Cofanetto o pacco? (parte seconda)

Il Direttore (con la D maiuscola), bloc-notes alla mano e voce impostata alla Vittorio Gassman, inizia a descrivere quanto compreso nel cofanetto smart-emotion-gift-wonder-box. I presupposti non sono male, e comunque, vale sempre la filosofia del caval donato eccetera eccetera. Bene, si comincia con un piatto di salumi locali e verdure calde come antipasto, abbastanza buoni ma niente di che. Questa regione, sotto il profilo gastronomico, può dare di più. L’antipasto viene servito quasi subito, il che fa presagire un servizio veloce (e vorrei anche vedere il contrario, con il locale vuoto). Sarà una pia illusione. Dopo gli stuzzichini, passa una mezz’ora abbondante di vuoto pneumatico, durante la quale non si vede un’anima creata per tutto il locale. Probabilmente in cucina c’è la tv e tutto lo staff sta seguendo la partita. Va a sapere. Inganno l’attesa conversando amabilmente con il prode G.,  ammirando il puro stile anni ’70 del locale, l’incongruenza delle ruote di carretto appese alle pareti sopra i tavoli riccamente drappeggiati manco fossimo a Versailles. Si passa dai lampadari con le gocce di vetro a tutti i parafernali di arredamento che non si trovano più nemmeno nei mercatini dell’usato, come ad esempio i quadri a olio in stile Teomondo Scrofalo.

Il bevitore di Teomondo Scrofalo (foto di Andrea Spinelli)

All’intervallo tra il primo e il secondo tempo della partita, si presentano ben due camerieri, quello di prima e una ragazza molto più giovane, forse per compensare l’assenza della mezz’ora precedente. E qui succede una cosa assurda: i camerieri si litigano i piatti sporchi da portare via. Il cameriere senior ostacola la cameriera junior con gomitate e spallate e lei invece, indomita, lo attacca ai fianchi e cerca di disorientarlo con finte e movimenti surrettizi. Forchette e coltelli ondeggiano pericolosamente qua e là ma per fortuna nessun ferito grave. Sembra una candid camera. Osserviamo allibiti la scena ma evitiamo accuratamente di guardarci in faccia, perché scoppieremmo a ridere e sarebbe indelicato nei confronti di questi due che, per quanto scalcinati, sono  lavoratori che si stanno guadagnando da vivere. La scena comunque resta paradossale.

Dopo forse un’ora, arriva l’assaggio dei due primi previsti dal cofanetto: anellini alla pecorara e ravioli. Per questi ultimi in Abruzzo c’è una specie di venerazione, ho capito che sono una specie di comfort food regionale, anche di più degli spaghetti alla chitarra e che quando te li portano è come se madonna che cosa ti stanno servendo. Purtroppo per entrambe le pietanze la pasta è “tenace”, rimbalza sui denti come il Big Babol (e in più è anche sciapa) il sugo di pomodoro ha una punta di acido e insomma, l’entusiasmo iniziale si spegne nel tossico anonimato dei piatti. Siamo perplessi – molto – quando arriva il secondo di carne, dopo un intervallo in cui a G. si  è visibilmente incanutito il pizzetto e a me è venuto il prolasso del cremastere. Poiché i camerieri sono pressoché muti, mi faccio coraggio e chiedo che tipo di carne viene servita. La ragazza mi guarda come se le avessi chiesto la formula della sintesi dell’ammoniaca assieme al sesto canto dell’Eneide da recitare a memoria. Mi rendo conto del disagio che ho provocato e provo a fare ammenda dicendo “Manzo?” (mi adeguo allo stile asciutto del personale). Lei per un attimo si congela, guarda in aria come se sul soffitto bucciato e impolverato da secoli fosse scritta la risposta e finalmente annuisce sollevata. Sempre facendo a pugni con il collega (ormai tra di loro è un incontro di boxe thailandese) mi sfila il piatto sporco da sotto il naso facendo marameo all’avversario. Inutile a dire che invece di manzo, si tratterà di agnello al forno, una povera bestia che nella teglia ci ha trascorso più tempo del dovuto, a giudicare dal colore, dalla consistenza e dal sapore. La saudade ormai dilaga nel mio cuore, nei miei polmoni e in tutti gli organi interni, in particolare nello stomaco che è il più triste di tutti. Ve la faccio breve ma in realtà i tempi sono dilatatissimi, tanto che ho pensato di essere caduta in mano alla rediviva anonima sarda. Solita rissa per togliere i piatti e arriva il dessert, una serie di bicchierini di mousse dello stesso sapore, consistenza e colore della malta cementizia. Ma vabbè, a caval donato eccetera eccetera…. no, stavolta a caval donato un paio di ciufoli. (Pregasi notare l’eleganza della metafora: avrei preferito dire stocazzo ma poi dopo mi dite che sono volgare).

A mezzanotte passata (eravamo arrivato poco prima delle nove) veniamo rilasciati, previo pagamento di un riscatto di 32 € per quanto non espressamente incluso nel box.  La nottata è mite, dal belvedere del paesello si gode una splendida vista sulla costa e due passi, sia per raddrizzare una serata che di romantico – nel senso tradizionale del termine – ha avuto poco, sia per far calare la malta cementizia che sta facendo presa nello stomaco, sono quasi obbligatori. La passeggiata digestivo-romantica fa il suo dovere e ce ne possiamo tornare a casa, provati nel fisco e nello spirito dall’esperienza “cofanetto”.

Qualche considerazione a margine. 1) Un locale che è in attività da un certo numero di anni, ad un certo punto ha due possibilità: o si rinnova completamente, sia nel menù che nella struttura oppure punta a diventare locale caratteristico seguendo la tradizione in modo filologico. Qui non è successa nessuna delle due cose, l’antico è vecchio, il tradizionale è banale e la tipicità è quella del discount. 2) il cofanetto è un tipo di promozione, una pubblicità che servirebbe – a mio parere – ad attirare nuovi clienti ma se ci trattate così dubito tanto che qualcuno mai tornerà da voi, cari ristoratori, io no di sicuro, anche perché ci abbiamo dovuto pagare “a sopra” ben 32 € per due calici di vino e un dessert che aveva la stessa età del codice di Hammurabi. 3) La sensazione di essere stati trattati come clienti di serie B (ma anche C, D e tutte le lettere dell’alfabeto fino alla zeta) c’è, ma non avendo un termine di paragone, rimane solo un’ipotesi. Di ritornare in questo locale è invece un’ipotesi da scartare all’istante.  4) Infine, una nota linguistica: d’ora in poi, quando leggerò BOX su qualche cadeau preconfezionato, nella mia mente non lo abbinerò alla parola cofanetto ma alla più immaginifica pacco.

 

 

Annunci
Pubblicato in Cibi, Pensieri in mutande | Contrassegnato , , , , , , | 3 commenti

Cofanetto o pacco? (parte prima)

A maggio, per il compleanno, il prode G. ha ricevuto uno di quei cofanetti smart-emotion-gift-wonder-box  tanto di voga in questi tempi in cui la gente non ha né tempo né tantomeno voglia di sbattersi per trovare un’idea decente per un regalo. Per chi non lo sapesse, questi cofanetti altro non sono altro che dei buoni prepagati per usufruire di varie “esperienze” che possono spaziare dalla giornata alle terme alla cena tipica, dal volo col parapendio al soggiorno in un castello medievale. Al prode G. è toccata la “Cena Romantica”, e di rimbalzo tocca anche a me, la persona meno romantica sulla faccia dell’orbe terracqueo. Sul coperchio del cofanetto una coppia (etero, per la precisione) è seduta a tavola su una specie di molo barra imbarcadero barra passerella barra pontile prospiciente una specie di fiordo norvegese, mentre sul tavolo troneggiano una serie di orpelli molto poco allettanti, a meno che degustare tulipani sia le dernier cri in fatto di mode gastronomiche. Un lontanissimo presagio di sòla mi stuzzica dietro l’orecchio ma vabbè, a caval donato eccetera eccetera.Dentro il cofanetto c’è un opuscolo pesante come un asino morto, tutto in carta patinata e con fogli spessi un dito che elenca, regione per regione, le strutture aderenti al circuito smart-emotion-blablabla. Mi fiondo subito alla pagina dell’Abruzzo e con somma delusione scopro che, al contrario delle altre regioni, che offrono almeno una decina di alternative, qui si può scegliere tra ben tre ristoranti, di cui uno aperto solo d’estate, l’altro con due poco lusinghiere palle su TripAdvisor e il rimanente vicino a casa. La scelta cade forzatamente, su quest’ultimo: si tratta di un locale molto gettonato dagli americani della P&G, il che la dice lunga sulla qualità della proposta gastronomica, ma l’alternativa era andarsi a “catafottere” – come direbbe Salvo Montalbano – o nelle Marche o nel Lazio e quindi prendere o … prendersela (in quel posto). Ma vabbè, a caval donato eccetera eccetera (e due).La serata prescelta coincide con una finale di coppa di qualcosa ma a noi, non essendo contagiati da febbre tifoide per il calcio, poco ce ne frega. Infatti tutto il resto dell’umanità è incollato al video – compresa, ma lo scopriremo solo vivendo, anche la brigata da cucina del ristorante. L’insegna luminosa del locale – con qualche lettera spenta, cosa che mi mette un po’ di tristezza (R I S – O R – N – E  sembra una partita a Scarabeo) è composta da un font che mi ricorda vagamente la copertina di Yellow Submarine, un effetto tipo questo:che, obiettivamente, ha un look un po’ datato. La tristezza aumenta, impercettibilmente ma aumenta. A metterci il carico a coppe, il nome del locale contiene in sé un che di antico. Personalmente diffido dei locali che nel nome hanno parole come “vecchio”, “antico” “nonno/a”, perché il più delle volte, l’antichità è solo millantata, come se la vetustà fosse automaticamente garanzia di qualità (il più delle volte non lo è). Ma è una pippa mentale mia e lasciamo perdere. Tuttavia, nel corso della serata scopriremo – ahinoi – che non è solo il lettering e la denominazione ad accusare l’età.Ma andiamo con ordine. Entriamo in una specie di piccolo atrio buio dal quale, sulla destra, si intravedono i servizi igienici, splendenti nel loro bianco nitore ceramico. Cominciamo bene. Dopo pochi passi raggiungiamo l’ingresso vero e proprio del ristorante, alle cui pareti sono appese numerose foto autografate di “gente dello spettacolo” di piccolo-medio cabotaggio, personaggi che avevano raggiunto una certa notorietà negli anni ’70 e ’80 e che adesso mi guardano con uno sguardo congelato tra l’atterrito e il sorpreso. Mario e Pippo Santonastaso, Ric & Gian, Mario Tessuto, Jimmy Fontana, Rita Pavone, insomma ci siamo capiti. Il barometro della tristezza vira decisamente verso la bassa pressione. Ci accoglie un cameriere – della stessa età apparente dei VIP fotografati – vestito di tutto punto che, nel più classico stile indigeno si avvicina senza proferire verbo ci si para davanti. Dichiariamo subito che siamo venuti per sfruttare un cofanetto smart-emotion-blablabla al che la mummia, con voce incolore, esala: «Allora vi chiamo il Direttore».Cazzarola. Qui la faccenda si fa seria. Non so come valutare questa scesa in campo del manager del ristorante, se intenderla un segno di particolare attenzione nei confronti dei clienti smart-emotion-blablabla oppure esattamente il contrario, cioè un trattamento riservato alla categoria “poracci-che-si-fanno-offrire-la-cena-dagli-amici”. Nel mentre che soppeso le due alternative, procede verso di noi un signore dall’aria sussiegosa e altera che non fa il paio con la stazza da sollevatore di pesi kazako ma soprattutto con il vestito, un doppiopetto dal taglio “vintage” e con la stoffa lucida e consunta in più punti. Ci scorta nella sala principale, arredata con table habillée degne del Re Sole e con le pareti completamente coperte da piatti del buon ricordo. Il mio tristezzometro, cioè lo strumento che misura la percentuale di malinconia in un essere umano è ai minimi storici. Ma vabbè, a caval donato eccetera eccetera (e tre). Con un gesto plateale il direttore pesista kazako ci indica un tavolo nella sala completamente vuota, ad eccezione per un’altra coppia. La serata più gastronomicamente assurda degli ultimi vent’anni è solo all’inizio.

Pubblicato in Cibi | Contrassegnato , , , , , | 1 commento

Il re del Carnevale :: di Luigi Duranti

Verbavolant è un blog a dimensione condominiale, e come tale difficilmente potrà vantare numeri da record, o record di qualsiasi tipo. Tuttavia sono abbastanza certa che almeno un record lo detenga e più precisamente quello del collaboratore con più esperienza di vita. Con grande piacere VV ospita Luigi Duranti, classe 1926, ex maestro elementare, poeta dialettale, scrittore nonché amico del blog. 

Oggi inizia il carnevale e dallo sterminato archivio della produzione del maestro Luigi ho estratto una descrizione di un Carnevale di tantissimi anni fa, in cui magari i costumi erano sicuramente meno sfarzosi di adesso ma di certo erano più sentiti il divertimento e il desiderio di cambiare vita, anche se soltanto per poche ore. Buona lettura!

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Si era in attesa del Carnevale e ci si preparava alla ricorrenza. Il fornitore ufficiale dei costumi era un mio carissimo amico che io chiamavo “comparuccio” a motivo che alla nascita era stato battezzato da mio padre. Egli possedeva una seconda casa. Era appartenuta in vita ai suoi nonni e alla loro morte non era stata più abitata. L’arredamento era assai modesto. Ma c’era un vecchio baule che conteneva poveri indumenti. Rovistando nell’interno, trovavamo pantaloni, giacche, panciotti, cappelli, gonne che, indossandoli, sarebbero risultati preziosi per mascherarci. Li prendevamo con grande disappunto dei suoi genitori che li conservavano a ricordo dei loro cari. Le giacche ci toccavano alle ginocchia; i pantaloni risultavano troppo lunghi e molto larghi tanto che i risvolti bisognava avvolgerli più volte per non metterseli sotto i piedi e stringerli ai fianchi con cordicelle che ci mozzavano il fiato per non farceli calare. I più contesi erano gli abiti femminili perché ciascuno di noi li voleva indossare per far vedere che apparteneva all’altro sesso. Il mio comparuccio era assai abile a disegnarci, con la fuliggine che staccava da un vecchio camino non più in uso, lunghi basettoni e attorcigliati baffoni. Chi si camuffava da donna si incipriava il viso graffiando la farina da una vecchia madia che era stata utilizzata per conservare il pane che allora si faceva in casa e si imbottiva il petto di stracci per mettere in mostra un ampio seno. Così conciati era difficile riconoscerci e, schiamazzando e urlando, percorrevamo le vie del paese prendendo di mira con grande disappunto dei proprietari i battenti dei portoncini delle case per percuoterli con tutta la forza che avevamo in corpo e poi a chiudere le porte delle botteghe degli artigiani che, una volta al buio, non potevano continuare il loro lavoro. E poi a precipitosa fuga rincorsi dai malcapitati.

Ma l’attesa di tutti gli abitanti del paese era per lo spettacolo del giorno di Carnevale che sicuramente Giovanni stava in segreto allestendo e che avrebbe proposto alla popolazione. Giovanni era un umile ciabattino ma molto geniale. Aveva grossi problemi per sopravvivere avendo una numerosa famiglia da mantenere. Curvato dalla mattina alla sera risuolava le scarpe servendosi dei ferri del mestiere che erano poggiati su un traballante deschetto. La sua schiena si era piegata a tal punto che, quando stava in piedi, non riusciva a raddrizzarla e camminava guardandosi costantemente i piedi. Aveva tredici o quattordici figli e si lamentava sempre che, malgrado il suo faticoso lavoro di ciabattino, non riusciva sufficientemente a sfamarli. La sua bottega era un luogo di ritrovo perché intratteneva gli amici con le sue uscite spiritose e argute che suscitavano allegria e risate . Quando mio padre lo rimproverava perché concepiva un figlio all’anno, egli rispondeva: “Le tue parole sono sacrosante ma, caro Armando, sotto le lenzuola non c’è miseria!”

I ferri del mestiere – dal sito http://www.canguro.it

L’Italia era impegnata in una guerra che si combatteva in Abissinia. Giungevano le notizie delle conquiste di quella lontana terra che molti non sapevano nemmeno dove fosse e cantavamo gli inni dei nostri soldati combattenti che imparavamo a scuola o ascoltando i dischi che giravano su uno sgangherato grammofono che solo il proprietario di un bar possedeva. Ma cosa stava preparando Giovanni nel segreto della sua mente per rallegrare i paesani in occasione del Carnevale? Molti se lo chiedevano, molti cercavano di indagare. Mistero! Si aspettava l’avvenimento e l’intera popolazione del paese sostava rumorosamente davanti alla sua casa chiamandolo a viva voce. Noi ragazzi più eccitati del solito racchiusi nei costumi che eravamo riusciti ad accaparrarci rovistando tra gli indumenti in disuso dei grandi. Dal cortiletto interno della sua casa nessuna voce, nessun segnale di presenza. Il portone era sbarrato. Eppure tutti erano convinti che, nemmeno questa volta, Giovanni ci avrebbe deluso: tutti aspettavamo con impazienza. Fischi, urla assordanti sollecitavano la sua comparsa. Ma ecco, finalmente, dopo una lunga attesa si udì un rullo di tamburi ricavati da vecchi barattoli di latta accompagnato dalla percussione di coperchi di pentole. E tra tanto frastuono, unito alle urla degli spettatori vedemmo apparire un carro trainato da due sofferenti asini stremati dallo sforzo. Su una poltrona scalcagnata, avvolto in un lenzuolo, sedeva Giovanni con il viso, le mani e le parti scoperte del corpo tinte di nero con la fuliggine sottratta chissà da quale vecchio paiolo, ai suoi piedi la moglie attorniato dalla tribù dei figli, anch’essi anneriti dal nerofumo, coperti da stracci bianchi: il Negus, imperatore dell’Abissinia, la regina Taitù e i suoi ras che cantavano a squarciagola, accompagnati dai loro rudimentali strumenti, “Faccetta nera”. L’imperatore e la consorte avevano ambedue in mano un orinale. Il corteo partì per percorrere tutte le vie del paese seguito da una torma di straccioni urlante e festante. Davanti alle case erano assiepati gli spettatori che si sganasciavano dalle risa . Dall’alto del suo trono il Negus Giovanni e la principessa Taitù gustavano fumanti maccheroni contenuti nei loro vasi da notte leccando il sugo che colava dalla bocca e dalle mani che usavano al posto delle posate, mentre i figli cortigiani, cessando momentaneamente di suonare, stendevano i loro orinali per raccogliere i doni che venivano offerti. Che Carnevale!

Alla fine della festa Giovanni tornò alla sua occupazione abituale, quella di un povero ed umile ciabattino, dalla mattina alla sera curvo sul deschetto attorniato dagli amici che si divertivano alle sue uscite spiritose. A fine serata sempre più stanco, sempre più curvo, consumata con la sua numerosa famiglia una frugale cena, si metteva a letto coperto da un lenzuolo sotto il quale, secondo lui, non c’era miseria. E nei giorni a seguire mio padre: “Giova’, ho visto tua moglie con la pancia. E’ incinta? Ma come fai a sfamarne un altro?” “Armà, sarò sicuramente un incosciente ma “sotto le lenzuola non c’è miseria”!”

Pubblicato in contributi esterni | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Cercasi (e trovasi) taglia 44, finalmente.

La storia infinita della ricerca della taglia 44  ha avuto un ulteriore, inaspettato sviluppo. Per chi come me, odia andare per negozi, gli online store come Yoox, Zalando, Asos e via discorrendo sono una manna dal cielo. Sono la fine di estenuanti pomeriggi di pellegrinaggi – spesso inutili e sempre oltremodo frustranti – da un negozio all’altro, penosi  trascinamenti tra vetrine ammiccanti ma che però poi non hanno quello che ti serve.

Small. Medium. Large. L’era dello shopping online è solo all’inizio.

Gli store sono una benedizione, non solo per lo sterminato assortimento che propongono, per la comodità della selezione, per la effettiva esistenza della taglia 44, ma soprattutto perché non devo interagire con la famigerata C.S. altresì detta Commessa Stronza. In rete non c’è nessuno che ti tratta a pesci in faccia, che ti guarda con disprezzo quando entri in negozio come la casalinga guarda l’acaro della polvere. Prima di dire addio a questa categoria professionale, mi sono presa la briga di buttare giù due righe di commiato da questa figura della quale non sentirò la benché minima mancanza.

 

Cara (si fa  per dire) C.S.,

sarai contenta, non mi vedrai più. Non interromperò più i tuoi letargici pomeriggi di millimetriche manicure mentre annaspo in un mare di pantaloni alla ricerca della mia taglia (finalmente l’ho capito che non ce l’hai). Non disturberò più la chilometrica telefonata col fidanzato o con mammà per chiederti se hai un altro colore del maglione che sto provando. Non ti farò più irritare chiedendoti se posso provare la camicia la cui taglia si trova in magazzino e tu non hai voglia di andarci. No, tutto questo non accadrà più. Perché vedi, ho capito che non ci sai fare con la gente, che sei una muflona e che godi come un riccio quando la cliente non riesce ad entrare nei vestiti ma tu le dici lo stesso “le sta benisssssssssimo!”. Si capisce che sei falsa come Giuda, che i tuoi sorrisi sono tirati manco ti fossi fatta un lifting da Pitanguy. Preferisco l’asettico e impersonale online store. Lì non c’è nessuno che sbuffa quando voglio vedere un articolo diecimila volte e poi – miracolo! – in rete esiste la mia amata 44. Perché essa esiste e lotta insieme a me.

Come dici, internet ti farà perdere il lavoro? ma ben ti sta, visto che non lo sai fare. E comunque, prima di stracciarti le vesti perché resterai a casa, ti ricordo che ogni volta che c’è un grande cambiamento nell’aria, per sopravvivere hai solo una possibilità: aggiornarti. Quando le automobili hanno sostituito le carrozze, qualcuno ha forse pianto per la sparizione delle stalle, delle stazioni di posta, dei maniscalchi? Qualcuno ha venduto la carrozza coi cavalli e ha acquistato un’auto, altri invece hanno chiuso. Oppure, per arrivare in tempi più recenti, c’è stato qualcuno che si è erto a difesa dei piccoli negozi quando siamo stati invasi dai centri commerciali? Non mi pare. C’è chi ha chiuso i battenti per sempre e chi si è specializzato in articoli che la grande distribuzione non tratta, magari vende di meno ma si differenzia dalla massa e guadagna uguale. Il mondo cambia, e chi non se ne accorge diventa un dinosauro in men che non si dica.

Cara C.S., hai però ancora la possibilità di redimerti: potresti – la butto lì – imparare a fare il tuo lavoro e a essere meno stronza perché vedi, la scusa di internet non funziona se sei professionale e sai fare il tuo mestiere. Perché non c’è internet che tenga se offri un servizio al cliente, se sai entrare in empatia, se sei, in buona sostanza, una persona che sa fare il suo mestiere e tu, cara C.S. sei lontana anni luce da tutto questo. Oppure, potresti stare seduta al terminale di qualche store ed evadere il mio ricco ordine on line.

Adesso ti devo lasciare, suona il campanello. Deve essere il corriere con i miei pantaloni taglia 44.

 

Pubblicato in Pensieri in mutande | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Il Mostro Inviato a Tranvate Sul Membro, il paese della brugola

Tranvate sul Membro, 13 maggio 2017

Perché visitare Parigi, Londra, New York? Perché cercare lontano quello che avete qui, a portata di mano? (come cantava il grande Edoardo Bennato). Il vostro Mostro abbandona le rotte consolidate del turismo di massa e solo per voi cari lettori – lo so, è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare – ha visitato uno dei numerosi e bellissimi borghi italiani, tanto affascinanti quanto sconosciuti: Tranvate sul Membro, in Lombardia.

CENNI STORICI


Tranvate sul Membro è un antico insediamento longobardo risalente all’interregno della regina Gundeperga (VII sec. d.C.), situato sul Membro, fiume caratterizzato, nei pressi del paese, da un corso sinuoso e involuto tanto da farlo sembrare un organo riproduttore maschile, da cui il nome. Il nome Tranvate è recente, in quanto il sito, ad alta vocazione industriale, ospita un gran numero di officine metalmeccaniche per lo più adibite alla costruzione di convogli prima tranviari e poi ferroviari. L’antico nome longobardo era invece Brugulundi, cioè terra di Brugulprando re, nome che, con molta probabilità – ma le fonti non sono certe –  ispirò Leonardo Da Vinci per nominare l’utensile da lui inventato durante un suo breve soggiorno in questo paese: la brugola.

Nel Codice Atlantico sono state infatti ritrovati schizzi della brugola, attrezzo che tutti noi oggi

La pagina del Codice Atlantico di Leonardo che contiene il primo disegno della brugola (Milano, Biblioteca Ambrosiana)

usiamo quando dobbiamo montare, ad esempio, un mobile dell’IKEA. Il genio di Vinci così la descrive:

trattasi di humile benché utilissimo istromento atto a fissare tutte quelle parti che abbisognano di serraggio securo et affidabile. Ideai la sua hexagonale conformatione affinchè il suo uso risulti facillimo anche per coloro i quali non abbiano domestichezza con l’arte del montaggio delle suppellettili scandinave.

 

PANORAMICA


Bene, dopo questo breve excursus storico-geografico, iniziamo la nostra visita e imbocchiamo la via principale del paese, viale Egidio Brugola. Lo stile architettonico più diffuso nel paese è il tard opost-industriale con elementi di dadaismo, poiché gli antichi insediamenti longobardi e in seguito rinascimentali sono stati abbattuti per fare spazio ai tipici capannoni con lucernario a shed. Infatti l’industrioso tranviese ama riprodurre nella dimora privata lo stile aziendale che tanto ama. L’interno delle case rispecchia l’ambiente aziendale: bagni divisi per maschi e femmine, armadietti in metallo al posto delle cabine armadio e curiosamente, le case non hanno la cucina, ma ogni isolato è servito da una mensa aziendal-domestica.

La pianta del paese è molto semplice: il corso principale presenta una sola curva a gomito a destra e prosegue per altri 500 metri, alla fine dei quali è possibile ammirare il monumento alla brugola, una riproduzione in iridio del famoso attrezzo, che si trova antistante il celeberrimo “Museo dell’utensile” (aperto da martedì a domenica dalle 10 alle 20, ingresso € 8,00, ridotti € 6,50 con la BrugolaCard).

Nonostante la semplicità della sua topografia, il paese rappresenta un insieme gradevole e ben equilibrato, che vale sicuramente la pena di visitare. In particolare, per i suoi trascorsi industriali, Tranvate sul Membro è meta di elezione per metalmeccanici, fabbri, ferrotranvieri e semplici estimatori del fai-da-te meccanico.

GASTRONOMIA


Assolutamente da provare i brugolini, spaghetti speciali di sezione esagonale conditi con l’olio esausto proveniente dalle macchine utensili, una vera eccellenza gastronomica. Da bere, un ottimo vino dal forte retrogusto metallico, il Burgundibus, proveniente da vitigni di Bonarda e Cabernet franc.

EVENTI


Nella prima settimana di settembre si tiene la Sagra della Brugola, con gare di velocità di avvitamento di viti, elezione di Miss Brugola, gara di resistenza a tranvate sui membri (solo per gli uomini) e concorso di riciclo dell’avanzo da mensa aziendale.

GEMELLAGGI


Tranvate sul Membro è gemellata con Harford, Connecticut, U.S.A. dove si trova lo stabilimento della Allen Manufacturing Company, l’azienda che per prima ha distribuito la brugola negli Stati Uniti.

CURIOSITA’


A Tranvate sul Membro è stato dedicato il celeberrimo cruciverba de “La Settimana Enigmistica” Una gita a … n. 4433.

Il Mostro Inviato vi ringrazia per la lettura e vi esorta a visitare Tranvate sul Membro, il paradiso della brugola.

Pubblicato in I reportage del Mostro Inviato | Contrassegnato , , | 1 commento

Cercasi (ancora) taglia 44 – post fuori stagione, ma molto

I primi mesi del 2017 hanno tutta l’intenzione di farci rimpiangere l’anno horribilis bisestilis trascorso. Prima il freddo porco, poi la neve, dopo la pioggia, indi le esondazioni, le slavine e dulcis in fundo quattro belle scosse di terremoto. In hac lacrimarum valle l’unica arma per combattere cotanta sfiga è quella meravigliosa macchina del tempo che è la scrittura. Avevo scritto questo post all’inizio dell’estate scorsa e poi è rimasto in salamoia per tutti questi mesi. Adesso è giunto il momento di dargli una sistemata e pubblicarlo, con la speranza che riporti, almeno nel ricordo, un po’ di estate.

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Montesilvano, giugno 2016

Ho già abbondantemente pontificato sulla scomparsa della taglia 44,  anzi sulla sua effettiva vestibilità (di sicuro “non ci sono più le 44 di una volta”). Quello che ho patito l’inverno scorso alla ricerca di uno straccio da mettermi addosso mi sembrava una piaga tale al cui confronto le locuste e la pioggia fuoco e grandine di biblica memoria si ridimensionano a innocui contrattempi. Poi ho scoperto che c’è di peggio.

Adesso che  – pare –  l’estate si sia finalmente decisa a partire, incombe sul mio ignaro capino la spada di Damocle del costume da bagno. Quelli che posseggo sono sbrindellati, slentati, scoloriti e un po’ (ma proprio poco!) fuori moda, risalgono infatti a ere geologiche nemmeno presenti nei libri di petrografia. Obiettivamente – anche per una militante anti-shopping fatuo come me – è giunto il momento di rinnovare il guardaroba da spiaggia, altrimenti al primo bagno in mare rischio di uscire dai flutti con la mutanda sulle ginocchia e il reggiseno attorno al collo.

Se per la sottoscritta scegliere gli abiti è una sofferenza, provare i costumi da bagno è una specie di punizione divina. Tralascio tutta la trafila per cercare – e trovare! – un negozio che riesca a coniugare prezzi abbordabili, modelli decenti e materia prima di qualità discreta e arrivo al dunque. Vicino a casa c’è un negozio-laboratorio che confeziona costumi da bagno (volendo, anche su misura). Dall’esterno ha l’aspetto di un magazzino, poi ci entri e più o meno l’impressione è confermata. La prima cosa di cui ci si accorge è che fa un caldo tropicale, in quanto il condizionatore è rotto, come mi informa con solerzia l’unico maschio presente, che mi accoglie all’ingresso. Secondo me è un’astuta manovra di marketing: se fa caldo la cliente si spoglia più velocemente, si prova più costumi, compra di più e i titolari – oltre che a guadagnare di più – risparmiano anche sull’energia elettrica. Geni. A dare un’impressione di refrigerio, un enorme ventilatore da set cinematografico funziona a intermittenza (più no che sì) facendo un rumore assordante e muovendo di tanto in tanto l’aria rovente senza alcun risultato apprezzabile se non quello di provocare una insolita secchezza delle fauci e causare torcicollo da “colpo d’aria”.

All’ingresso una piccola area-ufficio ospita l’amministrazione e la cassa alla quale è assiso il maschio di cui sopra, che con uno sguardo solo ti fa la radiografia total body e secondo me si accorge pure se hai il fegato ingrossato, per quanto il suo sguardo è preciso. Dopodiché si entra nel negozio vero e proprio. Hic sunt leones, anzi hic sunt mulieres. Per affrontare orde di femmine sudaticce e imbizzarrite che si strappano dalle mani brandelli colorati di stoffa elasticizzata ci vogliono, nell’ordine: coraggio, sangue freddo, resistenza fisica e pelo sullo stomaco (invece gambe e inguini devono essere depilati con estrema cura, per evitare l’effetto labrador-che-esce-dall’acqua). In questa malabolgia dantesca le clienti si muovono in gruppetti di due o tre, organizzate e spietate come una squadra di Comsubin: una prova il costume, la seconda dà consigli estetici, la terza ràvana tra gli appendini alla ricerca di “quel modellino taaaaaanto carino” e che chissà dov’è finito. Dopo che la prima ha finito col primo costume, la seconda prende il suo posto nel camerino, la terza diventa assistente estetica, la prima ricopre il ruolo di ravanatrice e la trafila ricomincia.  Risultato: scòrdati di entrare nel camerino prima di quarantacinque minuti. Mi pento immediatamente di essere andata lì da sola – gravissimo errore tattico – ma devo portare a casa il risultato, altrimenti se esco di lì senza almeno un paio di bikini, il prode G. si preoccupa e io ho perso mezzo pomeriggio senza concludere una beneamata.

Approfittando di un attimo di distrazione di una cliente, riesco a infilarmi in un camerino e provo un paio di costumi. In questo momento della vita occorre un’autostima in acciaio inox 18/10, il sangue freddo di un essere ibernato e l’equilibrio psicofisico del capo dell’ufficio del personale della Apple. Sto per affrontare la prova costume. L’immagine che lo specchio rimanda è impietosa: la pelle è giallastra, soffocata da lunghi mesi sotto maglioni e giacche pesanti, e come se non bastasse le luci a neon le conferiscono una nuance cadaverica; cicce cascanti un po’ ovunque e un’aria affranta in volto, perché anche qui la taglia 44 è ormai più rara del thylacinus  cynocephalus. E nessun shopping assistant che faccia il suo mestiere, cioè che mi assista, per cui ogni volta mi devo rivestire, uscire, prendere quello che mi serve e infilarmi in un camerino lasciato incautamente incustodito. Uno stress. Che tra l’altro fino ad ora non ha prodotto granché, dato che non sono riuscita a trovare niente di mio gusto. Sto per abbandonare l’impresa, anche perché la folla di femmine imbizzarrite preme su più fronti per avere il camerino libero.

Prima di gettare la spugna però, noto un bel costume dalla fantasia che mi piace parecchio che è indossato da un manichino posto in zona semidefilata. A occhio e croce sembra anche di una taglia sufficientemente comoda in cui poter entrare senza produrre il tipico effetto “insaccato suino”. Il problema è che lo stesso modello è stato “attenzionato” anche da un’altra cliente , all’altro capo della stanza, che ha l’aria piuttosto agguerrita. Come in una scena di un duello del far west, ci avviciniamo a passi  lenti e cadenzati, con sguardo pieno di cupidigia all’oggetto del contendere. Nell’aria si diffonde la musica da duello di Morricone. La tensione è palpabile. Lei tenta di buggerarmi dicendo che ne esiste un altro “u-gu-a-le” appeso nelle grucce in fondo a destra, ma io non ci casco. Per fortuna le amiche la distraggono giusto quell’attimo che mi serve per chiedere alla commessa (una per tutto il negozio, praticamente una martire) di togliere il costume dal manichino, infilarmi in un camerino vuoto e provarlo. Spero che mi vada bene solo per non doverlo cedere alla tizia ingannatrice.

Fare shopping fa uscire la parte peggiore di me. E non solo davanti allo specchio.

 

Pubblicato in Pensieri in mutande | Contrassegnato , , | 1 commento

3.715.992.000 (tre miliardisettecentoquindicimilioninovecentonovaduemila)

La cifra qui sopra è, più o meno, il numero di battiti di un cuore umano che ha funzionato per centouno anni.

Un cuore che, più meno intenzionalmente, ha palpitato per i momenti della Storia del cosiddetto Secolo breve – e non mi ci metto nemmeno ad elencarli, ne verrebbe fuori un libro di testo – e che ha sicuramente accelerato i battiti nelle occasioni più importanti della vita, quelle che segnano l’esistenza di ognuno di noi, nel bene e nel male.

Il conteggio dei battiti di questo cuore centenario si è fermato due mesi fa. Ufficialmente. In realtà, come dice il poeta, si muore veramente solo quando il ricordo svanisce. E di ricordi belli ce ne sono tanti.

Ciao Nina, la terra ti sia lieve come lieve è stata la tua presenza, il tuo sorriso e la tua compagnia.

(L’unica cosa che non mi andava giù di te è che eri una fan scatenata di Silvio B. – ma è un dettaglio trascurabile – sono sicura che con 70-80 anni di meno avresti potuto fare un provino a Mediaset e diventare un’annunciatrice, per quanto eri bella.)

Veglia danzante di Carnevale 3 marzo 1953

Pubblicato in Pensieri in mutande | 2 commenti

Venitemi a trovare

Un mese fa, quasi tutta l’Italia ignorava dove fossero Rigopiano e Farindola. Dal 18 gennaio questi nomi rimbalzano sugli schermi di tutte le testate online, sui titoli dei notiziari e sui social, con frequenza esponenziale. Noi italiani impariamo la geografia del nostro Paese con il dolore. Veniamo a conoscenza di bellissimi luoghi cosiddetti “minori” per lo più quando vengono colpiti da qualche catastrofe, non perché, spinti da curiosità, ci avventuriamo fuori dalle rotte del turismo di massa. La maggioranza degli italiani, prima del 6 maggio del 1976, ignorava l’esistenza di paesi come Gemona, Venzone, Osoppo; prima del disastro del Vajont nessuno o quasi conosceva Longarone; purtroppo si potrebbe andare avanti per molto, perché di ripassi di geografia del dolore continuiamo a farne tanti, troppi.

Ecco, io adesso vorrei che conoscessimo il nostro Paese perché ci piace proprio andarlo a scoprire, ma non perché disgrazie di vario genere portano alla notorietà luoghi poco noti. Vorrei che lo visitassimo un pezzettino alla volta, il nostro Stivale, con calma, scambiando qualche parola con la gente, vincendo quella diffidenza che spesso ci accompagna quando lasciamo il comodo ambito del conosciuto, del “solito”, per qualcosa di cui non sappiamo molto, ma che promette tanto. Dopo la tragedia di Rigopiano, vorrei che veniste a trovarmi, in Abruzzo, questa regione che al Nord è considerata Meridione e che al Sud è vista come Settentrione, col risultato che alla fine non si riesce a capire bene che cos’è veramente questa terra. Dopo quello che è successo, la psicosi della valanga, fomentata a dismisura dai media, ha fatto cancellare a pioggia prenotazioni di vacanze, di gite, di svago. Il turismo è al minimo storico. Disdire una vacanza al mare perché è caduta una valanga in montagna sei mesi prima è da imbecilli, eppure c’è gente che lo ha fatto.

Allora io vi dico, va bene: venire in Abruzzo è pericoloso. Lo è perché potreste correre il rischio di innamorarvi di paesaggi affascinanti, come l’altopiano di Campo Imperatore, “il piccolo Tibet”, nelle parole di Fosco Maraini,

Piana di Campo Imperatore vista dal Monte Brancastello - foto di Lorenza Destro

Piana di Campo Imperatore vista dal Monte Brancastello – foto di Lorenza Destro

 

oppure camminare su sentieri selvaggi, alzare per caso lo sguardo e incontrare il vero padrone di casa.

dsc_1463

Rupicapra pyrenaica ornata nella Riserva del Feudo d’Ugni – foto di Giuseppe Marone

 

 

 

 

 

Potreste correre il rischio di passare da paesetti in cui le persone vi salutano e vi danno chiacchiera anche se non vi hanno mai visti prima. Si potrebbe correre il rischio di rimanere senza parole nel percorrere una litoranea con il mare a sinistra e, svoltata la curva, sulla destra, vedere il massiccio della Maiella, la Maja Madre rassicurante e serena, che vi sovrasta, pacifico e imponente.

Nelle sere limpide, si può correre il rischio di passeggiare sul lungomare e perdere tempo a ammirare il tramonto infuocato sul profilo del Gran Sasso, la Bella Addormentata.

La Bella Addormentata - foto di Lorenzo Felicioni

La Bella Addormentata – foto di Lorenzo Felicioni

Sì, è pericoloso, l’Abruzzo. La sindrome di Stendhal vi potrebbe colpire visitando chiese costruite da architetti che hanno fuso mirabilmente armonia naturale e manufatti umani

S. Maria in Valle Porclaneta - foto di Lorenza Destro

S. Maria in Valle Porclaneta – foto di Lorenza Destro

oppure che portano nelle loro mura antichi segni esoterici.

img_5055

Quadrato magico sulla facciata di S. Pietro ad Oratorium – foto di Lorenza Destro

Potreste correre il rischio di perdervi a passeggio per borghi quasi intatti,

dsc00983

la quiete di un vicolo di Pretoro – foto di Giuseppe Marone

per rocche e castelli ammantati di mistero

Roccaclascio al tramonto - foto di Lorenza Destro

Roccacalascio al tramonto – foto di Lorenza Destro

o lungo la costa ad ammirare “quella grande macchina pescatoria, simile allo scheletro colossale di un anfibio antidiluviano”.

dscn1812

Trabocco a Punta Aderci – foto di Lorenza Destro

Sì, i rischi sono tanti. Soprattutto se vi piace mangiare, il pericolo di far aumentare il giro vita è reale, ma che cavolo, mica vorrete condurre una vita da malati per morire da sani?Questa terra offre un ventaglio di prodotti che non vi racconto adesso, perché sarebbe troppo lungo (ma se volete ve li racconto a parte). Uno per tutti: mai sentito parlare di arrosticini?

Correteli, questi rischi, venite a trovarmi. Venite a trovarci. Per favore, non aspettate che sia un’altra catastrofe a farvi conoscere l’Abruzzo.

Pubblicato in Pensieri in mutande | Contrassegnato , , , , , , , , | 7 commenti

La fiera letteraria

La lettura è un’attività per lo più solitaria. Non che sia un male, anzi.  Potrei continuare elencando la bellezza dell’immaginare i personaggi, i luoghi, le situazioni in un mondo tutto del lettore, con la fantasia che si scatena a ogni suggestione eccetera eccetera. Ma chi legge conosce benissimo tutte queste cose e chi non legge si perde un sacco di divertimento. Tuttavia, ogni tanto è piacevole uscire da questa dimensione intima e il modo più facile per farlo, oltre che trascorrere oziosi e splendidi pomeriggi domenicali sotto l’ombrellone a discutere con le amiche (ho pochi amici maschi lettori e quei pochi non sono “ombrellonabili”) di questo o quel romanzo, è quello di assistere alle presentazioni dei libri, quei momenti in cui la sfera personale del lettore interseca per qualche ora il mondo dell’autore.

Personalmente, adoro presenziare a questo tipo di eventi. Il più delle volte gli incontri avvengono nelle librerie, questi luoghi magici, solitamente raccolti, in cui si crea una sorta di complicità tra lettore e autore – sempre che i librai siano in gamba – che con la pagina scritta è impossibile avere. Poi ci sono le biblioteche, i festival letterari e per le rockstar del libro, gli auditorium e le aulae magnae delle università, ma in quest’ultimo caso la forma quasi sempre prende più spazio della sostanza e il risultato è piuttosto scadente (a meno che non sia Andrea Camilleri a parlare, ma qui siamo a livelli inarrivabili ai più).

A dirla tutta, sono una drogata di presentazioni di libri. Mi piace vedere come si pone l’autore nei confronti del pubblico, mi incuriosisce scoprire che tipo di persona è l’autore – a volte completamente diverso dall’idea che mi ero fatta leggendo il libro – mi sfizia decidere se la persona che lo presenta è competente oppure no, in altre parole: quanto tempo ci vuole a capire se il “bravo presentatore” ha letto il libro di cui parla oppure spara cazzate all’urbigna. Ma più di tutto mi piace osservare il pubblico, perché in qualsiasi presentazione, dal libro di poesie dei mistici catalani al manuale per sturare il lavandino, c’è sempre lei (ma che può essere anche un lui): la fiera letteraria (FL).

"Leggere è un cibo per la mente e tutto ciò che ha che fare con il cibo deve per forza essere buono." (Snoopy)

“Leggere è un cibo per la mente e tutto ciò che ha che fare con il cibo deve per forza essere buono.” (Snoopy)

Questo soggetto, di indole feroce e violenta – ma solo quando si parla di libri – si presenta un’ora prima dell’inizio della presentazione, si siede rigorosamente in prima fila e in grembo tiene almeno un paio di libri dello scrittore in presentazione, con una miriade di segnalibro o “pecette” fosforescenti che fanno capolino dalle pagine. Spesso è un insegnante – in carica o ex – ma anche no, conosco FL che fanno lavori tra i più disparati, (buon) segno che la lettura non è affare solo di chi fa lavori “intellettuali”, qualsiasi cosa voglia dire questa parola. Di solito si dimena come una biscia sulla sedia finché non entra l’autore e solo allora si dà una calmata apparente. Spesso abborda il povero autore prima che si sieda, inondandolo di complimenti e chiedendo, non più la dedica sul libro ma l’ormai rituale foto da mettere seduta stante sui vari social.  Durante l’introduzione annuisce distrattamente, ostenta una noncuranza fastidiosa come a dire al presentatore “dai sbrigati che queste cose le so già”, sfoglia svogliatamente i volumi in attesa che la parola passi all’autore. A questo punto la FL si trasforma in una statua di sale il cui unico movimento è l’oscillazione verticale della testa, un po’ come facevano quegli orrendi pupazzi di plastica che negli anni ’70 andava di moda mettere sulla cappelliera dell’auto. Commenta con una risata soffocata un’arguzia dello scrittore, oppure con un mugugno rassegnato se il suddetto afferma tristi verità. Spesso ricerca sul libro il passo di cui si sta parlando e segue col dito la riga per essere sicura che l’autore non sbagli a citare a memoria (ma se l’ha scritto lui, lo saprà o no?)

Il momento di gloria della FL arriva alla fatidica frase: “Ci sono domande?”. Anzi, potrei affermare che la FL partecipa alle presentazione solo in funzione di questo istante. Dopo i tre-cinque secondi di silenzioso imbarazzo dell’uditorio, la FL fa scattare la manina e dopodiché è la fine. Mai dare la parola alla FL. Mai. Perché poi non la restituisce più. A questo punto la FL si suddivide in  ulteriori sottocategorie che vado ad elencare immantinente.

FL fan sfegatata: quella che prende la parola per esternare tutto il suo amore per lo scrittore/scrittrice, inizia ad elencare uno per uno i libri che ha letto (spesso tutti), quelli che le sono piaciuti di più, quelli di meno, quelli così così. Se l’autore è un esordiente, ci sbrighiamo in poco tempo; ma se l’autore è prolifico, l’elenco può durare anche una mezz’ora. La domanda è sempre: “a quando il prossimo libro?” oppure “quanto c’è di personale e quanto di inventato nel libro?”

FL filosofa-secchiona: quella che inizia dall’argomento del libro (che sia un romanzo metafisico o il manuale delle Giovani Marmotte, fa lo stesso) e parte per un seminario – non richiesto – sull’argomento, approfondendo aspetti inutili dell’argomento, al solo scopo di fare sfoggio di erudizione. La domanda è sempre: “quanto si è documentato/a per questo libro?”

FL autoreferenziale: è la più pericolosa. Inizia con “prendo spunto dalle vicende del libro per …” e giù tutta una serie di fatti personali di una noia sesquipedale di cui essa è protagonista indiscussa. Parte un pippone psicologico in cui affiorano vicende quasi sempre tristi e deprimenti – separazioni, malattie, pestilenze, decessi violenti, qualsiasi cosa che coinvolga dolore, morte e distruzione – che spesso non hanno niente a che vedere con il libro. Fatti che non interessano a nessuno, ma proprio nessuno. Dopo un quarto d’ora di scempiaggini il pubblico – giustamente – si rompe le balle e inizia a distrarsi, il presentatore guarda con impazienza l’orologio e l’autore finge attenzione mentre in faccia gli si legge “ma che c***o sta dicendo questo/a”. E qui si vede se l’ospite ha polso o meno, perché solo lui è in grado di uscire da questo fiume in piena di logorrea inutile. Poiché la FL non ha una vera domanda da porre, ma le piace solo sentire la propria voce, l’autore con i controcazzi ad un certo punto si inserisce nel discorso, prende in mano la faccenda e pone fine allo sproloquio. Spesso però capita che l’autore, per educazione o per scarsa esperienza, lasci parlare la FL ad libitum fino a quando nella sala rimangono solo loro due, dopo che il resto del pubblico è andato a casa, ha cenato e ha anche digerito. Quello che mi è piaciuto di più di tutti è stato uno scrittore che, dopo venti minuti di ciarle, ha chiesto: “Qual è la domanda?” facendo affondare la FL in un meraviglioso mutismo.

Un tempo queste FL mi infastidivano, le consideravo perniciose come il punteruolo rosso per le palme. Col tempo, ho iniziato ad apprezzare le loro esternazioni e devo dire che il divertimento è assicurato. Quasi quasi vado alle presentazioni più per sentire loro che per l’autore…

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , , , | 2 commenti

Il remigino (ovvero: come NON sono diventata un’assassina seriale) – ricordi scolastici seconda parte

A parziale risarcimento dell’annus horribilis trascorso con la Cannasecca, dopo un anno interlocutorio con una maestra piscologicamente “normale”, arrivò lui. Un maestro maschio è già difficile da trovare, un maestro maschio bravo, simpatico e allegro è un’autentica rarità. Ed è toccata a me, questa gemma preziosa, assieme a un bel po’ di alunni fortunati.

Il maestro aveva il raro dono della leggerezza calviniana,  la capacità di “planare sulle cose dall’alto”. Spiegava qualsiasi cosa, dalla geografia alla storia, come se stesse raccontando un fatto successo ieri in cui tutti eravamo coinvolti per un motivo o per un altro: possedeva il segreto di appassionare anche i più refrattari a qualsiasi nozione. Raccontava spessissimo dei suoi tre figli, due femmine e un maschio tanto che, nel giro di poco tempo, erano diventati quasi dei fratelli acquisiti. Non ricordo più gli aneddoti nel dettaglio, ma ogni storia era spassosissima e mai fine a se stessa. Alla fine di ogni racconto, che partiva da un pretesto apparentemente lontano anni luce dall’argomento che si stava trattando, c’era sempre un insegnamento di carattere civico, etico o di savoir vivre. Materie che non sono inserite nel piano didattico ma che sono più utili – a volte – della conoscenza delle guerre puniche.

italo-1_fotor

Me lo ricordo ancora, snello, curato nel vestire e nella persona, un po’ calviniano anche nell’aspetto, con le camicie oxford sempre impeccabili (secondo me se le stirava lui personalmente), perfettamente rasato e con l’inconfondibile profumo di dopobarba Atkinson’s, dotato di un naturale senso dell’understament. Era sempre circondato da un nugolo di colleghe starnazzanti, dato che alla “Pascoli” i maestri uomini erano solo tre contro una maggioranza schiacciante di maestre più o meno attempate. Noi bambine pendevamo letteralmente dalle sue labbra e anche i maschietti erano affascinati dall’autorevolezza con cui ci guidava durante la mattinata. Ma soprattutto ricordo l’allegria che portava con sé: con lui ho imparato ad imparare, ho capito che la condizione principale per apprendere senza sforzo è essere sereni, rilassati, senza ansia, senza quaderni buttati per aria, senza scene madri con urla e strepiti. Riusciva a far ragionare anche i più somari e ogni volta si inventava qualcosa di nuovo per stimolare le nostre menti in via formazione. Gli sarò sempre riconoscente per avermi fatto apprezzare il basso profilo, il prendersi poco sul serio quel giusto che aiuta a vivere meglio e ad affrontare con cuore sereno quello che ci riserva la vita, nel bene e nel male. Grazie a lui ho rivalutato la mia idea di scuola e alla fine non la trovavo nemmeno tanto brutta, tanto che sono anche riuscita a finire il mio cursus studiorum – cosa di cui dubitavo, dopo un anno di Cannasecca.

Quindi, se le patrie galere non ospitano (almeno fino ad oggi) un’assassina seriale , è tutto merito del maestro Aronne Vanzan.

(Dedico questo post a tutti i meravigliosi maestri elementari d’Italia – chi legge, sa.)

Pubblicato in Pensieri in mutande | 2 commenti