Scherza coi Santi (e lascia stare Fante)

In questi giorni (dal 21 al 23 agosto 2020) a Torricella Peligna si tiene la XV edizione del John Fante Festival “Il dio di mio padre”. John Fante è stato uno dei primi scrittori americani di “seconda generazione”, figlio di emigranti italiani ma nato e cresciuto negli USA. La sua produzione letteraria è stata riscoperta relativamente di recente (negli anni 90) grazie a Charles Bukowsky che lo ha definito il suo scrittore preferito. Nel paese di origine di Nicola Fante, padre di John, ogni anno alla fine di agosto si compie una piccola magia. Il borgo si anima di presentazioni di libri, spettacoli ed eventi culturali, con presenze di rilievo del mondo della cultura e dello spettacolo. Ecco il link alla manifestazione https://www.johnfante.org

Quello che segue è un racconto in cui realtà e fantasia si mescolano – ma quanto è bello e divertente “addomesticare” i fatti a favore della narrazione? – e in cui MAIUSCOLE e minuscole fanno la differenza tra uno scrittore americano e un condottiero italico.


Scherza coi santi (e lascia stare Fante)

Alzi la mano chi non ha mai sbirciato un oroscopo o non si è mai fatto leggere i Tarocchi, specialmente in prossimità di un passaggio cruciale della vita. Quale momento più propizio, quindi, per farmi leggere le carte prima dell’esame di maturità, rito di iniziazione di noi appartenenti alla generazione X?  In quel 13 giugno di un secolo fa, tutta la V C del liceo Fermi decide di sfondarsi di zucchero filato e bagigi in quel di Prato della Valle, alla sagra del Santo – con la maiuscola e senza nome, perché noi a Padova, con Antonio abbiamo un rapporto così speciale che non serve chiamarlo con nome proprio. 

Tra giostre, attrazioni e banchi di noccioline americane (i bagigi di cui sopra), mi imbatto nel tendone di “Madame Sosostris, famosa chiaroveggente”. Fresca di studi di letteratura inglese, non posso non rimanere colpita dalla citazione colta e varco spedita la soglia del boudoir della maga. Mi trovo davanti a una donna dai capelli lunghi, ricci e crespi, dal viso severo e attraente, appena movimentato da un neo in mezzo alla fronte, come un “bindi” dipinto da Madre Natura. L’aura di esotismo e mistero è appena incrinata dallo strumento divinatorio che Madame padroneggia. Con un’astuta mossa di co-marketing territoriale, invece dei Tarocchi, come mi aspettavo, la chiaroveggente mescola un mazzo di carte trevigiane, molto locali, “etniche”, si direbbe adesso, ma decisamente poco intriganti e molto prosaiche. La prima carta che sguscia dal mazzo è il “pampalugo”, il fante di spade, che in dialetto sta ad indicare una persona non proprio sveglia e intelligente. Cominciamo bene, penso tra me e me, ma per Madame Sosostris l’interpretazione della figura è ben altra. Come se mi leggesse nella mente, mi rassicura subito. D’altra parte, la maga è lei.

≪Incontrerai un fante armato non di spada, ma di penna e ti farà superare una prova importante≫ sentenzia solenne Madame ≪e ancora, sul tuo cammino ti si parerà davanti un altro guerriero dalle forme muliebri con un enorme cappello che ti accoglierà nella sua terra≫ continua sibillina, come deve essere, data la sua natura di oracolo. Chiude il suo vaticinio con un prosaico ≪Fanno diecimila, lasciale pure sul cestino a sinistra, grazie≫.

All’esame di maturità, di soldati, non c’è stata alcuna traccia, per cui ho etichettato la profezia di Madame come il vaneggiamento di una veggente da strapazzo. Dieci carte buttate nel cesso, ma che fa, poi alla fine l’esame è andato bene, anzi molto bene e della Madame Sosotris padana mi sono presto dimenticata.

Le sue parole mi tornarono in mente due mesi dopo, quando, seduta in un’aula enorme con altri seicento candidati, mi arrabattavo per superare l’esame di ammissione alla famigerata Scuola Interpreti di Trieste. Il brano da tradurre era di uno scrittore italo-americano di cui, lì per lì, non afferrai il nome. Scoprii poi, alla prima lezione di traduzione, che Madame Sosostris aveva (pre)visto giusto: il brano era tratto dal libro di (un) Fante, di nome John e da quel dì faccio sempre attenzione alle maiuscole. Il “fante” Fante mi era stato accanto in un momento topico e, senza ombra di dubbio, mi aveva svoltato il futuro.

La seconda parte della profezia rimase in stand-by per alcuni anni, fino a quando accettai un’offerta di lavoro che dal ricco nordest mi avrebbe portato all’Abruzzo forte e gentile. Durante il mio primo viaggio verso Pescara, sfrecciando lungo l’autostrada, ogni tanto buttavo uno guardo su quel paesaggio che presto mi sarebbe diventato caro e familiare. Qualche agricoltore con la passione del disegno, sulle ondulate colline a ridosso della A14, aveva tracciato sui campi di grano la sagoma inconfondibile del guerriero di Capestrano, quale forma di benvenuto in regione ai forestieri. L’immagine evocata da Madame Sosostris tanti anni prima emerse con nitidezza, smentendo il mio scetticismo di allora. Ancora una volta un fante, questa volta antico, prezioso e ammantato di mistero mi stava accompagnando verso una nuova fase della mia vita. 

Il guerriero di Capestrano (foto dal sito MIBACT Direzione regionale musei Abruzzo)

Dopo tanti anni, mi chiedo oggi se la profezia della cartomante si sia esaurita. Se il cerchio si sia chiuso per davvero. Ora vivo non lontano da dove Nicola “Nick” Fante ha iniziato il suo cammino, e, se andassi ancora da Madame Sosotris, mi piacerebbe che vedesse un altro Fante sul mio cammino. E questa volta le chiederei di fare attenzione a maiuscole e minuscole, quando esprime i suoi vaticini.

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Borsa lettori speciale “Riccardino” di Andrea Camilleri (no spoiler)

Ad un anno esatto dalla scomparsa di Andrea Camilleri, Sellerio ha pubblicato l’ultima indagine di Salvo Montalbano, Riccardino. Un romanzo scritto già scritto nel 2005 e conservato negli archivi della casa editrice e uscito un mese fa. Un minuto dopo che era arrivato sugli scaffali della libreria sotto casa, l’avevo tra le mani. Anche se ormai preferisco la lettura in digitale, questo l’ho voluto leggere su carta. Chissà, forse perché, toccando l’oggetto libro, mi sembra di trattenere materialmente il ricordo dello scrittore siciliano. O forse solo perché è proprio un bell’oggetto, con la copertina rigida, le striscioline segnapagina blu e gialle e i risguardi di un bell’ocra acceso.

Autore, Personaggio, Attore

Dico la verità: dell’ennesima ammazzatina su cui verte l’indagine di Montalbano, non mi interessava granché. Anzi, proprio poco. Un po’ per sopraggiunto scassamento di cabasisi – tra repliche tv e carriolate di romanzi, ormai siamo ben sazi del personaggio – ma soprattutto perché la curiosità di sapere come Camilleri fa “morire” il suo personaggio è di gran lunga l’attrattiva più importante. E da quello che si riesce a intuire, durante la lettura, era anche l’interesse principale dell’autore. Non che la vicenda legata alla morte di Riccardino sia meno accurata o geniale di quelle che l’hanno preceduta. Anzi è un esercizio di stile ineccepibile, trame principali e secondarie che si intrecciano, critiche nemmeno tanto velate a esponenti della Chiesa, richiami alla mafia e tutto il corredo di riferimenti all’attualità più becera e triste. Ma si avverte, leggendo, che Camilleri ci vuole portare a una dimensione totalmente inedita di racconto, una specie di metanarrazione. In una sorta di gioco di specchi tra realtà, finzione letteraria e fiction televisiva, fanno capolino l’Autore, che disturba Montalbano per telefono, il Personaggio che, ormai arcistufo del suo lavoro, cerca di scaricare a terzi l’onere dell’indagine, senza peraltro riuscirci, e l’Attore della tv, in una continua citazione in bilico tra carta stampata e schermo televisivo. Su tutti e tre, il gran puparo Camilleri in carne e ossa che, con la solita insuperata maestria, tira tutte le fila di questo “gran tiatro” che lui stesso ha allestito e che si appresta a demolire.

Mentri che stava sconzanno, squillò il tilefono. Siccome la mangiata l’aveva bono disposto, annò ad arrispunniri. Era l’Autore che lo chiamava da Roma. Si pentì subito d’aviri isato il ricevitori.

<<Salvo, ce l’hai un po’ di tempo?>>

<<Un poco quanto?>>.

<<Massimo deci minuti>>.

<<Vabbeni. Dimmi>>.

<<Così non posso più andare avanti, dovresti cercare di darmi una mano d’aiuto>>.

<<In che senso?>>.

<<Come me l’hai sempre data. La storia di Riccardino, della quale ti stai occupando…>>.

<<Chi te ne ha parlato?>>. Lo interrompì Montalbano arrisintuto.

L’Autore tirò un sospiro funnuto.

<<Madonna, Salvo, siamo ancora a questo punto? Non l’hai capito o lo fai apposta?>>.

<<Voglio sapere chi ti ha informato>>.

<<Salvo, la facenna sta completamente arriversa. Sono io che informo te, e non capisco perché ti ostini a credere che sei tu ad informare me. Questa storia di Riccardino io la sto scrivendo mentre tu la stai vivendo, tutto qua>>.

<<Quindi io sarei il pupo e tu il puparo?>>.

Due versioni, una lingua, un solo universo letterario

Dal punto di vista della trama, le due stesure, quella del 2005 e quella definitiva del 2016, non presentano nessuna differenza (quindi, se non siete camilleriani sfegatati, è sufficiente leggere l’ultima redazione). Per chi ama il Camilleri inventore di linguaggio è interessante vedere il fine lavoro di cesello che ha operato sulle parole, sul ritmo, sulla potenza evocativa dei suoni. Dai primi romanzi tipo Un filo di fumo oppure Il birraio di Preston fino a Il cuoco dell’Alcyon il vigatese ha gradualmente occupato sempre più spazio nella pagina stampata, passando da “linguaggio d’uso privato” a lingua inventata che proprio nell’ultimo romanzo viene citata in quanto tale, quando uno dei protagonisti, per rafforzare la sua appartenenza al gruppo, passa improvvisamente dall’italiano al dialetto e questa cosa non sfugge a Montalbano, che su questa osservazione poi svilupperà parte dell’indagine. Lingua come protagonista, quindi, in bilico tra dialetto, lessico familiare e pura invenzione. In altre parole, genio linguistico.

Mi mancherà?

Mi mancherà Montalbano? Direi di no. Come già detto, tra carrettate di racconti e romanzi, repliche a raffica di fiction con Montalbano giovane e non, abbiamo raggiunto il livello di guardia. Anzi, era ora. Il finale è degno dell’inventiva di Camilleri, che sicuramente avrà avuto in mente Pirandello, (su questo mi gioco i cabasisi che non ho). Un’uscita di scena che appaga completamente e mette la parola fine – irrevocabile – al personaggio Montalbano.

Invece mi manca moltissimo l’Autore, la sua voce “arragatata” dalle sigarette, il suo sguardo lucido e saggio sulla realtà, il suo buon senso e la sua simpatia. Lo Scrittore, invece, è sempre con noi. Ogni volta che ci assale la nostalgia, basta allungare una mano sullo scaffale della libreria (fisica o digitale) e pescare a caso tra la sua produzione per farcelo sentire vicino. E questa è una gran bella consolazione.

In caso di nostalgia da Camilleri, rivolgersi alla bibliotecaria Aurora

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Gli Abitatori delle Palestre – l’Istruttore, pardon, il Trainer

Un Abitatore fisso delle Palestre è l’istruttore, che non si deve mai chiamare così, ma bensì trainer, in ossequio a questa anglomania imperante e spesso inutile. Dirò di più, sta per diventare obsoleto anche trainer, a favore di un criptico “pittì” che poi sarebbe P.T. cioè Personal Trainer, anche se poi alla fine non è sempre personale, il trainer, ma non stiamo tanto a sottilizzare. Va di moda l’acronimo (inglese) e quindi vai con cumuli di lettere incomprensibili ai più.

Conan & Jane

Per quello che mi ricordo, prima che arrivasse sugli schermi italiani il film Conan il barbaro nessuno o quasi praticava il culturismo meglio detto body building. Gli attrezzi delle palestre erano le spalliere, il quadro svedese, la trave, la scala, che si trovavano nelle strutture comunali, addossate lungo le pareti, per fare spazio ai campi di pallavolo e basket. Come è arrivato Arnold Schwarzenegger anche in Italia sono iniziate a spuntare le palestre di culturismo. Erano posti veramente spartani, direi francescani nella loro essenzialità, le macchine erano quattro pezzi di ferro, due pulegge e due cavi. Regno incontrastato di maschi ad alto tasso testosteronico (e anabolizzato) erano luoghi molto tristi dove regnava una puzza di aria consumata da far paura, un silenzio claustrale interrotto solo dal clangore dei pesi che sbattevano e dalle urla soffocate degli utenti dopo aver alzato chili e chili di ghisa. Per le donne invece c’erano i corsi di aerobica in stanzette dal ricambio d’aria praticamente nullo, in cui fanciulle di varie età fasciate in tutine fluo alla Jane Fonda sudavano e smadonnavano (in silenzio) a ritmo di musicademmerda. Su tutto ciò regnava incontrastato il trainer, figura di riferimento per il popolo della palestra.

Nel periodo pioneristico delle palestre, i trainer (che spesso erano anche i titolari della struttura) erano tutti ex-qualcosa. Calciatori che avevano appeso le scarpette al chiodo, ex-pugili (non ancora suonati), ex-sollevatori di pesi, ex-qualsiasi sport. E lo si capiva benissimo, quello che avevano fatto prima, dalle attrezzature disponibili. Se vedi dieci vogatori ti viene forse il dubbio che il titolare sia stato un ex-canottiere? La preparazione di questi trainer poi era abbastanza approssimativa ma trent’anni fa si badava poco ai dettagli. Bastava tirare su pesi, sudare e, in buona sostanza, muovere il corpo. I più preparati erano i diplomati ISEF che nel pomeriggio smettevano i panni di insegnanti di educazione fisica e indossavano quelli di istruttore. Questi li riconoscevi perché alla fine della sessione di allenamento ti davano il voto.

Nel terzo millennio è cambiato TUTTO. Il nome, come già detto. Gli istruttori sono Trainer, mi raccomando. La loro indiscutibile preparazione – per fortuna di noi utenti – è multidisciplinare e approfondita. Dall’anatomia alla nutrizione, dalla traumatologia alla biologia molecolare, dalla psicologia alla didattica dello sport, sono tutti super specializzati. E meno male. Detto ciò, da quello che ho potuto intuire in anni di frequentazioni di palestre, i trainer ricadono su alcune tipologie specifiche.

STAFF..atijà o STAFF…a nind? (solo per abruzzesi) – foto di Lorenza Destro

Belli senz’anima

Il 95% dei trainer maschi hanno fisici scultorei, bicipiti guizzanti, addominali a tartaruga, chiappe così toste che ci puoi appoggiare la tazzina del caffè e quadricipiti che sembrano tronchi di ulivo salentino, istoriati di tatuaggi tribali e/o ispirati al mondo del fitness. D’altra parte, è il loro biglietto da visita, il corpo, e un istruttore con la pancetta sblusata e le braccia rachitiche sarebbe poco credibile. Però questi belloni sono tutti invariabilmente antipaticissimi, se la tirano da morire e sono di una noia mortale. Se hai la (s)ventura di chiedere qualcosa a uno di questi, prima ti guarda con la stessa espressione con cui la casalinga guarda l’acaro della polvere e poi parte a secco un pippone biochimico sul ruolo dei mitocondri nella muscolatura striata, una roba che nemmeno la prof di scienze al liceo. Anche se magari gli chiedi solo dov’è il bagno. Il restante 5% invece è composto da ragazzi che, pur non essendo statue greche, sono tutti muscoli e tendini, adrenalinici al limite dell’ipercineticità e, solitamente, molto più simpatici e alla mano. Loro sono più rilassati, più amichevoli e anche meno compresi nella loro parte “estetica”.

Le trainer donne sono tutte fighissime, hanno fisici da urlo – vale lo stesso discorso di cui sopra – ma, in linea di massima, sono un po’ più empatiche nei confronti di noi frequentatori e frequentatrici. Sono spesso oggetto di occhiate feroci da parte di quelle ragazze che non riescono ad ottenere gli stessi risultati perché pensano che il fisico scultoreo venga per proclamazione divina e non per ore e ore di fatica e impegno. Lo stile di moda adesso è “sergente dei marines”: incalzanti, grintose, senza fronzoli. Pochissime chiacchiere e tanto lavoro. Si bada al sodo, insomma. Anzi, al gluteo sodo.

Il trainer, bello o brutto che sia, maschio o femmina, per contratto deve dare retta a tutti e a tutte e quindi la sua soglia di attenzione non supera i trenta-quarantacinque secondi. Non perché sia affetto da qualche disturbo dell’attenzione ma perché il via vai continuo di gente che lo cerca e gli chiede cose è così serrato che non riesce a prestare attenzione a tutti per un periodo più lungo. Una volta che ci si rende conto di questo, interagire con il trainer è semplice. Domande dirette, mirate, possibilmente la cui risposta sia sì/no. Ogni tanto, quando si crea l’occasione, i trainer vengono coinvolti in questioni anatomiche così complicate che lo stesso Vesalio avrebbe difficoltà a rispondere, oppure si devono sorbire minuziosi elenchi di acciacchi con relativi tentativi di rimedi o ancora richieste di diete miracolose che facciano bruciare grassi senza colpo ferire. Che dire, fa parte del loro lavoro, interagire con il mondo, ma volte deve essere proprio dura, quando l’ennesima babbiona gli racconta della sciatica o del gomito della lavandaia.

Il vero motivatore, anzi la motivatrice

Senza nulla togliere ai Trainer che, come già detto sono professionali, preparati e seri, in palestra c’è un motivatore che dà tre punti e una scopa anche all’istruttore più rigoroso. Un doping naturale, legale e meraviglioso. Non c’è niente di più energizzante della musica per dare la carica. Nella palestra che frequento, il COVID ha fatto una vittima (non) illustre: la musicademmerda. Da quando ha riaperto, infatti, ho notato che tutta quella porcheria che intasava l’aere ha lasciato il posto a compilation contenenti brani del Boss, Swing Out Sister, One Republic, Style Council, Lenny Kravitz, gli Stones, Fleetwood Mac, U2, Dire Straits e via elencando. Con un tappeto sonoro del genere, è quasi impossibile stare fermi. E quindi, come la canzone che ho sentito oggi prima di iniziare la seduta, alleniamoci Senza pietà, sotto l’occhio attento e vigile del Trainer.

(E se poi, dopo che vi siete sfasciati di squat, plank e cardio, i risultati stentano ad arrivare, e non per colpa del trainer, un bell’outifit total black è quello che ci vuole per nascondere ciccia e pinguedine diffusa. D’altra parte, Schwarzenegger nomen omen: Schwarze significa nero, negger anche: lo vedete che tutto torna?)

Total black is the new… ah no, scusate.

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Il Mostro Inviato alla fonte del Beato Mariano

Il vostro Mostro Inviato ha preso parte all’uscita organizzata dall’infaticabile ASD MTB’s (sic!) Friends Abruzzo alla fonte del Beato Mariano, nei dintorni di Roccacasale (PE) alle falde del monte Morrone, con terzo tempo alla Tana del Rosso. È andata bene come la volta scorsa? Ni.

Assenze e Presenze

Un bel gruppone di biker si è ritrovato al punto di partenza per l’escursione, appena fuori l’abitato di Roccacasale. Ad essere proprio pignoli, il luogo prescelto non era proprio di gran buon auspicio, visto che eravamo al parcheggio del cimitero, ma noi biker non ci lasciamo suggestionare. Abbiamo salutato con piacere l’arrivo di due elementi da fuori regione (Lombardia e Puglia) e con rammarico abbiamo notato, tra le altre, l’assenza del biker Paolo del Direttivo e del biker Peppe, responsabile del settore (ri)-animazione e intrattenimento.

Dopo le solite operazioni di sbarco, alle 8.52 si parte!

Roccacasale (foto da internet)

Senza sali, non sali

Dopo un breve falso piano si inizia a salire e il gruppone si sgrana subito. In testa gli scalatori, posseduti dallo spirito di Pantani, salgono rapidi e leggeri. Al centro il peloton e in coda il vostro Mostro Inviato, che da subito aveva optato per una salita lenta ma inarrestabile, in buona compagnia dei biker gentiluomini Milvio e Lucio, che gli hanno cavallerescamente fatto compagnia per un bel tratto, anche se avrebbero voluto scappare via con gli altri. Nel frattempo l’aria si scalda, la fatica inizia a farsi sentire e la scorta di liquidi del Mostro si riduce drasticamente fino ad esaurirsi. Grave errore tattico: va bene portarsi la scorta di sali (integratori) – altrimenti NON sali, come acutamente osserva Lucio – ma serve anche la doppia borraccia! Confortato dai compagni di cammino il Mostro Inviato arriva, un po’ provato, alla prima tappa del percorso: il rifugio Colle delle Vacche.

Bel vedere con brutta sorpresa

Al rifugio, una fonte, c’è. Ma, come diceva Benjamin Disraeli, “the unexpected always happens” che tradotto significa che la sfiga è sempre in agguato. Infatti un bel cartello appiccicato alla canna dichiara che l’acqua non è potabile. Appena il tempo di elaborare il significato del cartello e smadonnare in silenzio che i biker confortano il Mostro Inviato asserendo che tutti hanno bevuto l’acqua e non è successo (ancora) niente. Siamo o non siamo un gruppo coeso? Quindi condividiamo la sorte e via una bella sorsata. Se sto scrivendo e se i biker mi leggono significa che l’acqua, alla fine, era potabile. Dal Rifugio si gode una vista spettacolare sulla Conca Peligna, un colpo d’occhio veramente incredibile, che giustifica pienamente la fatica della salita (di cui non metto la foto perché chi la vuole vedere, se la deve conquistare a colpi di pedale).

Beati con il beato

Dal Colle delle Vacche si riscende per un piccolissimo tratto e dopo un bel sentiero in mezzo al bosco si arriva alla fonte che giustifica il nome dell’escursione, la fonte del Beato Mariano che in realtà si chiamava Domenico. La tradizione vuole che nel tardo XVIII secolo il pastore Domenico, mentre pascolava le pecore, fu colto da una botta di calore e stremato per la mancanza di acqua in quella zona, si addormentò. In sogno gli apparve un frate (abruzzese sicuramente) che gli disse “Ndundì, svejiet’, bruci dalla sete e l’acqua ti scorre sotto la testa!” Il ragazzo, risvegliandosi, si accorse che proprio dove aveva appoggiato il capo zampillava dell’acqua fresca, la stessa che abbiamo bevuto noi – questa volta, potabilissima, altissima, marianisssima. Una bella pausa tra chiacchiere e un po’ di riposo, poi si riparte. Scendendo, si incontra un pianoro denominato Valle dei Preti, alla fine del quale parte la carrareccia sassosa e sinuosa che riporta al paese.

Cartellino Rosso

I quattro chilometri di discesa sono stati divertimento puro, in mezzo a sassi, tornanti stretti – un paio veramente stretti – aria bollente in faccia, lucertole che scappavano in mezzo ai sassi ma alla fine tutto bene, anzi benissimo visto che il Mostro Inviato tra i sobbalzi della discesa ha perso il suo ciclocomputer ma che il biker Mattia ha gentilmente recuperato. Il terzo tempo alla Tana del Rosso prometteva bene, le recensioni su Trip Advisor erano allettanti ma spesso succede che la partenza è a razzo e l’arrivo è a … organo riproduttore maschile. Quindici biker super affamati come lupi della steppa si sono visti arrivare poche portate e anche contenute. Per fortuna la compagnia e la convivialità hanno compensato la delusione per la frugalità (per così dire) del pranzo. Quindi cartellino ROSSO per il ristorante (al quale propongo di cambiare nome in Sòla del Rosso) e invece semaforo verde per il gruppone.

la bella discesa dalla fonte al paese (foto di Sergio Andrés Rossi Martínez)

Dal vostro Mostro Inviato a Roccacasale è tutto.

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Il Mostro Inviato tra le colline di Villamagna (e anche bevi)

Il vostro Mostro Inviato ha partecipato all’evento “Pedalar m’è dolce in questa valle” organizzato dall’infaticabile ASD MTB’s (sic!) Friends Abruzzo di Montesilvano. Una pedalata in mezzo alle colline del chietino con rinfresco finale presso l’azienda agricola Valle Martello di Villamagna.

Mezzogiorno e oltre di fuoco

Il punto di raccolta per i bikers è al parcheggio della Coop di Montesilvano. Questo luogo ha la caratteristica di essere infuocato in qualsiasi periodo dell’anno in quanto privo di qualsiasi oggetto che faccia ombra e dotato di asfalto a cedimento incrementale di calore. In realtà ci sarebbero gli alberi della Nazionale Adriatica lì vicino, ma alle due del pomeriggio proiettano la loro ombra in un posto inutile, cioè in mezzo alla carreggiata. Meglio arrostiti ma vivi che freschi ma arrotati. All’ora stabilita (ore 14.00) per il raduno dei partecipanti al fine di ottimizzare i trasporti di bici e persone, il termometro segna +34 °C. Temperatura percepita: terzo cerchio dantesco. Dall’asfalto rovente un miraggio raffigurante Cerbero e il girone dei golosi appare e scompare davanti a noi, ma non ci facciamo condizionare. Il biker Fabrizio fa notare che “con il fresco sono capaci tutti” (ad andare in bicicletta) e in più rafforza la sua affermazione con l’adagio popolare “dove c’è gusto, non c’è perdenza”. Senza dubbio. Ma quando ho esternato in famiglia questo mio intento di partecipare alla gita, il prode G. non ha proferito parola ma ha lanciato uno sguardo che dimostrava tutto il suo disappunto, giusto per usare un leggero understatement. E infatti lui è rimasto ad arrostire a casa.

Una volta definiti gli equipaggi, il Mostro Inviato sale sul Fiat Qubo carico di bici e rigorosamente privo di aria condizionata – magari ci dovesse fare male lo sbalzo termico – e in colonna ordinata con le altre auto ci avviamo verso il ridente abitato di Villamagna, zona particolarmente vocata alla coltivazione della vigna. C’è da dire che, sì, d’accordo che dove c’è gusto eccetera eccetera ma un incentivo c’è, mica ci piace soffrire così, a vuoto: alla fine del percorso di circa 32 km, ci sarà un aperitivo cenato organizzato dall’azienda agricola Valle Martello. In auto il termometro segna +36 °C, la temperatura percepita equivale all’incirca a quella del sesto cerchio dantesco. Lungo la strada, il fantasma di Farinata degli Uberti e di tutti gli epicurei, dai loro sepolcri infuocati, ci lanciano occhiate di commiserazione. Dopo un breve viaggio raggiungiamo il punto di partenza dell’escursione in MTB, l’aia dell’Azienda Agricola dove la temperatura si aggira intorno ai +38 °C e quella percepita pari al nono cerchio dell’Inferno: tra le rotoballe e il trattore parcheggiato vicino ho avuto una visione del conte Ugolino della Gherardesca che invece di morire d’inedia, schioppa di caldo e fa scrivere a Dante la famosa frase “più che ‘l dolor, potè la caldazza“. Ma è stato un attimo: per fortuna un refolo di aria fresca porta via il miraggio e porta un po’ di refrigerio. Dopo le giuste raccomandazioni del Presidente dell’ASD MTB Friends Abruzzo, con indosso le divise nuove di pacca, saliamo in sella e si parte!

Gruppone (ancora sobrio) alla partenza da Valle Martello con mascotte felina in passerella

Di là dal fiume (Foro) e tra gli alberi

Alla fine il Diavolo non è poi così brutto come lo si dipinge, tanto per mantenere la metafora infernale. Le sponde del fiume Foro sono ombreggiate e relativamente fresche e i numerosi guadi che abbiamo attraversato hanno provveduto a rinfrescare gli arti inferiori. La prima parte del percorso, nonostante il caldo, è stata piacevole, in quanto pianeggiante e ricca di pediluvi. Il gruppone – una quindicina di biker tra bici muscolari e ahimé elettriche – si sposta in grande letizia di cuore tra frizzi e lazzi, battute e buonumore, garbati sperculamenti reciproci. Il Mostro Inviato, che è una new entry in questo gruppo, dagli scambi di battute, comincia a farsi un’idea di ogni singolo partecipante: il grimpeur, il passista, il discesista, lo sfiatato, il super allenato, il simpaticone, il tranquillo. Una varia umanità accomunata dall’amore per le due ruote. Che bello. Dopo circa un’ora e mezza di pedalata piana, si comincia a trovare qualche salitina. Nel frattempo il termometro scende di qualche grado, le visioni dantesche si diradano per lasciare spazio alla campagna circostante: dolci pendii ricoperti di vigneti, verdi vallate e ogni tanto, qualche gruppetto di case. L’occhio si posa sulla bellezza del paesaggio, forse non perfetto come quello toscano ma per certi versi, più “verace”. Salitelle e discese si susseguono in mezzo al verde, sfioriamo il ridente abitato di Bucchianico, una breve sosta e poi giù a rotta di collo per la discesa asfaltata.

Chiare, fresche dolci acque (foto di Sergio Andrés Rossi Martínez)

La confraternita dell’uva (e del pane e pomodoro)

A circa due terzi del percorso, in the middle of nowhere, in piena campagna, ci aspetta una gradita sorpresa: un robusto ristoro a base di pane, olio, pomodoro e vinello bello fresco, gentilmente offerto da Anna, una cara amica del biker Massimo. Siamo rimasti tutti senza parole per la gentilezza del gesto, per la bontà e per l’abbondanza dei cibi offerti, per la calorosa accoglienza. Proprio vero che in Abruzzo non si sta mai senza mangiare per più di due ore consecutive. La nostra anfitriona però rideva sotto i baffi, mentre mesceva con prodigalità quel vinello leggero (ma traditore). Avremmo scoperto a breve che ci aspettava una salita così ripida e sconnessa nel fondo che si faceva fatica anche a spingere la bici a mano. In più dopo aver mangiato e bevuto, lascio immaginare in che stato siamo arrivati alla sommità della salita. Ma chissenefrega, dove c’è gusto non c’è perdenza (aridaje) e dopo aver ripreso fiato e aver svaporato tutto l’alcol ingerito, via a tutta velocità per l’ultimo tratto, fino al belvedere del paese di Villamagna, impavesato per la festa del patrono (o patrona?) Santa Margherita. Immancabile foto di rito e poi via a pallettone in discesa verso il punto di arrivo, la fattoria Valle Martello.

Paradise Found

Alla fattoria ci aspetta il gruppo di amici e familiari che ha trascorso il pomeriggio in visita alla cantina e alle coltivazioni circostanti. La vista delle tavole imbandite già da sola funziona da integratore, in previsione di quello che, a breve, ci sarà sopra. Nel frattempo l’aria si è rinfrescata e dall’atmosfera di Inferno dantesco siamo passati direttamente al fresco cantina (è proprio il caso di dirlo!) del Paradiso, saltando a piè pari il Purgatorio. Temperatura percepita uguale a quella del VII cielo dantesco: aria fresca, paesaggio circostante verdeggiante, disponibilità con plafond illimitato di tutta la gamma di vini della fattoria Masci e un robusto aperitivo che ha decisamente sconfinato nella cena vera e propria: salumi e formaggi, insalata di orzo e verdure, frittate quante ne vuoi, pane ond’ (quello non manca mai), frutta e ottimo vino. A coronamento di questo rinfresco gustoso e consistente, doppio dessert per festeggiare il compleanno del titolare dell’azienda. What else? ma George Clooney scànzete proprio!

Una giornata da incorniciare grazie all’impegno degli esploratori dell’ASD MTB Friends che hanno disegnato il percorso, alla buona compagnia di nuovi amici di pedale, all’ospitalità abruzzese, alla professionalità dell’azienda agricola Valle Martello ma soprattutto alla bellezza di questi luoghi, che sanno conquistare gli occhi e anche il cuore. W l’Abruzzo!

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Il Mostro Inviato a New York – La Grande Mela à la carte

A ottobre del 2019 ero andata a New York con il prode G. e dopo il primo post sulla passeggiata ad Harlem avevo un po’ accantonato il progetto del Mostro Inviato nella Grande Mela. Anzi, l’avevo abbandonato del tutto. Lo sentivo una cosa ripetitiva, che aveva perso di smalto e di slancio. Adesso che siamo tutti forzatamente chiusi nelle nostre casette, dove peraltro si sta anche bene, visto che salviamo la Patria stravaccati sul divano e non in trincea come i nostri nonni, i ricordi dei viaggi sono ancora più significativi, perché oltre alla giusta distanza spazio-temporale adesso, in questo preciso momento storico, si aggiunge quella sottile e dolce pena che ci pervade ogniqualvolta che ci accorgiamo di essere stati felici ma che allora ci sembrava una cosa scontata.

Brian di Bryant Park

Sabato mattina, aria frizzante e poca gente in giro. Tranne noi turisti, che, dal nostro albergo in zona Bryant Park – NY Public Library cerchiamo di capire dove conviene prendere la metro per andare dove dobbiamo andare, cioè a Brooklyn. Mentre il prode G. taffola compulsivamente su Google Maps per trovare la giusta direzione, si avvicina un signore agèe ma dal passo elastico e deciso. Ci chiede se abbiamo bisogno di aiuto e, senza ascoltare la risposta, sbircia veloce lo schermo del prode G., vede la destinazione (DUMBO, che non è l’elefantino ma Down Under Manhattan Bridge Overpass), sfodera il suo iPhone nuovo di pacca e dopo una rapida consultazione non solo ci indica la strada più veloce alla Grand Central Station, ma ci accompagna pure, nonostante lui stesse andando dalla parte opposta. Nel mentre che passeggiamo, scambiamo due parole, per dovere di riconoscenza, considerato che si vedeva lontano un chilometro che il tizio (che scopro chiamarsi Brian) aveva una voglia matta di scambiare due parole con qualcuno. Quando gli diciamo che siamo italiani, la sua reazione è stata: ma come, con tutte le cose buone da mangiare che avete lì, perché siete venuti qui? La logica del discorso mi sfugge, ma lì per lì mi pareva brutto dirgli che eravamo lì per un milione e mezzo di motivi che esulavano dal cibo. Per fortuna all’angolo della 42 strada con la Fifth Avenue Brian, ritenendo di aver adempiuto al suo dovere di (old) boy scout e cittadino modello, ci saluta con molta gentilezza ma così che non saprà mai perché siamo venuti a mangiare schifezze (secondo lui) a Manhattan. In realtà in una città enorme come NYC puoi mangiare di tutto, dalle porcherie più immonde alle squisitezze assolute, passando per street food e decorose soluzioni a metà tra la tavola calda e il ristorante.

Street food ma anche no

Una delle immagini più iconiche degli Stati Uniti e di New York in particolare è il carrettino che vende gli hot dog. Come resistere alla tentazione di sentirsi un po’ come i poliziotti, i detective, gli eroi dei telefilm che – sempre, è una regola immutabile – appena si apprestano ad azzannare il salsicciotto ricoperto di ketch-up o senape (mai mostarda, ma di questo si è gia ampiamente discusso in separata sede) succede l’imprevisto e loro buttano lo snack in un provvidenziale cestino e si fiondano all’inseguimento del malvivente di turno? Difficile. Ad ogni buon conto, rispetto a quelli che si vedono sullo schermo, gli hot dog che ti vendono sono mooolto più piccoli e striminziti. Che costino poco è vero, ma è anche vero che per saziarti ne dovresti mangiare almeno sette/otto, cosa del tutto inauspicabile se non vuoi trovarti a risolvere un blocco intestinale cementizio con una gagliarda lavanda gastrica a base di varechina. Pare, si dice, traditur, che l’hot dog sia stato inventato da un tale Nathan Handwerker, immigrato polacco che nel 1916 ha aperto il primo baracchino a Coney Island, dove si tiene ancora la gara a chi mangia il maggior numero di panini. Se dovessi dire la differenza tra quello del carrettino e quello di Nathan, direi nessuna. Fanno entrambi rimpiangere il nostro caro e sano panino col salame. La cosa carina accaduta da Nathan’s è stata la ragazzetta trucidissima, vestita da sopravvissuta post atomica, capelli viola, smalto nero sulle unghie, piercing come se piovesse, occhialoni neri a mascherina e anfibi che, vedendoci in attesa del nostro ordine nei pressi di una cassa sguarnita, ci apostrofa “Oh scusathe, icchè hodesta hassa è apertha?” Era di Castiglion Fibocchi, Arezzo.

Invece del malefico salsicciotto, molto meglio ripiegare sul bretzel o pretzel che a dir si voglia, un grissinone/filoncino intrecciato e ricoperto di sale grosso. Sgrullato quel mezzo chilo di sale che lo ricopre, rimane questo pane croccante fuori e morbido dentro, da accompagnare con una birra, ma dato che i chioschetti non la vendono, bisogna accontentarsi di una prosaica e frizzantissima bibita (che non so perché sembra molto più dolce di quelle europee, boh).

“Quello che ha preso la signorina”

Visitare New York è vivere un film, perché ogni angolo di strada è stato visto e rivisto in centinaia di pellicole ed è veramente emozionante, almeno per chi ama il cinema, scoprire di essere al centro di una enorme scenografia, specialmente se questo fondale appartiene alle pellicole che più hai amato. In Harry ti presento Sally quasi ogni scena è diventata cult: la mia preferita è quella in cui Harry spiega a Sally il concetto di donna a “basso mantenimento” sia per il concetto espresso che per il doppio omaggio a Ingrid Bergman. Ma per il 99% del pubblico questo film è identificato con la scena del finto orgasmo da Katz’s Deli. Poteva il Mostro Inviato perdersi l’occasione di ripetere la frase fatidica “quello che ha preso la signorina” (in v.o. I’ll have what she’s having) nel luogo esatto dove è stata pronunciata?

Il locale è nato nel 1888, quindi un pezzo di storia della città e quando entri capisci anche che è rimasto quasi uguale a cento e passa anni fa. Appena all’ingresso due tizi di piantone ti danno un bigliettino lungo lungo e stretto stretto, dopodiché vai al banco e ordini quello che vuoi. L’offerta è molto varia ma quasi tutti vengono qui per mangiare il panino con il pastrami, cioè carne di manzo speziata e affumicata, che si accompagna con cetrioli, senape e pane di segale. Detto così sembra niente di che. Invece… Non per niente le file più lunghe sono davanti ai banchi dei CUTTER, mentre quelle ai GRILL e ai BACK COUNTERS sono inesistenti. Al cutter #7 uno scazzatissimo addetto maneggia con preoccupante noncuranza un coltello dalla lama larga come la mano di Gianni Morandi e lungo come una scimitarra saracena con cui taglia con precisione millimetrica la carne rosa e profumata, la pesa e scrive qualcosa sul bigliettino che devi conservare come una reliquia fino al momento di pagare. Ci aggiunge il pane, i cetrioli e tutto quello che vuoi, poi fai la fila alle bibite (si fa presto) e ti puoi accomodare in un salone enorme a forma di L, le cui pareti sono completamente ricoperte da celebrità che si sono fermate a mangiare lì il famoso pastrami. Che è buonissimo. La carne è così tenera e delicata che al palato si scioglie, i sapori dell’affumicatura e della marinatura sono bilanciati e la sensazione di appagamento del gusto è spettacolare. Per non parlare della soddisfazione di essere, per qualche istante, Sally assieme al suo Harry (e no, la scena del finto orgasmo non ce l’hanno fatta fare…)

Un estasiato Mostro Inviato si appresta a mangiare il pastrami

Prendi e porta a casa anzi no, in albergo

Dopo una giornata passata a camminare, a visitare musei, a fare foto e a salire e scendere dalla metropolitana l’unica cosa che vorresti fare è toglierti le scarpe, farti una doccia e mangiare qualcosa di caldo. Ma l’idea di uscire nuovamente a caccia di locali e ristoranti non sempre c’è. Per fortuna, vicino all’hotel c’è un supermercato della catena Whole Foods Market che offre una quantità infinita di cibo di altissima qualità (e di altissimo prezzo) da tutto il mondo. In mezzo alle zizzone di Battipaglia, Asiago dell’Altopiano, olive taggiasche e frutta così bella che sembra dipinta, il WFM offre anche un servizio di tavola calda “a peso”. Ci sono diversi banchi scaldavivande dai quali ti puoi servire di quello che vuoi, c’è di tutto sia per i carnivori che per i vegani, per gli integralisti kosher e per quelli islamici, per intolleranti al glutine e per tolleranti alle calorie. Però tutto abbastanza sano, almeno all’apparenza. No junk food. Il che, in questo contesto, è proprio una cosa inedita. Prendi una scatoletta, ci metti quello che ti piace nella quantità proporzionale alla fame, il cassiere pesa il tutto, paghi – di solito una cifra onesta, considerando che mangi cose che non fanno innalzare il colesterolo in zona UEFA, poi torni a casa e ti rifocilli con un pasto decoroso senza troppo sbatti. Se poi ci vuoi abbinare il dolcetto, la panetteria al piano terra offre una quantità infinita di treats che, visto il periodo in cui eravamo (Halloween), non poteva essere che a sfondo macabro… ma buonissimo.

Trick or treat?

Pipe e bistecche

In una settimana di soggiorno c’è stata anche la cena “seria”, quella al ristorante. La scelta è caduta su Keens Steakhouse un ristorante a pochi isolati dall’albergo. La particolarità del locale è che, oltre a essere anche questo storico, ha le pareti e il soffitto ricoperti di pipe di argilla, perché un tempo i marinai che si imbarcavano lasciavano le loro pipe churchwarden, cioè quelle col bocchino lungo lungo e dritto, in custodia al pub, altrimenti durante il viaggio si potevano rompere. La vista di tutte queste pipe appese è molto caratteristica, conferisce un’atmosfera da ritrovo di balenieri. Se fai attenzione, appare anche il capitano Achab dietro la porta. Per quanto riguarda il menu, si mangia prevalentemente la carne, le famose bistecche di brontosauro alte tre dita e larghe come una piazza, ma anche aragoste, insalatone con dentro di tutto e di più oppure si può solo prendere qualcosa al banco del pub e trascorrere il tempo a guardare la gente che socializza o socializzare a tua volta. Qui la gente ha una chiacchiera che ti stende. Non è un locale economico, ma per una volta, chi se ne frega. Once in a blue moon

Breakfast in America

E per la colazione? A parte l’ormai ubiquo Starbucks, dove però ti assale un po’ troppo la frenesia da impiegato anche se sei un turista, un posto buono è Le Pain Quotidien dove puoi fare la colazione dolce, quella salata, anche pranzare se vuoi perché c’è di tutto. O anche prenderti solo un bibitone caldo e riposarti un attimo. Nonostante siano locali grandi, questi di LPQ hanno un’atmosfera piuttosto intima, data forse dall’arredamento di legno grezzo e dalle luci dai toni caldi e accoglienti. I camerieri sono quasi tutti gentilissimi e ciarlieri, ti consigliano bene e già alla seconda volta che ci vai, ti salutano come se ti conoscessero da una vita. Non è una bella sensazione?

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Borsa lettori – titoli di gennaio, febbraio e marzo 2020

L’abbiamo capito: la data di inizio dell’epidemia di corona virus determinerà un “prima” e un “dopo”. In tutto. Nella vita, nel lavoro, nella vita privata, nello sport, nel lavoro a maglia, nel torneo di burraco. Man mano che rileggevo i titoli dei libri da recensire – appuntati con insolita solerzia in un file apposito – per questa futile rubrichetta, mai avrei pensato che anche le mie letture si sarebbero modificate in seguito al diffondersi dell’epidemia.

Libri a.C.V. (avanti Corona Virus)

Parto da una vecchia conoscenza, Isabel Allende e il suo Lungo petalo di mare (Feltrinelli, traduzione di Elena Liverani). Ci avevo litigato, con Isabelita, perché le ultime due cose che avevo letto mi avevano convinto poco o per nulla. Ma per una che ha scritto millemila libri – quasi tutti strepitosi – un passo falso ci può stare, anche due. Con questo però la scrittrice cilena recupera lo smalto e la brillantezza dei primi romanzi. Una storia corale, ampia, delicata e coinvolgente, narrata con la leggerezza e il tocco magico tipici suoi.

Il mare dove non si tocca di Fabio Genovesi ha un titolo che da solo vale l’acquisto e conseguente lettura. Con gli occhi del dodicenne Fabio conosciamo la provincia, la famiglia “allargata” quando questo termine non era ancora stato inventato, l’inadeguatezza del crescere e la potenza degli affetti. Una lettura che diverte e commuove, che ti fa spuntare la lacrimuccia quando non te l’aspetti e ti fa scompisciare dal ridere. Consigliatissimo.

Scrivere una biografia su una persona di cui non si sa quasi niente è difficile, tuttavia Francesca Diotallevi racconta la vita e soprattutto la concezione artistica di Vivian Maier con profondità e coglie, secondo me, l’essenza della bambinaia-fotografa (o fotografa-bambinaia?) Per chi non lo sapesse, Vivian Maier è oggi ritenuta una delle figure più importanti della street-photography ma durante la sua vita non ha mai pubblicato nulla. Si tratta di una biografia per immagini, nel senso che l’autrice parte dalle descrizioni delle foto più famose della Maier per ricostruire, con la sensibilità di scrittrice, quello che probabilmente era accaduto o che forse passava per la mente della fotografa. Pur essendo in gran parte un’opera di fiction – non è una biografia in senso stretto – centra in pieno il bersaglio. Consiglio: prima di leggere il libro, sfogliare un libro con le foto della Maier aiuta molto.

Modus Legendi è un’iniziativa che si prefigge di portare in classifica – tramite sensibilizzazione sui social – libri di qualità pubblicati da piccole case editrici. Due anni fa l’intenso Il sale di Jean Baptiste del Amo della Neo. Edizioni è entrato in classifica e quest’anno, per continusre a sostenere la buona editoria, ho acquistato Eclissi di Ezio Sinigaglia (Nutrimenti editore). Il viaggio del protagonista verso un’isola sperduta del nord Europa per assistere a una eclissi diventa l’occasione per mettere in ordine un sentimento che lo ha scombussolato per una vita intera. Gli fa da contraltare una vedova americana con cui instaura un rapporto di amicizia e di confidenza che lo porterà a definire non una risposta, ma una domanda con la quale pareggiare i conti con la vita. (Il fatto che il protagonista sia triestino e che qua e là affiorino scorci di paesaggi cittadini molto noti rappresenta un di più di notevole fascino).

Cambiare l’acqua ai fiori di Valerie Perrin è uno di quei libri nati per essere “visti”. Sarà perché l’autrice è fotografa di professione, questa storia la si “vede” mentre la si legge. Si vede la campagna francese, si vedono i personaggi, si vedono le azioni. Era da tanto tempo che non leggevo una storia così originale, con personaggi approfonditi e delineati a tutto tondo, una scrittura semplice e coinvolgente. Non vi dico niente se non di leggerlo subito.

Avevo iniziato a leggere Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood quando uscire di casa per andare al lavoro, andare dal parrucchiere, decidere di andare in palestra, fare la spesa, prendere la bici, buttare l’immondizia erano tutte attività date per scontate. Chi mai avrebbe pensato che tutte queste azioni sarebbero diventate merce rara? L’incedere cupo, lento, maestoso e minaccioso del romanzone della Atwood mi aveva ipnotizzato e conquistato. Vivevo la sottomissione di Difred (la protagonista) come la mia ma poi, chiuso il libro, ritornavo leggera e libera come un piumino di pioppo. Poi da un giorno all’altro la nostra libertà è stata stravolta (come per Le ancelle, anche se per loro il motivo è diverso) e non me la sono più sentita di andare avanti con la lettura. Per il periodo che stiamo vivendo non è la lettura più indicata per tirarsi su di morale. Niente di personale, Margaret, il libro è strepitoso, ma non è il suo momento. Quindi il segnalibro è rimasto imprigionato a pag. 180 e lì resterà finché non usciremo da questo manicomio. (Speriamo presto).

A neve ferma di Stefania Bertola

Libri d.C.V. (durante Corona Virus)

Mi sembra superfluo sottolineare il fatto che dopo un mese di distanziamento sociale il morale è messo a dura prova. In questo frangente inedito della vita di ognuno di noi dovrebbero essere eliminate le seguenti fonti di depressione: telefonate deprimenti da amici e/o parenti, visioni di film catastrofici, letture pesanti, notiziari allarmistici in loop. Dovrebbero invece essere sostituite da: videochiamate di gruppo con spritz incorporato, telegiornali in dose omeopatica, lavori manuali che liberano la mente e danno tanta soddisfazione, letture edificanti e di evasione senza però scadere nella paraletteratura.

Torto marcio di Alessandro Robecchi, (Sellerio) è capitato a cavallo della data spartiacque. Si tratta di un buon giallo, che mescola strati sociali molto diversi tra loro con un bel contrasto di classe. Tosto e disincantato. Da leggere. Come da leggere è un classico di Giorgio Scerbanenco, il re incontrastato dei giallisti italiani, Al mare con la ragazza (Garzanti). Anche qui due ceti sociali che non si incontrerebbero mai in una Milano (anche qui) deserta e afosa che la penna magistrale di Scerbanenco intreccia in una storia potente, con una scrittura netta e precisa ma che lascia trasparire anche umana compassione per gli ultimi. Scerbanenco resta insuperato. Il più bravo di tutti.

Lo sgangherato Ispettore Coliandro è protagonista de Il giorno del lupo (Einaudi) di Carlo Lucarelli e anche questo è un libro molto “visivo”. Siamo abituati a vederlo in tv e a leggerlo, beh, è la stessa identica (spassosissima) cosa. Sbruffone, sfigato, politicamente scorretto, razzista, un po’ mitomane ma alla fine ha anche qualche difetto. E risolve i casi sempre con una botta di fortuna con la “c”. Come non volergli bene.

Ma non di soli gialli vive la lettrice quarantenata. L’assoluta necessità di leggerezza, che ricordo, con le parole di Calvino “non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore” richiede letture di caratura adeguata. Divino amore, Ragazze mancine, A neve ferma, Biscotti e sospetti, tutti di Stefania Bertola, sono la lettura ideale per questo periodo. Storie allegre, personaggi strampalati, ambientazioni poco esotiche ma molto vicine alla nostra realtà, intrecci originali con lo sfondo dell’amore (ah, l’amour, che dulur) che move il sole e le altre stelle. Leggeteli e la quarantena sarà più lieve. E di questi tempi non è poco.

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Mode da cani e cani di moda

Rispolvero e aggiorno questo post molto, molto vecchio che parla di cani. Perché, pur non essendo “una donna da cani” (cit.) ma bensì da gatti, riconosco che i cani fanno la loro parte nel renderci la vita più accettabile.

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Quando ero adolescente, nel Veneto post-rurale e pre-leghista, il tipico cane da compagnia era di pura razza “pajarina”, ovvero “cane da pagliaio”, o per meglio dire un bel bastardino. Si chiamava sempre Fufi (una effe sola, noi veneti abbiamo un eterno conto in sospeso con le doppie) ed era solitamente intelligentissimo, con l’argento vivo addosso e una fame atavica pressoché inestinguibile: il dono più bello che un bambino potesse ricevere. Alla domanda “di che razza è” si rispondeva “bastardo”, senza alcuna accezione negativa, prima che l’orrenda usanza di rendere tutto più politically correct lo facesse diventare “meticcio” o peggio ancora, “cane macedonia”.

Cani da teleschermo

Chi voleva darsi un tono, i parvenue per lo più, si prendeva un cocker, snob il giusto ma anche molto simpatico, con quelle orecchie lunghe lunghe e ricce in fondo. Chi era ventenne ai tempi di Drive In ricorda l’atarassico Has Fidanken, splendido cocker che rimaneva impassibile ai reiterati comandi del suo padrone-istruttore signor Armando/Gianfranco D’Angelo. Leggo solo adesso su Wikipedia che il vero nome del cane era Baby Dell’Aquila Bianca e non mi spiego come si sia arrivati ad Has Fidanken (sulla faccenda dei nomi torno più in là). Negli anni ’80 ridevamo per un cane che stava fermo. Vabbé. Sempre nel periodo Drive In, nei telefilm di Magnum P.I. c’erano i “ragazzi” Zeus e Apollo, due dobermann dall’aspetto (e non solo quello) molto minaccioso. Ma di quelli non se ne vedevano tanti, proprio il minimo sindacale. Gli sboroni, quelli che avevano i soldi e volevano ostentare, sceglievano il pastore tedesco, il nec plus ultra – per quei tempi – della classe canina. Elegante, affidabile e onnipresente in tv da Rin Tin Tin fino ai giorni nostri con Il Commissario Rex, segno che il fascino del “cane lupo” continua a reggere. L’ondata dei “Lassie”, che poi sono i collie, per la precisione Scotch Collie, si era di molto ammortizzata, forse perché i telefilm con il collie più amato erano già andati nel dimenticatoio.

Globalizzazione canina

Ad un certo punto, però, non si sa bene come ma soprattutto perché, la moda dei cani comincia a cambiare. Razze mai viste (e sentite) prima iniziano a prendere piede, ops, zampa, cosa che getta nel panico la gente comune. La prima avvisaglia di ciò fu, ormai più di trent’anni fa, il cane di una vicina di casa, uno shih-tzu femmina dal profetico nome di Bitch. Mia mamma la ribattezzò subito “Bici”, il che diede adito a una serie infinita di esilaranti malintesi e giochi di parole, (“indove xe ea Bici?” chiede la genitrice. “Dal mecanico!”. Attimo di silenzio e poi: “ma no ea va dal veterinario come tuti i altri can?”) il tutto al netto del significato inglese di Bitch, che mia madre ancora ignora, ma che sicuramente ha intuito, considerando che dopo pochi mesi dall’arrivo, il vicinato si era impestato di meticci metà shih-tzu e metà di tutte le razze del circondario. Bitch: nomen, omen.

Gli anni Ottanta dell’edonismo reaganiano portarono, dopo il dobermann di cui sopra e il Yorkshire terrier, conosciuto al Centro-Sud con l’appellativo di zoccoletta non tanto per facilità di costumi ma per forte rassomiglianza a un topo, il Siberian husky. L’husky è un cane che in effetti ha una sua utilità, ma che in Italia veniva esibito in spiaggia con temperature più adatte a un dromedario che a un cane da slitta. Quanti ne ho visti, con la lingua sciarpata e gli occhioni azzurri che si liquefacevano come cubetti di ghiaccio al sole. L’unico husky felice di cui ho memoria è (stato) Freddo detto Bamba, di proprietà di una mia amica, ai tempi dell’università: durante l’ondata di gelo – siberiano, appunto, del 1985 – quando persino la laguna di Venezia si gelò, lui dormiva fuori, beato, in un buco scavato nella neve, con la bora a 120 km/h. Inoltre, Bamba passò alla storia per aver pisciato con fragore equino in aula magna della facoltà, cosa che molti studenti avrebbero sognato di fare, per puro sfregio nei confronti del corpo docente e della facoltà tutta.

Oukiouk della Vanisella detto Freddo detto Bamba detto Amoredellamamma

Dagli anni Novanta in poi c’è stata un’accelerazione paurosa dell’offerta delle razze, tanto che, la conditio sine qua non per possedere un cane, non è più l’amore per gli animali, la voglia o necessità di compagnia o quello che volete voi, ma… conoscere le lingue! (in particolare l’inglese). Passo ad un esempio concreto.

English dog

Mio cognato si è preso un West Island White Terrier, per gli amici “westie”. La notizia ci fu comunicata per telefono da mia suocera, la quale, per spiegare la razza, disse lapidaria: “è nu canucc’ ghiangh”. Da West Island eccetera a canucc’ ghiangh passa un universo e un gap linguistico-generazionale praticamente incolmabili. Ad incasinare ulteriormente le cose, come se ce ne fosse bisogno, il West Island White Terrier si chiama Matthias, nome tedesco e abbreviazione di una ben più lunga sfilza di nomi e patronimici degni della dinastia degli Hohenzollern. Lo stesso spaesamento linguistico si crea per il Cavalier King Charles Spaniel, Chesapeake Bay Retriever, il Welsh Corgi Pembroke, Rhodesian Ridgeback fino all’impronunciabile Xoloitzcuintle. E del cane del momento, il Weimaraner, il ghost dog, ne vogliamo parlare? La spasmodica ricerca della razza è anche un indicatore che il proprietario di cane italico ha perso la sua innocenza. Ormai il bastardino è irrimediabilmente fuori moda e bisogna essere à la page anche in ambiente canino. Questa cosa mi dà da pensare, mi sembra che ci vogliamo elevare socialmente attraverso i nostri amici a quattro zampe, noi che in passato siamo stati invasi pressoché da tutti, noi che abbiamo nel nostro DNA tutta l’Europa e mezzo Nordafrica, adesso facciamo i sofistici e usiamo i cani — razza pura, mi raccomando – per darci un tono.

Chiedimi se sono ... Happy!
Chiedimi se sono un Cavalier King Charles Spaniel … Happy!

Carlini e compressori

La decadenza delle razze canine è emblematica nel carlino, il cui corpo ricorda la flessuosità di una scatola da scarpe e il muso la suddetta scatola però caduta “di spigolo” da altezza considerevole. Marina Ripa di Meana, con i suoi Prugna e Mandarino, ha contribuito in larga parte alla diffusione della razza. E allora vedevi in giro per la città queste signore imbellettate sfoggiare la “scatola da scarpe” canina, inzaccata in una borsa griffatissima. Ma la classe non è acqua e nemmeno cane. O ce l’hai, o non ce l’hai (il più delle volte no, al netto del cane).

Tuttavia esiste anche qualcosa di peggio (se si può) del carlino: il boule dogue francese. A me piacciono molto gli animali, li trovo tutti speciali e mi intenerisco per cuccioli di ogni sorta, anche per i piccoli di coccodrillo, addirittura per i carlini di cui sopra, ma il boule dogue francese è così sfigato che mi mette un’angoscia tale che mi viene da piangere. Il boule dogue è il risultato di una copulazione orgiastica tra un pipistrello, un maialino e un compressore da gommista. Ma questo non sarebbe niente, se fosse sano: macchè, è anche delicato di salute. Oltre ad avere palatoschisi, disturbi respiratori, digestivi e dermatologici, questi cani puzzano come fogne di Calcutta ed emettono scorregge che lèvati. Nutro seri dubbi sulla sobrietà dei selezionatori quando si mettono a tavolino a decidere i caratteri dominanti o recessivi.

Ma al di là delle razze, della bellezza (che come ben si sa, è negli occhi di chi guarda) e della moda, la cosa che più mi colpisce è che loro, i nostri amici cani amano i loro padroni a prescindere, senza controllarne prima l’albero genealogico, in modo incondizionato e con una devozione spesso commovente e non sempre ricambiata: a giudicare da quello che si vede e si sente per tutto l’anno e specialmente prima di partire per le vacanze, i veri e autentici bastardi sono quelli che di zampe ne hanno solo due.

AGGIORNAMENTO CORONA VIRUS

In questi tempi veramente grami il cane – bastardino, mezzo sangue o purosangue non fa differenza – è costretto a fare gli straordinari. Prima dell’avvento del COVID-19, portare il cane a spasso era, non dico una corvée, ma una faccenda che in famiglia ci si rimpallava, dite la verità. Ai tempi del corona virus, uscire con il cane per la passeggiata è diventata una delle poche attività permesse e il povero quadrupede è stremato, macina chilometri su chilometri e non sa più cosa pisciare, povera bestia. Adesso sono i padroni che scodinzolano appena prendono in mano il guinzaglio e tra le razze più sveglie, c’è anche chi ha messo su una piccola attività imprenditoriale:

foto dalla pagina Facebook Commenti Memorabili

Vogliamo bene ai nostri amici pelosi e ricordiamoci che sono una compagnia speciale sempre, non solo in momenti difficili come questo.

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L'infinito istante

Ritrovare in fondo a un cassetto una foto come questa è come aprire una capsula del tempo, come recuperare un messaggio lanciato in un’epoca passata con l’intento di essere compresa anche in un futuro più o meno lontano. Mi ha molto emozionato toccarla, sentire fisicamente il materiale sotto le mani. Si tratta di una foto di carta, anzi, cartoncino seppiato, materiale sempre più raro in questo momento storico fatto di pixel inconsistenti e alte risoluzioni inutili, il più delle volte sprecati per selfie a c**o di gallina o per immortalare la pietanza che stiamo per divorare (ma, se ci fosse ancora la pellicola, la gente fotograferebbe compulsivamente anche l’hamburger di Mc Donalds?). Sul retro, il timbro del fotografo e una nota a matita, come a voler lasciare un segno discreto e poco invasivo su un documento così importante. Perché una volta le foto si stampavano (e costavano), di conseguenza se ne aveva rispetto.

Delle persone ritratte non so nulla. Zero assoluto. Non ne conosco alcuna, non appartengo alla loro generazione e nemmeno alla loro zona geografica. Ma ho provato una immediata simpatia e partecipazione, un senso comunque di appartenenza. E poi, visto che viviamo immersi in suggestioni cinematografiche, questa immagine mi ha evocato una delle scene più intense de L’attimo fuggente, quella in cui il professor Keating esorta i suoi increduli nuovi studenti a cogliere l’attimo.

Ecco, adesso penserà il mio venticinquesimo lettore, di sicuro scatta il pippone triste sulla caducità della vita, sulla brevità dell’esistenza, su tutta una serie di cose più o meno deprimenti. Al contrario. A me questa foto infonde tanta energia.

Questa foto è, tanto per cominciare, esteticamente bellissima. I primi fotografi avevano il gusto della composizione insito nel loro DNA e secondo me, più o meno inconsciamente riproducevano quello che vedevano nei dipinti dei grandi maestri del Medioevo e del Rinascimento. Lo sfondo (vagamente leonardesco, abbastanza cupo ma non troppo) ci fa intuire che si tratta di un luogo pubblico e le persone assiepate alle spalle del gruppo suggeriscono l’idea di un evento di richiamo. In un’epoca senza tv e social media, senza grandi possibilità di viaggiare, ogni occasione era buona per incontrarsi e conoscersi. Gli adulti in borghese vestono con discreta eleganza e sono perfettamente intervallati – sinistra-centro-destra: ricorda niente? – i ragazzi sono ritratti con naturalezza davanti all’obiettivo in una composizione armonica dove non c’è la monotonia della foto posata ma un ordine “spettinato” e casuale e di grande effetto. Le squadre sono mescolate, a far intuire che c’è familiarità e amicizia. I portieri, centrali nella foto, hanno le ginocchiere e uno porta la coppola, un tocco di eleganza anche nello sport. Sono strasicura che ha portato il cappello anche durante la partita.

Già così l’occhio indugia volentieri sull’insieme ma andando nei particolari ci accorgiamo che i volti dei ragazzi sono strepitosi. Sono un libro aperto, le loro espressioni dicono molto dei loro caratteri. L’obiettivo del fotografo fruga dentro di loro e ferma la loro essenza per sempre. Volti “antichi”, per gli standard odierni, seri, compresi nella parte, ma anche belli e sfrontati. Il primo ragazzo a destra della fila centrale ha lineamenti severi, di una bellezza statuaria, potrebbe diventare un attore del “cinematografo” (come si diceva al tempo); il secondo, quello con la fascia, sembra un Riccardo Scamarcio degli anni ’20, con un ciuffo ribelle che ricade in avanti, segno che probabilmente era un insofferente alle regole, visto che non porta, come quasi tutti, la retina per i capelli. Considerato il periodo storico – lo scudetto con il fascio littorio sulle maglie è inequivocabile – quel ragazzo magari diventerà uno squadrista o chissà, l’esatto contrario, un partigiano. Non lo sapremo mai. Ma non è questo il punto. Ognuno di questi ragazzi mostra un potenziale che deve ancora esprimersi, ed è per questo che questa foto mi comunica voglia di vivere, energia, potenza.

Non voglio pensare che questi atleti sono probabilmente – quasi tutti – “cibo per i vermi” come dice John Keating/Robin Williams ne L’attimo fuggente. Non voglio soffermarmi su tutto quello che nel frattempo è successo (una guerra mondiale, la resistenza, la ricostruzione, la vita che va avanti). Preferisco pensare che ognuno abbia trovato la sua voce, che abbia preso parte “al potente spettacolo” della vita e che ciascuno di loro abbia potuto “contribuire con un verso“.

La potenza di questa foto è nell’aver ritratto questi ragazzi nel momento in cui stanno per “succhiare il midollo della vita” e chissà se in fine hanno scoperto di essere vissuti. Lo scatto li ha conservati per sempre così, in un infinito istante che regala a chi guarda un infinito piacere. Per questo la tengo sulla scrivania, ogni tanto la prendo in mano e ne assaporo il suo materico spessore, come se fosse un reperto archeologico. Che emana ancora un’incredibile carica vitale.

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Una sfumatura di rosa – Racconto in duplex

Un racconto a quattro mani mio e di Ghiga Ferrari. Lo stesso aneddoto raccontato da entrambe, a turno. Le parti in tondo sono di Ghiga, quelle in corsivo sono le mie. Attenzione però, è un po’ lungo. Se non amate leggere, meglio che andiate a vedere le ultime stories dei Ferragnez. In caso contrario, accendete Spotify e mettete in sottofondo la colonna sonora dell’epoca: The Joshua Tree degli U2 oppure Faith di George Michael o meglio ancora, Renzo Arbore e la sua banda di Quelli della notte. Preparatevi un Blue Lagoon, (tremendo) oppure un piatto di pennette vodka e salmone (tremendissimo), sapori in voga ai tempi del racconto ed immergetevi nell’atmosfera universitaria di fine anni ’80.

Il mio augurio per questo 2020 è di ridere spesso come ho fatto quel giorno al corso di Organizzazioni Internazionali.

***

C’è stato un tempo – lontanissimo, mi pare adesso – in cui non sapevo cucinare.

Se non la mamma che, facendo il tempo pieno, spesso rincasava tardi da scuola, al pranzo provvedeva la nonna Beatrice detta Bice, cuoca abile quanto veloce, e io dovevo giusto mangiare, cosa che facevo di buon grado. A volte mi veniva chiesto di pulire i fagiolini o mondare l’insalata ma, tra che mi allenavo ancora in piscina, tra che studiavo febbrilmente o che comunque leggevo tutto quello che mi capitava a tiro (un’estate esaurii tutti gli scrittori russi, quella dopo tutti i francesi, poi ci furono gli inglesi, e per anni andai avanti così, macinando chilometri di letteratura per nazione), non accadeva spesso. Anche perché, agli occhi dei miei, rientravo tra le specie protette. Nella misura in cui stavo bene malgrado i difetti di fabbrica (a cagion dei quali portavo l’apparecchio e il busto ortopedico) e riuscivo bene a scuola, se anche ignoravo le faccende donnesche, pazienza.

Mia sorella Francesca Romana? 

Con tutto che a scuola era meno secchia, come me non rifaceva il letto la mattina né riponeva gli abiti o riordinava la camera. Attività come stendere, stirare o altro la trascendevano totalmente. Ai fornelli, poi, faceva cilecca pure lei… e dire che è così brava adesso! 

Una volta, all’ora della merenda, si offrì di farmi una piadina alla romagnola, tuttavia dimenticò di aggiungere l’olio all’impasto di sale, farina e acqua, così che la piada non solo vetrificò cuocendo ma, per un’ulteriore, colpevole distrazione della Pucci, si strinò sotto l’effetto della fiamma troppo alta, diventando una specie di ostia carbonizzata. Quando mi atterrò sul piatto, mia sorella era così mortificata che, per consolarla, me ne uscii dicendo: <<Mhm. Bella bruciata come piace a me!>>. 

Al che ci guardammo e scoppiammo a ridere. Da quel momento in poi, “Bella bruciata come piace a me” divenne uno dei nostri tormentoni preferiti. Negli anni a venire, lo avremmo non a caso applicato a qualsiasi ricetta o persino iniziativa fosse risultata (molto) DIVERSA da come ce l’eravamo aspettata.

Nonostante sia nata e cresciuta in mezzo alle “cose da mangiare”, fino a diciotto anni non avevo mai cucinato. I miei genitori avevano un negozio di alimentari, l’ormai scomparso “caxoìn”, in dialetto veneto. Era quel tipo di rivendita in cui trovavi un po’ di tutto, principalmente alimentari ma anche articoli non food quali il lucido da scarpe, i detersivi e la carta igienica. Aveva per lo più una clientela fissa che spesso faceva “segnare” le spese – allora s’usava così e v’era addirittura un libretto apposta – con l’intendimento di pagarle a fine mese. Nella maggior parte dei casi era così ma per alcuni clienti le annotazioni si susseguivano così fitte che mi viene fatto di pensare che mamma e papà avessero applicato una specie di welfare artigianale, dato che non di rado questi lunghi appunti venivano stracciati e con questi rimessi i debiti accumulati. Mai li ho sentiti lamentarsi della morosità di questi clienti. Ma torniamo a bomba. 

Sebbene abbia trascorso la mia infanzia e adolescenza in mezzo a prosciutti, salami, soppresse, pane, formaggi, verdure e specialità locali, la mia conoscenza della cucina “praticata” era quindi pari a zero. Mamma, nonostante fosse quasi sempre dietro al banco, riusciva ad imbastire dei pasti più che decorosi ma spesso l’incombenza del pranzo ricadeva su mia sorella, che se la cavava e continua a cavarsela egregiamente. E quindi, se c’era qualcuno che cucinava per tutti, perché dovevo farlo io? Molto meglio presentarsi a cose fatte o rendersi utili con lavoretti tipo apparecchiare/sparecchiare, portare via le “scoasse” (immondizia), spazzare le bricole. Si mangiava il giusto, né troppo, né troppo poco, ma soprattutto erano assolutamente bandite le “porcherie” cioè merendine confezionate (Male Assoluto 1), Coca-cola (Male Assoluto 2 nonché bevanda imperialista), patatine fritte in sacchetto (Male Assoluto 3) e cioccolato sotto ogni forma.

Ogni morte di papa, io e mia sorella sgarravamo di brutto, specialmente quando i genitori non c’erano. Come quel pomeriggio estivo con 30 gradi e umidità al 95 per cento in cui, con negozio chiuso per turno e genitori assenti, abbiamo fritto forse due chili tra sarde e pesciolini di paranza e ce li siamo mangiati all’istante, a scottadito. Unico testimone e complice il gatto Fumo che, nonostante la sua proverbiale ingordigia, ad un certo punto aveva alzato bandiera bianca e si era allontanato dal luogo del delitto con la panza che strisciava sul pavimento, tanto si era abbuffato.

Quando tornò mamma, annusando l’aria chiese: <<Ma avete fritto?>>

<<No.>>

Avevo diciannove anni quando superai l’ammissione alla Scuola per Interpreti e Traduttori e mi trasferii a Trieste. Pur essendo più grande rispetto a quando facevo merenda con la piadina bruciata di mia sorella, rimanevo un’egoista viziata (o una viziata egoista?). Non a caso, continuavo a non saper rigovernare né altro. Rifacevo il letto ma non lisciavo la piega né sprimacciavo il cuscino. Gli abiti mi piacevano, allora li appendevo in bell’ordine. A piegare le maglie però facevo pena. La lavatrice mi restituiva sempre qualche capo di colorazione improbabile e non c’era verso di far luccicare i rubinetti del bagno, per quanto li sgurassi (scoprii poi che quelli del mio primo bagno di Via della Tesa erano irrimediabilmente corrosi, una delle tante delizie di ogni proverbiale alloggio per studenti). 

In cucina, poi, ero addirittura il nulla. I primi tempi mi buttai sul tonno in scatola e sulla Simmenthal. Presto mi scocciai e, ripetendo i gesti che avevo visto compiere alla nonna, se non a mia madre, entrambe favolose in cucina, mi cimentai nel mio primo sugo al pomodoro. Risultò troppo “cipolloso”, però buono, così lo ripetei finché, nuovamente nauseata dalle 𝑟𝑒𝑝𝑒𝑡𝑖𝑡𝑎 che non 𝑗𝑢𝑣𝑎𝑏𝑎𝑛𝑡, non passai alla seconda ricetta: svizzera con mozzarella o sottiletta. Adoravo cuocere la carne a puntino e poi adagiare il formaggio che ricoprivo col coperchio, così da farlo fondere. Quasi mi sentivo uno chef quando, alla fine, spruzzavo una leggera presa di origano. Anche se col tempo il mio piatto forte divennero le uova pomodoro e basilico, da una ricetta della zia Argia, la sorella del nonno Mario Floriano, quella che viveva a Spezia e sapeva fare di tutto, anche il muratore.

Di quelle tre preparazioni vissi durante il primo biennio.

Che, se basico a livello culinario (salvo le cene da Suban o da Silvio Al Porto dove mi portavano i morosi di allora, molto più grandi di me), fu per contro frizzante accademicamente parlando.

Con un bagaglio di esperienze culinarie vuoto come la grotta di Opicina, iniziai la mia avventura di studentessa fuori sede. Impraticabile la mensa per logistica (troppo lontana e per fortuna, visto che era orrenda), proibitivo mangiare fuori spesso per motivi di budget, non restava altro che cucinare in casa. Se era vero che praticamente non avevo mai messo una pentola sul fuoco, teoricamente sapevo fare un sacco di cose, avendo visto mille volte mamma e sorella preparare ogni ben di dio. Posso dire che questa esperienza mi è tornata utile molto, ma molto dopo, quando sono andata a lavorare e vivere in Abruzzo. Ai tempi dell’università tiravo avanti con cibi così ordinari e monotoni che a tutt’oggi mi meraviglio di come possa essere sopravvissuta.

Assieme alle altre compagne di appartamento avevamo rappattumato le nostre esigue conoscenze culinarie e avevamo ingegnato i nostri cavalli di battaglia, che, a considerarli adesso, più che cavalli, mi sembrano dei pony. Oltre alle scorte che ci portavamo da casa, la nostra dieta era fondata sulla pasta denominata “all’orgia dei sensi” da un compagno di studi che, evidentemente, mangiava molto peggio di noi – il che è tutto dire – visto che si trattava di un ordinario sugo con olive, pomodoro e una goccia di panna. Oppure il “riso giallo”, un orrendo pappone a base di riso bollito con aggiunta di uovo miscelato a caldo in velocità e con un topping di tonno o sgombro. Mentre lo scrivo adesso mi sto sentendo male, ma allora ci sembrava haute cuisine. Una deroga succulenta alla cucina autarchica era per me l’insalata di pollo oppure il Liptauer della PAM, quella vicino via D’Alviano, che aveva un banco di gastronomia lungo da qui a lì e davanti al quale i miei succhi gastrici ballavano la samba.

In occasioni speciali poi si andava a mangiare un panino all’Obelix di via della Madonnina oppure alla Risoteca sulle Rive: in entrambi i casi tornavi a casa con i vestiti che puzzavano di soffritto per tre giorni. L’apoteosi gastronomica universitaria erano le cene dal Ruffo, uno studente di chimica che si era autogemellato con la Scuola Interpreti. Ottimo cuoco, abile conversatore, simpaticissimo anfitrione e grande cuccatore. Era bravissimo ai fornelli, ma bravo veramente. In tempi in cui un uomo in cucina era bollato all’istante come finocchio, il Ruffo era la prova provata che la cucina non solo era attività maschia e virile, ma che costituiva un’arma invincibile per conquistare il cuore, lo stomaco e altre parti del corpo di legioni di donzelle in fiore. (Il tempo gli ha dato ragione. Eccome.)

Certo, la nostra università, allora in via D’Alviano, era brutta. S’entrava nell’ingresso squadrato e subito a sinistra si apriva la guardiola dei bidelli che mica erano biondi. Se andava bene, ricambiavano il tuo saluto, se andava male, sacramentavano contro qualche motorino parcheggiato male (che nemmeno era il tuo). Davanti al loro presidio, si ergeva l’unica macchinetta del caffè, in realtà un temibile monolite che nei momenti cattivi, prima della lezione dell’Argenton, rubava le monete e che, nei momenti buoni, prima della lezione di Crevatin (che già ti fustigavano abbastanza) elargiva una broda calda su cui il caffè macinato grosso creava isole di sospetta sedimentazione.

Ma per me era bello tutto quando, posteggiando (bene) il Ciao bianco, salivo i gradini dell’entrata, aprivo le porte piene di ditate e salivo svelta le scale, sbirciando la grande bacheca dell’ingresso su cui compariva sempre qualche annuncio balzano. “Cedo coniglio in cambio di un pollo”. “Cerco inquilina albina che sappia suonare il piano”. “Compro carote africane per puree esotiche”. “Affitto trappolo per l’estate”. Mai niente che mi riguardasse, purtroppo. Ero COSÍ convenzionalmente noiosa che, per il fatto solo di ricordarlo, mi annoio anch’io. Se sotto, al pianterreno, c’era l’aula D, dove si tenevano le lezioni di linguistica, elementi clinici, economia e diritto, sopra, al primo piano c’era l’Aula Magna. Che una volta il mio cane Freddo detto Bamba riuscì a farci una pipì così lunga che neanche una cisterna. Non era un cane grande. Era un husky al tempo in cui gli husky non andavano di moda. Di fatto beveva come un’oca. Con conseguenze che si misuravano in ettolitri.

Quella volta – era il 1987 – mi aiutò Lorenza [Destro] a pulire.

A via D’Alviano girava un campionario di umanità veramente notevole. C’erano i punk quando il fenomeno era già bello che morto e sepolto, c’erano i ciellini invece vivi, vegeti e militanti, c’erano gli alternativi, c’erano i new age ante litteram, c’erano sciroccati e letargici come se piovesse e c’erano anche e per fortuna, persone normali. Magari con qualche piccola stravaganza, quel qualcosa che le contraddistingueva senza risultare eccentriche.

La mia compagna di corso Ghiga, una stampellona alta e magra, dai modi disinvolti e dalla preparazione ferrea, emergeva dal gruppo per tre motivi, due suoi intrinseci e uno aggiunto. Emergeva proprio fisicamente per la sua statura, ben più alta della media, e per la sua foltissima capigliatura di un improbabile giallo pannocchia, che illuminava i corridoi grigi nei quali si transumava nelle infinite ore di lezione da un’aula all’altra. La sentivo affine per motivi tricotici, visto che eravamo entrambe ricce ricce, anche se il mio riccio era più corto e di un castano poco appariscente. Era preparatissima, colta senza essere secchia, ma anche ciarliera e amicale. Aveva (ha) il raro dono di capire fino a che punto essere seri e quando sbracare senza ritegno. Una perfetta partner in crime. In più aveva un cane. Non era frequente che uno studente fuori sede avesse un animale d’affezione. Al massimo un gatto, che ha una gestione più facile. Ma Freddo detto Bamba, un husky dagli occhi così limpidi da farti commuovere e dal pelo morbido come seta, era diventato l’ombra di Ghiga e lei un giorno lo portò in Facoltà dove, di cani, forse non ce n’erano mai stati prima. Oddio, di professori-cani ce n’era un esubero, ma lasciamo stare l’argomento, pro bono pacis.

L’ambiente nuovo, l’eccitazione di essere attorniato da umani festanti abbagliati da cotanta bellezza loppide e l’allegra irruenza di cucciolo ebbero come effetto una copiosa pipì in Aula Magna. Il rivolo giallo ben presto divenne un fiotto che si allargò sul pavimento in modo lento e inesorabile. Vidi imbarazzo, terrore e divertimento sul volto della mia amica mentre i due laghi ghiacciati che erano gli occhi di Bamba ci guardavano soddisfatti, come a dire: <<sono stato bravo, vero?>> Una provvidenziale pila di fogli usati e abbandonati in un angolo più una quantità di fazzoletti di carta riuscirono ad arginare lo tsunami urinoso. Ma per sicurezza, ci allontanammo dal luogo del delitto con nonchalance e grandi risate.

Lorenza era una tipa di Padova che, a differenza di me, non conosceva una giornata di nuvole. Era sempre allegra e mai solita, amava leggere ma anche chiacchierare, e sapeva di voler fare il traduttore sin dall’inizio. Quando tutti miravano a diventare interpreti. Non perché lo volessero veramente. Ma perché fare il traduttore sembrava una seconda scelta. Mentre in realtà era una scelta e basta, anche molto complicata. Dovevi saper leggere. Dovevi saper scrivere. E dovevi saper trasporre. Con la permanenza della forma scritta.

Interpretare per contro sembrava più figo… specie allora, in cui la Comunità Europea era tutto. Non c’erano i sovranisti e, se anche c’erano, erano microbi. Che lo sono anche oggi, solo che hanno tanti più microbi intorno ad essi. Insieme fanno una macchia. Il buco nero fotografato non molto tempo fa. Ma negli anni Ottanta tutto questo era di là da venire e noi ragazzi vivevamo ardentemente il sogno europeista.

Quanti sacrifici affrontavamo!

Non parlo tanto di me, ch’ero privilegiata e potevo studiare senza dover lavorare al contempo. Quanto di tutti coloro che davano ripetizioni o servivano nelle trattorie o facevano traduzioni di notte o cantavano nei locali… tutto pur di arrotondare. 

E poi c’era la frequenza obbligatoria che ti massacrava. 48 ore settimanali quando ti andava bene. Da lunedì a venerdì nel frullatore, col corso di Organizzazioni Internazionali tenuto da Sadar che nella sua olimpica centralità – cadeva infatti nelle prime ore del mercoledì pomeriggio – fungeva da atteso e graditissimo spartiacque.

Le due ore di Organizzazioni Internazionali del mercoledì erano come una boccata di ossigeno dopo l’apnea di quelle che erano le due precedenti giornate. Con lezioni, sermoni, esercitazioni, traduzioni & vessazioni in cui la concentrazione doveva essere sempre ai massimi livelli. Oltre a ciò, ti dovevi anche organizzare la vita. Che da studente non è che dovessi fare chissà che ma comunque sempre di più del nulla assoluto che facevi a casa dai tuoi.

Fare la spesa – spesso, se non volevi morire di fame. Cucinare – meno spesso, grazie alla turnazione con le compagne di appartamento. Pulire – raramente, visto che l’igiene non è mai stata una priorità nelle case degli studenti e via via a scalare tutto il resto: fare il bucato, recarsi in segreteria studenti, pagare le bollette, fare un po’ di sport. In altre parole, vivere. Nei risicati ritagli di tempo che lo studio lasciava.

Tutto questo per dire che le lezioni di Organizzazioni erano una sorta di cuscinetto che ammortizzava un po’ di tensione nervosa della settimana. Si andava a lezione sereni, senza il timore di essere presi di mira dai vari Dodds, Taylor e compagnia cantando. Anche perché, se non erano loro a procurarti l’ansia da prestazione, ci pensavano quei fenomeni che le lingue le sapevano già e a lezione facevano sfoggio di una conoscenza ricevuta non per studio ma per essere nati da genitori bilingui o per aver vissuto in dieci posti diversi o per aver frequentato licei internazionali. O tutte queste cose assieme.

Ci piaceva quel corso. Forse perché ci piaceva il docente… ch’era avvocato, credo. Formale ma dinamico, Gianni Sadar arrivava dall’Università Centrale a bordo di un taxi che, neanche farlo apposta, era sempre grigio come i suoi elegantissimi completi, spesso gessati. Se pioveva, allora indossava un Burberry, unica variante di colore, visto che era beige. Se faceva bello, giusto una sciarpa leggera (grigia) sormontava la giacca. La cravatta, per contro, c’era sempre, ed era regimental o tinta unita. Saliva in fretta le scale, con uno spostamento d’aria che gli alzava allegramente gli spacchetti della giacca, e in poche, lunghe falcate raggiungeva l’Aula Magna in uno scintillio di scarpe coi lacci tirate a lucido. Qui apriva la ventiquattr’ore – da cui non tirava mai fuori niente – e poi si accomodava dietro la cattedra di legno chiaro dell’Aula Magna, con la lavagna alle spalle, aspettando. Non era mai in ritardo ma quasi sempre lo eravamo noi studenti.

Aveva uno sguardo intelligente, Sadar. Occhi piccoli, scuri e profondi, e un naso impertinente che rendeva simpatico quel suo volto lungo e un po’ rettangolare. I capelli, crespi e un tantino vaporosi, con qualche zona sale e pepe, s’aggrumavano all’indietro come un cespuglietto di timo, però ordinato. Il meno era asburgicamente prognato ma s’adattava all’economia del suo viso sfilato e alla rotondità dei suoi modi.

Sì, Sadar riscuoteva un certo successo, perché era sobrio, elegante, dalla parlantina sciolta, spesso anche troppo. Qualcuno lo aveva soprannominato il Dottor Divago, perché amava approfondire questioni abbastanza secondarie e di dubbio rilievo ai fini della materia. Quando capitava, dopo qualche minuto la soglia dell’attenzione si abbassava drasticamente e mentre il suo uditorio si perdeva in altri pensieri, lui rimaneva a parlare a se stesso. Ma a noi questa sua occasionale prolissità non dava fastidio, le sue erano comunque due ore rilassate e tutto sommato gradevoli, che toccavano argomenti a cavallo tra storia, geopolitica e diritto internazionale. Dopo ore e ore di lezione su sfumature linguistiche, grammatica e problemi di resa in italiano, era piacevole seguire qualcosa di diverso, di non prettamente linguistico.

Una materia così nuova da imparare… Noi studenti, intanto, sciamavano dentro dalla porta a doppio battente, prendendo posto dove capitava. A me e a Lorenza piacevano le due corte file centrali, col corridoio in mezzo. Si vedeva bene e si sentiva anche meglio.

E poi, a rendere gradevole la lezione di Sadar (e non solo quella) c’era la presenza della modenese Ghiga. Il tacito accordo era che, se la lezione si prospettava interessante, prendevamo appunti fitti in religioso silenzio. Se invece l’andazzo faceva intuire una delle tante digressioni di Sadar-Divago, l’una aveva il permesso di salvare l’altra dalla noia sesquipedale con vari frizzi e lazzi. Era un mercoledì, quello, in cui eravamo col cervello a folle in discesa.

Quel giorno – era il 20 gennaio del 1988 – prendemmo posto sulla sinistra, nella fila con la colonna. Dalla cattedra Sadar si schiarì la voce. <<Ragazzi, incominciamo…>> E appoggiandosi allo schienale della poltrona, attaccò un pistolotto che non vi dico sulla Società delle Nazioni. 

Roba da tramortire Woodrow Wilson!

Parlava a braccio, forbitamente, e ci inchiodava col suo eloquio cesellato. Lo fece anche quel giorno, e da subito ci chinammo a vergare appunti. Per Organizzazioni Internazionali io tenevo un quadernone della Pigna con un bel motivo d’edera in copertina. Come per ogni lezione, inaugurai una pagina nuova che feci precedere dalla data, per l’appunto il 20 gennaio.

Quel mercoledì la faccenda si era imbarcata male da subito. Sadar aveva iniziato un pippone extra-large sulla Società delle Nazioni e l’applicazione all’Italia fascista delle “inique sanzioni”. Argomento frollato, macerato, stagionato. Decisi che non meritava attenzione piena ed ero sicura che anche la Ghiga fosse ben informata sull’argomento. Mi guardai un po’ attorno in cerca di qualcosa su cui fare conversazione. Dopo poco l’attenzione mi cadde su un particolare e come si fa a pallavolo, alzai la palla in modo che la mia compagna schiacciasse metaforicamente a rete.

<<Di’, hai visto il vestito della Pifferi?>> buttai lì sottovoce. (Il cognome, ovviamente, era un altro. Ma calza.) La Pifferi era altoatesina e, frequentando prima lingua tedesca, non seguiva esattamente il nostro indirizzi di studi, tuttavia la si incontrava alle lezioni interdisciplinari, tipo Linguistica, Italiano o, per l’appunto, Organizzazioni Internazionali. Aveva un viso aguzzo come il musetto dei topini disegnati da Art Spiegelmann in Maus, tuttavia non ne possedeva la medesima mitezza. Nelle poche occasioni in cui la incrociavo, non salutava, aveva modi sgarbati e insofferenti. In altre parole, faceva di tutto per risultare antipatica. Con ottimi risultati, peraltro.

Quel giorno indossava un vestito di maglina a pois. Già il modello con balze e nastrini, così bambolesco, esulava dal mio gusto, ma a colpirmi fu più che altro l’improbabile colore. Sapendo che a Ghiga piaceva molto l’argomento moda & affini, la pungolai col dito, ammiccando in direzione della Pifferi.

<<E guarda, no?>> ripeté Lorenza. Allora alzai lo sguardo dal quadernone della Pigna e sbirciai. La Pifferi era una ragazza di prima lingua tedesca. La conoscevo poco. Mora e affilata, aveva un faccino appuntito, come la parte terminale di una matita. Non era priva di talento, al contrario. Ma era una di quelle che sgomitavano per farsi notare. E quando devi sgomitare, vuol dire che così speciale poi non sei. Popolare non era. Rispondeva sbrigativamente a ogni richiesta e, se tentavi una battuta, poi gliela dovevi spiegare, perché era tutto rigore & niente splendore.

<<Allora?>> chiesi.

<<Come, “allora”?>> Lorenza sbuffò, seccata. <<Ma lo vedi il colore dell’abito? Vestita così, non sembra anche a te un fragolone gigante?>> Risi. In effetti la tipa vestiva interamente di rosa. Carico, per giunta. <<Oddio, un fragolone, proprio no, smilza com’è>> obiettai. Strinsi gli occhi mentre riflettevo. <<Tra l’altro, è un punto di rosa diverso>> aggiunsi lentamente. <<Come… come…>>  Ma, niente, per quanto mi scervellassi, non mi veniva la parola per rendere l’idea.

Per essere rosa, il vestito della Pifferi era rosa. Però non quella tonalità confortante dei fiocchi dei bebè né il rosa allegro dei cartoni animati. Era un rosa dozzinale, cheap, che avevo visto mille volte ma che in quel momento faticavo ad inquadrare. Era una nuance, come dire, settoriale. Finché, di colpo, non mi venne in mente l’associazione.

<<Ma certo!>> esclamò Lorenza, e di colpo rise. <<Come quella carta igienica da poco che…!>>Bastò quell’incipit a folgorarmi. <<Sì!>> ammisi.  E tornando a guardare l’abito incriminato, riandai alle volte in cui era il babbo a fare la spesa. Sugli alimenti, ci beccava quasi sempre, salvo che comprava troppo affettato, nonché “il” gnocco fritto di nascosto alla mamma. Ma sugli altri generi spesso toppava. La carta igienica, per esempio. A noi bambine piaceva quella morbida, a due veli, bianca come cotone idrofilo. Lui invece acquistava quella rosa maiale, ruvida e crespa. Che quando te la ritrovavi in bagno, ti prendeva male. Naturalmente in famiglia ci si scherzava sopra e mia sorella, che è sempre stata spiritosa, l’aveva battezzata “raspacu*o”, abbreviata in “raspa”. Rendeva l’idea, no?

La rendeva anche la mise della Pifferi, rosa maiale e per giunta goffratina!

Ma certo! Era il rosa di quella carta igienica economica che si trovava (e si trova ancora) nei bagni dei treni, diffusissima prima delle deriva estetica delle carte igieniche color pastello, a fiorellini, al profumo di camomilla e con tutte le inutili varianti prodotte dalla società dei consumi. <<Proprio quella!>> esclamai folgorata.

Da parte mia assentii. <<Esatto>> proruppi. E per rafforzare il concetto, aggiunsi: <<La “raspacu*o!>>. Non avevo inteso fare una battuta né altro. Era giusto un commento che, rifacendosi al lessico familiare di noi Ferrari, non mi divertiva nemmeno più tanto. Perché era diventato un termine come un altro. Quasi un tecnicismo, no? Non per Lorenza, però. Per lei, no. Di colpo la sentii annaspare in cerca d’aria. Mi girai in tempo per vederle arrovesciare la testa all’indietro ed emettere il più sonoro dei grugniti.

<<SGRUNF!!>>

Se il significante era stato ormai identificato, la sua definizione concettuale mi aveva colta completamente in contropiede. Ghiga, che usava un vocabolario chirurgicamente preciso nelle traduzioni, ci aveva preso anche questa volta, nella lingua parlata. Eccome se ci aveva preso. La situazione era già leggera di suo, ma la coloritura linguistica (è proprio il caso di dirlo) diventò addirittura goliardica, tanto che mi partì quello che in dialetto veneto si chiama “boresso”, cioè la ridarella irrefrenabile, preceduta da una ouverture di un roboante grugnito suino.

<<SGRUNF!!>>

Ma una roba che persino Babe, il maialino, sarebbe morto d’infarto! Mi assalì un 𝑓𝑜𝑢 𝑟𝑖𝑟𝑒 tale che mi ripiegai su me stessa, tossendo perché mi andò di traverso la saliva, e la stessa Lorenza lottò per non cappottarsi tra ribaltina e sedile. Tutti si girarono a guardarci, l’incolpevole Pifferi inclusa. Dalla cattedra si levò allora l’educata voce di Sadar: <<Caspita>> intonò serafico, <<questa doveva essere proprio buona, uh?>>. Non un rimprovero, solo quella battuta, argutamente asciutta, come lui. La classe, che stava ridendo, rise ancora di più, e per almeno dieci minuti non si poté riprendere la lezione.

Pur sentendomi sollevata dalla bonaria reazione di Sadar, il suo stile intelligente e acuto non mi esentò dall’avvampare di imbarazzo. Invano cercai un nascondiglio tra le sedie a ribaltina mentre l’ilarità si estendeva a tutta la classe, che rideva di “rimbalzo” solo per l’ultima sonora parte di tutta la faccenda. 

Infine Sadar si schiarì la voce e, raddrizzando la schiena già drittissima, tornò ad addentrarsi nei dettagli sanzionatori della Società delle Nazioni a carico dell’Italia. La parentesi ilare si chiuse e il silenzio calò come ovatta. Io e Lorenza, però, eravamo fuori combattimento, e quella volta i nostri appunti rimasero gravemente incompiuti.  Infatti dopo li dovemmo copiare dalla Phillips-Colore-Sempre-Vivo.

A poco a poco tutto rientrò nella norma, salvo per me e la Stampellona Bionda, letteralmente devastate. La sgrufolata e conseguente “boresso” costarono a lei una pagina del quadernone, che aveva sgualcito a furia di percuoterla con la mano e a me un Tratto Pen sano sano, perché il pennarello rimase così tanto tempo senza scrivere che seccò in punta e lo dovetti buttare.

Che, se adesso ci rifletto, mi chiedo in realtà perché mai avessimo riso così tanto.

Ogni volta che ci ripenso, sono certa che, conoscendo la mia natura naif, la mia amica avesse previsto la mia entusiastica reazione, tanto da spingermi deliberatamente – con affettuosa e amichevole perfidia – verso il baratro dell’imbarazzo. D’altronde, come biasimarla: a vent’anni è vietato annoiarsi e ci bastava veramente poco per spanciarci dal ridere. Di tutto il periodo universitario, questo è l’aneddoto che ricordo con maggior nitidezza. 

Ho molti ricordi di Trieste ma il monumentale “sgrunf” di Lorenza è senz’altro il più divertente. Del resto, a vent’anni tutto è svago e poco è ragionamento. Poi cresci e la proporzione s’inverte.

Andando avanti con l’età, ti accorgi che vorresti avere il tempo per annoiarti o anche solo per dire sciocchezze con qualche amica. Invece la routine prende il sopravvento e capita che ti manca l’aria non per il troppo ridere ma per il troppo correre di qua e di là.

Però non è così che dovrebbe succedere. Divertirsi non è un’azione banale né solamente giovanile. Mentre a volte, tiranneggiati come siamo dalla vita e dagli obiettivi spesso inarrivabili che ci poniamo (ma perché poi?), così diventa. Saremo sciocchi? 

Definitely.

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La foto è successiva, precisamente del 1989 ma Teresa-Phillips-Colore-Sempre-Vivo e la sottoscritta siamo sedute nei medesimi posti dove con la Ghiga mi ammazzai dalle risate due anni prima a Organizzazioni Internazionali. In primo piano c’è Ghiga Ferrari, riccia, ormai mora e occhialuta, impegnata a discutere la sua monumentale tesi di laurea.

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