Il Mostro Inviato a New York – La Grande Mela à la carte

A ottobre del 2019 ero andata a New York con il prode G. e dopo il primo post sulla passeggiata ad Harlem avevo un po’ accantonato il progetto del Mostro Inviato nella Grande Mela. Anzi, l’avevo abbandonato del tutto. Lo sentivo una cosa ripetitiva, che aveva perso di smalto e di slancio. Adesso che siamo tutti forzatamente chiusi nelle nostre casette, dove peraltro si sta anche bene, visto che salviamo la Patria stravaccati sul divano e non in trincea come i nostri nonni, i ricordi dei viaggi sono ancora più significativi, perché oltre alla giusta distanza spazio-temporale adesso, in questo preciso momento storico, si aggiunge quella sottile e dolce pena che ci pervade ogniqualvolta che ci accorgiamo di essere stati felici ma che allora ci sembrava una cosa scontata.

Brian di Bryant Park

Sabato mattina, aria frizzante e poca gente in giro. Tranne noi turisti, che, dal nostro albergo in zona Bryant Park – NY Public Library cerchiamo di capire dove conviene prendere la metro per andare dove dobbiamo andare, cioè a Brooklyn. Mentre il prode G. taffola compulsivamente su Google Maps per trovare la giusta direzione, si avvicina un signore agèe ma dal passo elastico e deciso. Ci chiede se abbiamo bisogno di aiuto e, senza ascoltare la risposta, sbircia veloce lo schermo del prode G., vede la destinazione (DUMBO, che non è l’elefantino ma Down Under Manhattan Bridge Overpass), sfodera il suo iPhone nuovo di pacca e dopo una rapida consultazione non solo ci indica la strada più veloce alla Grand Central Station, ma ci accompagna pure, nonostante lui stesse andando dalla parte opposta. Nel mentre che passeggiamo, scambiamo due parole, per dovere di riconoscenza, considerato che si vedeva lontano un chilometro che il tizio (che scopro chiamarsi Brian) aveva una voglia matta di scambiare due parole con qualcuno. Quando gli diciamo che siamo italiani, la sua reazione è stata: ma come, con tutte le cose buone da mangiare che avete lì, perché siete venuti qui? La logica del discorso mi sfugge, ma lì per lì mi pareva brutto dirgli che eravamo lì per un milione e mezzo di motivi che esulavano dal cibo. Per fortuna all’angolo della 42 strada con la Fifth Avenue Brian, ritenendo di aver adempiuto al suo dovere di (old) boy scout e cittadino modello, ci saluta con molta gentilezza ma così che non saprà mai perché siamo venuti a mangiare schifezze (secondo lui) a Manhattan. In realtà in una città enorme come NYC puoi mangiare di tutto, dalle porcherie più immonde alle squisitezze assolute, passando per street food e decorose soluzioni a metà tra la tavola calda e il ristorante.

Street food ma anche no

Una delle immagini più iconiche degli Stati Uniti e di New York in particolare è il carrettino che vende gli hot dog. Come resistere alla tentazione di sentirsi un po’ come i poliziotti, i detective, gli eroi dei telefilm che – sempre, è una regola immutabile – appena si apprestano ad azzannare il salsicciotto ricoperto di ketch-up o senape (mai mostarda, ma di questo si è gia ampiamente discusso in separata sede) succede l’imprevisto e loro buttano lo snack in un provvidenziale cestino e si fiondano all’inseguimento del malvivente di turno? Difficile. Ad ogni buon conto, rispetto a quelli che si vedono sullo schermo, gli hot dog che ti vendono sono mooolto più piccoli e striminziti. Che costino poco è vero, ma è anche vero che per saziarti ne dovresti mangiare almeno sette/otto, cosa del tutto inauspicabile se non vuoi trovarti a risolvere un blocco intestinale cementizio con una gagliarda lavanda gastrica a base di varechina. Pare, si dice, traditur, che l’hot dog sia stato inventato da un tale Nathan Handwerker, immigrato polacco che nel 1916 ha aperto il primo baracchino a Coney Island, dove si tiene ancora la gara a chi mangia il maggior numero di panini. Se dovessi dire la differenza tra quello del carrettino e quello di Nathan, direi nessuna. Fanno entrambi rimpiangere il nostro caro e sano panino col salame. La cosa carina accaduta da Nathan’s è stata la ragazzetta trucidissima, vestita da sopravvissuta post atomica, capelli viola, smalto nero sulle unghie, piercing come se piovesse, occhialoni neri a mascherina e anfibi che, vedendoci in attesa del nostro ordine nei pressi di una cassa sguarnita, ci apostrofa “Oh scusathe, icchè hodesta hassa è apertha?” Era di Castiglion Fibocchi, Arezzo.

Invece del malefico salsicciotto, molto meglio ripiegare sul bretzel o pretzel che a dir si voglia, un grissinone/filoncino intrecciato e ricoperto di sale grosso. Sgrullato quel mezzo chilo di sale che lo ricopre, rimane questo pane croccante fuori e morbido dentro, da accompagnare con una birra, ma dato che i chioschetti non la vendono, bisogna accontentarsi di una prosaica e frizzantissima bibita (che non so perché sembra molto più dolce di quelle europee, boh).

“Quello che ha preso la signorina”

Visitare New York è vivere un film, perché ogni angolo di strada è stato visto e rivisto in centinaia di pellicole ed è veramente emozionante, almeno per chi ama il cinema, scoprire di essere al centro di una enorme scenografia, specialmente se questo fondale appartiene alle pellicole che più hai amato. In Harry ti presento Sally quasi ogni scena è diventata cult: la mia preferita è quella in cui Harry spiega a Sally il concetto di donna a “basso mantenimento” sia per il concetto espresso che per il doppio omaggio a Ingrid Bergman. Ma per il 99% del pubblico questo film è identificato con la scena del finto orgasmo da Katz’s Deli. Poteva il Mostro Inviato perdersi l’occasione di ripetere la frase fatidica “quello che ha preso la signorina” (in v.o. I’ll have what she’s having) nel luogo esatto dove è stata pronunciata?

Il locale è nato nel 1888, quindi un pezzo di storia della città e quando entri capisci anche che è rimasto quasi uguale a cento e passa anni fa. Appena all’ingresso due tizi di piantone ti danno un bigliettino lungo lungo e stretto stretto, dopodiché vai al banco e ordini quello che vuoi. L’offerta è molto varia ma quasi tutti vengono qui per mangiare il panino con il pastrami, cioè carne di manzo speziata e affumicata, che si accompagna con cetrioli, senape e pane di segale. Detto così sembra niente di che. Invece… Non per niente le file più lunghe sono davanti ai banchi dei CUTTER, mentre quelle ai GRILL e ai BACK COUNTERS sono inesistenti. Al cutter #7 uno scazzatissimo addetto maneggia con preoccupante noncuranza un coltello dalla lama larga come la mano di Gianni Morandi e lungo come una scimitarra saracena con cui taglia con precisione millimetrica la carne rosa e profumata, la pesa e scrive qualcosa sul bigliettino che devi conservare come una reliquia fino al momento di pagare. Ci aggiunge il pane, i cetrioli e tutto quello che vuoi, poi fai la fila alle bibite (si fa presto) e ti puoi accomodare in un salone enorme a forma di L, le cui pareti sono completamente ricoperte da celebrità che si sono fermate a mangiare lì il famoso pastrami. Che è buonissimo. La carne è così tenera e delicata che al palato si scioglie, i sapori dell’affumicatura e della marinatura sono bilanciati e la sensazione di appagamento del gusto è spettacolare. Per non parlare della soddisfazione di essere, per qualche istante, Sally assieme al suo Harry (e no, la scena del finto orgasmo non ce l’hanno fatta fare…)

Un estasiato Mostro Inviato si appresta a mangiare il pastrami

Prendi e porta a casa anzi no, in albergo

Dopo una giornata passata a camminare, a visitare musei, a fare foto e a salire e scendere dalla metropolitana l’unica cosa che vorresti fare è toglierti le scarpe, farti una doccia e mangiare qualcosa di caldo. Ma l’idea di uscire nuovamente a caccia di locali e ristoranti non sempre c’è. Per fortuna, vicino all’hotel c’è un supermercato della catena Whole Foods Market che offre una quantità infinita di cibo di altissima qualità (e di altissimo prezzo) da tutto il mondo. In mezzo alle zizzone di Battipaglia, Asiago dell’Altopiano, olive taggiasche e frutta così bella che sembra dipinta, il WFM offre anche un servizio di tavola calda “a peso”. Ci sono diversi banchi scaldavivande dai quali ti puoi servire di quello che vuoi, c’è di tutto sia per i carnivori che per i vegani, per gli integralisti kosher e per quelli islamici, per intolleranti al glutine e per tolleranti alle calorie. Però tutto abbastanza sano, almeno all’apparenza. No junk food. Il che, in questo contesto, è proprio una cosa inedita. Prendi una scatoletta, ci metti quello che ti piace nella quantità proporzionale alla fame, il cassiere pesa il tutto, paghi – di solito una cifra onesta, considerando che mangi cose che non fanno innalzare il colesterolo in zona UEFA, poi torni a casa e ti rifocilli con un pasto decoroso senza troppo sbatti. Se poi ci vuoi abbinare il dolcetto, la panetteria al piano terra offre una quantità infinita di treats che, visto il periodo in cui eravamo (Halloween), non poteva essere che a sfondo macabro… ma buonissimo.

Trick or treat?

Pipe e bistecche

In una settimana di soggiorno c’è stata anche la cena “seria”, quella al ristorante. La scelta è caduta su Keens Steakhouse un ristorante a pochi isolati dall’albergo. La particolarità del locale è che, oltre a essere anche questo storico, ha le pareti e il soffitto ricoperti di pipe di argilla, perché un tempo i marinai che si imbarcavano lasciavano le loro pipe churchwarden, cioè quelle col bocchino lungo lungo e dritto, in custodia al pub, altrimenti durante il viaggio si potevano rompere. La vista di tutte queste pipe appese è molto caratteristica, conferisce un’atmosfera da ritrovo di balenieri. Se fai attenzione, appare anche il capitano Achab dietro la porta. Per quanto riguarda il menu, si mangia prevalentemente la carne, le famose bistecche di brontosauro alte tre dita e larghe come una piazza, ma anche aragoste, insalatone con dentro di tutto e di più oppure si può solo prendere qualcosa al banco del pub e trascorrere il tempo a guardare la gente che socializza o socializzare a tua volta. Qui la gente ha una chiacchiera che ti stende. Non è un locale economico, ma per una volta, chi se ne frega. Once in a blue moon

Breakfast in America

E per la colazione? A parte l’ormai ubiquo Starbucks, dove però ti assale un po’ troppo la frenesia da impiegato anche se sei un turista, un posto buono è Le Pain Quotidien dove puoi fare la colazione dolce, quella salata, anche pranzare se vuoi perché c’è di tutto. O anche prenderti solo un bibitone caldo e riposarti un attimo. Nonostante siano locali grandi, questi di LPQ hanno un’atmosfera piuttosto intima, data forse dall’arredamento di legno grezzo e dalle luci dai toni caldi e accoglienti. I camerieri sono quasi tutti gentilissimi e ciarlieri, ti consigliano bene e già alla seconda volta che ci vai, ti salutano come se ti conoscessero da una vita. Non è una bella sensazione?

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Borsa lettori – titoli di gennaio, febbraio e marzo 2020

L’abbiamo capito: la data di inizio dell’epidemia di corona virus determinerà un “prima” e un “dopo”. In tutto. Nella vita, nel lavoro, nella vita privata, nello sport, nel lavoro a maglia, nel torneo di burraco. Man mano che rileggevo i titoli dei libri da recensire – appuntati con insolita solerzia in un file apposito – per questa futile rubrichetta, mai avrei pensato che anche le mie letture si sarebbero modificate in seguito al diffondersi dell’epidemia.

Libri a.C.V. (avanti Corona Virus)

Parto da una vecchia conoscenza, Isabel Allende e il suo Lungo petalo di mare (Feltrinelli, traduzione di Elena Liverani). Ci avevo litigato, con Isabelita, perché le ultime due cose che avevo letto mi avevano convinto poco o per nulla. Ma per una che ha scritto millemila libri – quasi tutti strepitosi – un passo falso ci può stare, anche due. Con questo però la scrittrice cilena recupera lo smalto e la brillantezza dei primi romanzi. Una storia corale, ampia, delicata e coinvolgente, narrata con la leggerezza e il tocco magico tipici suoi.

Il mare dove non si tocca di Fabio Genovesi ha un titolo che da solo vale l’acquisto e conseguente lettura. Con gli occhi del dodicenne Fabio conosciamo la provincia, la famiglia “allargata” quando questo termine non era ancora stato inventato, l’inadeguatezza del crescere e la potenza degli affetti. Una lettura che diverte e commuove, che ti fa spuntare la lacrimuccia quando non te l’aspetti e ti fa scompisciare dal ridere. Consigliatissimo.

Scrivere una biografia su una persona di cui non si sa quasi niente è difficile, tuttavia Francesca Diotallevi racconta la vita e soprattutto la concezione artistica di Vivian Maier con profondità e coglie, secondo me, l’essenza della bambinaia-fotografa (o fotografa-bambinaia?) Per chi non lo sapesse, Vivian Maier è oggi ritenuta una delle figure più importanti della street-photography ma durante la sua vita non ha mai pubblicato nulla. Si tratta di una biografia per immagini, nel senso che l’autrice parte dalle descrizioni delle foto più famose della Maier per ricostruire, con la sensibilità di scrittrice, quello che probabilmente era accaduto o che forse passava per la mente della fotografa. Pur essendo in gran parte un’opera di fiction – non è una biografia in senso stretto – centra in pieno il bersaglio. Consiglio: prima di leggere il libro, sfogliare un libro con le foto della Maier aiuta molto.

Modus Legendi è un’iniziativa che si prefigge di portare in classifica – tramite sensibilizzazione sui social – libri di qualità pubblicati da piccole case editrici. Due anni fa l’intenso Il sale di Jean Baptiste del Amo della Neo. Edizioni è entrato in classifica e quest’anno, per continusre a sostenere la buona editoria, ho acquistato Eclissi di Ezio Sinigaglia (Nutrimenti editore). Il viaggio del protagonista verso un’isola sperduta del nord Europa per assistere a una eclissi diventa l’occasione per mettere in ordine un sentimento che lo ha scombussolato per una vita intera. Gli fa da contraltare una vedova americana con cui instaura un rapporto di amicizia e di confidenza che lo porterà a definire non una risposta, ma una domanda con la quale pareggiare i conti con la vita. (Il fatto che il protagonista sia triestino e che qua e là affiorino scorci di paesaggi cittadini molto noti rappresenta un di più di notevole fascino).

Cambiare l’acqua ai fiori di Valerie Perrin è uno di quei libri nati per essere “visti”. Sarà perché l’autrice è fotografa di professione, questa storia la si “vede” mentre la si legge. Si vede la campagna francese, si vedono i personaggi, si vedono le azioni. Era da tanto tempo che non leggevo una storia così originale, con personaggi approfonditi e delineati a tutto tondo, una scrittura semplice e coinvolgente. Non vi dico niente se non di leggerlo subito.

Avevo iniziato a leggere Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood quando uscire di casa per andare al lavoro, andare dal parrucchiere, decidere di andare in palestra, fare la spesa, prendere la bici, buttare l’immondizia erano tutte attività date per scontate. Chi mai avrebbe pensato che tutte queste azioni sarebbero diventate merce rara? L’incedere cupo, lento, maestoso e minaccioso del romanzone della Atwood mi aveva ipnotizzato e conquistato. Vivevo la sottomissione di Difred (la protagonista) come la mia ma poi, chiuso il libro, ritornavo leggera e libera come un piumino di pioppo. Poi da un giorno all’altro la nostra libertà è stata stravolta (come per Le ancelle, anche se per loro il motivo è diverso) e non me la sono più sentita di andare avanti con la lettura. Per il periodo che stiamo vivendo non è la lettura più indicata per tirarsi su di morale. Niente di personale, Margaret, il libro è strepitoso, ma non è il suo momento. Quindi il segnalibro è rimasto imprigionato a pag. 180 e lì resterà finché non usciremo da questo manicomio. (Speriamo presto).

A neve ferma di Stefania Bertola

Libri d.C.V. (durante Corona Virus)

Mi sembra superfluo sottolineare il fatto che dopo un mese di distanziamento sociale il morale è messo a dura prova. In questo frangente inedito della vita di ognuno di noi dovrebbero essere eliminate le seguenti fonti di depressione: telefonate deprimenti da amici e/o parenti, visioni di film catastrofici, letture pesanti, notiziari allarmistici in loop. Dovrebbero invece essere sostituite da: videochiamate di gruppo con spritz incorporato, telegiornali in dose omeopatica, lavori manuali che liberano la mente e danno tanta soddisfazione, letture edificanti e di evasione senza però scadere nella paraletteratura.

Torto marcio di Alessandro Robecchi, (Sellerio) è capitato a cavallo della data spartiacque. Si tratta di un buon giallo, che mescola strati sociali molto diversi tra loro con un bel contrasto di classe. Tosto e disincantato. Da leggere. Come da leggere è un classico di Giorgio Scerbanenco, il re incontrastato dei giallisti italiani, Al mare con la ragazza (Garzanti). Anche qui due ceti sociali che non si incontrerebbero mai in una Milano (anche qui) deserta e afosa che la penna magistrale di Scerbanenco intreccia in una storia potente, con una scrittura netta e precisa ma che lascia trasparire anche umana compassione per gli ultimi. Scerbanenco resta insuperato. Il più bravo di tutti.

Lo sgangherato Ispettore Coliandro è protagonista de Il giorno del lupo (Einaudi) di Carlo Lucarelli e anche questo è un libro molto “visivo”. Siamo abituati a vederlo in tv e a leggerlo, beh, è la stessa identica (spassosissima) cosa. Sbruffone, sfigato, politicamente scorretto, razzista, un po’ mitomane ma alla fine ha anche qualche difetto. E risolve i casi sempre con una botta di fortuna con la “c”. Come non volergli bene.

Ma non di soli gialli vive la lettrice quarantenata. L’assoluta necessità di leggerezza, che ricordo, con le parole di Calvino “non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore” richiede letture di caratura adeguata. Divino amore, Ragazze mancine, A neve ferma, Biscotti e sospetti, tutti di Stefania Bertola, sono la lettura ideale per questo periodo. Storie allegre, personaggi strampalati, ambientazioni poco esotiche ma molto vicine alla nostra realtà, intrecci originali con lo sfondo dell’amore (ah, l’amour, che dulur) che move il sole e le altre stelle. Leggeteli e la quarantena sarà più lieve. E di questi tempi non è poco.

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Mode da cani e cani di moda

Rispolvero e aggiorno questo post molto, molto vecchio che parla di cani. Perché, pur non essendo “una donna da cani” (cit.) ma bensì da gatti, riconosco che i cani fanno la loro parte nel renderci la vita più accettabile.

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Quando ero adolescente, nel Veneto post-rurale e pre-leghista, il tipico cane da compagnia era di pura razza “pajarina”, ovvero “cane da pagliaio”, o per meglio dire un bel bastardino. Si chiamava sempre Fufi (una effe sola, noi veneti abbiamo un eterno conto in sospeso con le doppie) ed era solitamente intelligentissimo, con l’argento vivo addosso e una fame atavica pressoché inestinguibile: il dono più bello che un bambino potesse ricevere. Alla domanda “di che razza è” si rispondeva “bastardo”, senza alcuna accezione negativa, prima che l’orrenda usanza di rendere tutto più politically correct lo facesse diventare “meticcio” o peggio ancora, “cane macedonia”.

Cani da teleschermo

Chi voleva darsi un tono, i parvenue per lo più, si prendeva un cocker, snob il giusto ma anche molto simpatico, con quelle orecchie lunghe lunghe e ricce in fondo. Chi era ventenne ai tempi di Drive In ricorda l’atarassico Has Fidanken, splendido cocker che rimaneva impassibile ai reiterati comandi del suo padrone-istruttore signor Armando/Gianfranco D’Angelo. Leggo solo adesso su Wikipedia che il vero nome del cane era Baby Dell’Aquila Bianca e non mi spiego come si sia arrivati ad Has Fidanken (sulla faccenda dei nomi torno più in là). Negli anni ’80 ridevamo per un cane che stava fermo. Vabbé. Sempre nel periodo Drive In, nei telefilm di Magnum P.I. c’erano i “ragazzi” Zeus e Apollo, due dobermann dall’aspetto (e non solo quello) molto minaccioso. Ma di quelli non se ne vedevano tanti, proprio il minimo sindacale. Gli sboroni, quelli che avevano i soldi e volevano ostentare, sceglievano il pastore tedesco, il nec plus ultra – per quei tempi – della classe canina. Elegante, affidabile e onnipresente in tv da Rin Tin Tin fino ai giorni nostri con Il Commissario Rex, segno che il fascino del “cane lupo” continua a reggere. L’ondata dei “Lassie”, che poi sono i collie, per la precisione Scotch Collie, si era di molto ammortizzata, forse perché i telefilm con il collie più amato erano già andati nel dimenticatoio.

Globalizzazione canina

Ad un certo punto, però, non si sa bene come ma soprattutto perché, la moda dei cani comincia a cambiare. Razze mai viste (e sentite) prima iniziano a prendere piede, ops, zampa, cosa che getta nel panico la gente comune. La prima avvisaglia di ciò fu, ormai più di trent’anni fa, il cane di una vicina di casa, uno shih-tzu femmina dal profetico nome di Bitch. Mia mamma la ribattezzò subito “Bici”, il che diede adito a una serie infinita di esilaranti malintesi e giochi di parole, (“indove xe ea Bici?” chiede la genitrice. “Dal mecanico!”. Attimo di silenzio e poi: “ma no ea va dal veterinario come tuti i altri can?”) il tutto al netto del significato inglese di Bitch, che mia madre ancora ignora, ma che sicuramente ha intuito, considerando che dopo pochi mesi dall’arrivo, il vicinato si era impestato di meticci metà shih-tzu e metà di tutte le razze del circondario. Bitch: nomen, omen.

Gli anni Ottanta dell’edonismo reaganiano portarono, dopo il dobermann di cui sopra e il Yorkshire terrier, conosciuto al Centro-Sud con l’appellativo di zoccoletta non tanto per facilità di costumi ma per forte rassomiglianza a un topo, il Siberian husky. L’husky è un cane che in effetti ha una sua utilità, ma che in Italia veniva esibito in spiaggia con temperature più adatte a un dromedario che a un cane da slitta. Quanti ne ho visti, con la lingua sciarpata e gli occhioni azzurri che si liquefacevano come cubetti di ghiaccio al sole. L’unico husky felice di cui ho memoria è (stato) Freddo detto Bamba, di proprietà di una mia amica, ai tempi dell’università: durante l’ondata di gelo – siberiano, appunto, del 1985 – quando persino la laguna di Venezia si gelò, lui dormiva fuori, beato, in un buco scavato nella neve, con la bora a 120 km/h. Inoltre, Bamba passò alla storia per aver pisciato con fragore equino in aula magna della facoltà, cosa che molti studenti avrebbero sognato di fare, per puro sfregio nei confronti del corpo docente e della facoltà tutta.

Oukiouk della Vanisella detto Freddo detto Bamba detto Amoredellamamma

Dagli anni Novanta in poi c’è stata un’accelerazione paurosa dell’offerta delle razze, tanto che, la conditio sine qua non per possedere un cane, non è più l’amore per gli animali, la voglia o necessità di compagnia o quello che volete voi, ma… conoscere le lingue! (in particolare l’inglese). Passo ad un esempio concreto.

English dog

Mio cognato si è preso un West Island White Terrier, per gli amici “westie”. La notizia ci fu comunicata per telefono da mia suocera, la quale, per spiegare la razza, disse lapidaria: “è nu canucc’ ghiangh”. Da West Island eccetera a canucc’ ghiangh passa un universo e un gap linguistico-generazionale praticamente incolmabili. Ad incasinare ulteriormente le cose, come se ce ne fosse bisogno, il West Island White Terrier si chiama Matthias, nome tedesco e abbreviazione di una ben più lunga sfilza di nomi e patronimici degni della dinastia degli Hohenzollern. Lo stesso spaesamento linguistico si crea per il Cavalier King Charles Spaniel, Chesapeake Bay Retriever, il Welsh Corgi Pembroke, Rhodesian Ridgeback fino all’impronunciabile Xoloitzcuintle. E del cane del momento, il Weimaraner, il ghost dog, ne vogliamo parlare? La spasmodica ricerca della razza è anche un indicatore che il proprietario di cane italico ha perso la sua innocenza. Ormai il bastardino è irrimediabilmente fuori moda e bisogna essere à la page anche in ambiente canino. Questa cosa mi dà da pensare, mi sembra che ci vogliamo elevare socialmente attraverso i nostri amici a quattro zampe, noi che in passato siamo stati invasi pressoché da tutti, noi che abbiamo nel nostro DNA tutta l’Europa e mezzo Nordafrica, adesso facciamo i sofistici e usiamo i cani — razza pura, mi raccomando – per darci un tono.

Chiedimi se sono ... Happy!
Chiedimi se sono un Cavalier King Charles Spaniel … Happy!

Carlini e compressori

La decadenza delle razze canine è emblematica nel carlino, il cui corpo ricorda la flessuosità di una scatola da scarpe e il muso la suddetta scatola però caduta “di spigolo” da altezza considerevole. Marina Ripa di Meana, con i suoi Prugna e Mandarino, ha contribuito in larga parte alla diffusione della razza. E allora vedevi in giro per la città queste signore imbellettate sfoggiare la “scatola da scarpe” canina, inzaccata in una borsa griffatissima. Ma la classe non è acqua e nemmeno cane. O ce l’hai, o non ce l’hai (il più delle volte no, al netto del cane).

Tuttavia esiste anche qualcosa di peggio (se si può) del carlino: il boule dogue francese. A me piacciono molto gli animali, li trovo tutti speciali e mi intenerisco per cuccioli di ogni sorta, anche per i piccoli di coccodrillo, addirittura per i carlini di cui sopra, ma il boule dogue francese è così sfigato che mi mette un’angoscia tale che mi viene da piangere. Il boule dogue è il risultato di una copulazione orgiastica tra un pipistrello, un maialino e un compressore da gommista. Ma questo non sarebbe niente, se fosse sano: macchè, è anche delicato di salute. Oltre ad avere palatoschisi, disturbi respiratori, digestivi e dermatologici, questi cani puzzano come fogne di Calcutta ed emettono scorregge che lèvati. Nutro seri dubbi sulla sobrietà dei selezionatori quando si mettono a tavolino a decidere i caratteri dominanti o recessivi.

Ma al di là delle razze, della bellezza (che come ben si sa, è negli occhi di chi guarda) e della moda, la cosa che più mi colpisce è che loro, i nostri amici cani amano i loro padroni a prescindere, senza controllarne prima l’albero genealogico, in modo incondizionato e con una devozione spesso commovente e non sempre ricambiata: a giudicare da quello che si vede e si sente per tutto l’anno e specialmente prima di partire per le vacanze, i veri e autentici bastardi sono quelli che di zampe ne hanno solo due.

AGGIORNAMENTO CORONA VIRUS

In questi tempi veramente grami il cane – bastardino, mezzo sangue o purosangue non fa differenza – è costretto a fare gli straordinari. Prima dell’avvento del COVID-19, portare il cane a spasso era, non dico una corvée, ma una faccenda che in famiglia ci si rimpallava, dite la verità. Ai tempi del corona virus, uscire con il cane per la passeggiata è diventata una delle poche attività permesse e il povero quadrupede è stremato, macina chilometri su chilometri e non sa più cosa pisciare, povera bestia. Adesso sono i padroni che scodinzolano appena prendono in mano il guinzaglio e tra le razze più sveglie, c’è anche chi ha messo su una piccola attività imprenditoriale:

foto dalla pagina Facebook Commenti Memorabili

Vogliamo bene ai nostri amici pelosi e ricordiamoci che sono una compagnia speciale sempre, non solo in momenti difficili come questo.

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L'infinito istante

Ritrovare in fondo a un cassetto una foto come questa è come aprire una capsula del tempo, come recuperare un messaggio lanciato in un’epoca passata con l’intento di essere compresa anche in un futuro più o meno lontano. Mi ha molto emozionato toccarla, sentire fisicamente il materiale sotto le mani. Si tratta di una foto di carta, anzi, cartoncino seppiato, materiale sempre più raro in questo momento storico fatto di pixel inconsistenti e alte risoluzioni inutili, il più delle volte sprecati per selfie a c**o di gallina o per immortalare la pietanza che stiamo per divorare (ma, se ci fosse ancora la pellicola, la gente fotograferebbe compulsivamente anche l’hamburger di Mc Donalds?). Sul retro, il timbro del fotografo e una nota a matita, come a voler lasciare un segno discreto e poco invasivo su un documento così importante. Perché una volta le foto si stampavano (e costavano), di conseguenza se ne aveva rispetto.

Delle persone ritratte non so nulla. Zero assoluto. Non ne conosco alcuna, non appartengo alla loro generazione e nemmeno alla loro zona geografica. Ma ho provato una immediata simpatia e partecipazione, un senso comunque di appartenenza. E poi, visto che viviamo immersi in suggestioni cinematografiche, questa immagine mi ha evocato una delle scene più intense de L’attimo fuggente, quella in cui il professor Keating esorta i suoi increduli nuovi studenti a cogliere l’attimo.

Ecco, adesso penserà il mio venticinquesimo lettore, di sicuro scatta il pippone triste sulla caducità della vita, sulla brevità dell’esistenza, su tutta una serie di cose più o meno deprimenti. Al contrario. A me questa foto infonde tanta energia.

Questa foto è, tanto per cominciare, esteticamente bellissima. I primi fotografi avevano il gusto della composizione insito nel loro DNA e secondo me, più o meno inconsciamente riproducevano quello che vedevano nei dipinti dei grandi maestri del Medioevo e del Rinascimento. Lo sfondo (vagamente leonardesco, abbastanza cupo ma non troppo) ci fa intuire che si tratta di un luogo pubblico e le persone assiepate alle spalle del gruppo suggeriscono l’idea di un evento di richiamo. In un’epoca senza tv e social media, senza grandi possibilità di viaggiare, ogni occasione era buona per incontrarsi e conoscersi. Gli adulti in borghese vestono con discreta eleganza e sono perfettamente intervallati – sinistra-centro-destra: ricorda niente? – i ragazzi sono ritratti con naturalezza davanti all’obiettivo in una composizione armonica dove non c’è la monotonia della foto posata ma un ordine “spettinato” e casuale e di grande effetto. Le squadre sono mescolate, a far intuire che c’è familiarità e amicizia. I portieri, centrali nella foto, hanno le ginocchiere e uno porta la coppola, un tocco di eleganza anche nello sport. Sono strasicura che ha portato il cappello anche durante la partita.

Già così l’occhio indugia volentieri sull’insieme ma andando nei particolari ci accorgiamo che i volti dei ragazzi sono strepitosi. Sono un libro aperto, le loro espressioni dicono molto dei loro caratteri. L’obiettivo del fotografo fruga dentro di loro e ferma la loro essenza per sempre. Volti “antichi”, per gli standard odierni, seri, compresi nella parte, ma anche belli e sfrontati. Il primo ragazzo a destra della fila centrale ha lineamenti severi, di una bellezza statuaria, potrebbe diventare un attore del “cinematografo” (come si diceva al tempo); il secondo, quello con la fascia, sembra un Riccardo Scamarcio degli anni ’20, con un ciuffo ribelle che ricade in avanti, segno che probabilmente era un insofferente alle regole, visto che non porta, come quasi tutti, la retina per i capelli. Considerato il periodo storico – lo scudetto con il fascio littorio sulle maglie è inequivocabile – quel ragazzo magari diventerà uno squadrista o chissà, l’esatto contrario, un partigiano. Non lo sapremo mai. Ma non è questo il punto. Ognuno di questi ragazzi mostra un potenziale che deve ancora esprimersi, ed è per questo che questa foto mi comunica voglia di vivere, energia, potenza.

Non voglio pensare che questi atleti sono probabilmente – quasi tutti – “cibo per i vermi” come dice John Keating/Robin Williams ne L’attimo fuggente. Non voglio soffermarmi su tutto quello che nel frattempo è successo (una guerra mondiale, la resistenza, la ricostruzione, la vita che va avanti). Preferisco pensare che ognuno abbia trovato la sua voce, che abbia preso parte “al potente spettacolo” della vita e che ciascuno di loro abbia potuto “contribuire con un verso“.

La potenza di questa foto è nell’aver ritratto questi ragazzi nel momento in cui stanno per “succhiare il midollo della vita” e chissà se in fine hanno scoperto di essere vissuti. Lo scatto li ha conservati per sempre così, in un infinito istante che regala a chi guarda un infinito piacere. Per questo la tengo sulla scrivania, ogni tanto la prendo in mano e ne assaporo il suo materico spessore, come se fosse un reperto archeologico. Che emana ancora un’incredibile carica vitale.

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Una sfumatura di rosa – Racconto in duplex

Un racconto a quattro mani mio e di Ghiga Ferrari. Lo stesso aneddoto raccontato da entrambe, a turno. Le parti in tondo sono di Ghiga, quelle in corsivo sono le mie. Attenzione però, è un po’ lungo. Se non amate leggere, meglio che andiate a vedere le ultime stories dei Ferragnez. In caso contrario, accendete Spotify e mettete in sottofondo la colonna sonora dell’epoca: The Joshua Tree degli U2 oppure Faith di George Michael o meglio ancora, Renzo Arbore e la sua banda di Quelli della notte. Preparatevi un Blue Lagoon, (tremendo) oppure un piatto di pennette vodka e salmone (tremendissimo), sapori in voga ai tempi del racconto ed immergetevi nell’atmosfera universitaria di fine anni ’80.

Il mio augurio per questo 2020 è di ridere spesso come ho fatto quel giorno al corso di Organizzazioni Internazionali.

***

C’è stato un tempo – lontanissimo, mi pare adesso – in cui non sapevo cucinare.

Se non la mamma che, facendo il tempo pieno, spesso rincasava tardi da scuola, al pranzo provvedeva la nonna Beatrice detta Bice, cuoca abile quanto veloce, e io dovevo giusto mangiare, cosa che facevo di buon grado. A volte mi veniva chiesto di pulire i fagiolini o mondare l’insalata ma, tra che mi allenavo ancora in piscina, tra che studiavo febbrilmente o che comunque leggevo tutto quello che mi capitava a tiro (un’estate esaurii tutti gli scrittori russi, quella dopo tutti i francesi, poi ci furono gli inglesi, e per anni andai avanti così, macinando chilometri di letteratura per nazione), non accadeva spesso. Anche perché, agli occhi dei miei, rientravo tra le specie protette. Nella misura in cui stavo bene malgrado i difetti di fabbrica (a cagion dei quali portavo l’apparecchio e il busto ortopedico) e riuscivo bene a scuola, se anche ignoravo le faccende donnesche, pazienza.

Mia sorella Francesca Romana? 

Con tutto che a scuola era meno secchia, come me non rifaceva il letto la mattina né riponeva gli abiti o riordinava la camera. Attività come stendere, stirare o altro la trascendevano totalmente. Ai fornelli, poi, faceva cilecca pure lei… e dire che è così brava adesso! 

Una volta, all’ora della merenda, si offrì di farmi una piadina alla romagnola, tuttavia dimenticò di aggiungere l’olio all’impasto di sale, farina e acqua, così che la piada non solo vetrificò cuocendo ma, per un’ulteriore, colpevole distrazione della Pucci, si strinò sotto l’effetto della fiamma troppo alta, diventando una specie di ostia carbonizzata. Quando mi atterrò sul piatto, mia sorella era così mortificata che, per consolarla, me ne uscii dicendo: <<Mhm. Bella bruciata come piace a me!>>. 

Al che ci guardammo e scoppiammo a ridere. Da quel momento in poi, “Bella bruciata come piace a me” divenne uno dei nostri tormentoni preferiti. Negli anni a venire, lo avremmo non a caso applicato a qualsiasi ricetta o persino iniziativa fosse risultata (molto) DIVERSA da come ce l’eravamo aspettata.

Nonostante sia nata e cresciuta in mezzo alle “cose da mangiare”, fino a diciotto anni non avevo mai cucinato. I miei genitori avevano un negozio di alimentari, l’ormai scomparso “caxoìn”, in dialetto veneto. Era quel tipo di rivendita in cui trovavi un po’ di tutto, principalmente alimentari ma anche articoli non food quali il lucido da scarpe, i detersivi e la carta igienica. Aveva per lo più una clientela fissa che spesso faceva “segnare” le spese – allora s’usava così e v’era addirittura un libretto apposta – con l’intendimento di pagarle a fine mese. Nella maggior parte dei casi era così ma per alcuni clienti le annotazioni si susseguivano così fitte che mi viene fatto di pensare che mamma e papà avessero applicato una specie di welfare artigianale, dato che non di rado questi lunghi appunti venivano stracciati e con questi rimessi i debiti accumulati. Mai li ho sentiti lamentarsi della morosità di questi clienti. Ma torniamo a bomba. 

Sebbene abbia trascorso la mia infanzia e adolescenza in mezzo a prosciutti, salami, soppresse, pane, formaggi, verdure e specialità locali, la mia conoscenza della cucina “praticata” era quindi pari a zero. Mamma, nonostante fosse quasi sempre dietro al banco, riusciva ad imbastire dei pasti più che decorosi ma spesso l’incombenza del pranzo ricadeva su mia sorella, che se la cavava e continua a cavarsela egregiamente. E quindi, se c’era qualcuno che cucinava per tutti, perché dovevo farlo io? Molto meglio presentarsi a cose fatte o rendersi utili con lavoretti tipo apparecchiare/sparecchiare, portare via le “scoasse” (immondizia), spazzare le bricole. Si mangiava il giusto, né troppo, né troppo poco, ma soprattutto erano assolutamente bandite le “porcherie” cioè merendine confezionate (Male Assoluto 1), Coca-cola (Male Assoluto 2 nonché bevanda imperialista), patatine fritte in sacchetto (Male Assoluto 3) e cioccolato sotto ogni forma.

Ogni morte di papa, io e mia sorella sgarravamo di brutto, specialmente quando i genitori non c’erano. Come quel pomeriggio estivo con 30 gradi e umidità al 95 per cento in cui, con negozio chiuso per turno e genitori assenti, abbiamo fritto forse due chili tra sarde e pesciolini di paranza e ce li siamo mangiati all’istante, a scottadito. Unico testimone e complice il gatto Fumo che, nonostante la sua proverbiale ingordigia, ad un certo punto aveva alzato bandiera bianca e si era allontanato dal luogo del delitto con la panza che strisciava sul pavimento, tanto si era abbuffato.

Quando tornò mamma, annusando l’aria chiese: <<Ma avete fritto?>>

<<No.>>

Avevo diciannove anni quando superai l’ammissione alla Scuola per Interpreti e Traduttori e mi trasferii a Trieste. Pur essendo più grande rispetto a quando facevo merenda con la piadina bruciata di mia sorella, rimanevo un’egoista viziata (o una viziata egoista?). Non a caso, continuavo a non saper rigovernare né altro. Rifacevo il letto ma non lisciavo la piega né sprimacciavo il cuscino. Gli abiti mi piacevano, allora li appendevo in bell’ordine. A piegare le maglie però facevo pena. La lavatrice mi restituiva sempre qualche capo di colorazione improbabile e non c’era verso di far luccicare i rubinetti del bagno, per quanto li sgurassi (scoprii poi che quelli del mio primo bagno di Via della Tesa erano irrimediabilmente corrosi, una delle tante delizie di ogni proverbiale alloggio per studenti). 

In cucina, poi, ero addirittura il nulla. I primi tempi mi buttai sul tonno in scatola e sulla Simmenthal. Presto mi scocciai e, ripetendo i gesti che avevo visto compiere alla nonna, se non a mia madre, entrambe favolose in cucina, mi cimentai nel mio primo sugo al pomodoro. Risultò troppo “cipolloso”, però buono, così lo ripetei finché, nuovamente nauseata dalle 𝑟𝑒𝑝𝑒𝑡𝑖𝑡𝑎 che non 𝑗𝑢𝑣𝑎𝑏𝑎𝑛𝑡, non passai alla seconda ricetta: svizzera con mozzarella o sottiletta. Adoravo cuocere la carne a puntino e poi adagiare il formaggio che ricoprivo col coperchio, così da farlo fondere. Quasi mi sentivo uno chef quando, alla fine, spruzzavo una leggera presa di origano. Anche se col tempo il mio piatto forte divennero le uova pomodoro e basilico, da una ricetta della zia Argia, la sorella del nonno Mario Floriano, quella che viveva a Spezia e sapeva fare di tutto, anche il muratore.

Di quelle tre preparazioni vissi durante il primo biennio.

Che, se basico a livello culinario (salvo le cene da Suban o da Silvio Al Porto dove mi portavano i morosi di allora, molto più grandi di me), fu per contro frizzante accademicamente parlando.

Con un bagaglio di esperienze culinarie vuoto come la grotta di Opicina, iniziai la mia avventura di studentessa fuori sede. Impraticabile la mensa per logistica (troppo lontana e per fortuna, visto che era orrenda), proibitivo mangiare fuori spesso per motivi di budget, non restava altro che cucinare in casa. Se era vero che praticamente non avevo mai messo una pentola sul fuoco, teoricamente sapevo fare un sacco di cose, avendo visto mille volte mamma e sorella preparare ogni ben di dio. Posso dire che questa esperienza mi è tornata utile molto, ma molto dopo, quando sono andata a lavorare e vivere in Abruzzo. Ai tempi dell’università tiravo avanti con cibi così ordinari e monotoni che a tutt’oggi mi meraviglio di come possa essere sopravvissuta.

Assieme alle altre compagne di appartamento avevamo rappattumato le nostre esigue conoscenze culinarie e avevamo ingegnato i nostri cavalli di battaglia, che, a considerarli adesso, più che cavalli, mi sembrano dei pony. Oltre alle scorte che ci portavamo da casa, la nostra dieta era fondata sulla pasta denominata “all’orgia dei sensi” da un compagno di studi che, evidentemente, mangiava molto peggio di noi – il che è tutto dire – visto che si trattava di un ordinario sugo con olive, pomodoro e una goccia di panna. Oppure il “riso giallo”, un orrendo pappone a base di riso bollito con aggiunta di uovo miscelato a caldo in velocità e con un topping di tonno o sgombro. Mentre lo scrivo adesso mi sto sentendo male, ma allora ci sembrava haute cuisine. Una deroga succulenta alla cucina autarchica era per me l’insalata di pollo oppure il Liptauer della PAM, quella vicino via D’Alviano, che aveva un banco di gastronomia lungo da qui a lì e davanti al quale i miei succhi gastrici ballavano la samba.

In occasioni speciali poi si andava a mangiare un panino all’Obelix di via della Madonnina oppure alla Risoteca sulle Rive: in entrambi i casi tornavi a casa con i vestiti che puzzavano di soffritto per tre giorni. L’apoteosi gastronomica universitaria erano le cene dal Ruffo, uno studente di chimica che si era autogemellato con la Scuola Interpreti. Ottimo cuoco, abile conversatore, simpaticissimo anfitrione e grande cuccatore. Era bravissimo ai fornelli, ma bravo veramente. In tempi in cui un uomo in cucina era bollato all’istante come finocchio, il Ruffo era la prova provata che la cucina non solo era attività maschia e virile, ma che costituiva un’arma invincibile per conquistare il cuore, lo stomaco e altre parti del corpo di legioni di donzelle in fiore. (Il tempo gli ha dato ragione. Eccome.)

Certo, la nostra università, allora in via D’Alviano, era brutta. S’entrava nell’ingresso squadrato e subito a sinistra si apriva la guardiola dei bidelli che mica erano biondi. Se andava bene, ricambiavano il tuo saluto, se andava male, sacramentavano contro qualche motorino parcheggiato male (che nemmeno era il tuo). Davanti al loro presidio, si ergeva l’unica macchinetta del caffè, in realtà un temibile monolite che nei momenti cattivi, prima della lezione dell’Argenton, rubava le monete e che, nei momenti buoni, prima della lezione di Crevatin (che già ti fustigavano abbastanza) elargiva una broda calda su cui il caffè macinato grosso creava isole di sospetta sedimentazione.

Ma per me era bello tutto quando, posteggiando (bene) il Ciao bianco, salivo i gradini dell’entrata, aprivo le porte piene di ditate e salivo svelta le scale, sbirciando la grande bacheca dell’ingresso su cui compariva sempre qualche annuncio balzano. “Cedo coniglio in cambio di un pollo”. “Cerco inquilina albina che sappia suonare il piano”. “Compro carote africane per puree esotiche”. “Affitto trappolo per l’estate”. Mai niente che mi riguardasse, purtroppo. Ero COSÍ convenzionalmente noiosa che, per il fatto solo di ricordarlo, mi annoio anch’io. Se sotto, al pianterreno, c’era l’aula D, dove si tenevano le lezioni di linguistica, elementi clinici, economia e diritto, sopra, al primo piano c’era l’Aula Magna. Che una volta il mio cane Freddo detto Bamba riuscì a farci una pipì così lunga che neanche una cisterna. Non era un cane grande. Era un husky al tempo in cui gli husky non andavano di moda. Di fatto beveva come un’oca. Con conseguenze che si misuravano in ettolitri.

Quella volta – era il 1987 – mi aiutò Lorenza [Destro] a pulire.

A via D’Alviano girava un campionario di umanità veramente notevole. C’erano i punk quando il fenomeno era già bello che morto e sepolto, c’erano i ciellini invece vivi, vegeti e militanti, c’erano gli alternativi, c’erano i new age ante litteram, c’erano sciroccati e letargici come se piovesse e c’erano anche e per fortuna, persone normali. Magari con qualche piccola stravaganza, quel qualcosa che le contraddistingueva senza risultare eccentriche.

La mia compagna di corso Ghiga, una stampellona alta e magra, dai modi disinvolti e dalla preparazione ferrea, emergeva dal gruppo per tre motivi, due suoi intrinseci e uno aggiunto. Emergeva proprio fisicamente per la sua statura, ben più alta della media, e per la sua foltissima capigliatura di un improbabile giallo pannocchia, che illuminava i corridoi grigi nei quali si transumava nelle infinite ore di lezione da un’aula all’altra. La sentivo affine per motivi tricotici, visto che eravamo entrambe ricce ricce, anche se il mio riccio era più corto e di un castano poco appariscente. Era preparatissima, colta senza essere secchia, ma anche ciarliera e amicale. Aveva (ha) il raro dono di capire fino a che punto essere seri e quando sbracare senza ritegno. Una perfetta partner in crime. In più aveva un cane. Non era frequente che uno studente fuori sede avesse un animale d’affezione. Al massimo un gatto, che ha una gestione più facile. Ma Freddo detto Bamba, un husky dagli occhi così limpidi da farti commuovere e dal pelo morbido come seta, era diventato l’ombra di Ghiga e lei un giorno lo portò in Facoltà dove, di cani, forse non ce n’erano mai stati prima. Oddio, di professori-cani ce n’era un esubero, ma lasciamo stare l’argomento, pro bono pacis.

L’ambiente nuovo, l’eccitazione di essere attorniato da umani festanti abbagliati da cotanta bellezza loppide e l’allegra irruenza di cucciolo ebbero come effetto una copiosa pipì in Aula Magna. Il rivolo giallo ben presto divenne un fiotto che si allargò sul pavimento in modo lento e inesorabile. Vidi imbarazzo, terrore e divertimento sul volto della mia amica mentre i due laghi ghiacciati che erano gli occhi di Bamba ci guardavano soddisfatti, come a dire: <<sono stato bravo, vero?>> Una provvidenziale pila di fogli usati e abbandonati in un angolo più una quantità di fazzoletti di carta riuscirono ad arginare lo tsunami urinoso. Ma per sicurezza, ci allontanammo dal luogo del delitto con nonchalance e grandi risate.

Lorenza era una tipa di Padova che, a differenza di me, non conosceva una giornata di nuvole. Era sempre allegra e mai solita, amava leggere ma anche chiacchierare, e sapeva di voler fare il traduttore sin dall’inizio. Quando tutti miravano a diventare interpreti. Non perché lo volessero veramente. Ma perché fare il traduttore sembrava una seconda scelta. Mentre in realtà era una scelta e basta, anche molto complicata. Dovevi saper leggere. Dovevi saper scrivere. E dovevi saper trasporre. Con la permanenza della forma scritta.

Interpretare per contro sembrava più figo… specie allora, in cui la Comunità Europea era tutto. Non c’erano i sovranisti e, se anche c’erano, erano microbi. Che lo sono anche oggi, solo che hanno tanti più microbi intorno ad essi. Insieme fanno una macchia. Il buco nero fotografato non molto tempo fa. Ma negli anni Ottanta tutto questo era di là da venire e noi ragazzi vivevamo ardentemente il sogno europeista.

Quanti sacrifici affrontavamo!

Non parlo tanto di me, ch’ero privilegiata e potevo studiare senza dover lavorare al contempo. Quanto di tutti coloro che davano ripetizioni o servivano nelle trattorie o facevano traduzioni di notte o cantavano nei locali… tutto pur di arrotondare. 

E poi c’era la frequenza obbligatoria che ti massacrava. 48 ore settimanali quando ti andava bene. Da lunedì a venerdì nel frullatore, col corso di Organizzazioni Internazionali tenuto da Sadar che nella sua olimpica centralità – cadeva infatti nelle prime ore del mercoledì pomeriggio – fungeva da atteso e graditissimo spartiacque.

Le due ore di Organizzazioni Internazionali del mercoledì erano come una boccata di ossigeno dopo l’apnea di quelle che erano le due precedenti giornate. Con lezioni, sermoni, esercitazioni, traduzioni & vessazioni in cui la concentrazione doveva essere sempre ai massimi livelli. Oltre a ciò, ti dovevi anche organizzare la vita. Che da studente non è che dovessi fare chissà che ma comunque sempre di più del nulla assoluto che facevi a casa dai tuoi.

Fare la spesa – spesso, se non volevi morire di fame. Cucinare – meno spesso, grazie alla turnazione con le compagne di appartamento. Pulire – raramente, visto che l’igiene non è mai stata una priorità nelle case degli studenti e via via a scalare tutto il resto: fare il bucato, recarsi in segreteria studenti, pagare le bollette, fare un po’ di sport. In altre parole, vivere. Nei risicati ritagli di tempo che lo studio lasciava.

Tutto questo per dire che le lezioni di Organizzazioni erano una sorta di cuscinetto che ammortizzava un po’ di tensione nervosa della settimana. Si andava a lezione sereni, senza il timore di essere presi di mira dai vari Dodds, Taylor e compagnia cantando. Anche perché, se non erano loro a procurarti l’ansia da prestazione, ci pensavano quei fenomeni che le lingue le sapevano già e a lezione facevano sfoggio di una conoscenza ricevuta non per studio ma per essere nati da genitori bilingui o per aver vissuto in dieci posti diversi o per aver frequentato licei internazionali. O tutte queste cose assieme.

Ci piaceva quel corso. Forse perché ci piaceva il docente… ch’era avvocato, credo. Formale ma dinamico, Gianni Sadar arrivava dall’Università Centrale a bordo di un taxi che, neanche farlo apposta, era sempre grigio come i suoi elegantissimi completi, spesso gessati. Se pioveva, allora indossava un Burberry, unica variante di colore, visto che era beige. Se faceva bello, giusto una sciarpa leggera (grigia) sormontava la giacca. La cravatta, per contro, c’era sempre, ed era regimental o tinta unita. Saliva in fretta le scale, con uno spostamento d’aria che gli alzava allegramente gli spacchetti della giacca, e in poche, lunghe falcate raggiungeva l’Aula Magna in uno scintillio di scarpe coi lacci tirate a lucido. Qui apriva la ventiquattr’ore – da cui non tirava mai fuori niente – e poi si accomodava dietro la cattedra di legno chiaro dell’Aula Magna, con la lavagna alle spalle, aspettando. Non era mai in ritardo ma quasi sempre lo eravamo noi studenti.

Aveva uno sguardo intelligente, Sadar. Occhi piccoli, scuri e profondi, e un naso impertinente che rendeva simpatico quel suo volto lungo e un po’ rettangolare. I capelli, crespi e un tantino vaporosi, con qualche zona sale e pepe, s’aggrumavano all’indietro come un cespuglietto di timo, però ordinato. Il meno era asburgicamente prognato ma s’adattava all’economia del suo viso sfilato e alla rotondità dei suoi modi.

Sì, Sadar riscuoteva un certo successo, perché era sobrio, elegante, dalla parlantina sciolta, spesso anche troppo. Qualcuno lo aveva soprannominato il Dottor Divago, perché amava approfondire questioni abbastanza secondarie e di dubbio rilievo ai fini della materia. Quando capitava, dopo qualche minuto la soglia dell’attenzione si abbassava drasticamente e mentre il suo uditorio si perdeva in altri pensieri, lui rimaneva a parlare a se stesso. Ma a noi questa sua occasionale prolissità non dava fastidio, le sue erano comunque due ore rilassate e tutto sommato gradevoli, che toccavano argomenti a cavallo tra storia, geopolitica e diritto internazionale. Dopo ore e ore di lezione su sfumature linguistiche, grammatica e problemi di resa in italiano, era piacevole seguire qualcosa di diverso, di non prettamente linguistico.

Una materia così nuova da imparare… Noi studenti, intanto, sciamavano dentro dalla porta a doppio battente, prendendo posto dove capitava. A me e a Lorenza piacevano le due corte file centrali, col corridoio in mezzo. Si vedeva bene e si sentiva anche meglio.

E poi, a rendere gradevole la lezione di Sadar (e non solo quella) c’era la presenza della modenese Ghiga. Il tacito accordo era che, se la lezione si prospettava interessante, prendevamo appunti fitti in religioso silenzio. Se invece l’andazzo faceva intuire una delle tante digressioni di Sadar-Divago, l’una aveva il permesso di salvare l’altra dalla noia sesquipedale con vari frizzi e lazzi. Era un mercoledì, quello, in cui eravamo col cervello a folle in discesa.

Quel giorno – era il 20 gennaio del 1988 – prendemmo posto sulla sinistra, nella fila con la colonna. Dalla cattedra Sadar si schiarì la voce. <<Ragazzi, incominciamo…>> E appoggiandosi allo schienale della poltrona, attaccò un pistolotto che non vi dico sulla Società delle Nazioni. 

Roba da tramortire Woodrow Wilson!

Parlava a braccio, forbitamente, e ci inchiodava col suo eloquio cesellato. Lo fece anche quel giorno, e da subito ci chinammo a vergare appunti. Per Organizzazioni Internazionali io tenevo un quadernone della Pigna con un bel motivo d’edera in copertina. Come per ogni lezione, inaugurai una pagina nuova che feci precedere dalla data, per l’appunto il 20 gennaio.

Quel mercoledì la faccenda si era imbarcata male da subito. Sadar aveva iniziato un pippone extra-large sulla Società delle Nazioni e l’applicazione all’Italia fascista delle “inique sanzioni”. Argomento frollato, macerato, stagionato. Decisi che non meritava attenzione piena ed ero sicura che anche la Ghiga fosse ben informata sull’argomento. Mi guardai un po’ attorno in cerca di qualcosa su cui fare conversazione. Dopo poco l’attenzione mi cadde su un particolare e come si fa a pallavolo, alzai la palla in modo che la mia compagna schiacciasse metaforicamente a rete.

<<Di’, hai visto il vestito della Pifferi?>> buttai lì sottovoce. (Il cognome, ovviamente, era un altro. Ma calza.) La Pifferi era altoatesina e, frequentando prima lingua tedesca, non seguiva esattamente il nostro indirizzi di studi, tuttavia la si incontrava alle lezioni interdisciplinari, tipo Linguistica, Italiano o, per l’appunto, Organizzazioni Internazionali. Aveva un viso aguzzo come il musetto dei topini disegnati da Art Spiegelmann in Maus, tuttavia non ne possedeva la medesima mitezza. Nelle poche occasioni in cui la incrociavo, non salutava, aveva modi sgarbati e insofferenti. In altre parole, faceva di tutto per risultare antipatica. Con ottimi risultati, peraltro.

Quel giorno indossava un vestito di maglina a pois. Già il modello con balze e nastrini, così bambolesco, esulava dal mio gusto, ma a colpirmi fu più che altro l’improbabile colore. Sapendo che a Ghiga piaceva molto l’argomento moda & affini, la pungolai col dito, ammiccando in direzione della Pifferi.

<<E guarda, no?>> ripeté Lorenza. Allora alzai lo sguardo dal quadernone della Pigna e sbirciai. La Pifferi era una ragazza di prima lingua tedesca. La conoscevo poco. Mora e affilata, aveva un faccino appuntito, come la parte terminale di una matita. Non era priva di talento, al contrario. Ma era una di quelle che sgomitavano per farsi notare. E quando devi sgomitare, vuol dire che così speciale poi non sei. Popolare non era. Rispondeva sbrigativamente a ogni richiesta e, se tentavi una battuta, poi gliela dovevi spiegare, perché era tutto rigore & niente splendore.

<<Allora?>> chiesi.

<<Come, “allora”?>> Lorenza sbuffò, seccata. <<Ma lo vedi il colore dell’abito? Vestita così, non sembra anche a te un fragolone gigante?>> Risi. In effetti la tipa vestiva interamente di rosa. Carico, per giunta. <<Oddio, un fragolone, proprio no, smilza com’è>> obiettai. Strinsi gli occhi mentre riflettevo. <<Tra l’altro, è un punto di rosa diverso>> aggiunsi lentamente. <<Come… come…>>  Ma, niente, per quanto mi scervellassi, non mi veniva la parola per rendere l’idea.

Per essere rosa, il vestito della Pifferi era rosa. Però non quella tonalità confortante dei fiocchi dei bebè né il rosa allegro dei cartoni animati. Era un rosa dozzinale, cheap, che avevo visto mille volte ma che in quel momento faticavo ad inquadrare. Era una nuance, come dire, settoriale. Finché, di colpo, non mi venne in mente l’associazione.

<<Ma certo!>> esclamò Lorenza, e di colpo rise. <<Come quella carta igienica da poco che…!>>Bastò quell’incipit a folgorarmi. <<Sì!>> ammisi.  E tornando a guardare l’abito incriminato, riandai alle volte in cui era il babbo a fare la spesa. Sugli alimenti, ci beccava quasi sempre, salvo che comprava troppo affettato, nonché “il” gnocco fritto di nascosto alla mamma. Ma sugli altri generi spesso toppava. La carta igienica, per esempio. A noi bambine piaceva quella morbida, a due veli, bianca come cotone idrofilo. Lui invece acquistava quella rosa maiale, ruvida e crespa. Che quando te la ritrovavi in bagno, ti prendeva male. Naturalmente in famiglia ci si scherzava sopra e mia sorella, che è sempre stata spiritosa, l’aveva battezzata “raspacu*o”, abbreviata in “raspa”. Rendeva l’idea, no?

La rendeva anche la mise della Pifferi, rosa maiale e per giunta goffratina!

Ma certo! Era il rosa di quella carta igienica economica che si trovava (e si trova ancora) nei bagni dei treni, diffusissima prima delle deriva estetica delle carte igieniche color pastello, a fiorellini, al profumo di camomilla e con tutte le inutili varianti prodotte dalla società dei consumi. <<Proprio quella!>> esclamai folgorata.

Da parte mia assentii. <<Esatto>> proruppi. E per rafforzare il concetto, aggiunsi: <<La “raspacu*o!>>. Non avevo inteso fare una battuta né altro. Era giusto un commento che, rifacendosi al lessico familiare di noi Ferrari, non mi divertiva nemmeno più tanto. Perché era diventato un termine come un altro. Quasi un tecnicismo, no? Non per Lorenza, però. Per lei, no. Di colpo la sentii annaspare in cerca d’aria. Mi girai in tempo per vederle arrovesciare la testa all’indietro ed emettere il più sonoro dei grugniti.

<<SGRUNF!!>>

Se il significante era stato ormai identificato, la sua definizione concettuale mi aveva colta completamente in contropiede. Ghiga, che usava un vocabolario chirurgicamente preciso nelle traduzioni, ci aveva preso anche questa volta, nella lingua parlata. Eccome se ci aveva preso. La situazione era già leggera di suo, ma la coloritura linguistica (è proprio il caso di dirlo) diventò addirittura goliardica, tanto che mi partì quello che in dialetto veneto si chiama “boresso”, cioè la ridarella irrefrenabile, preceduta da una ouverture di un roboante grugnito suino.

<<SGRUNF!!>>

Ma una roba che persino Babe, il maialino, sarebbe morto d’infarto! Mi assalì un 𝑓𝑜𝑢 𝑟𝑖𝑟𝑒 tale che mi ripiegai su me stessa, tossendo perché mi andò di traverso la saliva, e la stessa Lorenza lottò per non cappottarsi tra ribaltina e sedile. Tutti si girarono a guardarci, l’incolpevole Pifferi inclusa. Dalla cattedra si levò allora l’educata voce di Sadar: <<Caspita>> intonò serafico, <<questa doveva essere proprio buona, uh?>>. Non un rimprovero, solo quella battuta, argutamente asciutta, come lui. La classe, che stava ridendo, rise ancora di più, e per almeno dieci minuti non si poté riprendere la lezione.

Pur sentendomi sollevata dalla bonaria reazione di Sadar, il suo stile intelligente e acuto non mi esentò dall’avvampare di imbarazzo. Invano cercai un nascondiglio tra le sedie a ribaltina mentre l’ilarità si estendeva a tutta la classe, che rideva di “rimbalzo” solo per l’ultima sonora parte di tutta la faccenda. 

Infine Sadar si schiarì la voce e, raddrizzando la schiena già drittissima, tornò ad addentrarsi nei dettagli sanzionatori della Società delle Nazioni a carico dell’Italia. La parentesi ilare si chiuse e il silenzio calò come ovatta. Io e Lorenza, però, eravamo fuori combattimento, e quella volta i nostri appunti rimasero gravemente incompiuti.  Infatti dopo li dovemmo copiare dalla Phillips-Colore-Sempre-Vivo.

A poco a poco tutto rientrò nella norma, salvo per me e la Stampellona Bionda, letteralmente devastate. La sgrufolata e conseguente “boresso” costarono a lei una pagina del quadernone, che aveva sgualcito a furia di percuoterla con la mano e a me un Tratto Pen sano sano, perché il pennarello rimase così tanto tempo senza scrivere che seccò in punta e lo dovetti buttare.

Che, se adesso ci rifletto, mi chiedo in realtà perché mai avessimo riso così tanto.

Ogni volta che ci ripenso, sono certa che, conoscendo la mia natura naif, la mia amica avesse previsto la mia entusiastica reazione, tanto da spingermi deliberatamente – con affettuosa e amichevole perfidia – verso il baratro dell’imbarazzo. D’altronde, come biasimarla: a vent’anni è vietato annoiarsi e ci bastava veramente poco per spanciarci dal ridere. Di tutto il periodo universitario, questo è l’aneddoto che ricordo con maggior nitidezza. 

Ho molti ricordi di Trieste ma il monumentale “sgrunf” di Lorenza è senz’altro il più divertente. Del resto, a vent’anni tutto è svago e poco è ragionamento. Poi cresci e la proporzione s’inverte.

Andando avanti con l’età, ti accorgi che vorresti avere il tempo per annoiarti o anche solo per dire sciocchezze con qualche amica. Invece la routine prende il sopravvento e capita che ti manca l’aria non per il troppo ridere ma per il troppo correre di qua e di là.

Però non è così che dovrebbe succedere. Divertirsi non è un’azione banale né solamente giovanile. Mentre a volte, tiranneggiati come siamo dalla vita e dagli obiettivi spesso inarrivabili che ci poniamo (ma perché poi?), così diventa. Saremo sciocchi? 

Definitely.

***

La foto è successiva, precisamente del 1989 ma Teresa-Phillips-Colore-Sempre-Vivo e la sottoscritta siamo sedute nei medesimi posti dove con la Ghiga mi ammazzai dalle risate due anni prima a Organizzazioni Internazionali. In primo piano c’è Ghiga Ferrari, riccia, ormai mora e occhialuta, impegnata a discutere la sua monumentale tesi di laurea.

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Il Mostro Inviato a Tranvate Sul Membro, il paese della brugola

Tranvate sul Membro, 13 maggio 2017

Perché visitare Parigi, Londra, New York? Perché cercare lontano quello che avete qui, a portata di mano? (come cantava il grande Edoardo Bennato). Il vostro Mostro abbandona le rotte consolidate del turismo di massa e solo per voi cari lettori – lo so, è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare – ha visitato uno dei numerosi e bellissimi borghi italiani, tanto affascinanti quanto sconosciuti: Tranvate sul Membro, in Lombardia.

CENNI STORICI


Tranvate sul Membro è un antico insediamento longobardo risalente all’interregno della regina Gundeperga (VII sec. d.C.), situato sul Membro, fiume caratterizzato, nei pressi del paese, da un corso sinuoso e involuto tanto da farlo sembrare un organo riproduttore maschile, da cui il nome. Il nome antico del fiume è Bigolundus, da cui il nome degli abitanti, i bigolini o più modernamente, tranviesi. Il nome Tranvate è recente, in quanto il sito, ad alta vocazione industriale, ospita un gran numero di officine metalmeccaniche per lo più adibite alla costruzione di convogli prima tranviari e poi ferroviari. L’antico nome longobardo della cittdina era invece Brugulundi, cioè terra di Brugulprando re, nome che, con molta probabilità – ma le fonti non sono certe –  ispirò Leonardo Da Vinci per nominare l’utensile da lui inventato durante un suo breve soggiorno in questo paese: la brugola.

Nel Codice Atlantico sono state infatti ritrovati schizzi della brugola, attrezzo che tutti noi oggi

La pagina del Codice Atlantico di Leonardo che contiene il primo disegno della brugola (Milano, Biblioteca Ambrosiana)

usiamo quando dobbiamo montare, ad esempio, un mobile dell’IKEA. Il genio di Vinci così la descrive:

trattasi di humile benché utilissimo istromento atto a fissare tutte quelle parti che abbisognano di serraggio securo et affidabile. Ideai la sua hexagonale conformatione affinchè il suo uso risulti facillimo anche per coloro i quali non abbiano domestichezza con l’arte del montaggio delle suppellettili scandinave.

PANORAMICA


Bene, dopo questo breve excursus storico-geografico, iniziamo la nostra visita e imbocchiamo la via principale del paese, viale Egidio Brugola. Lo stile architettonico più diffuso nel paese è il tardo post-industriale con elementi di dadaismo, poiché gli antichi insediamenti longobardi e in seguito rinascimentali sono stati abbattuti per fare spazio ai tipici capannoni con lucernario a shed. Infatti l’industrioso tranviese ama riprodurre nella dimora privata lo stile aziendale che tanto ama. L’interno delle case rispecchia l’ambiente aziendale: bagni divisi per maschi e femmine, armadietti in metallo al posto delle cabine armadio e curiosamente, le case non hanno la cucina, ma ogni isolato è servito da una mensa aziendal-domestica.

La pianta del paese è molto semplice: il corso principale presenta una sola curva a gomito a destra e prosegue per altri 500 metri, alla fine dei quali è possibile ammirare il monumento alla brugola, una riproduzione in iridio del famoso attrezzo, che si trova antistante il celeberrimo “Museo dell’utensile” (aperto da martedì a domenica dalle 10 alle 20, ingresso € 8,00, ridotti € 6,50 con la BrugolaCard).

Nonostante la semplicità della sua topografia, il paese rappresenta un insieme gradevole e ben equilibrato, che vale sicuramente la pena di visitare. In particolare, per i suoi trascorsi industriali, Tranvate sul Membro è meta di elezione per metalmeccanici, fabbri, ferrotranvieri e semplici estimatori del fai-da-te meccanico.

GASTRONOMIA


Assolutamente da provare i brugolini, spaghetti speciali di sezione esagonale conditi con l’olio esausto proveniente dalle macchine utensili, una vera eccellenza gastronomica della zona. Da bere, un ottimo vino dal forte retrogusto metallico, il Burgundibus, proveniente da vitigni di Bonarda e Cabernet franc.

EVENTI


Nella prima settimana di settembre si tiene la Sagra della Brugola, con gare di velocità di avvitamento di viti, elezione di Miss Brugola, gara di resistenza a tranvate sui membri (solo per gli uomini) e concorso di riciclo creativo dell’avanzo da mensa aziendale.

GEMELLAGGI


Tranvate sul Membro è gemellata con Harford, Connecticut, U.S.A. dove si trova lo stabilimento della Allen Manufacturing Company, l’azienda che per prima ha distribuito la brugola negli Stati Uniti.

CURIOSITA’


A Tranvate sul Membro è stato dedicato il celeberrimo cruciverba de “La Settimana Enigmistica” Una gita a … ” n. 4433.

Il Mostro Inviato vi ringrazia per la lettura e vi esorta a visitare Tranvate sul Membro, il paradiso della brugola.

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Borsa lettori 2019

Da un po’ di tempo il bollettino della borsa lettori manca su VV, ma il motivo non è la mancanza di letture, piuttosto la mancanza di letture buone. L’inizio dell’anno scorso era stato caratterizzato da una mitragliata di boiate che mi era passata la voglia di parlarne. Poi nel corso dell’anno la situazione si è raddrizzata, per fortuna, e comunque ogni tanto bisogna anche leggere cose brutte, così poi si apprezzano di più quelle belle veramente. Ecco una selezione del meglio e del peggio: dal caffè di cicoria al caffè del Pedrocchi passando attraverso una serie di bevande di sapori intermedi.

Ciofeche illeggibili (the worst of)

Quando queste porcherie sono scritte da autori che ho amato tantissimo, tipo Isabel Allende, il dolore è proprio tanto. Come ben sanno i fan della scrittrice cilena, la Allende inizia a scrivere i suoi libri sempre in una data precisa. L’otto gennaio c’è ogni anno, ma le vorrei dire che non è obbligatorio scrivere un libro ogni anno, specialmente quando le idee sono poche e ben confuse. Oltre l’inverno (traduzione di Elena Liverani, Feltrinelli, € 18,50 cartaceo, € 6,99 ebook) è un libro inutile, con una trama debole – dovrebbe essere un thriller ma non ce la fa – i personaggi stereotipati e l’ambientazione lontana anni luce dalla solita baraonda colorata e imprevedibile cui Isabelita ci ha abituato. Qualità del caffè in abbinamento: caffè americano lungo con saccarina.

Le assaggiatrici di Rosella Postorino (Feltrinelli, € 17,00 – € 9,99) ha vinto il Campiello nel 2018. Resta un mistero come abbia fatto perché questo romanzo, che ha uno spunto veramente originale e notevole, raggiunge le vette narrative dei pensierini di seconda media. Le assaggiatrici del titolo sono delle disgraziate che assaggiano i pasti di Hitler due ore prima di lui, per evitargli avvelenamenti. Da dire e da intrecciare le storie ci sarebbe molto, ma i personaggi sono appena abbozzati (e male), la trama inesistente e tutto scorre in un piattume veramente imbarazzante. Qualità del caffè in abbinamento: sciacquatura di piatti.

Altra delusione viene da Andrea Vitali, di solito garanzia di divertimento o comunque, di scrittura scorrevole e gradevole. Documenti, prego (Einaudi Stile Libero Big, € 13,00 -€ 7,99) racconta un incubo vissuto da un uomo qualunque, ma l’incubo lo vivono i lettori tra pagine di descrizioni piatte, monotone e un po’ pesanti. Qualità del caffè in abbinamento: caffè d’orzo del discount senza zucchero.

Altre tristi letture sono state Accendimi di Marco Presta, abbandonato per eccesso di tristezza, Le otto montagne di Paolo Cognetti, inconsistente e prevedibile, Sara al tramonto di Maurizio De Giovanni. Dopo questa raffica di ciofeche, per fortuna è arrivata la riscossa.

Da meditazione

Oltre ai romanzi, nel 2019 ho letto anche qualche libro di crescita personale, come ad esempio Riconquista il tuo tempo di Andrea Giuliodori (BUR Rizzoli, € 15 – € 8,99) un volumetto agile che da tantissimi spunti pratici e concreti per ottimizzare la risorsa più importante che abbiamo a disposizione. Bevanda di accompagnamento: cioccolata calda in tazza.

Un altro libro che mi ha quasi commosso è stato Volevo solo pedalare di Alex Zanardi (BUR Rizzoli, € 13 – € 7,99). La storia di Zanardi è nota, però raccontata da lui con autoironia, basso profilo e semplicità è una lezione di vita e di positività. Dopo la lettura, la frase magica “Ancora cinque secondi” è diventato il mio mantra. Lettura consigliatissima. Bevanda da abbinare: caffè al ginseng o un bel guaranito.

Meno interessante e poco sistematico 21 giorni per rinascere di Berrino, Lumera e Mariani (Mondadori, € 20 – € 7,99) un ammasso di informazioni o troppo specifiche o troppo generiche per un percorso che invece dovrebbe essere semplice e di facile accesso. Decisamente no. Bevanda da abbinare: una bel bibitone a base di gialappa.

Bene ma non benissimo

La versione di Fenoglio di Gianrico Carofiglio (Einaudi, € 16,50 – € 9,99) è un bel libro, però convince poco. Un po’ troppo didascalico, troppo lezioncina preconfezionata e con poca anzi pochissima tensione narrativa. Si legge con facilità, ma alla fine si ha la sensazione che manchi qualcosa. Dodici rose a Settembre (Sellerio, € 14 – € 9,99) invece, di roba dentro, ne ha fin troppa. Maurizio De Giovanni sembra voler dimenticare la sua vena lirica che tanto abbiamo apprezzato nei libri di Ricciardi, per scatenarsi in una sarabanda lessicale colorata e caciarona. Ecco, va bene, ma troppo. Troppi aggettivi, troppe descrizioni, troppo colore. Troppo tutto. Verso la metà del libro i toni riprendono un andamento più normale, seppur sempre sopra le righe, ma perlomeno su livelli accettabili. Sicuramente Gelsomina Settembre e il suo “problema numero uno” diventeranno i beniamini dei fan disoccupati di Ricciardi e Domenico “chiamami Mimmo” Gammardella un archetipo di bellezza & tontonaggine.

L’isola sotto il mare (traduzione di Elena Liverani, Feltrinelli € 10 – € 6,99) mi ha parzialmente riappacificato con la Allende, che qui ritrova il passo e il ritmo suoi tipici. Una lettura gradevole e scoppiettante, come siamo abituati. Però, dopo tante storie lette, come apri il libro sai già quello che ti aspetta: una storia di riscatto, il patriarca stronzo, la puttana di buon cuore, l’amore contrastato e tutto il corredo di personaggi secondari (il medico, la curandera, il militare, il rivoluzionario). I libri della Allende sono diventati come il film di Woody Allen, che ne sforna a nastro, a uso e consumo dei fan. Adesso la aspetto al varco con Lungo petalo di mare, che so già che mi piacerà, perché poi alla fine l’incanto della sua scrittura conquista sempre.

Aurora consiglia Anni lenti di Fernando Aramburu

Dulcis in fundo

Le famiglie allargate, sgangherate ma pur sempre punto di riferimento sono l’argomento preferito di Lorenzo Marone, che in Tutto sarà perfetto (TEA € 16,50 – € 9,99) e La tristezza ha il sonno leggero (TEA € 16,90 – € 9,99) racconta la bellezza degli affetti, anche se sono imperfetti e dai contorni confusi. Sono letture apparentemente scanzonate che in realtà trasmettono messaggi profondi e universali, con lo stratagemma della leggerezza e dell’ironia. Un autore che ha mantenuto le promesse scoppiettanti del suo esordio, La tentazione di essere felici. Non dico altro se non di leggerlo assolutamente. Bevanda da abbinare: caffè di miscela superiore, preparato con la napoletana, ovviamente.

Stefania Bertola e il suo Romanzo rosa (Einaudi, € 13,00 – € 6,99) ha allietato il finale di 2019 partito così scarso. Solo chi conosce bene un argomento è in grado di farne la parodia in modo intelligente e arguto e sicuramente la Bertola, di romanzi rosa, ne ha letti e tradotti tanti per padroneggiare così bene la materia e ridicolizzarne le incongruenze e le caratteristiche tipiche del genere. Al di là dello sperculamento (intelligente) del “Melody”, ci sono una serie di personaggi tipici del nostro tempo, anche loro sbertucciati con grande classe: uno su tutti, il marito-padre premuroso. Bevanda da abbinare: tè al gelsomino servito in chicchere Wedgwood o un bicchierino di rosolio.

Di tutt’altra ambientazione i libri di Fernando Aramburu, Anni lenti (traduzione bellissima di Bruno Arpaia, Guanda € 17,00 – € 9,99) e Patria (traduzione, sempre bellissima, di Bruno Arpaia, Guanda € 15,00 – € 10,99). La mano pesante dell’ETA cambia in modo drammatico le vite dei protagonisti e ci ritroviamo immersi in un’atmosfera cupa e angosciosa, da cui ognuno uscirà a modo proprio, rivelando il lato debole di chi sembra forte e facendo scaturire insospettabili risorse nei “deboli”. In entrambe le vicende vale la pena sottolineare le figure femminili, forti al confine della spietatezza. Lettura consigliatissima. Bevanda da abbinare: un bicchiere (anche due) di calimocho.

Mi sono accorta che oggi è l’otto gennaio: Isabel Allende inizierà un nuovo romanzo? (speriamo di sì).

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Il Mostro Inviato ad Harlem – Tempi sacri e pagani

Qui Nuova Yorrrk vi parrrla RRRUggerrro Orrrlando. Quante volte ho sentito l’inconfondibile voce roca di Ruggero Orlando che apriva le sue corrispondenze dagli Stati Uniti. Professionista dallo stile impeccabile, giornalista coltissimo e raffinato, per anni ci ha raccontato con chiarezza e semplicità quello che succedeva on the other side of the pond. Il Mostro Inviato vale meno di un’unghia incarnita del grande giornalista RAI, ma farà del suo meglio per raccontare una settimana di vacanza a Nuova York, in compagnia del prode G. Pronti, miei venticinque lettori?

La domenica andando alla messa…

Le chiese battiste di Harlem permettono la presenza di visitatori durante le funzioni religiose, che sono molto partecipate e cariche di devozione. Inoltre, se come dice Sant’Agostino, bis orat qui bene cantat, i fedeli pregano due volte perché le messe sono arricchite da coristi dalle voci celestiali. In testa ho la scena dei Blues Brothers e James Brown, e anche se la cerimonia non dovesse essere proprio così, sarà bella ugualmente. Quasi tutte le voci più belle della musica r&b e soul hanno cantato nei cori delle chiese, una per tutte, Aretha Franklin. Se tanto mi da tanto…

La chiesa prescelta, dopo lunga e accurata indagine su internet, è la Abyssinian Baptist Church, perché è piuttosto grande e perché ha annoverato, tra i suoi musicisti, nientemeno che Fats Waller. Non è che mi aspetto di trovare il suo fantasma che suona, ma comunque è una bella garanzia in partenza. Come buon auspicio, durante il tragitto in metropolitana un simpatico quartetto intona “Ain’t too proud to beg” dei Temptations per la gioia dei passeggeri. Bene, la giornata inizia con grandi promesse. Ma si sa, partenza a razzo, arrivo a …

E infatti, la giornata, oltre che sotto gli auspici di cui sopra, inizia anche sotto una leggera e fastidiosa pioggerella. Davanti alla chiesa, un brutto edificio neogotico con dettagli in stile Disney arcaico incastrato tra altre costruzioni anonime, un gruppo di turisti già aspetta, ma si capisce subito che aspetta… di andarsene. Dopo aver parlato con una specie di sacrestana/maestra di cerimonie veniamo a sapere che a causa della riduzione delle messe da tre a una soltanto, si preferisce – giustamente – dare la priorità ai fedeli della parrocchia, che nel frattempo arrivano a sciami, tutti belli vestiti a festa e con macchinoni lunghi da qui a lì. Grande, grandissima delusione. Chi glielo spiega a questa che siamo venuti from the other side of the pond apposta… Tutti i film che mi ero fatta in testa devono essere rimandati sine die. Non resta che passeggiare sconsolati per le vie assonnate di Harlem e contemplare un malinconico Dizzie Gillespie che ci guarda serio da un gigantesco murales doppio.

Un tempio laico, ma pur sempre tempio

Lo sconforto per la mancata messa cantata si stempera un po’ alla visita di un altro luogo sacro, almeno per chi ama la musica. Sempre ad Harlem c’è l’Apollo Theater, un teatro che ha visto esibirsi TUTTI i più grandi cantanti di colore, da Billie Holiday a Prince e molti altri “non colorati” come, per fare un esempio, Hall & Oates che dal loro concerto all’Apollo hanno registrato un disco live di una bellezza stratosferica. La walk of fame davanti all’ingresso è da vertigini: c’è praticamente la storia della musica. Tutta ai tuoi piedi.

Anche davanti all’Apollo c’è una discreta folla di turisti e la nostra segreta ambizione è quella di riuscire ad imbucarci in qualche tour prenotato. Ma in questa circostanza, la fortuna non aiuta gli audaci. All’apertura delle porte, ci fiondiamo alla biglietteria dove un’antipaticissima (ma proprio st***z) commessa ci comunica che la visita è già iniziata (da UN secondo) e che non è possibile unirsi al gruppo (in Italia, in una situazione analoga ci avrebbero fatto entrare, ma qui non si sgarra…) quindi per rappresaglia non mi compro nemmeno uno dei tanti gadget in vendita e ce ne andiamo, dopo essere riusciti solo a sbirciare il corridoio di ingresso in stile “nuovo cinema paradiso” con pesanti drappi di velluto rosso, lampadari dorati e modanature a riporto.

A Sunday Kind of Love

Insomma, una disfatta su tutta la linea. Niente messa cantata, niente teatro, niente gadget, niente di niente. Che altro potrebbe succedere? “Potrebbe piovere” (cit.) e infatti la pioggerella della mattinata diventa pioggia “seria” mentre lasciamo Harlem alla volta della prossima meta, canticchiando, visto che è domenica, A Sunday Kind of Love della divina Etta James, in attesa che il tempo migliori. (Non migliorerà). Ma non importa, passeggiare per la Grande Mela è sempre bello, anche con la pioggia…

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Immaginazione. Un tributo – di Saulo Bianco

Ieri, 14 novembre 2019, è mancato improvvisamente, a Trieste, lo “scrittore” Juan Octavio Prenz. Metto le virgolette perché per tantissimi ex-studenti della Scuola Interpreti di Trieste, era semplicemente il professor Prenz. Tra i tanti fortunati studenti c’è anche Saulo Bianco, che lo ricorda con questo brano, pubblicato nell’antologia SSLMIT 3.0 del 2011.

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Dopo, negli anni, ho letto tutti i tuoi libri. Ogni tanto mi diverto a sfogliare gli appunti del nostro ultimo esame. Unico rammarico: non avere mai avuto il coraggio di suonare al campanello di casa per venirti a salutare e ringraziare di persona. Ma ti ricorderò così, con profonda gratitudine per quanto hai saputo farmi sudare sui libri e per quanto mi hai insegnato. Ciao Professore.

Il reciproco amore fra chi apprende e chi insegna 
è il primo e più importante gradino verso la conoscenza
(Erasmo da Rotterdam)

Nel mio lungo e sofferto iter presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori o, per par condicio, per Traduttori e Interpreti, a seconda della prospettiva, ho dovuto imparare volente o nolente a scendere a compromessi con le figure di merda. Ma anche con il potere dell’immaginazione.

Cominciai a studiare spagnolo dal nulla. Non ricordo nemmeno perché. Avevo frequentato i corsi di spagnolo all’università di lingue a Padova ed ero andato a qualche ora di lettorato. La frase “Me duele la garganta” che intercettai durante una delle prime lezioni da subito mi si impresse a fuoco nella memoria. Non so perché. Forse avevo deciso di studiarlo per sfida, nel tentativo di non mettermi a ridere quando balbettavo in una lingua che sembrava fare il verso al mio grossolano dialetto. Durante l’anno trascorso all’ateneo patavino mi ero divertito parecchio, ma dentro di me non era ancora scoccata la scintilla.

Una volta ammesso nel ring di Trieste, iniziai con progetti altisonanti, a dir poco vanagloriosi: inglese come prima, spagnolo come seconda e tedesco come terza lingua. Per i non addetti ai lavori, dovevo “tirare su dal nulla” due lingue. Per l’economia del racconto tralascerò il tedesco e mi concentrerò solo sullo spagnolo, lingua sorella dell’italiano. Le vicissitudini furono molte. Ma ebbi una sostanziale, enorme fortuna. Una coppia di professori. Li adorai-odiai tutt’e due, indiscriminatamente e visceralmente, con la forza che solo uno studente può provare. Perché la relazione studenteprofessore in ultima analisi è molto simile a quella tra genitori e figli nel burrascoso periodo adolescenziale.

Il mio spagnolo ha cinque ricordi-cardine spalmati su quattro anni. Una sorta di escalation grazie alla quale ogni volta che sento o parlo questa lingua provo un rimescolio intimo, come se la cosa mi appartenesse nel più profondo.

Il tutto iniziò in un’ampia sala della sede di via Caprin. Il corso del primo anno era molto affollato. Molti avevano già studiato spagnolo, erano bravissimi e in quanto tali non si lasciavano sfuggire occasione per sfoggiare le loro conoscenze. Io invece tendevo a fungere da carta da parati. E infatti, timido di natura e carattere, mi ingegnavo anch’io, ma in terza fila.

Il prof in questione aveva uno sguardo che ora definirei “lungo” e per evitarlo, soprattutto durante i primi anni, non occupavo mai i posti in vista. Mi accomodavo sempre su una sedia nelle retrovie, ancor meglio se ai lati. La cosiddetta posizione defilata. Per “essere all’altezza della situazione”, in una libreria non lontano da dove avevo trovato il mio primo alloggio avevo acquistato una serie di libri in spagnolo, tra cui Los asesinos di Elias Kazan. Avevo letto i libri, fatto certosine ed esaustive ricerche terminologiche ed elaborato riassunti, che avevo ripetuto a voce alta davanti allo specchio per controllare l’eloquio, facendomi prendere per matto da chiunque mi passasse accanto.

Nonostante la posizione strategica, in classe non potei sfuggire per molto all’attenzione del prof. Un giorno, io seduto in decima fila, lato porta d’uscita, l’intera classe si ritrovò invischiata in una discussione libera fatta nascere e alimentata ad arte dal nostro estroso professore. La genialità della lezione si basava su un’idea alquanto semplice. Ci trovavamo in un palazzo molto vecchio e occupavamo un’aula bislunga, la sala più grande dell’edificio. Noi eravamo disposti in file perpendicolari al lato lungo della stanza, quindi alla nostra destra disponevamo di una ampia e alta parete intonacata. A un certo punto il prof propose di immaginare, e raccontare in spagnolo, le cose fantastiche che ognuno di noi vedeva su quella parete vuota.

Io guardai la parete, sbigottito. Non avevo nemmeno cominciato a formulare un pensiero logico quando il primo_della_classe_di_turno suggerì la solita, banale, scontata “isola deserta con palma”. Inspirai, espirai. Cercai di lasciarmi andare, col mio poco e scarno spagnolo, al tristo convoglio di pensieri che questo primo anello di associazioni poteva darmi. Dentro la mia testa sentivo solo il rimbombo di ferraglia arrugginita delle mie soluzioni, uno scontato sciabordio di onde, una risacca lontana, l’asfittico stormire di quella striminzita e solitaria palma.

Ascoltai con puntigliosa attenzione gli interventi e i contributi dei compagni, tutti frutto di una fantasia sfrenata ma poco logica. Da parte dei più impegnati ci furono pure interventi che cercarono di collegare la pura irrealtà alla politica, ma le connessioni risultavano alquanto difficili da creare, sostenere e sviluppare.

Quando alla fine il quadretto conteneva spiaggia, palme, barchette, omarini e ricordo pure un porcello, ci fu una battuta di arresto nella conversazione. Un vuoto nell’aria. Il silenzio assoluto. La voce del prof squarciò il silenzio che regnava in quella tranquilla isola deserta e sulle nostre teste, e sentii chiamare il mio nome. “Venga, Saulo, ¿tu qué ves?”

Dire che mi sentii implodere come un buco nero sulla scomoda sedia di legno è dir poco. Mi schiarii la voce, forte delle mie performance davanti allo specchio rabberciato della foresteria di un monastero di clausura e cominciai a parlare, a canovaccio. A canovaccio, per me in quel periodo, significava “a vanvera”. Non sapevo quel che dicevo. La situazione era così paradossale che non riuscivo a porvi alcun tipo di limite e freno. Qualunque cosa dicessi o pensassi, era come decidere di buttarsi nel precipizio più scosceso a disposizione. Non so quanto andai avanti a blaterare idiozie, di certo non meno idiote di quelle che erano state dette finora. Il prof continuava ad ascoltarmi con molta attenzione. Io cominciai a non trovare più le parole. Chiunque abbia detto che conoscenza è potere, è vero. Io alla fine terminai le parole, impotente. Mi ero infognato in una discussione politica di qualche tipo, giusto per complicarmi un po’ la vita e non essere da meno degli altri. Mi girai stremato verso chi mi stava accanto e sussurrai: “Insomma, come cazzo si dice in spagnolo “è un gran casino”?”

“¿Qué has dicho?” La voce del prof staffilò il silenzio che era calato di nuovo su tutti noi. Io non osavo aprire bocca. Non sapevo più cosa dire. Il prof si avvicinò e insistette chinandosi verso di me. “Saulo, ¿qué has preguntado? ¿Qué quieres decir?”

Con un filo di voce riuscii a dire: “Ho detto che arrivati a questo punto è un gran casino e non so dirlo in spagnolo”, farfugliai. “Un despelote” urlò il prof drizzandosi sulla schiena e allargando le braccia. “Es un gran despelote” ripeté soddisfatto per sottolineare il concetto guardandomi dritto negli occhi quasi a chiedermi di ripetere. “Sí”, dissi io. “¡Es un gran despelote!”. Nel momento in cui lo dissi, intercettai il suo sorriso e capii qualcosa. Quello fu per me l’inizio della grande avventura dello spagnolo. L’anno successivo dovetti sputare sangue su saggi di Ortega y Gasset e su un romanzo cileno che all’esame commentai con molto trasporto, concentrandomi su tre intere pagine che si articolavano tutte sull’allitterazione della lettera A, richiamando la versione foneticamente più “aperta” dell’Urlo di Munch. Mi emoziona ancora oggi pensare a quel romanzo e a quelle pagine, ne parlai con due cileni, vecchi librai esuli, a Milano poco tempo fa. Ci fu un silenzio molto intenso nella nostra conversazione dopo che ebbi ricordato quel titolo.

Il mio viaggio nel mondo della lingua spagnola da allora non si fermò più. I registi furono sempre loro due. Marito e moglie. Con una lettrice mitica come ciliegina sulla torta. Il terzo anno fu la volta delle figure retoriche nei romanzi di Jorge Luis Borges, per non dimenticare l’esame sulla traduzione endolinguistica di un testo che parlava della conquista del Messico. Il prof, sempre lui, per far capire il mondo di Borges e che cosa significassero i termini “milonga” e “chaleco”, un giorno si presentò in classe con un bellissimo “chaleco” e ci cantò una milonga.

Dalle parti in cui sono nato si dice che tutti i salmi sono soliti finire in gloria. Il mio iter spagnolo si concluse davvero in gloria. Su qualche scaffale della mia libreria conservo ancora gli appunti di quell’esame. Fu l’ultimo, in assoluto. E da allora, se capito a Granada provo strani brividi. Della prima volta che la visitai serbo ancora l’immagine di un gitano seduto sulla soglia di una casa in un torrido pomeriggio di agosto. L’ultima volta, invece, ho vissuto in una casa scavata nella roccia, poco sopra l’Albaicín, dove una volta vivevano relegati gli ebrei.

Per la mia ultima prova orale dovetti parlare delle metafore nella poesia e nel teatro di Garcia Lorca. Fu l’esame dove presi il voto più alto. Con mia enorme soddisfazione. E, alla fine, con i complimenti di marito e moglie.

Verde que te quiero verde.
Verde viento. Verdes ramas.
El barco sobre la mar
y el caballo en la montaña.
Con la sombra en la cintura
ella sueña en su baranda,
verde carne, pelo verde,
con ojos de fría plata.
Verde que te quiero verde.
Bajo la luna gitana,
las cosas la están mirando
y ella no puede mirarlas.

F. G. Lorca - Romance Sonámbulo
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Cacca e cacao

Da oggi, quando guarderò una nuvola mi immaginerò Octavio Prenz che fuma la sua meravigliosa pipa mandando un po’ di fumo in faccia a San Pietro. Ciao “profesor”.

Verba Volant

Un mese fa è stata pubblicata in rete una raccolta di ricordi di ex-studenti della Scuola Interpreti di Trieste. La memoria è una cosa strana: a volte ingoia volti, fatti, accadimenti e li distrugge per sempre, e a volte invece, dopo anni di silenzio li risputa fuori, da un posto remoto, nitidi e precisi. Così è capitato per questa scheggia di ricordo, sparata direttamente dalla memoria al video, ma fuori tempo massimo per essere inserita nel volume (si potrà dire “volume” per un libro elettronico?). Una specie di bonus track (o malus track, a seconda dei punti di vista) in aggiunta ai ricordi contenuti qui:

§§§ §§§ §§§

Ci si può rendere conto di essere stati innamorati? Voglio dire, ci si può accorgere, dopo anni, di aver vissuto quella devastante esperienza che è l’innamoramento, ma nel mentre che questa era in corso, non esserne stati coscienti? Una sensazione così legata…

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