La fiera letteraria

La lettura è un’attività per lo più solitaria. Non che sia un male, anzi.  Potrei continuare elencando la bellezza dell’immaginare i personaggi, i luoghi, le situazioni in un mondo tutto del lettore, con la fantasia che si scatena a ogni suggestione eccetera eccetera. Ma chi legge conosce benissimo tutte queste cose e chi non legge si perde un sacco di divertimento. Tuttavia, ogni tanto è piacevole uscire da questa dimensione intima e il modo più facile per farlo, oltre che trascorrere oziosi e splendidi pomeriggi domenicali sotto l’ombrellone a discutere con le amiche (ho pochi amici maschi lettori e quei pochi non sono “ombrellonabili”) di questo o quel romanzo, è quello di assistere alle presentazioni dei libri, quei momenti in cui la sfera personale del lettore interseca per qualche ora il mondo dell’autore.

Personalmente, adoro presenziare a questo tipo di eventi. Il più delle volte gli incontri avvengono nelle librerie, questi luoghi magici, solitamente raccolti, in cui si crea una sorta di complicità tra lettore e autore – sempre che i librai siano in gamba – che con la pagina scritta è impossibile avere. Poi ci sono le biblioteche, i festival letterari e per le rockstar del libro, gli auditorium e le aulae magnae delle università, ma in quest’ultimo caso la forma quasi sempre prende più spazio della sostanza e il risultato è piuttosto scadente (a meno che non sia Andrea Camilleri a parlare, ma qui siamo a livelli inarrivabili ai più).

A dirla tutta, sono una drogata di presentazioni di libri. Mi piace vedere come si pone l’autore nei confronti del pubblico, mi incuriosisce scoprire che tipo di persona è l’autore – a volte completamente diverso dall’idea che mi ero fatta leggendo il libro – mi sfizia decidere se la persona che lo presenta è competente oppure no, in altre parole: quanto tempo ci vuole a capire se il “bravo presentatore” ha letto il libro di cui parla oppure spara cazzate all’urbigna. Ma più di tutto mi piace osservare il pubblico, perché in qualsiasi presentazione, dal libro di poesie dei mistici catalani al manuale per sturare il lavandino, c’è sempre lei (ma che può essere anche un lui): la fiera letteraria (FL).

"Leggere è un cibo per la mente e tutto ciò che ha che fare con il cibo deve per forza essere buono." (Snoopy)

“Leggere è un cibo per la mente e tutto ciò che ha che fare con il cibo deve per forza essere buono.” (Snoopy)

Questo soggetto, di indole feroce e violenta – ma solo quando si parla di libri – si presenta un’ora prima dell’inizio della presentazione, si siede rigorosamente in prima fila e in grembo tiene almeno un paio di libri dello scrittore in presentazione, con una miriade di segnalibro o “pecette” fosforescenti che fanno capolino dalle pagine. Spesso è un insegnante – in carica o ex – ma anche no, conosco FL che fanno lavori tra i più disparati, (buon) segno che la lettura non è affare solo di chi fa lavori “intellettuali”, qualsiasi cosa voglia dire questa parola. Di solito si dimena come una biscia sulla sedia finché non entra l’autore e solo allora si dà una calmata apparente. Spesso abborda il povero autore prima che si sieda, inondandolo di complimenti e chiedendo, non più la dedica sul libro ma l’ormai rituale foto da mettere seduta stante sui vari social.  Durante l’introduzione annuisce distrattamente, ostenta una noncuranza fastidiosa come a dire al presentatore “dai sbrigati che queste cose le so già”, sfoglia svogliatamente i volumi in attesa che la parola passi all’autore. A questo punto la FL si trasforma in una statua di sale il cui unico movimento è l’oscillazione verticale della testa, un po’ come facevano quegli orrendi pupazzi di plastica che negli anni ’70 andava di moda mettere sulla cappelliera dell’auto. Commenta con una risata soffocata un’arguzia dello scrittore, oppure con un mugugno rassegnato se il suddetto afferma tristi verità. Spesso ricerca sul libro il passo di cui si sta parlando e segue col dito la riga per essere sicura che l’autore non sbagli a citare a memoria (ma se l’ha scritto lui, lo saprà o no?)

Il momento di gloria della FL arriva alla fatidica frase: “Ci sono domande?”. Anzi, potrei affermare che la FL partecipa alle presentazione solo in funzione di questo istante. Dopo i tre-cinque secondi di silenzioso imbarazzo dell’uditorio, la FL fa scattare la manina e dopodiché è la fine. Mai dare la parola alla FL. Mai. Perché poi non la restituisce più. A questo punto la FL si suddivide in  ulteriori sottocategorie che vado ad elencare immantinente.

FL fan sfegatata: quella che prende la parola per esternare tutto il suo amore per lo scrittore/scrittrice, inizia ad elencare uno per uno i libri che ha letto (spesso tutti), quelli che le sono piaciuti di più, quelli di meno, quelli così così. Se l’autore è un esordiente, ci sbrighiamo in poco tempo; ma se l’autore è prolifico, l’elenco può durare anche una mezz’ora. La domanda è sempre: “a quando il prossimo libro?” oppure “quanto c’è di personale e quanto di inventato nel libro?”

FL filosofa-secchiona: quella che inizia dall’argomento del libro (che sia un romanzo metafisico o il manuale delle Giovani Marmotte, fa lo stesso) e parte per un seminario – non richiesto – sull’argomento, approfondendo aspetti inutili dell’argomento, al solo scopo di fare sfoggio di erudizione. La domanda è sempre: “quanto si è documentato/a per questo libro?”

FL autoreferenziale: è la più pericolosa. Inizia con “prendo spunto dalle vicende del libro per …” e giù tutta una serie di fatti personali di una noia sesquipedale di cui essa è protagonista indiscussa. Parte un pippone psicologico in cui affiorano vicende quasi sempre tristi e deprimenti – separazioni, malattie, pestilenze, decessi violenti, qualsiasi cosa che coinvolga dolore, morte e distruzione – che spesso non hanno niente a che vedere con il libro. Fatti che non interessano a nessuno, ma proprio nessuno. Dopo un quarto d’ora di scempiaggini il pubblico – giustamente – si rompe le balle e inizia a distrarsi, il presentatore guarda con impazienza l’orologio e l’autore finge attenzione mentre in faccia gli si legge “ma che c***o sta dicendo questo/a”. E qui si vede se l’ospite ha polso o meno, perché solo lui è in grado di uscire da questo fiume in piena di logorrea inutile. Poiché la FL non ha una vera domanda da porre, ma le piace solo sentire la propria voce, l’autore con i controcazzi ad un certo punto si inserisce nel discorso, prende in mano la faccenda e pone fine allo sproloquio. Spesso però capita che l’autore, per educazione o per scarsa esperienza, lasci parlare la FL ad libitum fino a quando nella sala rimangono solo loro due, dopo che il resto del pubblico è andato a casa, ha cenato e ha anche digerito. Quello che mi è piaciuto di più di tutti è stato uno scrittore che, dopo venti minuti di ciarle, ha chiesto: “Qual è la domanda?” facendo affondare la FL in un meraviglioso mutismo.

Un tempo queste FL mi infastidivano, le consideravo perniciose come il punteruolo rosso per le palme. Col tempo, ho iniziato ad apprezzare le loro esternazioni e devo dire che il divertimento è assicurato. Quasi quasi vado alle presentazioni più per sentire loro che per l’autore…

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Il remigino (ovvero: come NON sono diventata un’assassina seriale) – ricordi scolastici seconda parte

A parziale risarcimento dell’annus horribilis trascorso con la Cannasecca, dopo un anno interlocutorio con una maestra piscologicamente “normale”, arrivò lui. Un maestro maschio è già difficile da trovare, un maestro maschio bravo, simpatico e allegro è un’autentica rarità. Ed è toccata a me, questa gemma preziosa, assieme a un bel po’ di alunni fortunati.

Il maestro aveva il raro dono della leggerezza calviniana,  la capacità di “planare sulle cose dall’alto”. Spiegava qualsiasi cosa, dalla geografia alla storia, come se stesse raccontando un fatto successo ieri in cui tutti eravamo coinvolti per un motivo o per un altro: possedeva il segreto di appassionare anche i più refrattari a qualsiasi nozione. Raccontava spessissimo dei suoi tre figli, due femmine e un maschio tanto che, nel giro di poco tempo, erano diventati quasi dei fratelli acquisiti. Non ricordo più gli aneddoti nel dettaglio, ma ogni storia era spassosissima e mai fine a se stessa. Alla fine di ogni racconto, che partiva da un pretesto apparentemente lontano anni luce dall’argomento che si stava trattando, c’era sempre un insegnamento di carattere civico, etico o di savoir vivre. Materie che non sono inserite nel piano didattico ma che sono più utili – a volte – della conoscenza delle guerre puniche.

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Me lo ricordo ancora, snello, curato nel vestire e nella persona, un po’ calviniano anche nell’aspetto, con le camicie oxford sempre impeccabili (secondo me se le stirava lui personalmente), perfettamente rasato e con l’inconfondibile profumo di dopobarba Atkinson’s, dotato di un naturale senso dell’understament. Era sempre circondato da un nugolo di colleghe starnazzanti, dato che alla “Pascoli” i maestri uomini erano solo tre contro una maggioranza schiacciante di maestre più o meno attempate. Noi bambine pendevamo letteralmente dalle sue labbra e anche i maschietti erano affascinati dall’autorevolezza con cui ci guidava durante la mattinata. Ma soprattutto ricordo l’allegria che portava con sé: con lui ho imparato ad imparare, ho capito che la condizione principale per apprendere senza sforzo è essere sereni, rilassati, senza ansia, senza quaderni buttati per aria, senza scene madri con urla e strepiti. Riusciva a far ragionare anche i più somari e ogni volta si inventava qualcosa di nuovo per stimolare le nostre menti in via formazione. Gli sarò sempre riconoscente per avermi fatto apprezzare il basso profilo, il prendersi poco sul serio quel giusto che aiuta a vivere meglio e ad affrontare con cuore sereno quello che ci riserva la vita, nel bene e nel male. Grazie a lui ho rivalutato la mia idea di scuola e alla fine non la trovavo nemmeno tanto brutta, tanto che sono anche riuscita a finire il mio cursus studiorum – cosa di cui dubitavo, dopo un anno di Cannasecca.

Quindi, se le patrie galere non ospitano (almeno fino ad oggi) un’assassina seriale , è tutto merito del maestro Aronne Vanzan.

(Dedico questo post a tutti i meravigliosi maestri elementari d’Italia – chi legge, sa.)

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Il remigino (ovvero: come NON sono diventata un’assassina seriale) – ricordi di scuola parte prima

Ho un’età a causa della quale associo il 1° ottobre (San Remigio) al primo giorno di scuola. Anch’io sono stata un “remigino”, anzi, una remigina, simpatico appellativo con cui venivano chiamati, anni fa, i bambini che frequentavano la prima elementare.

Di recente ho pulito la cantina di casa di mamma e nel mare magnum del ciarpame ignobile misto a ricordi preziosi a quali non rinuncerei per nulla al mondo, è affiorato un pacchetto di foglietti giallini e azzurrini: le pagelle. Ho interrotto immediatamente il processo di “decluttering”  – parola fighissima per dire più prosaicamente  “fare piazza pulita” – e sono entrata in una specie di macchina del tempo. Quando ho visto il nome della maestra di prima elementare, un fiotto di bile si è arrampicato su per l’esofago, ha riempito il cavo orale e da lì, in puro stile esorcista, ha irrorato la parete immacolata della lavanderia/cantina.

Nei primi tre mesi di scuola, cambiavo maestra ogni quindici-venti giorni. Ogni quattro-cinque giorni arrivava qualche matrona dalla faccia devastata dalle rughe, dal culone molliccio e dai vestiti di quattro stagioni precedenti, raccontava due stronzate in croce e spariva, per essere rimpiazzata da un’altra che più o meno si comportava allo stesso modo. Poiché nessuno mi aveva spiegato come funzionava la scuola, pensavo che fosse la norma avere in classe questa sfilata di femmine dall’aspetto sciatto e trasandato. Solo a me capitavano queste lavandare, perché nelle altre classi entravano maestre stupende ed elegantissime oppure maestri maschi dall’aspetto rassicurante e bonario. Va a sapere perché. Finché un bel giorno è arrivata lei, la maestra che è rimasta tutto l’anno. Col senno di poi sarebbe stato meglio se se ne fosse andata via il giorno stesso, ma queste sono cose che si capiscono in seguito. Conservo di questa carogna – perché è l’unica parola riferibile che mi viene in mente – un ricordo pessimo.

Alta e secca come una canna, con gli occhi perennemente fuori dalle orbite, fumava come una ciminiera, strillava come un’aquila in faccia a noi bimbetti, strappava quaderni e li buttava per aria sotto lo sguardo attonito di sei bambine (Cecilia, Cristina, Elisabetta, Lorenza1, Lorenza2, Patrizia: eravamo unite come una falange macedone) e una ventina di maschi. Veniva in continuazione chiamata al telefono dalla bidella Luciana – questo essere mitologico metà donna e metà cancellino sporco, del quale aveva lo stesso colore polveroso in viso – e lasciava la classe incustodita per interi quarti d’ora. Tutto ciò avveniva quasi quotidianamente senza che nessuno, tra genitori e colleghi, dicesse niente. Se si comportasse così adesso, come minimo verrebbe scuoiata viva dai genitori, poi denunciata a piede libero alle autorità competenti e sputtanata in pubblica piazza virtuale tramite gruppo whatsapp di classe, pagina Facebook e foto su Instagram. Ma nella metà degli anni ’70 tutto ciò era di là da venire: si prendevano quadernate in faccia e zitti.

Con questi presupposti avevo deciso che la scuola non era una cosa per me. I risultati scarseggiavano e le uniche comunicazioni tra la maestra e la mia famiglia erano di questo tenore:

quaderno_fotorAvevo pertanto scelto di sopravvivere all’orrenda Cannasecca utilizzando la tecnica dell’insetto stecco: seduta immobile al banco, con lo sguardo fisso sulla lavagna sperando che i quaderni fatti a pezzi dalla Cannasecca non mi prendessero in faccia con troppa violenza. In questa postura di “rigor vitae” ho trascorso ore e ore figurandomi trucide torture da infliggere alla Cannasecca mentre quella spiegava la tabellina dell’otto (che a tutt’oggi mi crea ancora problemi) oppure vendicandomi diventando un’assassina seriale di maestre esaurite come cucuzze.

Dopo un anno intero di vessazioni aspettavo la fine della scuola come il messia e speravo in cuor mio che la Cannasecca venisse colpita da qualche meteorite vagante e che non mettesse più piede alla Scuola Elementare Giovanni Pascoli. A ottobre dell’anno successivo le mie preghiere furono esaudite perché arrivò una maestra mite e tranquilla che traghettò serenamente tutta la classe fino agli esami di seconda elementare. Ma  la vera svolta arrivò in terza elementare. Ancora una volta le mie preghiere erano state ascoltate.

[continua]

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Feriae Augustii

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Settembre è iniziato da una manciata di giorni e siamo già stati travolti dalle attività del rientro, o per meglio dire, dell’inizio dell’anno. Perché a pensarci bene, l’anno inizia a settembre, mica a gennaio. Scuola, lavoro, palestra/piscina, sport, corsi, qualsiasi … Continua a leggere

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19 marzo 1917, minute storie a puntate – di Saulo Bianco

Per Pasqua, un racconto. Anzi, molti racconti brevi, brevissimi, con argomento la Grande Guerra. Saulo Bianco, già ospitato su queste pagine, mescola Storia e finzione e ci regala alcuni flash che illuminano, per un attimo, quella immane tragedia che fu la Prima Guerra Mondiale. Buona lettura!

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Il cielo era terso, quella mattina del 19 marzo 1917. Nel silenzio dell’aspettativa, l’aria cristallina fu solcata dal rombo del nuovo prototipo dell’aereo SVA. Quello fu il giorno del suo roboante e futuristico battesimo, l’epifania di ciò che sarebbe stato il volo di D’Annunzio su Vienna nel 1918. All’orizzonte il sole brillava, freddo.
http://www.finn.it/regia/html/grande_guerra.htm

Doveva succedere, prima o poi. Me lo sentivo. La guerra è guerra. Siamo stati intercettati dagli U-Boot tedeschi. Nonostante tutto quanto ci circonda sia di una bellezza incredibile, sono pronto all’irreparabile. Il mare, lo specchio in cui si riflette la tormentosa anima dell’uomo, diceva il grande poeta. Dopo l’ennesimo viaggio come scorta ai convogli che attraversano il Mediterraneo, non lontano dalla Sardegna, ci hanno silurato. Non ho tempo per pensare. Ma penso. Non ci posso fare nulla. Guardo i miei compagni mentre mi muovo meccanicamente secondo le procedure. Siamo topi in fuga. L’orrore e il fragore ci circondano, la paura ci raspa le gole. La corazzata Danton colerà a picco, e io non so se riuscirò a mettermi in salvo.
http://it.wikipedia.org/wiki/Classe_Danton

Era esausto, quella mattina, il soldato semplice Mocerino. Aveva passato una notte interminabile. Le fiale di morfina da tempo scarseggiavano nell’ospedale da campo. Vampate di angoscia avevano agitato i suoi giovani pensieri. Era stanco di soffrire, ma per tutta la notte non aveva smesso un attimo di vedere il profilo di casa, la sagoma ondulata delle sue terre, disegnati da un pennello misterioso contro una volta celeste buia come la sua disperazione. Nemmeno una stella in quella notte senza fine. Alle prime luci dell’alba provò una stanchezza infinita. Aveva sonno. Voleva riposare un po’. Socchiuse gli occhi spossato, mentre in lontananza intuiva le sfumature rosate dell’alba di quell’anonimo 19 marzo 1917.

“Mocerino Tommaso di Alfonso e Ambrosio Maria, soldato nel 60° Reggimento Fanteria, nato a Somma Vesuviana il 17 novembre 1897 e morto il 19 marzo 1917 in seguito a ferite di scheggia di bombarde. Celibe.”
http://www.comune.sommavesuviana.na.it/evidenzacaduti08.htm

Da tempo ormai non si trova più nulla. Nemmeno i campi e gli orti sembrano avere più voglia di dare una mano. I miei figli hanno fame. Tanta fame. Che altro avrei dovuto fare? Ieri, 19 marzo 1917, giorno di San Giuseppe, l’esasperazione ha mosso le mie azioni, e solo per aver tentato di sfamarli rubando il pane ora mi vedo costretta a fuggire e a nascondermi. I Carabinieri stanno setacciando tutte le vie di Maida. Li sento. Corre voce che siano successi disordini simili anche a Nicastro e Chiaravalle. Sono gli uomini, quelli che vanno al fronte e fanno la guerra, e muoiono lasciandoci sole… Ma siamo noi donne a sostenerne tutto il peso.
http://www.cimeetrincee.it/maida.htm

Il 19 marzo 1917 Fortunata Veronica, mia nonna materna, aveva compiuto 19 anni da poco più di un mese. Maria, mia nonna paterna, ne avrebbe compiuti 18 un mese prima della dodicesima battaglia dell’Isonzo, la battaglia di Caporetto (24 ottobre 1917). Di lì a 11 anni circa, giorno più giorno meno, sarebbe nato mio padre. Nel 1968 sarebbe stata istituita la festa del papà e nasceva uno dei miei fratelli.

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    La guerra che poi sarebbe stata battezzata come Grande aveva già meritato l’aggettivo, chiamando da Soreni ben tre leve di maschi alla trincea del Piave, e non bastavano ancora. Dal fronte, insieme ai feriti gravi congedati, arrivavano notizie dell’eroismo della Brigata Sassari, e Bonaria ventenne aveva già visto abbastanza mondo da sapere che la parola «eroe» era il maschile singolare della parola «vedove».
Michela Murgia, Accabadora, Einaudi, 2009

Non si meravigliò che la giovinetta conoscesse il suo nome perché la città allora era stata abbandonata da quasi tutte le famiglie più ricche e i pochi abbienti vi risaltavano. (…)
Tuttavia, nel tardo pomeriggio quando, abbandonato l’ufficio, il vecchio, per risparmiarsi l’attesa inerte in casa, andò a passeggiare lungamente alla riva ed al molo, vi fu nel suo petto un lieve sobbollimento morale, che non passò senza lasciar traccia di sé nella sua anima. (…)
    Il tramonto estivo era chiaro e pallido. Il mare gonfio, stanco e immobile, sembrava scolorito in confronto del cielo ancora lucente. Si vedevano chiaramente i profili delle montagne digradanti verso la pianura friulana. Si intravedeva anche l’Hermada e si sentiva vibrare l’aria scossa dai colpi incessanti del cannone.
    Ogni manifestazione di guerra cui il vecchio assisteva, gli faceva ricordare con uno stringimento di cuore ch’egli in seguito alla guerra guadagnava tanto denaro. A lui dalla guerra risultava la ricchezza e l’abiezione.

Si sentiva il brontolìo del cannone ed il buon vecchio si domandava: – Perché non hanno ancora inventato il modo di ammazzarsi senza fare tanto chiasso? – Non era tanto lontano quel giorno in cui il suono del combattimento aveva destato in lui un sentimento generoso. Ma la malattia gli toglieva quel residuo di spirito sociale che la vecchiaia non era riuscita a distruggere in lui.
    In quei giorni ci fu Caporetto. Le prime notizie del disastro egli le ebbe dal suo medico venuto a trovarlo per piangere in compagnia del vecchio amico, che egli (povero medico!) credeva capace di sentire come lui. Invece il vecchio non vide in quell’evento altro che un beneficio: la guerra si allontanava da Trieste e perciò da lui.

La novella del buon vecchio e della bella fanciulla, in: Italo Svevo, L’assassinio di via Belpoggio, a cura di Esperia Ghezzi, G. B. Palumbo & C. Editore, gennaio 2000 (1930, pubblicato postumo)

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Il campanello sulla porta dello studio tintinnò con forza, come se fosse appena entrato un furioso colpo di bora. Stavo sistemando le attrezzature come facevo di solito ogni giorno, quello che non ero riuscito a ultimare la sera prima. Avevo aperto il negozio da poco. Il profumo del surrogato di caffè preparato per colazione da mia moglie indugiava ancora in bocca, mentre nelle orecchie risuonava il vocìo allegro dei figli mentre mi salutano sulla porta con una spensieratezza dettata solo dalla tenera età.
Quella mattina del 19 marzo 1917 si prospettava una giornata di lavoro come tante altre. Soldati in convalescenza o in licenza che posano con fierezza davanti agli obiettivi per mamme o fidanzate. Qualche ricca e stanca signora.
Mi riebbi da quel flusso sonnacchioso di pensieri. Lo scampanellio stentava a dissiparsi nell’aria. Sollevai lo sguardo allarmato. Davanti a me, dall’altra parte del bancone, una donna, alta. Il mento leggermente sollevato rispetto alla direzione dello sguardo tradiva un’austera eleganza interiore.
«Potreste farmi una foto, subito, per cortesia?» chiese trafelata quasi implorando. In quella voce avvertii una tensione terribile.
Annuii abbozzando un sorriso. La invitai ad accomodarsi davanti all’obiettivo, l’aiutai a mettersi in posa, feci un paio di scatti. Ogni mio tentativo per farle scaturire un sorriso, almeno la parvenza di un sorriso, fu vano.
La donna obbediva alle mie parole, quasi impaziente, come se il tempo stringesse. La pregai di attendere in negozio mentre riponevo le lastre. Tornai da lei. Stavo per scribacchiare una ricevuta per il ritiro quando lei, dopo aver lanciato un’occhiata alla data, appoggiò le mani sul bordo del bancone, quasi aggrappandosi con forza. Le nocche a poco a poco sbiancarono.
«Non potreste fare prima, il prima possibile, per favore?» chiese con un filo di voce. «È per mio figlio» aggiunse quasi per scusarsi. «Non ho più sue notizie da molto» concluse lasciandosi sfuggire un soffio, come se la speranza l’abbandonasse all’improvviso.
Osservai quei due grandi occhi grigi, stanchi e profondi. La donna sostenne il mio sguardo, a lungo, e mi parve che le labbra si rilassassero per la frazione di un secondo.
«Tornate oggi pomeriggio, signora» mi sorpresi a rispondere dopo aver riposto l’orologio nel taschino. Avevo tutta la mattinata a disposizione e senza intoppi o clienti importuni sarei riuscito a soddisfare quell’insolita e, mi sovvenne allora, straziante richiesta.
Lavorai di gran lena per ore. Chiusi il negozio per pranzo e quando riaprii, rinfrancato nel corpo e nello spirito per aver trascorso in allegria quella manciata di ore, la ritrovai davanti alla porta. Alta, austera, immobile, come poche ore prima. In mano teneva una busta sul cui retro aveva già vergato l’indirizzo con una scrittura minuta e perfetta. Ritirò e pagò la fotografia, e dopo avere chiesto il permesso, in disparte scrisse un messaggio senza esitare con una stilografica comparsa come d’incanto dalla borsetta, quasi come se in quelle poche ore avesse mandato a memoria l’intero testo. Le porsi il rullo di carta assorbente. Mi ringraziò con un cenno del capo. Con gesto veloce fece scomparire la fotografia nella busta. Ebbi come l’impressione di leggere “Zona di guerra”…
La donna ringraziò di nuovo e uscì, veloce com’era arrivata. Rimasi a lungo con lo sguardo fisso oltre la vetrina, a guardare le poche persone che con passo stanco passeggiavano lungo via dell’Acquedotto.

Stabilimento Artistico Fotografico DIEGO BECHTINGER, Trieste, Via dell'Acquedotto N. 27 – 4652, viaggiata in busta – collezione privata

Stabilimento Artistico Fotografico DIEGO BECHTINGER, Trieste, Via dell’Acquedotto N. 27 – 4652, viaggiata in busta – collezione privata

 

19 marzo 1917_back19.III.17
Quando nel ’14 ti ho mandato la mia fotografia *caro Carletto*, sei da lì a poco ritornato a casa da Pola. Potrebbe anche adesso ripetersi la stessa cosa. Io lo spero e tanto lo desidero. Ti sia quindi la presente un talismano, oltre che un ricordo della                      mamma

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Vanity Fair: romanzo senza eroe e rivista senza lettrice

Da qualche settimana – non so perché – mi arriva per posta elettronica un messaggio dalla rivista Vanity Fair, in cui mi si dice che c’è la possibilità di ritirare una copia gratuita della rivista semplicemente mostrando, dallo schermo del cellulare o del tablet, il codice riportato:

VFa prima vista, niente di complicato. A seconda vista, invece, è stata una fatica davanti alla quale anche Ercole si sarebbe demoralizzato. A dirla tutta fuori dai denti, Vanity è un giornale che mi fa abbastanza cagare, l’ho comperato diverse volte solo ed esclusivamente quando ci collaborava il mio amico di penna e a parte le sue curatissime traduzioni di articoli di attualità, la rubrica del Direttore e pochissimo altro, non ci ho mai trovato niente che mi sia appena congeniale. Ma visto che il servizio marketing di Condé Nast è così premuroso da inviarmi un gentile omaggio, a caval donato non si guarda in bocca e per una volta ho voluto provare questa nuova forma di promozione, così, per pura curiosità. Col senno di poi, sarebbe stato meglio se me la fossi tenuta, la curiosità. Ecco com’è andata.

Edicola n.1 zona Policlinico – Alla parola “coupon” l’edicolante storce il naso – da queste parti nessuno ti da niente se non a fronte di “schei” sonanti alla mano e la parola “gratis” suona ostica se sei tu che devi dare qualcosa – e al termine “elettronico” gli si storce anche la bocca in una smorfia di disgusto e a seguire tutto lo storcibile mentre mi risponde “gavemo finìo el giornae, ea prova all’edicoea pì vanti” [traduzione per gli osco-umbro-sanniti: sono rimasto sprovvisto di copie della sua rivista, la invito a cercarla presso mio collega limitrofo] il cui sottotesto è chiaro: non rompermi i coglioni con queste stronzate. Il tempo di attraversare la strada e con la coda dell’occhio vedo che sta chiudendo baracca e burattini, forse per paura che qualcun altro gli facesse la stessa richiesta. Alle sei del pomeriggio.

Edicola n.2 zona termale – Prima di chiedere, controllo che ci sia la copia del giornale. C’è. Bene? No. Il titolare del punto vendita, un tizio simpatico come una scarica di diarrea nel deserto dopo che hai finito la carta igienica e con la voce alla Farinelli mi informa che non mi può dare il giornale “parché el distributore no me ga da ea carta dove scrivare el numareto” [trad.: il distributore si è dimenticato di fornirmi il modulo su cui annotare il codice]. Dal momento che non so bene come funziona la cosa da parte dell’edicolante, prendo atto della mancanza della “carta”, che mi immagino un documento particolamente pregiato e inimitabile, e me ne vado alla terza edicola, poco lontana.

Edicola n.3 zona Kursaal – Anche questo edicolante è gentile e disponibile come un ufficiale delle SS in botta da cocaina (tra l’altro, anche l’espressione del viso è vagamente nazista). Alla mia richiesta risponde “ea vegna doman matina che ghe xe ea fèmena, mi no go el conpiuter” [trad.: la esorto a ritornare presso questa edicola domani mattina, quando c’è la mia signora, io non posseggo il calcolatore elettronico]. A parte che non ho capito a cosa serve il “coNpIuter” – visto che bisogna usare strumenti analogicissimi come carta e penna (ma questa considerazione me la tengo per me) – né tantomeno la relazione fémena-coNpIuter”, faccio notare che la promozione sarebbe scaduta la sera. Risposta: “mi no go el conpiuter” che significa: no stà romparme i balustri co’ ‘ste monade.

Ormai la cosa sta assumendo sfumature paradossali e decido di continuare la ricerca, del giornale ormai non me ne frega niente ma vado avanti per una questione di principio e per vedere le molteplici maniere in cui il genio italico interpreta un’iniziativa così – apparentemente – semplice.

Edicola n.4 zona Municipio – qui il titolare, con molta gentilezza e chiarezza, in un italiano appena sporcato di dialetto comprensibile, mi spiega che la procedura è molto semplice: il cliente che mostra la mail con il codice può ritirare una copia di VF e lui è tenuto a registare su un foglio di carta – una banale fotocopia – il codice e la data in cui è stato utilizzato. Stop. Capacità necessarie: saper leggere e scrivere. A mano. No tastiera, no “conpiuter”, no internet. Purtroppo però la rivista è finita e lui mi dice di passare la settimana prossima e volentieri mi accontenterà. Con un sorriso e un buonasera.

Per finire il giro delle edicole, vado all’edicola n.5 quella sotto casa, zona San Lorenzo, dove il gestore mi dice, in perfetto vernacolo (ma non veneto): “Nenti sacciu. Il signor C. ci dissi di non accittari quisti prumuzziuni, nenti vulimo sapiri.” Della serie: non scassarmi i cabasisi con queste sullenni minchiate. (Leggere Camilleri mi dà un certo vantaggio, nella trascrizione).

Fine delle edicole e fine anche della mia pazienza.

Adesso mi viene da fare due considerazioni. La prima, riguarda il grado di alfabetizzazione (ma non quella informatica, bensì quella di base, cioè saper leggere, scrivere, avere a che fare col pubblico) della categoria edicolanti padano-veneti. A parte il signore gentile n.4, il resto sembra uscito dalle caverne o poco più. E stiamo parlano di gente che lavora in un centro termale di fama internazionale, frequentato da italiani e stranieri. Se tanto mi dà tanto, anche il resto del settore terziario non è da meno. Benvenuti nell’accogliente nord-est.

L’altra considerazione è per il reparto marketing di Vanity Fair. Probabilmente il loro standard di riferimento è l’edicolante milanese (possibilmente imbruttito) che è super tecnologico, che ha l’edicola informatizzata, col wi-fi e tutto, che ha come clienti di VF le super top manager d’assalto che hanno interiorizzato il mantra “lavoro-guadagno-spendo-pretendo”, quelle che per risparmiare fiato ordinano al bar “una nat, una gas” perché il tempo è denaro. Ecco, vorrei dire a questi del marketing che il resto d’Italia non è à la page come lì da voi, e che anzi, di strada ce n’è ancora molta da fare prima che un’iniziativa come questa non susciti reazioni trogloditiche come quelle che ho sperimentato di recente.  E che poi, alla fine, questa “prumuzziuni” ha avuto esattamente l’effetto opposto, cioè che se anche avevo una remotissima intenzione di comperare VF, adesso non ci penso manco morta, men che meno se me la regalano, vista la fatica che ho fatto per niente.

La mia esperienza con Vanity Fair finisce QUI. Anzi, quasi quasi mi rileggo il romanzo, che è sicuramente meglio della rivista.

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Cose che noi abbiamo e la Svezia no

Devo confessarlo, ho sempre avuto un debole per i Paesi scandinavi in generale e per la Svezia in particolare. Io che pur adoro il Mediterraneo, la calda espansività latina e i colori e i sapori decisi delle cucine che affacciano sul Mare Nostrum, sono incantata dal basso profilo e dalla sobria eleganza delle terre nordiche (un po’ meno dalla loro dieta, ad onor del vero, fatta eccezione per lo stoccafisso, che lega con un lungo filo saporito la Serenissima e le gelide isole Lofoten). Senza dubbio anche la bicicletta gioca un ruolo fondamentale, in questa mia fascinazione, visto che da quelle parti la bici è un mezzo di trasporto diffusissimo utilizzato a prescindere dalle condizioni meteo, sempre e comunque. Per non parlare del loro sistema sociale, del loro rispetto per la cosa pubblica e compagnia cantando. E quindi, enorme è stata la mia gioia quando sono stata ospite di carissimi amici, italiani in trasferta a Stoccolma da qualche anno. Un sogno che è diventato realtà, grazie anche alla perfetta organizzazione a cura della mia travel manager personale con cui ho avuto anche l’onore e il piacere di viaggiare.

Però, però, però. Anche se un fine settimana lungo non è un soggiorno sufficiente per approfondire la conoscenza di un luogo, a meno di non avere le fette di salame sugli occhi (o il naso sempre dentro il cellulare), è un periodo bastevole per farsi almeno un’idea di come vanno le cose. E in questi pochi giorni mi sono accorta che a Stoccolma mancano un sacco di cose che invece noi italiani abbiamo, e in abbondanza. Sotto molti profili, la città è carente. Molto carente. Estremamente carente.

IL TRAFFICO. Tanto per cominciare, manca il traffico. A Stoccolma le auto ci sono, ne ho viste di parcheggiate e addirittura in movimento, ma è come se non ci fossero. Il traffico è scorrevole, i veicoli circolano, non si fermano col motore acceso in terza fila (anche perché non c’è né la prima, né la seconda), gli automobilisti non sgasano ai semafori né pompano lo stereo con il ritmo “unz unz unz” o col Gigi D’Alessio scandinavo, non scaricano il posacenere in corsa né sgommano senza motivo. Di conseguenza, manca anche quel bell’odore di gas di scarico che attanaglia la gola e ti stritola fino a farti diventare cianotico. Alle zebre gli automobilisti si fermano quasi dieci metri prima e più di una volta ho pensato che l’auto avesse un guasto o si fosse fermata per mancanza di benzina. Manca del tutto, al pedone, il sottile brivido del pericolo di essere tirato sotto appena poggia il piede sulle strisce e mancano del tutto le maledizioni e i vaffa dei conducenti appena egli si azzarda ad attraversare la strada. Vivere da pedone tutelato è una sensazione strana, quasi come una specie di vertigine. Se non ci si è abituati potrebbe anche fare male.

Le vie congestionate di traffico a Stoccolma - photo Lonza65

Le vie congestionate di traffico a Stoccolma – photo Lonza65

L’ATTESA. Le auto latitano, ma la gente si sposta ugualmente. Lo fa usando la bici, anche a temperature inferiori allo zero o i mezzi pubblici (autobus, tram e metropolitana) il cui biglietto costa un occhio della testa. Però alla fermata il tabellone elettronico ti dice la sequenza esatta dei bus in arrivo e i minuti di attesa (che sono proprio quelli). Con un po’ di organizzazione e l’orario alla mano è addirittura possibile uscire di casa e aspettare zero minuti il bus. Ho sentito l’acuta mancanza di quei bei tre quarti d’ora, come minimo, di attesa al palo della fermata, a volte senza sapere se il bus passerà perché si è rotto per strada oppure è stato ingoiato da un buco nero. Stessa cosa per la metro, le cui stazioni non puzzano di piscio, immondizia e alcol come da noi. Le fermate sono ampie, colorate e riscaldate. Niente senso di precarietà, di pericolo o di essere sotto tiro di borseggiatori o piccola malvivenza in generale. Esperienze mai provate prima e che mi hanno provocato un senso di smarrimento.

LA SCOVAZZA detta anche IMMONDIZIA. Come fa una città ad essere priva di immondizia per terra. Non è normale. Da noi, festoni di cartacce, bicchieri di carta, contenitori vuoti, briciole di polistirolo, cicche di sigaretta, calzini spaiati, cocci di bottiglie e via discorrendo adornano come installazioni di pop-art i marciapiedi, gli angoli degli edifici e i bordi delle piazze. Qui invece niente. Tutto pulito. Una noia mortale. Per la troppa pulizia, ad un certo punto per strada mi stavo quasi sentendo male. Per fortuna ho visto una cartaccia, mi sono rinfrancata e vista l’eccezionalità dell’evento, l’ho anche fotografata.

Emergenza rifiuti a Stoccolma – photo Lonza65

CASSONETTI E ISOLE ECOLOGICHE. Le strade di Stoccolma sono sgombre da quelle familiari sagome che adornano le nostre vie. Cassonetti, campane per il vetro, bidoni, bidoncini e simili. Non vedendole, mi sono preoccupata. Poi mi hanno spiegato che la città ha un sistema di smaltimento di rifiuti pneumatico che nemmeno i Pronipoti potevano immaginare. Ma se qualche vandalo vuole scatenarsi, non ha un cassonetto da incendiare, una campana del vetro da ribaltare, un bidone da ridurre in frantumi. Questa città mostra un’insensibilità straordinaria verso le esigenze delle minoranze, come i devastatori urbani seriali.

IL RUMORE. Nei locali pubblici, sui bus, la gente non si chiama ad alta voce da una parte all’altra. Non grida, non fa casino. Quando parlano, le persone lo fanno ad un tono di voce che non da fastidio al vicino. A tavola, un brusio regolare e uniforme accompagna le portate, intervallato da acciottolìo di posate e stoviglie. La mancanza delle tavolate chiassose in cui non senti quello che ti dice chi ti siede a fianco mi ha provocato un temporaneo aumento della capacità uditiva.

IL CONTANTE. Il denaro liquido non esiste. A parte ai mercatini di Natale (e nemmeno in tutte le bancarelle), il contante è praticamente sparito. E quel poco che gira, è considerato alla stregua di un oggetto infettato dal virus ebola. I cassieri dei supermercati usano i guanti per maneggiare la carta moneta residua che circola e uno addirittura si è rifiutato di cambiarmi un biglietto da 500 corone. La carta di credito è ben accetta ovunque, anche per spese minime. Dove sono finiti quei bei rotoli di banconote consumate, grigie di unto, con la carica batterica di una fogna di Calcutta in piena estate?

IL PORCHETTARO MONOGLOTTA. Ai chioschi di cibo i venditori parlano tutti, oltre la loro lingua, l’inglese – parlato in modo articolato, non tre parole in croce. Addirittura il venditore di salsicce di renna (il quale, mutatis mutandis, è il corrispondente del porchettaro nostrano) non solo parla un inglese impeccabile, ma sa anche un po’ di italiano, visto che era in grado di tradurre correttamente “venison” (carne di cervo) “reindeer” (renna) e anche “elk” (alce). Anche qui, grande nostalgia per i nostri ambulanti, che parlano solo il dialetto del loro paese di trecento persone e se non capisci, sono fatti tuoi. La città dimostra scarsa attenzione verso la specificità interculturale.

Ambulante poliglotta: svedese, inglese, italiano, vari dialetti sami

LA LETTERATURA MURALE. Passeggiando per le vie della Venezia del Nord, sui muri dei palazzi non c’è niente da leggere. Le facciate dei palazzi sono pulitie niente scarabocchi, niente scritte, come da noi, inneggianti a parti anatomiche femminili:

scritta_3oppure ad informazioni di servizio a sfondo etico-comportamentale:

scritta_2Per strada non ci si distrae, si cammina e basta. Ma così passeggiare diventa noioso da morire. Meglio da noi che combattiamo l’analfabetismo di ritorno con copiose e spesso originali scritte sui muri.

Mi fermo qui. Però sapete che vi dico, anche con tutte queste carenze, che sono gravi, un paio di annetti in Svezia me li farei. Giusto per riposare un po’ la testa da tutto ciò che appesantisce la nostra vita quotidiana e scoprire che ci si può anche annoiare, a vivere in un posto come questo. Per un po’ ci vivrei, anche se d’inverno fa buio alle due del pomeriggio e fa un freddo cane, anzi pinguino. Tanto poi posso sempre venire in vacanza in Italia.

 

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Buon Compleanno, SSLMIT 3.0! – di Saulo Bianco

Oggi è il terzo compleanno dell’antologia SSLMIT 3.0 e Saulo Bianco, pregiato collaboratore di VerbaVolant, lo festeggia con un ricordo inedito.

Enjoy!

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Words don’t come easy

di Saulo Bianco

A Michela

Recitava così il ritornello di una canzone tanto in voga nel lontano 1982. Ritornello che venne ripreso con arguzia dal nostro mitico vignettista ‘di corte’ . Nemmeno i ricordi vengono facili, in questa stagione della vita. Nella scatola in cui li conservo ne avrei ancora molti, ma sono intimi, personali, e forse non interessano a nessuno o più semplicemente ne sono geloso. Luoghi, volti, espressioni, sguardi. Persone che purtroppo incontro di rado, persone che hanno affrettato un po’ il passo, svoltando all’improvviso un angolo della stessa strada che sto percorrendo anch’io. That’s life, my friend. Queste persone però ci sono ancora, dentro di me. Servono proprio a questo, i ricordi. A perpetuarne la presenza.

Di questi ricordi non è nemmeno necessario scrivere, non se ne sente il bisogno, ma sono ormai passati tre anni da quel fatidico mattino di mercoledì 19 dicembre 2012, giorno in cui con un clic L. e io abbiamo detto ‘fine’ a mesi entusiasmanti, concitati, stancanti ma pieni di emozioni, giorno in cui vide la luce un qualcosa che secondo le statistiche della piattaforma su cui è stato pubblicato non ha smesso un solo giorno di farsi leggere in tutto il mondo.
Ed è per onorare questo evento che continuo a rimescolare i miei ricordi nella quiete dei miei pensieri nel vano tentativo di afferrarne uno. Già, i ricordi sono impalpabili come angeli. Ho già parlato di angeli in passato, e come diceva nonna, quando tra un sequeri e un altro mugugnava rovistando in cassetti e comò alla ricerca di quello che sapeva solo lei, se mala man non prende, canton di casa rende. Qualcosa mi è stato restituito da questo lungo cercare. È accaduto poco tempo fa, inaspettatamente.

Ho sempre odiato fare le pulizie. Potrei pelare quintali di patate senza un lamento, lavare montagne di stoviglie incrostate senza battere ciglio, fare qualsiasi altra cosa, ma non le pulizie! È questa una di quelle attività che tendono a rinsecchirmi l’anima, svuotarmi dentro, lasciandomi sempre la sgradevole sensazione di aver perso tempo che avrebbe potuto essere destinato a una miriade di altre cose molto più interessanti e appassionanti. Ho sempre avuto la tendenza a rinviare, tergiversare, dimenticare, posticipare.

words dont come easy 5Abilissimo a trovare mille scuse, quel giorno non potevo più rinviare. Nel tempo ho sviluppato svariate tecniche di astrazione per aiutarmi a sopportare quella tortura ed evitare un’innata propensione alla distrazione, nemica numero uno di un’attività noiosa come la morte: una busta, uno scarabocchio o una vecchia annotazione su un foglio bastano infatti per farmi partire per la tangente e scoprirmi a combinare altro.

Ma l’altro ieri è stato quando ho afferrato il bastone del magico mocio che si è compiuto il miracolo. All’improvviso, come un fulmine, si è materializzata un’immagine nitida, i miei due angeli custodi del periodo della Casa dello Studente, come se dal secchio di acqua calda e detergente i vapori sprigionati avessero tratteggiato nell’aria i lineamenti delle due donne che hanno scandito le mie giornate di studente fuori sede: una giovane bionda e una un po’ in là con gli anni dai capelli tinti di un improbabile color corvino.
La prima di nome, credo, Lucia era responsabile delle pulizie del quinto piano, dove in quel periodo ero abusivo. Soprannominata Beep Beep o Road Runner, era la più giovane e scattante del gruppo. Era benvoluta da tutti gli abusivi di sua competenza: era lei, infatti, che partiva come un razzo su per le scale, dal piano terra, per precedere la commissione di vigilanza tanto desiderosa di scovare gli occupanti non autorizzati di quelle stanzette-alveare. La corridora partiva dai blocchi di partenza della portineria, di gran carriera risaliva due scalini alla volta senza battere ciglio e seguendo il suo personale elenco mentale della scacchiera di stanze tirava giù dal letto chi era a rischio e doveva cambiare aria per qualche oretta, causando con quelle incursioni mattutine i primi capelli bianchi per lo spavento. Non andava per il sottile, la ragazza. Una valchiria dagli occhi azzurri, pesantemente truccati e nascosti dietro un paio d’occhiali alla moda, sbrandava il malcapitato con un sibilo agli ultrasuoni che raggiungeva i gangli nervosi della paura. Più volte mi ritrovai in strada, con i libri sottobraccio, senza nemmeno un caffè.

Lo spauracchio durava poche ore. L’allarme rientrava, i fuggitivi tornavano nelle proprie stanze, i controlli tornavano a sonnecchiare per qualche mese. Lei si sistemava la gonna sotto il grembiule azzurro, ravviava con la mano la frangia e i capelli raccolti in una coda per comodità di servizio, e di nuovo via col carrellino in giro per i corridoi. Di stanza in stanza ricominciava a imbastire interminabili chiacchiere farcite da tazze di tè, cuccume di caffè, biscottini e cioccolato, varie leccornie provenienti dai rispettivi paesi di provenienza degli occupanti, abusivi e non. Dagli abusivi riceveva sempre qualche riguardo in più per il suo ruolo di infaticabile alleata. A cadenza regolare, però, questa salottiera abitudine veniva interrotta. Con cipiglio svogliato e un po’ sbuffante esordiva sempre con la solita litania: “Oggi, cambio lenzuola. E già che ci sono, faccio pure il bagnetto alla camera.” Bontà sua!

Poco più di un anno più tardi da ‘abusivo’ venni promosso ad ‘assegnatario’ e dal quinto scesi al terzo piano, dove su di me vegliava quella che credo si chiamasse Maria, donna che proveniva da un sud così profondo e a me sconosciuto che sulle prime stentavo a capire quando parlava. Sono convinto, ora, che non sapesse leggere e alla bisogna si arrangiasse a memoria. Ligia al dovere, spolverava, ramazzava e puliva a fondo stanze e bagni ogni santo giorno che Dio mandava in terra. Per rendere impeccabile il suo operato, era solita mescolare i vari prodotti nella convinzione di rendere tutto più brillante e asettico, creando così misture e intrugli i cui fumi impregnavano di un odore acre e irrespirabile gli ambienti rendendoli inagibili per ore. Tutti sapevano che Maria si aggirava per i corridoi perché il carrellino su cui ogni giorno posava il secchio di acqua bollente e cere/detergenti/disinfettanti vari si trasformava in una fumigante locomotiva a vapore della Transalpina di ottocentesca memoria.
Un giorno, all’improvviso, Maria scomparve per più di una settimana. Venne sostituita da una ragazza di cui non ricordo né nome né fisionomia. Al suo ritorno, fra colpi di tosse e la cantilena della sua parlata, mi raccontò di essere stata ricoverata d’urgenza in ospedale, intossicata. Con pazienza le spiegai che d’ora in avanti non avrebbe più dovuto mescolare i prodotti e per la salute sua, e la nostra, ne doveva usare solo uno, a seconda dei casi e delle necessità.

Gli anni passarono. Arrivò puntuale come le tasse anche l’appuntamento del servizio di leva a salvaguardia dei confini orientali a me tanto cari e fu proprio in quell’occasione che cominciò a delinearsi e ad aumentare in me sempre più il fastidio nei confronti delle pulizie. A causa del mio ‘ambìto’ ruolo di scritturale (per le alte gerarchie militari e nonnesche della caserma, leggasi: imboscato in ufficio) venni più volte omaggiato con ruoli più maschi e attivi che prevedevano raffiche di turni di guardia, sguattero in cucina e piantone cessi, ruolo quest’ultimo che consisteva in un’accurata e minuziosa pulizia di cessi, lavandini, lavapiedi e annessi locali piastrellati. Purtroppo, però, i veri imboscati, gli addetti al minuto mantenimento, usavano i locali da me appena lustrati con olio di gomito e sudore di fronte per scomparire dalla circolazione e trascorrere ore e ore fumando, scrollando cenere per terra e bevendo in uno spensierato ozio.
Fu all’ennesima volta che ripulivo, peraltro inutilmente, quei locali che mi ricordai di Maria. Avevo tutto in dotazione: bidoni di lisoformio puro e non so quali altre sostanze disinfettanti, che mescolai in forti concentrazioni e giusto con quel po’ di acqua necessaria a tirare a lucido tutte le superfici. Usai un asciugamano a mo’ di bavaglio e ripetei la procedura per l’ennesima volta, senza dimenticare nemmeno una piastrella. Uscii lacrimando. Riposi tutto con calma e rimasi in attesa fuori dalla porta. La vendetta è un piatto che andava gustato freddo. E così fu. I nonni uscirono come pallettoni, tossendo e lanciando stizziti i mozziconi, imprecando. I bagni rimasero puliti per le successive dodici ore, fino alla fine del mio turno. In cuor mio benedissi Maria e le sue strategie.

words dont come easy 7A tutto questo pensai l’altro ieri, mentre mi arrabattavo in giro per casa. Devo ammettere che il tempo mi è volato, il lavoro è stato meno duro. Erano secoli che non ricordavo quelle due sante donne, pazienti ognuna a modo suo, ma pur sempre angeli. Che in un modo o nell’altro hanno contribuito alla mia formazione, se non accademica, sicuramente di vita.

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Il Mostro Inviato alla consegna dei Nobel

mostro_inviatoIn Italia la tv trasmette la cerimonia di premiazione dei TeleGatti, in Svezia invece quella dei Nobel. Se dovessimo valutare il nostro italico Stivale anche sulla base di questo parallelo televisivo…

Ma cominciamo dall’inizio.

Il vostro Mostro (che è sempre sul pezzo) è stato ospite presso carissimi amici a Stoccolma, proprio nel periodo in cui la città era infestata dalla presenza di medici, economisti, chimici, fisici, letterati e quant’altro, tutti convenuti nella splendida capitale nordica per la cerimonia ufficiale di consegna dei Nobel. Cerimonia e soprattutto, banchetto a seguire, che sono stati trasmessi in diretta da SVT1, canale corrispondente alla nostra Rai1. Gli amici del Mostro, sapendo della sua passione per i grandi eventi, l’hanno registrata e l’abbiamo rivista insieme.

L’evento si svolge presso il Municipio (Stadshuset) di Stoccolma, un edificio snello come una scatola di scarpe, che si rivaluta un po’ con il bel cortile interno che dà direttamente sul mare. Da lì si gode una bella vista della città, ma diciamo che come palazzo ricorda più Rebibbia che una sede amministrativa. Fa niente, non ci fermiamo sui dettagli.

In buona sostanza, la diretta di quattro e picche ore consiste nel far vedere una quantità di persone vestite rigorosamente da sera – abito lungo per le signore, ma anche quelli da cerimonia giapponesi, quelli con l’airbag dietro – e tight per gli uomini, che sta seduta a tavola ed è occupata prevalentemente in una sola attività: mangiare. Cosa che ci fa sentire questi milletrecento invitati più simpatici e più vicini a noi, perché anche queste eminenze grigie, come noi plebei, sono costrette a ore e ore di banchetto in cui bisogna sorbirsi le chiacchiere del vicino, soffrire per le scarpe strette oppure per l’immancabile reflusso gastroesofageo. Con la differenza che mentre il profanum vulgus parla del mutuo, delle corna del cugino o dell’unghia incarnita, loro parlano della massa dei neutrini, dei meccanismi di riparazione dell’elica del DNA o di analisi di consumi, povertà e welfare. Mica cotica.

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Accademia di Svezia – photo Lonza65

Naturalmente al banchetto partecipa re Gustavo in primis e a cascata tutti gli altri componenti della famiglia reale, a cominciare dal principe Carlo Filippo di Svezia, secondogenito del re e insignito dell’onorificenza stellare di strafigodellamadonna, un vero principe azzurro (già sposato a una commoner, se proprio lo volete sapere). La presenza di teste coronate assicura all’evento la quota minima di materiale da gossip per una serata televisiva, cosa che difficilmente potrebbe essere fornita da un economista o da un chimico. Due commentatrici “a bordo tavolo” hanno il compito di spiegare quello che succede – ben poco – e ad intervalli regolari intervistano vari personaggi coinvolti nell’allestimento dell’evento, dal fioraio che ha addobbato la sala, al cuoco, dal direttore del museo del Nobel al responsabile del cerimoniale. Ad un certo punto si è intravisto anche Mario Draghi, un tocco d’Italia che ci fa fare bella figura, se non altro perché parla un inglese decoroso.

Nonostante la staticità quasi assoluta della scena – fatta eccezione per i camerieri in livrea e le hostess e gli steward vestiti come cadetti di marina – tutta la faccenda ha un fascino sottile e ipnotico, come un rito sempre uguale a se stesso. La parte più “movimentata”, si fa per dire, della cena è quando i premiati pronunciano il loro discorso di ringraziamento – ed è anche quando si capisce qualcosa in più, visto che tutto il resto si svolge in svedese, lingua ostica ai più. Ci si aspetta discorsi pomposi e paludati, ma invece la sorpresa è stata tanta quando uno dei Nobel per la medicina, William Campbell, si è lanciato in una divertente, arguta e iperbolica difesa dei “parassiti”. Come dargli torto, visto che, grazie a loro, ha vinto il Nobel.

Finito il banchetto, gli invitati si trasferiscono nella sala da ballo dove si scatenano al ritmo dell’orchestrina che suona indifferentemente balli da sala e rock’n’roll, proprio come ai matrimoni nostrani.

Di questa diretta-fiume, rimane in mente il discorso di Thomas Lindhal, durante il quale ha ricordato di essere stato bocciato in chimica quando frequentava la scuola superiore. Il fatto che fosse lì nella Sala d’Oro è la prova provata che bisogna avere, oltre a una materia grigia di alto livello, la fortuna di trovare chi indirizza bene i nostri talenti, anche se con qualche falsa partenza.

Il Mostro Inviato è stato insignito del Nobel (di cioccolata) - photo Lonza65

Il Mostro Inviato è stato insignito del Nobel (di cioccolata) – photo Lonza65

Nella vita, tutto può accadere. Anche di pensare di odiare la chimica e poi di vincere il Nobel.

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Borsa lettori maggio – settembre || mini recensioni per chi non ha tempo da perdere

DA EVITARE

Margaret Mazzantini, Venuto al mondo, Mondadori

Si piazza al secondo posto della mia classifica personale di velocità di abbandono di libro. Dopo Un uomo di Orianona Fallaci, (pagina 5), Venuto al mondo scalza Anima Mundi della Susanna Criceta Tamarra (pag. 50) per essere stato sfanculato a pagina 39, momento in cui ho dato di matto dopo l’ennesima sfilza di aggettivi messi a pene di segugio.

Anche SAR implora pietà. La Mazzantini ammazza

Anche SAR implora pietà. La Mazzantini ammazza.

Romano De Marco, Morte di Luna, Feltrinelli Zoom Filtri (ebook gratuito)

L’ho letto solo perché era aggratis. Se l’avessi dovuto pagare, avrei chiesto indietro i soldi.

Timur Vermes, Lui è tornato, Bompiani

Hitler si risveglia ai giorni nostri, tutti pensano che sia un personaggio da cabaret, invece è proprio quello vero. Dopo la quarta gag in cui lui parla sul serio e la gente non gli crede, la noia assale e non abbandona più. A peggiorare le cose, il ricco apparato di note serve non tanto ad approfondire i riferimenti storici quanto a chiarire perché la situazione fa (o dovrebbe far) ridere. Spiegare le barzellette è la cosa più triste del mondo.

Israel Joshua Singer, Yoshe Kalb e La famiglia Karnowski, Adelphi

Leggero come il piombo fuso il primo; il secondo un po’ meglio, ma solo perché letto dopo Yoshe Kalb. Infatti anche il manuale di istruzione della lavastoviglie diventa avvincente, se prima leggi una mattonata.

Mauro Covacich, Trieste sottosopra. Quindici passeggiata nella città del vento. Laterza

Si salva solo il capitolo sul cimitero di Sant’Anna e le riflessioni sui nomi. Il resto del libro naviga tra ricordi personali che potrebbero essere ambientati ovunque, non riuscendo a coinvolgere il lettore nemmeno un po’. Siamo distanti anni luce dal libro di Jan Morris, “Trieste. O del nessun luogo” in cui lo spirito della città è colto in modo personale e poetico. Forse i “foresti” sanno cogliere meglio degli “indigeni” le sfumature delle città in cui vivono…

EVITABILI

Angela Capobianchi, Il teatro del buio, Ianieri edizioni

Meglio il buio.

LEGGIBILI

Javier Marìas. Gli innamoramenti, Einaudi

Compagno di viaggio ideale - photo Lonza65

Compagno di viaggio ideale – photo Lonza65

Ogni libro ha il suo momento per essere letto. In altre circostanze questo lo avrei lasciato dopo dieci pagine: denso, densissimo, profondo e riflessivo. Troppo. Però poi, grazie a una scrittura minuziosa e ipnotica, sono stata fagocitata da questo “thriller metafisico” (non so dove l’ho letto ma è la definizione più calzante) e mi sono scoperta ansiosa di andare avanti fino alla fine. Perché alla fine è un giallo, se Marìas non si offende. Da leggere nel momento emotivo “giusto”.

Andrea Vitali, Le belle Cece, Garzanti

Siamo ai livelli de La figlia del Podestà – quindi alti – però siamo un po’ abituati ai fuochi d’artificio e alle trame di paese. Svago puro senza pretese, che di questi tempi, buttalo via…

DA LEGGERE

Andrè Agassi, Open, Einaudi Stile Libero

Ok, ok, dal punto di vista della scrittura si deve molto all’editor, J. P. Moehringer, ma la materia prima è di qualità eccelsa. Non serve essere appassionati di tennis per apprezzare Open, bisogna essere appassionati di umanità. Andrè Agassi ha usato la scrittura come terapia e ha raccontato con onestà invidiabile e a volte imbarazzante (un episodio per tutti: il toupet) tutto quello che gli è successo (cose orribili per lo più) con grande signorilità ed eleganza, senza lasciarsi andare a veleni e cattiverie. Non è da tutti. È un libro bellissimo, – a cominciare dalla copertina – per come è raccontato, per come è costruito (un’autobiografia che inizia dalla fine), per quello che trasmette. Da giovane ammiravo Agassi come tennista, adesso lo ammiro anche come essere umano.

Maurizio De Giovanni, Anime di vetro. Falene per il Commissario Ricciardi. Einaudi Stile Libero.

Il commissario Ricciardi alle prese con un “cold case”, come si direbbe oggi. Un caso già archiviato viene “rispolverato” e fa da sfondo alle vicende personali dei protagonisti, storie che però iniziano un po’ a mostrare la corda (o forse è solo impazienza per sapere come andrà a finire?). E poi c’è questa domanda meravigliosamente incoerente alla quale Ricciardi dovrà dare una risposta: “A che serve tutto questo mare, me lo sapete dire? A che serve, il mare?

Andrea Camilleri, Il gioco degli specchi e Il birraio di Preston, Sellerio

Riletture piacevoli che mi confermano, ancora una volta, che il Camilleri più vero è quello che racconta le storie della Sicilia del secolo passato e non quelle di Montalbano, che, diciamocela tutta, ha rotto i cabasisi.

David Sedaris, SantaLand Diaries, ebook in rete

David Sedaris ha lavorato come Elfo nei grandi magazzini di Macys’ durante il periodo natalizio. Dopo averlo letto, credo che un anno di ferma nella Legione Straniera possa essere considerato alla stregua di una vacanza alle Maldive. Esilarante e cattivissimo.

Robert Edison Fulton Jr, One Man caravan, Elliot

Questo tizio aveva il viaggio nel DNA. Suo nonno gestiva le linee di carrozze che servivano il selvaggio West (quelle di Ombre Rosse, tanto per capirci), suo zio e suo padre hanno fondato la Greyhound Bus Lines, da adolescente era presente all’apertura della tomba di Tutankamen in Egitto. Da uno così, come minimo ci si aspetta che faccia il giro del mondo in motocicletta. E infatti One Man Caravan è il racconto del viaggio, iniziato per caso, da Londra a Tokyo in sella a una Douglas: una sarabanda di avvenimenti, persone, accadimenti raccontati con semplicità e curiosità e, soprattutto, senza la spocchia tipica dell’occidentale. Ottimo libro.

Paolo Zardi, XXI secolo, Neo. Edizioni

Seguo molto volentieri Grafemi, il blog di Paolo Zardi, mentre ho letto con meno entusiasmo le raccolte di racconti “Antropometria” e “Il giorno che diventammo umani”. C’è qualcosa di disturbante, nella scrittura di Zardi: fa prendere coscienza al lettore del disfacimento morale della nostra società e gliela sbatte in faccia senza tanti giri di parole. Tuttavia da una scrittura così essenziale, permea sempre un sentimento di compassione – proprio nel senso etimologico della parola – che allevia appena appena il senso di smarrimento e disagio che assale alla fine dei suoi racconti. Ma proprio poco. In più la terna su cui si basano le sue storie – malattia, morte, sesso “paranoico”, sai che allegria – alla lunga risulta ripetitiva. Personalmente non sono una fanatica della letteratura consolatoria, ma che cavolo, Zardi esagera. Anzi esagerava. Sull’onda delle recensioni lette in rete mi sono fatta coraggio e ho letto il romanzo. XXI secolo è un libro bellissimo. In un futuro non troppo lontano in cui c’è violenza diffusa, sbandamento morale e materiale, un uomo – di cui non si sa il nome, scelta non casuale – si trova a gestire la sua famiglia dopo che la moglie è entrata in coma. Non solo: il tradimento di lei, scoperto casualmente, demolisce l’immagine idealizzata di madre e moglie. Il protagonista inizia a chiedersi chi fosse veramente la moglie, in un viaggio tra l’Italia e la Svizzera e, simbolicamente, attraverso il disfacimento fisico e soprattutto etico, della civiltà occidentale. Raccontato così sembra un romanzo cupo, in realtà è carico di pietas e di speranza. Il finale – stupendo che non dico – vuole dirci che l’amore è l’unico sentimento che è in grado di salvarci, nonostante tutto.

Ah, tra l’altro XXI secolo è stato semifinalista allo Strega di quest’anno. Scusate se è poco.

 

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