie alla quale ogni volta che sento o parlo questa lingua provo un rimescolio intimo, come se la cosa mi appartenesse nel più profondo.

Il tutto iniziò in un’ampia sala della sede di via Caprin. Il corso del primo anno era molto affollato. Molti avevano già studiato spagnolo, erano bravissimi e in quanto tali non si lasciavano sfuggire occasione per sfoggiare le loro conoscenze. Io invece tendevo a fungere da carta da parati. E infatti, timido di natura e carattere, mi ingegnavo anch’io, ma in terza fila.

Il prof in questione aveva uno sguardo che ora definirei “lungo” e per evitarlo, soprattutto durante i primi anni, non occupavo mai i posti in vista. Mi accomodavo sempre su una sedia nelle retrovie, ancor meglio se ai lati. La cosiddetta posizione defilata. Per “essere all’altezza della situazione”, in una libreria non lontano da dove avevo trovato il mio primo alloggio avevo acquistato una serie di libri in spagnolo, tra cui Los asesinos di Elias Kazan. Avevo letto i libri, fatto certosine ed esaustive ricerche terminologiche ed elaborato riassunti, che avevo ripetuto a voce alta davanti allo specchio per controllare l’eloquio, facendomi prendere per matto da chiunque mi passasse accanto.

Nonostante la posizione strategica, in classe non potei sfuggire per molto all’attenzione del prof. Un giorno, io seduto in decima fila, lato porta d’uscita, l’intera classe si ritrovò invischiata in una discussione libera fatta nascere e alimentata ad arte dal nostro estroso professore. La genialità della lezione si basava su un’idea alquanto semplice. Ci trovavamo in un palazzo molto vecchio e occupavamo un’aula bislunga, la sala più grande dell’edificio. Noi eravamo disposti in file perpendicolari al lato lungo della stanza, quindi alla nostra destra disponevamo di una ampia e alta parete intonacata. A un certo punto il prof propose di immaginare, e raccontare in spagnolo, le cose fantastiche che ognuno di noi vedeva su quella parete vuota.

Io guardai la parete, sbigottito. Non avevo nemmeno cominciato a formulare un pensiero logico quando il primo_della_classe_di_turno suggerì la solita, banale, scontata “isola deserta con palma”. Inspirai, espirai. Cercai di lasciarmi andare, col mio poco e scarno spagnolo, al tristo convoglio di pensieri che questo primo anello di associazioni poteva darmi. Dentro la mia testa sentivo solo il rimbombo di ferraglia arrugginita delle mie soluzioni, uno scontato sciabordio di onde, una risacca lontana, l’asfittico stormire di quella striminzita e solitaria palma.

Ascoltai con puntigliosa attenzione gli interventi e i contributi dei compagni, tutti frutto di una fantasia sfrenata ma poco logica. Da parte dei più impegnati ci furono pure interventi che cercarono di collegare la pura irrealtà alla politica, ma le connessioni risultavano alquanto difficili da creare, sostenere e sviluppare.

Quando alla fine il quadretto conteneva spiaggia, palme, barchette, omarini e ricordo pure un porcello, ci fu una battuta di arresto nella conversazione. Un vuoto nell’aria. Il silenzio assoluto. La voce del prof squarciò il silenzio che regnava in quella tranquilla isola deserta e sulle nostre teste, e sentii chiamare il mio nome. “Venga, Saulo, ¿tu qué ves?”

Dire che mi sentii implodere come un buco nero sulla scomoda sedia di legno è dir poco. Mi schiarii la voce, forte delle mie performance davanti allo specchio rabberciato della foresteria di un monastero di clausura e cominciai a parlare, a canovaccio. A canovaccio, per me in quel periodo, significava “a vanvera”. Non sapevo quel che dicevo. La situazione era così paradossale che non riuscivo a porvi alcun tipo di limite e freno. Qualunque cosa dicessi o pensassi, era come decidere di buttarsi nel precipizio più scosceso a disposizione. Non so quanto andai avanti a blaterare idiozie, di certo non meno idiote di quelle che erano state dette finora. Il prof continuava ad ascoltarmi con molta attenzione. Io cominciai a non trovare più le parole. Chiunque abbia detto che conoscenza è potere, è vero. Io alla fine terminai le parole, impotente. Mi ero infognato in una discussione politica di qualche tipo, giusto per complicarmi un po’ la vita e non essere da meno degli altri. Mi girai stremato verso chi mi stava accanto e sussurrai: “Insomma, come cazzo si dice in spagnolo “è un gran casino”?”

“¿Qué has dicho?” La voce del prof staffilò il silenzio che era calato di nuovo su tutti noi. Io non osavo aprire bocca. Non sapevo più cosa dire. Il prof si avvicinò e insistette chinandosi verso di me. “Saulo, ¿qué has preguntado? ¿Qué quieres decir?”

Con un filo di voce riuscii a dire: “Ho detto che arrivati a questo punto è un gran casino e non so dirlo in spagnolo”, farfugliai. “Un despelote” urlò il prof drizzandosi sulla schiena e allargando le braccia. “Es un gran despelote” ripeté soddisfatto per sottolineare il concetto guardandomi dritto negli occhi quasi a chiedermi di ripetere. “Sí”, dissi io. “¡Es un gran despelote!”. Nel momento in cui lo dissi, intercettai il suo sorriso e capii qualcosa. Quello fu per me l’inizio della grande avventura dello spagnolo. L’anno successivo dovetti sputare sangue su saggi di Ortega y Gasset e su un romanzo cileno che all’esame commentai con molto trasporto, concentrandomi su tre intere pagine che si articolavano tutte sull’allitterazione della lettera A, richiamando la versione foneticamente più “aperta” dell’Urlo di Munch. Mi emoziona ancora oggi pensare a quel romanzo e a quelle pagine, ne parlai con due cileni, vecchi librai esuli, a Milano poco tempo fa. Ci fu un silenzio molto intenso nella nostra conversazione dopo che ebbi ricordato quel titolo.

Il mio viaggio nel mondo della lingua spagnola da allora non si fermò più. I registi furono sempre loro due. Marito e moglie. Con una lettrice mitica come ciliegina sulla torta. Il terzo anno fu la volta delle figure retoriche nei romanzi di Jorge Luis Borges, per non dimenticare l’esame sulla traduzione endolinguistica di un testo che parlava della conquista del Messico. Il prof, sempre lui, per far capire il mondo di Borges e che cosa significassero i termini “milonga” e “chaleco”, un giorno si presentò in classe con un bellissimo “chaleco” e ci cantò una milonga.

Dalle parti in cui sono nato si dice che tutti i salmi sono soliti finire in gloria. Il mio iter spagnolo si concluse davvero in gloria. Su qualche scaffale della mia libreria conservo ancora gli appunti di quell’esame. Fu l’ultimo, in assoluto. E da allora, se capito a Granada provo strani brividi. Della prima volta che la visitai serbo ancora l’immagine di un gitano seduto sulla soglia di una casa in un torrido pomeriggio di agosto. L’ultima volta, invece, ho vissuto in una casa scavata nella roccia, poco sopra l’Albaicín, dove una volta vivevano relegati gli ebrei.

Per la mia ultima prova orale dovetti parlare delle metafore nella poesia e nel teatro di Garcia Lorca. Fu l’esame dove presi il voto più alto. Con mia enorme soddisfazione. E, alla fine, con i complimenti di marito e moglie.

Verde que te quiero verde.
Verde viento. Verdes ramas.
El barco sobre la mar
y el caballo en la montaña.
Con la sombra en la cintura
ella sueña en su baranda,
verde carne, pelo verde,
con ojos de fría plata.
Verde que te quiero verde.
Bajo la luna gitana,
las cosas la están mirando
y ella no puede mirarlas.

F. G. Lorca - Romance Sonámbulo
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Cacca e cacao

Da oggi, quando guarderò una nuvola mi immaginerò Octavio Prenz che fuma la sua meravigliosa pipa mandando un po’ di fumo in faccia a San Pietro. Ciao “profesor”.

Verba Volant

Un mese fa è stata pubblicata in rete una raccolta di ricordi di ex-studenti della Scuola Interpreti di Trieste. La memoria è una cosa strana: a volte ingoia volti, fatti, accadimenti e li distrugge per sempre, e a volte invece, dopo anni di silenzio li risputa fuori, da un posto remoto, nitidi e precisi. Così è capitato per questa scheggia di ricordo, sparata direttamente dalla memoria al video, ma fuori tempo massimo per essere inserita nel volume (si potrà dire “volume” per un libro elettronico?). Una specie di bonus track (o malus track, a seconda dei punti di vista) in aggiunta ai ricordi contenuti qui:

§§§ §§§ §§§

Ci si può rendere conto di essere stati innamorati? Voglio dire, ci si può accorgere, dopo anni, di aver vissuto quella devastante esperienza che è l’innamoramento, ma nel mentre che questa era in corso, non esserne stati coscienti? Una sensazione così legata…

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Il Maestro e l’Imbapita*

*Imbapita = persona poco sveglia e di scarso comprendonio

Il 12 novembre 2007 Andrea Camilleri riceveva la laurea Honoris Causa in Filologia Moderna presso l’Università di Chieti. In un auditorium pieno a uovo, saturo di atmosfera solenne ma anche festosa, l’ingresso dello scrittore, impaludato nella toga di ordinanza (ma per fortuna senza il tocco, il ridicolo cappello quadrato che piace tanto agli americani) è salutato da un uragano di applausi. Un’occasione più unica che rara per sentire dal vivo la voce meravigliosa di Camilleri e magari salutarlo pirsonamente di pirsona. La sua Lectio Magistralis, Gramsci, Pirandello e un lapsus rivelatore ha incantato e affatato (come direbbe Montalbano) il pubblico presente composto da molti studenti ma anche da molti “fuori corso” (diciamo così) tra cui anche la sottoscritta. Al termine, applausi scroscianti, proclamazione e consegna della pergamena, tutto secondo il protocollo ufficiale.

“Venite con me”

Appena finita la parte protocollare, il Maestro è uscito a fumare una delle sue millemila sigarette, circondato da una folla da concerto rock. La sua cerberissima assistente personale cercava di tenere lontana la folla dei fan, berciando in continuazione “il Maestro è stanco, il Maestro non ha voglia di firmare autografi, il Maestro di qua, il Maestro di là…” mentre lui beato, se ne catafotteva, fumava e chiacchierava con chiunque. Ad un certo punto la Cerberissima viene risucchiata da qualche incombenza tecnica e lui, assieme ad un raggiante Rettore che nel frattempo si era materializzato praticamente dal nulla, si rivolge a noi fan e dice, con quella sua voce sexy e profonda: “Venite con me”. Di solito, in queste situazioni, sono veramente imbranata, imbapita, appunto. Rimango lì come una cretina senza essere in grado di cogliere l’attimo. Invece, miracolo, le gambe sono partite da sole dietro al Maestro , senza indugio alcuno. Durante il tragitto, pensavo sempre che qualcuno ci avrebbe fermato, ci avrebbe chiesto i documenti, impronte digitali, ricevute di pagamento, qualsiasi cosa e ci avrebbe rimandato indietro. Ehi! Quanti siete, dove andate, un fiorino! Invece, con mia grande sorpresa, non solo nessuno ci ha intralciato il cammino, ma siamo stati ricevuti nell’ufficio del Rettore dove, con tutta calma, il Maestro ha firmato una quantità di libri e si è intrattenuto ancora un po’ con i suoi fan. Al mio turno, lo saluto e gli chiedo se mi può autografare la mia copia di Maruzza Musumeci, regalo di compleanno per mia sorella. Lui alza lo sguardo, mi scruta, sorride, mi chiede con il suo vocione “Come si chiama sua sorella?” e firma. Ecco, quando ha detto questa frase veramente me-mo-ra-bi-le, mi sono squagliata. Camilleri che mi parla, e per pronunciare una frase che rimarrà negli annali! Con quella voce poteva anche mandare a catafottermi ma a me sarebbero sembrate dolci parole fatate. Morale della favola: mia sorella ha il libro con dedica personale, ma io ho negli occhi il sorriso e nelle orecchie la voce di Camilleri. Per sempre.

Una conoscenza di vecchia data

In realtà Camilleri, senza saperlo, lo abbiamo conosciuto più o meno tutti, almeno noi, quelli “della tv in bianco e nero”. Chi ha visto il Maigret di Gino Cervi o il tenente Sheridan, magari in una delle tante repliche, quando ancora la RAI trasmetteva gli sceneggiati e non le fiction, ha indirettamente avuto a che fare con il maestro di Porto Empedocle. I dialoghi dei personaggi, le ambientazioni, lo stile dello “sceneggiato” erano opera sua, ed è sempre per merito suo se abbiamo visto il teatro di Eduardo in tv. Forse eravamo già inconsciamente abituati alla sintassi camilleriana che quando abbiamo iniziato a leggerlo, lo abbiamo trovato “familiare” e ci è piaciuto subito, all’istante. Il mio personale debutto con Camilleri scrittore è stato con Il birraio di Preston. Mia sorella – sempre lei, quella della dedica – mi aveva detto che a Lampi d’estate si parlava di uno scrittore siciliano che ambientava alcuni suoi romanzi in un paese fittizio, Vigàta, nella seconda metà dell’Ottocento. Acquistato immediatamente il libro, da allora la lettura non si è più fermata. Montalbano è arrivato poco dopo, perché prima c’era da leggere capolavori come La concessione del telefono, Un filo di fumo, Il re di Girgenti, La rivoluzione della luna, Il casellante e via elencando. Ma perché la Sicilia dell’Ottocento ci piace così tanto? Per tanti motivi, innanzitutto perché Camilleri è un contastorie, come piaceva definirsi. La Sicilia è descritta così minuziosamente che sembra di viverla in prima persona, perché i personaggi escono dalla pagina e ti prendono per mano, perché le storie sono verosimili al confine col vero. E nonostante siano ambientate lontane nel tempo, riconosciamo in quelle storie tutti le magagne e le virtù di noi italiani. Senza entrare in elucubrazioni filosofiche, Camilleri ci piace perché nei suoi libri c’è, semplicemente, la vita a trecentosessanta gradi. Hitckcock diceva che il cinema è la vita senza le parti noiose: la scrittura di Camilleri è un lunghissimo giro di giostra senza sosta, un divertimento che termina solo con l’ultima pagina del libro senza nemmeno una riga di noia.

Testicoli e arachidi

E poi c’è la faccenda della lingua. Grazie soprattutto alla serie televisiva, quasi tutti sappiamo cosa sono i cabasisi, cos’è una ammazzatina, o cosa significhi tambasiare casa casa. Sono appunto i cabasisi a creare, per me di madrelingua veneta, un legame linguistico indissolubile con la produzione camilleriana, perché condividono con i veneti bagigi (regionalismo per arachidi) la stessa etimologia, e cioè habb ‘aziz (حَبّ عَزيز), vale a dire mandorla dolce. I marinai veneziani con i loro viaggi avranno sicuramente portato con loro la parola che è entrata poi nel dialetto. In realtà in siciliano i cabasisi sono un altro frutto, ma entrambi hanno in comune la stessa forma orchitica. Tutto ciò è meraviglioso. Anche se la lingua che usa Camilleri può costituire un serio ostacolo, ma allo stesso tempo una enorme risorsa, perché, come ha detto Pirandello «di una data cosa, il dialetto ne esprime il sentimento, della medesima cosa la lingua ne esprime il concetto». Con questa frase Camilleri ha trovato l’alibi perfetto per esprimere sentimenti e concetti in modalità assolutamente nuove per le nostre orecchie. E gettare un ponte linguistico tra Sicilia e Veneto.

Montalbano sono, anzi siamo

In una delle sue tante interviste, Camilleri afferma che i libri di Montalbano si scrivono da soli. Dice che, dopo le uscite malapropistiche di Catarella, le avventure galanti di Mimì, le sciarratine con Livia e gli scontri verbali con l’ottuso questore, è sufficiente infilare un fatto di cronaca e il libro è bello che fatto. Sarebbe come a dire che, se hai in casa farina, uova, zucchero, cioccolato e marmellata di albicocche, basta che metti tutti gli ingredienti insieme e hai la Sachertorte. È ovvio che non è così, ci vuole una buona dose di maestria per riuscire a scrivere una quantità di romanzi, mai banali, legati alla cronaca più scomoda, per esempio dove si affronta la realtà delle tratta delle prostitute dell’est (Le ali della sfinge), il traffico di minori (La pazienza del ragno), il racket delle corse clandestine (La pista di sabbia) o i fatti del G8 di Genova (Il giro di boa) in cui Camilleri mette in bocca a Montalbano una tirata magistrale sulla gestione, a dir poco superficiale, di tutta la faccenda:

«Scusa, Mimì. Hai letto i giornali? Hai sentito la televisione? Hanno detto, più o meno chiaramente, che nelle sale operative genovesi in quei giorni c’era gente che non ci doveva stare. Ministri, deputati, e tutti dello stesso partito. Quel partito che si è sempre appellato all’ordine e alla legalità. Ma bada bene Mimì: il loro ordine, la loro legalità.»

« E questo che significa? »

«Significa che una parte della polizia, la più fragile macari se si crede la più forte, si è sentita protetta, garantita. E si è scatenata. Questo nella migliore delle ipotesi».[…]

e l’appassionata replica di Mimì alla possibilità di dimissioni del commissario:

[…] «Se te ne vuoi andare, vattene. Ma non ora. Vattene per stanchizza, per raggiunti limiti d’età, perché ti fanno male le emorroidi, pirchì il ciriveddro non ti funziona, ma non ora come ora».

«E pirchì?»

«Pirchì ora sarebbe un’offisa»

«A chi?»

«A mia, per esempio. Che sono fimminaro sì, ma pirsona pirbene. A Catarella, che è un angilu. A Fazio, che è un galantomo. A tutti, dintra al commissariato di Vigàta. Al Questore Bonetti-Alderighi, che è camurriusu e formalista, ma è una brava pirsona. A tutti i tuoi colleghi che stimi e che ti sono amici. Alla stragrande maggioranza di gente che sta nella polizia e che niente ha a che fare con alcuni mascalzoni tanto di basso quanto di alto grado. Tu te ne vai sbattendoci la porta in faccia. Riflettici. Ti saluto.»

Chapeau. Non c’è altro da dire. Di esempi come questi ce ne sono a mazzetti, nei libri di Montalbano per cui definirli semplicemente gialli è abbastanza riduttivo. Certo, il lettore se li gusta per l’intreccio, per la suspense creata, per i momenti di ilarità catarelliana, ma c’è molto di più. Ci siamo noi come nazione, allo specchio, e spesso, l’immagine che rimanda non è delle più consolatorie ed edificanti.

Caro gattone, ogni tanto vai a trovare Andrea e fagli compagnia per me © foto di Lorenza Destro

“Io e la morte? Ci rispettiamo”

Nell’ultima intervista rilasciata a Radio Capital circa un mese prima di lasciarci, Camilleri afferma di non avere paura della morte, che la rispetta e che si sente pronto. Ancora una volta dà prova di grande saggezza e serenità che lenisce, ma di poco, il dolore per la sua scomparsa. Adesso che riposa a fianco di Gramsci nel cimitero acattolico di Roma, più noto come “cimitero degli inglesi” mi piace pensare che idealmente i due riprendano il filo del discorso iniziato con la lectio magistralis di Chieti e che discutano di teatro, di impegno civile, di politica, e perché no, di pasta ‘ncasciata e di arancini.

Ciao Andrea, un “comunista arraggiato” come te, compagnia migliore non poteva avere.

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Time is on their side – reloaded

Sono passati sei anni da questo post. Di Mario Monti non si ricorda quasi più nessuno (diciamo la verità, proprio nessuno); di Mick Jagger sappiamo tutto, tramite le sue Instagrammate e l’inevitabile fascino che la rock star per eccellenza esercita sui media. All’inizio dell’anno ci ha fatto venire un colpo, (lui a noi) perché ha dovuto annullare i concerti programmati a causa di un imprecisato malore. Alla fine il “malore” si è risolto con un intervento al cuore, e dopo un po’ – ma neanche tanta – convalescenza, Mick è tornato a saltellare sui palcoscenici di tutto il mondo, per la gioia dei suoi tantissimi fan. Uno a 76 anni suonati si mette da parte e gioca a briscola al bar, lui invece gira il mondo con la sua band. Per uno che si faceva di tutto, dalla Brown Sugar alla paglia delle sedie thonet, mi sembra un ottimo risultato.

Tanti auguri, Mick!

Ascoltavo qualche giorno fa i due nuovi singoli dei Rolling Stones, “Doom And Gloom” e “One More Shot” il cui riff iniziale ricorda da vicino quello di Jumpin’ Jack Flash. Glielo posso anche perdonare, visto che dopo 50 anni di canzoni stupende, ci può anche stare che ce ne sia una che assomiglia ad un’altra. I Pooh, invece, continuano a fare la stessa canzone, anche loro da 50 anni. Piccola Ketty ripetuta ad libitum. Madò. Questa invece non gliela perdono.

Poi, per caso, sempre lo stesso giorno, ascoltando la Palomba e i suoi “28 minuti” su Rai Radio 2, ho saputo che Mick Jagger e Mario Monti sono coetanei  – ad essere pignoli, si vede che Mario è più maturo perché è di marzo e Mick è più scavezzacollo perché è di luglio, ma a parte questo si capisce benissimo che sono coevi. Non mi sono sorpresa affatto, l’aplomb e il basso profilo sono tratti distintivi di M&M (Mario & Mick), per non parlare delle loro carriere. Nel 1965 Mario si laurea alla Bocconi, Mick canta Satisfaction, nel 1969 Mario insegna a Trento e Mick zompetta sul palco di Altamont con le nefaste conseguenze che tutti sappiamo. Negli anni ’80 Mario si dedica anima, corpo e doppiopetto allo studio del sistema creditizio e finanziario e Mick intona una consolatoria  “When the whip comes down” (quando cala la frusta, che prospettiva…); all’inizio degli anni ’90 Monti è rettore della Bocconi e Mick invece saltella sui palchi di mezzo mondo. Insomma, vite parallele. Stesso stile, stessa morigeratezza di costumi e stili di vita.

Il testo dell’altro singolo, “Doom And Gloom“, che si potrebbe rendere, all’incirca, con “Morte e distruzione” (traduzione in stile shampoo, cioè “Libera&Bella”), attacca con una sana botta di ottimismo: “La notte scorsa ho sognato che pilotavo un aeroplano, a bordo erano tutti ubriachi e fuori di testa”, che è un chiarissimo riferimento ad Alitalia e alla sua oculatissima gestione. Poi continua “con un atterraggio di fortuna ho raggiunto una palude della Louisiana” – altro riferimento al volo Alitalia che è andato lungo sulla palude di Fiumicino, ma per darsi un tono è più figo dire Louisiana invece che Little River.  Poi l’allegra visione prosegue con orde di zombie (chi possono essere se non i politici trombati), mucchi di sporcizia (la monnezza di Roma) e altre visioni apocalittiche che si adattano perfettamente alla realtà italiana.

Alla faccia delle vite parallele. Mai vuoi vedere che, alla fine della fiera, è Mario che scrive i testi per Mick?

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Borsa lettori speciale Il pianto dell’alba di Maurizio De Giovanni (tranquilli, niente spoiler)

All good things come to an end

Tutte le cose belle finiscono, canta Nelly Furtado e anche una cosa bellissima come la saga del Commissario Luigi Alfredo Ricciardi, tormentato e fascinoso personaggio nato dalla fantasia di Maurizio De Giovanni, arriva a una conclusione, peraltro annunciata ma non per questo meno malinconica, almeno per noi Ricciardiani e Ricciardiane (che siamo di più).

Ma andiamo con ordine.

Degiovanner della primissima ora

Delle poche cose di cui meno vanto, una è quella di essere una Degiovanner della primissima ora. Sono venuta a conoscenza di questo scrittore nel 2010, quando il nome di Maurizio De Giovanni non albergava stabilmente nei primi posti delle classifiche di vendita dei libri ma al massimo si poteva leggere – per i fortunati che erano seguiti da lui – su una distinta di versamento della banca. Sì, perché Maurizio – mi permetto di chiamarlo per nome di battesimo come si fa con gli amici oppure per i geni assoluti tipo Michelangelo, Raffaello, Valentino (motociclista o stilista, fate voi) lavorava presso un istituto di credito della sua città, Napoli e aveva l’hobby della scrittura, cosa nota – credo – alla sua cerchia di amicizie visto che a sua insaputa era stato iscritto ad un concorso per giallisti, evento dal quale è iniziata tutta la sua avventura letteraria. A giudicare dalla quantità di ex-bancari che poi sono diventati scrittori, a cominciare da Italo Svevo, Herman Melville fino a Giuseppe Pontiggia, Tullio Avoledo e sicuramente altri, stare dietro una scrivania sommersi dai numeri scatena una creatività impensata. Siano benedetti gli amici che hanno avuto l’idea di iscrivere De Giovanni a questo concorso.

Grazie a un racconto sul terremoto dell’Irpinia pubblicato dalla NEO. edizioni, una piccola ma agguerrita casa editrice abruzzese, dal titolo Scusi, un ricordo del terremoto dell’ottanta?, e ai consigli di un bravissimo libraio (esistono ancora quelli che ti sanno consigliare e non solo porgere i libri) ho contratto la Ricciardite, bellissima malattia che si cura leggendo i romanzi del commissario cilentano. Il libraio di cui sopra mi aveva indicato Il senso del dolore – l’inverno del commissario Ricciardi e mai cura fu più azzeccata.

Bisogna dire ai produttori di e-reader di trovare il sistema per farsi autografare gli e-book

Un commissario “sensitivo”

Tutti i commissari dei romanzi polizieschi hanno un tratto caratteristico che li connota, quello di Ricciardi è di riuscire a sentire le ultime parole delle persone assassinate o comunque morte in maniera violenta. Ne vede i fantasmi sui luoghi del delitto e riesce a udirne le ultime frasi. Ma vede anche spettri in giro per la città, nei luoghi pubblici e anche nelle case private e tutto ciò è motivo di indicibile sofferenza per lui, che si considera sulla soglia della pazzia, destinato a una vita solitaria dedita solamente al lavoro di poliziotto, l’unico mestiere che possa svolgere, dice lui. Gli anni in compagnia del Commissario dagli occhi verdi sono stati un crescendo di emozioni e anche di bravura per il suo autore. Ad ogni uscita noi Ricciardiani trattenevamo il fiato: riuscirà De Giovanni ad eguagliarsi nella scrittura, nell’ideazione della trama, nel coinvolgimento emotivo delle sue vicende personali?

Ebbene, in tutto questo tempo non solo De Giovanni ha mantenuto lo standard (molto alto, peraltro) di una letteratura popolare sì, ma curata nella forma, nei dettagli ma soprattutto nell’evoluzione del progetto a lungo termine (in cui l’epilogo a cui siamo arrivati in questi giorni trova la sua naturale collocazione) ma ha cementato sempre di più l’attaccamento dei lettori ai suoi personaggi. Maione, Modo, Bambinella, Enrica, Livia, Bianca, Rosa, Nelide e tutti gli altri sono ormai diventati amici di famiglia che ognuno di noi ha immaginato durante le splendide ore di lettura passate in loro compagnia. Va da sé che quando è stata annunciata l’uscita di scena di Luigi Alfredo Ricciardi, i Degiovanner hanno avuto un moto di stizza ,sottoscritta compresa.

Vorremmo che questa saga durasse per sempre, egoisticamente pensiamo di “meritarci” una teoria infinita di casi da risolvere raccontati con quello stile che si avvicina più alla poesia che alla prosa, pensiamo di poter visitare Napoli tramite descrizioni amorevoli e puntuali, ci arroghiamo il diritto di decidere della sorte di un personaggio. Invece Maurizio ci dice che Il Pianto dell’alba sarà l’ultimo. Ospite a Ortona per la rassegna Giallo di Sera, l’autore spiega le sue (valide) ragioni e afferma: vorrei far uscire di scena Ricciardi da campione, quando ancora è sulla cresta dell’onda. Un’uscita in grande stile. Stile al quale, del resto, siamo abituati.

Un momento della rassegna Giallo di sera a Ortona e il volto di televisivo di Ricciardi

“Considerate ora un colpo di vento”

Avete presente quando a scuola la prof di italiano commentava il tuo tema dicendo che gli spunti erano validi, lo stile era corretto, il lessico adeguato MA poi ti dava quattro perché eri andato fuori tema. Oppure a un colloquio di lavoro, quando il selezionatore comincia a dirti che il tuo curriculum è bellissimo, interessantissimo, tutto -issimo e tu pensi che ma che bello PERÒ al momento non ti può assumere. O ancora quando presenti un progetto a qualche finanziatore e quello ti dice che è nuovissimo, innovativissimo eccetera TUTTAVIA non ci sono fondi. Insomma quando le cose all’inizio cominciano bene, tu ci credi proprio tanto ma poi arriva , il ma, il però, il per il momento no, insomma la fregatura. Ecco, senza entrare in dettagli che potrebbero spoilerare la lettura, l’ultima indagine di Ricciardi è un po’ così.

Il primo capitolo è un capolavoro di poesia in prosa e non mi stupirei se tra qualche anno venisse inserito in qualche antologia di letteratura. “Considerate ora un colpo di vento…” è l’incipit meraviglioso che introduce, con la metafora del vento che accarezza quello che incontra al suo passaggio, tutti i germogli narrativi di tutto quello che poi fiorirà nel corso del libro. Nei capitoli successivi, Maurizio semina furbescamente indizi che ai ricciardiani più attenti fanno già saltare il cuore in gola, e poi, con flash-back opportunamente inseriti veniamo a sapere che Ricciardi è felice, condizione a lui totalmente inedita. Ma si sa, la felicità è effimera e subito si innesca un’ombra nel meccanismo narrativo dell’ultima indagine. Che sarà privatissima e delicatissima e anche pericolosissima.

Indagine privata

In quest’ultima – ma siamo proprio proprio sicuri? – indagine, Ricciardi sarà maggiormente coinvolto sul piano personale, dato che dovrà indagare su fatti che riguardano una persona a lui cara. A complicare le cose, lo dovrà fare sottotraccia, non in via ufficiale, per cui dovrà affidarsi alla rete infinita di contatti e conoscenze che lui, Maione e il dottor Modo hanno intrecciato in questi anni. Tutti i personaggi che abbiamo incontrato sono riuniti in questa storia, quasi che De Giovanni ce li facesse passare davanti agli occhi, come in una ideale passerella, per farceli salutare. Lo svolgimento delle indagine va di pari passo con le vicende private del commissario – ma che voglia avrei di anticipare le cose ma ho promesso di non farlo – in un intreccio di eventi in cui il Destino, con un colpo di mano, spariglia ancora una volta le carte in tavola. Eccome se le spariglia.

“Come hai potuto?”

Dopo aver letto l’ultimo capitolo – che ho dovuto riprendere ben due volte per essere sicura di aver capito bene – ho pensato che un finale più giusto (e più straziante) non poteva esserci. L’evoluzione del personaggio non poteva prevedere altro epilogo e noi lettori dobbiamo farcene una ragione.

Ricciardi mi mancherà tantissimo, mi mancheranno il suoi occhi verdi, i suoi fantasmi, le sue acute osservazioni, la sua eleganza, la sua compassione per i più deboli, ma è giusto così. È un’uscita di scena in perfetto stile ricciardiano e se per molti lettori la domanda più logica sarebbe Come hai potuto (far finire così il libro)? per quanto mi riguarda, va bene. Chiudere il libro con un buco nel cuore, gli occhi umidi di commozione e la mente ammirata per tanta bravura dà un senso di completezza a una storia che ha avuto il suo svolgimento e ora, come tutte le cose belle, arriva alla fine.

E allora resta solo che ringraziare Maurizio per questi anni ricciardiani, per le emozioni che ci ha regalato, per gli scorci bellissimi di Napoli, per averci raccontato le tradizioni della città, per l’entusiasmo e la simpatia che regala quando gira l’Italia per presentare i suoi libri, sempre disponibile, sorridente, allegro e irresistibile nei suoi aneddoti. Grazie Maurizio!

(Però, se Ricciardi dovesse ritornare, a me non dispiacerebbe. Anzi).

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Il Mostro Inviato alla Festa del Libro e delle Rose

Il 23 aprile di ogni anno Barcellona viene inondata da un mare di rose e di libri. La città si trasforma in una enorme libreria a cielo aperto punteggiata da banchetti che vendono rose di ogni colore, ma principalmente rosse e gialle, che, guarda caso, sono i colori della bandiera catalana. Il Mostro Inviato, che di libri va pazzo, poteva farsi sfuggire questa ottima occasione per rispolverare il suo spagnolo e raccontare questa festa così particolare? Certo che no.

Da una data funesta nasce una festa

Il 23 aprile del 1616 fu un giorno veramente infausto per la letteratura europea. Come se si fossero messi d’accordo, Miguel de Cervantes Saavedra e William Shakespeare morirono nello stesso giorno, mese e anno (e a questo punto, facciamo anche alla stessa ora, vista la coincidenza così precisa, ma non lo sapremo mai). Incidentalmente, il 23 aprile è anche San Giorgio (in catalano, Sant Jordi), patrono della Catalogna e protettore degli innamorati catalani. Il motivo risale a tantissimo tempo fa, per i dettagli della leggenda clicca qui.

Più di recente, a qualcuno in Spagna è venuto in mente di attaccarci anche la giornata del libro e l’UNESCO l’ha dichiarata anche giornata mondiale del diritto d’autore. Ecco spiegato perché alla fine di aprile Barcellona si anima di librai e autori, che hanno la possibilità di incontrare il loro pubblico.

Un mare di rose per Sant Jordi

A caccia di autori

Il 99% degli autori che si trovano in giro per la città sono spagnoli, ma ogni tanto c’è anche qualche infiltrato anglofono o di altri Paesi. Qualche giorno prima della festa, i quotidiani locali pubblicano la lista degli autori e dove si possono incontrare, perché non fanno una sola comparsa. Sono itineranti, quindi se ti perdi un appuntamento in un posto lo puoi sempre recuperare da qualche altra parte. L’organizzazione è eccellente: ogni stand di libreria ha la parte dedicata all’autore, con tutti i suoi romanzi in bella vista (e per l’occasione anche con il 20% di sconto che male non fa). Il nome è bene in vista sulla parte superiore del tendone, le transenne intruppano i lettori nella giusta fila e uno o due uomini della sicurezza smistano le persone e nello stesso tempo danno un’occhiata per controllare che non ci siano scalmanati a dare fastidio.

Purtroppo la giornata parte un po’ in sordina, cade qualche goccia di pioggia e il cielo sembra proprio voler rimanere chiuso, almeno per la mattina. Il Mostro Inviato però non si scoraggia e prima di partire alla ricerca di autori da paparazzare si concede una colazione molto in tema. Come per ogni festa che si rispetti, anche qui la gastronomia si sbizzarrisce con paste a forma di libro e con i pani (salati) di Sant Jordi, che tanto per ribadire la loro origine, sono rossi e gialli. E anche buonissimi.

Il meteo un po’ così però non ferma la moltitudine di gente che acquista rose e libri e che si mette diligentemente in fila per farsi autografare i libri. Le file davanti ai banchetti degli scrittori sono tutte piuttosto lunghe, alcune più di altre, tipo quella dove sono accampate orde di pre-adolescenti pucciosi e acneici con genitore scazzato al seguito. Guardo il nome dell’autore dei libri che tutti i ragazzi tengono in mano e senza dubbio è il Moccia iberico, tale Blue Jeans (pseudonimo di Francisco de Paula Fernandez Gonzalez: con un nome così, ci credo che ha voluto il nom de plume!) Non indago oltre, a posto così.

Da Anni Lenti a Patria

Il Mostro Inviato si mette pazientemente in fila per un autografo di Fernando Aramburu, l’autore di Patria, romanzone imponente sulla vita dei Paesi Baschi ai tempi dell’ETA, edito da Guanda con una stre-pi-to-sa traduzione di Bruno Arpaia. Nel giro di pochi minuti me lo trovo davanti, sorridente e disponibile, che mi fa la dedica al libro che ho preso per l’occasione, Anni Lenti, che di Patria è, come dire, il prototipo, il bozzetto preparatorio, lo studio preliminare.

Un raggiante Mostro Inviato con lo scrittore Fernando Aramburu

Nonostante la gente che preme, lo scrittore si ferma a scambiare qualche parola, chiede la provenienza e dice che sarà in Italia a maggio a Torino per la Fiera del Libro e poi a Pistoia (non si sa per quale motivo, forse ha parenti lì …). Dopo l’immancabile foto di rito, il Mostro inviato si tuffa alla ricerca di altre star della carta stampata.

Ce n’è per tutti i gusti

Il meteo nel frattempo si aggiusta e la festa esplode in tutta la sua potenza: chiunque passeggi per la città porta una rosa, o perché l’ha ricevuta in dono o perché la deve regalare: nessuno è a mani vuote. Ma la caccia all’autore prosegue e grazie a una soffiata arrivata dall’Italia, Il Mostro Inviato si reca di filato allo stand dove si trova nientemeno che il frontman degli Spandau Ballet, Tony Hadley, in veste non di cantante ma di scrittore di memorie. In Spagna è appena uscito To Cut a Long Story Short, (En poca palabras) l’autobiografia del cantante che ha un discreto seguito anche qui. Infatti i fan, tra cui il Mostro Inviato, sono già tutti belli precisi in fila in attesa. C’è da dire che l’età media del fan si attesta sul Mesozoico Superiore, ma d’altra parte anche Tony ha superato ormai da parecchio il problema dei brufoli e si avvia verso una età matura in gran forma, se non altro vocale, visto che canta come quando aveva trent’anni. Dopo pochi minuti un sorridente, rilassato (anche troppo) e ben pasciuto Tony arriva tra noi e non si risparmia: foto, dediche, chiacchiere, sorrisi, risate e selfie come se piovesse.

Pensate forse che sia finita qui? Certo che no! Il Mostro Inviato, girellando tra le varie librerie, ha scovato il vero protagonista della giornata, un intellettuale di prim’ordine, conosciuto da tutti, grandi e soprattutto piccoli. CAPITÁ CALÇOTETS, ovvero CAPITAN MUTANDA!!!

Capitan Mutanda re della Diada de Sant Jordi


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Pasqua ai tempi di Whatsapp

Gruppo whatsapp: “Lo chiamavano Trinità”

Adonai ha creato questo gruppo. Adonai ha aggiunto Paraclitus Communication Consultancy. Adonai ha aggiunto +∞ 347 6163 ∞

Sabato 20 aprile

Pa’ , ma quanto tempo devo stare ancora chiuso qua dentro? Non c’è wi-fi e sto esaurendo i giga.

23:59 ✓✓

Domenica 21 aprile

Adonai
Ancora per poco. Tra un paio d’ore faccio
addormentare i vigilantes, preparo gli effetti speciali
e poi faccio arrivare le girls.

00:23 ✓✓ 

Beh, dai sbrigati che oggi sarà una giornata piena, ho varie apparizioni da fare e vorrei andare su tutte le reti, altrimenti chi lo sente, il Social Media  Manager…

00:31 ✓✓

Paraclitus Communication Consultancy
Eccomi, ti informo che ti ho già schedulato
tutta la giornata, ho preso accordi già con
i direttori di tutte le reti RAI e Mediaset
per dare massima copertura all’evento.

00:35 ✓✓

Ti sei ricordato che a pranzo sono da mamma? Ci tiene tantissimo, poi organizza per farle avere una colomba (con i canditi) e un po’ di uova di cioccolata. E poi scusa, non potresti evitare questi termini inglesi veramente ridicoli? “schedulare” lo dici a tua sorella!

00:40 ✓✓

Adonai
Ok, tranqui, puoi uscire. Terremoto creato, buttafuori
messi fuori uso. Adesso cerca di farti vedere bene da
Maddalena e da Maria. A Maddalena è calata un po’
la vista, magari non ti riconosce subito, quindi mettiti in mostra. 

04:02 ✓✓

Chi ha avuto l’idea di farmi incontrare le girls per prime? La voce si è diffusa in un attimo e i Like sul mio profilo Facebook sono schizzati alle stelle!

04:13 ✓✓

Paraclitus Communication Consultancy
Sono o non sono un genio dei media? Adesso
bisogna decidere a chi affidare il profilo
Instagram. I migliori sono i toscani: che dici,
Giotto o Piero della Francesca?

04:38 ✓✓

Direi Piero, mette meglio in risalto la tartaruga e gli addominali obliqui. Mi dipinge come un guerriero maori. Fichissimo. Giotto mi piace ma mi serve qualcosa di più impattante. Tutti gli altri mi fanno sembrare un ballerino di Amici, hai visto Rubens come mi ha dipinto? Blah, che orrore!

05:01 ✓✓

Houston Houston we have a problem! Sulla rete Tommaso sta aizzando gli haters, dobbiamo trovare un rimedio subito.

07:27 ✓✓

Adonai
Eccheppalle però, ogni volta che c’è un problema
venite da me! E chi sono io, il Padreterno?
Vengo da un periodo di superlavoro, io… e
convinci Giuda, e trova Barabba, e scegli i ladroni,
e il casting per i figuranti della via Crucis, basta!
Mi vorrei riposare un po’.
Questa rogna te la sbrighi da solo, capito?

08:12 ✓✓

Vabbè, allora risolvo nel modo più semplice, con fact-checking dal vivo. Quanto mi da fastidio farmi toccare! Però… Noli me tangere: potrebbe funzionare come slogan.

08:23 ✓✓

Paraclitus Communication Consultancy
Sei pronto? Il collegamento con Piazza San Pietro
è pronto, vai pure. A seguire ci sono le reti
Mediaset e un collegamento con Radio Maria.

09:01 ✓✓

Fiuuuu finito proprio adesso, le dirette sono veramente sfiancanti. Paraclitus, lasciami stare per un po’, mamma mi aspetta per pranzo: ha fatto una pastiera della Madonna.

12:45 ✓✓

A che punto siamo con i preparativi per il Resurrection Party di stasera?

16:56 ✓✓

Paraclitus Communication Consultancy
La lista degli invitati è completa. Bisogna dire
alla security di non fare storie quando arrivano Allah,
Elohim, Buddha, Shiva, Brahma, Krishna e Manitù. A metà
serata è previsto il trick di cambiare l’acqua
in spritz, funziona sempre e la gente è contenta.
Ho chiamato tutti i testimonial di punta: il cieco di Gerico,
lo storpio, Lazzaro, il posseduto di Cafarnao. Poi
facciamo finta che sta per finire il finger food
e tu lo moltiplichi. Un grande classico.  Alla consolle
Calvin Harris e per il catering Heinz Beck.
Ma prima della festa devi andare al tavolo da Fazio.

17:41 ✓✓

NO, FAZIO NO! Mi fa venire l’orticaria e poi le domande di Marzullo mi smuovono il sistema nervoso.

18:02 ✓✓

Adonai
Non fare i capricci, con tutta la
fatica che abbiamo fatto per
essere invitati proprio oggi.

19:19 ✓✓

Non ci voglio andare! E poi tutti questi imprevisti hanno rallentato il lavoro in falegnameria. Devo finire la credenza per D’Arimatea e il tavolo per il Samaritano. Domattina mi devo alzare prestissimo, papà ha bisogno di me al laboratorio.

19:45 ✓✓

Adonai
Ti ricordo che anch’io sono Tuo Padre.

20:03 ✓✓

Salvatore ha abbandonato la chat

ore 23:59

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