Il Mostro Inviato a Tranvate Sul Membro, il paese della brugola

Tranvate sul Membro, 13 maggio 2017

Perché visitare Parigi, Londra, New York? Perché cercare lontano quello che avete qui, a portata di mano? (come cantava il grande Edoardo Bennato). Il vostro Mostro abbandona le rotte consolidate del turismo di massa e solo per voi cari lettori – lo so, è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare – ha visitato uno dei numerosi e bellissimi borghi italiani, tanto affascinanti quanto sconosciuti: Tranvate sul Membro, in Lombardia.

CENNI STORICI


Tranvate sul Membro è un antico insediamento longobardo risalente all’interregno della regina Gundeperga (VII sec. d.C.), situato sul Membro, fiume caratterizzato, nei pressi del paese, da un corso sinuoso e involuto tanto da farlo sembrare un organo riproduttore maschile, da cui il nome. Il nome Tranvate è recente, in quanto il sito, ad alta vocazione industriale, ospita un gran numero di officine metalmeccaniche per lo più adibite alla costruzione di convogli prima tranviari e poi ferroviari. L’antico nome longobardo era invece Brugulundi, cioè terra di Brugulprando re, nome che, con molta probabilità – ma le fonti non sono certe –  ispirò Leonardo Da Vinci per nominare l’utensile da lui inventato durante un suo breve soggiorno in questo paese: la brugola.

Nel Codice Atlantico sono state infatti ritrovati schizzi della brugola, attrezzo che tutti noi oggi

La pagina del Codice Atlantico di Leonardo che contiene il primo disegno della brugola (Milano, Biblioteca Ambrosiana)

usiamo quando dobbiamo montare, ad esempio, un mobile dell’IKEA. Il genio di Vinci così la descrive:

trattasi di humile benché utilissimo istromento atto a fissare tutte quelle parti che abbisognano di serraggio securo et affidabile. Ideai la sua hexagonale conformatione affinchè il suo uso risulti facillimo anche per coloro i quali non abbiano domestichezza con l’arte del montaggio delle suppellettili scandinave.

 

PANORAMICA


Bene, dopo questo breve excursus storico-geografico, iniziamo la nostra visita e imbocchiamo la via principale del paese, viale Egidio Brugola. Lo stile architettonico più diffuso nel paese è il tard opost-industriale con elementi di dadaismo, poiché gli antichi insediamenti longobardi e in seguito rinascimentali sono stati abbattuti per fare spazio ai tipici capannoni con lucernario a shed. Infatti l’industrioso tranviese ama riprodurre nella dimora privata lo stile aziendale che tanto ama. L’interno delle case rispecchia l’ambiente aziendale: bagni divisi per maschi e femmine, armadietti in metallo al posto delle cabine armadio e curiosamente, le case non hanno la cucina, ma ogni isolato è servito da una mensa aziendal-domestica.

La pianta del paese è molto semplice: il corso principale presenta una sola curva a gomito a destra e prosegue per altri 500 metri, alla fine dei quali è possibile ammirare il monumento alla brugola, una riproduzione in iridio del famoso attrezzo, che si trova antistante il celeberrimo “Museo dell’utensile” (aperto da martedì a domenica dalle 10 alle 20, ingresso € 8,00, ridotti € 6,50 con la BrugolaCard).

Nonostante la semplicità della sua topografia, il paese rappresenta un insieme gradevole e ben equilibrato, che vale sicuramente la pena di visitare. In particolare, per i suoi trascorsi industriali, Tranvate sul Membro è meta di elezione per metalmeccanici, fabbri, ferrotranvieri e semplici estimatori del fai-da-te meccanico.

GASTRONOMIA


Assolutamente da provare i brugolini, spaghetti speciali di sezione esagonale conditi con l’olio esausto proveniente dalle macchine utensili, una vera eccellenza gastronomica. Da bere, un ottimo vino dal forte retrogusto metallico, il Burgundibus, proveniente da vitigni di Bonarda e Cabernet franc.

EVENTI


Nella prima settimana di settembre si tiene la Sagra della Brugola, con gare di velocità di avvitamento di viti, elezione di Miss Brugola, gara di resistenza a tranvate sui membri (solo per gli uomini) e concorso di riciclo dell’avanzo da mensa aziendale.

GEMELLAGGI


Tranvate sul Membro è gemellata con Harford, Connecticut, U.S.A. dove si trova lo stabilimento della Allen Manufacturing Company, l’azienda che per prima ha distribuito la brugola negli Stati Uniti.

CURIOSITA’


A Tranvate sul Membro è stato dedicato il celeberrimo cruciverba de “La Settimana Enigmistica” Una gita a … n. 4433.

Il Mostro Inviato vi ringrazia per la lettura e vi esorta a visitare Tranvate sul Membro, il paradiso della brugola.

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Cercasi (ancora) taglia 44 – post fuori stagione, ma molto

I primi mesi del 2017 hanno tutta l’intenzione di farci rimpiangere l’anno horribilis bisestilis trascorso. Prima il freddo porco, poi la neve, dopo la pioggia, indi le esondazioni, le slavine e dulcis in fundo quattro belle scosse di terremoto. In hac lacrimarum valle l’unica arma per combattere cotanta sfiga è quella meravigliosa macchina del tempo che è la scrittura. Avevo scritto questo post all’inizio dell’estate scorsa e poi è rimasto in salamoia per tutti questi mesi. Adesso è giunto il momento di dargli una sistemata e pubblicarlo, con la speranza che riporti, almeno nel ricordo, un po’ di estate.

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Montesilvano, giugno 2016

Ho già abbondantemente pontificato sulla scomparsa della taglia 44,  anzi sulla sua effettiva vestibilità (di sicuro “non ci sono più le 44 di una volta”). Quello che ho patito l’inverno scorso alla ricerca di uno straccio da mettermi addosso mi sembrava una piaga tale al cui confronto le locuste e la pioggia fuoco e grandine di biblica memoria si ridimensionano a innocui contrattempi. Poi ho scoperto che c’è di peggio.

Adesso che  – pare –  l’estate si sia finalmente decisa a partire, incombe sul mio ignaro capino la spada di Damocle del costume da bagno. Quelli che posseggo sono sbrindellati, slentati, scoloriti e un po’ (ma proprio poco!) fuori moda, risalgono infatti a ere geologiche nemmeno presenti nei libri di petrografia. Obiettivamente – anche per una militante anti-shopping fatuo come me – è giunto il momento di rinnovare il guardaroba da spiaggia, altrimenti al primo bagno in mare rischio di uscire dai flutti con la mutanda sulle ginocchia e il reggiseno attorno al collo.

Se per la sottoscritta scegliere gli abiti è una sofferenza, provare i costumi da bagno è una specie di punizione divina. Tralascio tutta la trafila per cercare – e trovare! – un negozio che riesca a coniugare prezzi abbordabili, modelli decenti e materia prima di qualità discreta e arrivo al dunque. Vicino a casa c’è un negozio-laboratorio che confeziona costumi da bagno (volendo, anche su misura). Dall’esterno ha l’aspetto di un magazzino, poi ci entri e più o meno l’impressione è confermata. La prima cosa di cui ci si accorge è che fa un caldo tropicale, in quanto il condizionatore è rotto, come mi informa con solerzia l’unico maschio presente, che mi accoglie all’ingresso. Secondo me è un’astuta manovra di marketing: se fa caldo la cliente si spoglia più velocemente, si prova più costumi, compra di più e i titolari – oltre che a guadagnare di più – risparmiano anche sull’energia elettrica. Geni. A dare un’impressione di refrigerio, un enorme ventilatore da set cinematografico funziona a intermittenza (più no che sì) facendo un rumore assordante e muovendo di tanto in tanto l’aria rovente senza alcun risultato apprezzabile se non quello di provocare una insolita secchezza delle fauci e causare torcicollo da “colpo d’aria”.

All’ingresso una piccola area-ufficio ospita l’amministrazione e la cassa alla quale è assiso il maschio di cui sopra, che con uno sguardo solo ti fa la radiografia total body e secondo me si accorge pure se hai il fegato ingrossato, per quanto il suo sguardo è preciso. Dopodiché si entra nel negozio vero e proprio. Hic sunt leones, anzi hic sunt mulieres. Per affrontare orde di femmine sudaticce e imbizzarrite che si strappano dalle mani brandelli colorati di stoffa elasticizzata ci vogliono, nell’ordine: coraggio, sangue freddo, resistenza fisica e pelo sullo stomaco (invece gambe e inguini devono essere depilati con estrema cura, per evitare l’effetto labrador-che-esce-dall’acqua). In questa malabolgia dantesca le clienti si muovono in gruppetti di due o tre, organizzate e spietate come una squadra di Comsubin: una prova il costume, la seconda dà consigli estetici, la terza ràvana tra gli appendini alla ricerca di “quel modellino taaaaaanto carino” e che chissà dov’è finito. Dopo che la prima ha finito col primo costume, la seconda prende il suo posto nel camerino, la terza diventa assistente estetica, la prima ricopre il ruolo di ravanatrice e la trafila ricomincia.  Risultato: scòrdati di entrare nel camerino prima di quarantacinque minuti. Mi pento immediatamente di essere andata lì da sola – gravissimo errore tattico – ma devo portare a casa il risultato, altrimenti se esco di lì senza almeno un paio di bikini, il prode G. si preoccupa e io ho perso mezzo pomeriggio senza concludere una beneamata.

Approfittando di un attimo di distrazione di una cliente, riesco a infilarmi in un camerino e provo un paio di costumi. In questo momento della vita occorre un’autostima in acciaio inox 18/10, il sangue freddo di un essere ibernato e l’equilibrio psicofisico del capo dell’ufficio del personale della Apple. Sto per affrontare la prova costume. L’immagine che lo specchio rimanda è impietosa: la pelle è giallastra, soffocata da lunghi mesi sotto maglioni e giacche pesanti, e come se non bastasse le luci a neon le conferiscono una nuance cadaverica; cicce cascanti un po’ ovunque e un’aria affranta in volto, perché anche qui la taglia 44 è ormai più rara del thylacinus  cynocephalus. E nessun shopping assistant che faccia il suo mestiere, cioè che mi assista, per cui ogni volta mi devo rivestire, uscire, prendere quello che mi serve e infilarmi in un camerino lasciato incautamente incustodito. Uno stress. Che tra l’altro fino ad ora non ha prodotto granché, dato che non sono riuscita a trovare niente di mio gusto. Sto per abbandonare l’impresa, anche perché la folla di femmine imbizzarrite preme su più fronti per avere il camerino libero.

Prima di gettare la spugna però, noto un bel costume dalla fantasia che mi piace parecchio che è indossato da un manichino posto in zona semidefilata. A occhio e croce sembra anche di una taglia sufficientemente comoda in cui poter entrare senza produrre il tipico effetto “insaccato suino”. Il problema è che lo stesso modello è stato “attenzionato” anche da un’altra cliente , all’altro capo della stanza, che ha l’aria piuttosto agguerrita. Come in una scena di un duello del far west, ci avviciniamo a passi  lenti e cadenzati, con sguardo pieno di cupidigia all’oggetto del contendere. Nell’aria si diffonde la musica da duello di Morricone. La tensione è palpabile. Lei tenta di buggerarmi dicendo che ne esiste un altro “u-gu-a-le” appeso nelle grucce in fondo a destra, ma io non ci casco. Per fortuna le amiche la distraggono giusto quell’attimo che mi serve per chiedere alla commessa (una per tutto il negozio, praticamente una martire) di togliere il costume dal manichino, infilarmi in un camerino vuoto e provarlo. Spero che mi vada bene solo per non doverlo cedere alla tizia ingannatrice.

Fare shopping fa uscire la parte peggiore di me. E non solo davanti allo specchio.

 

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3.715.992.000 (tre miliardisettecentoquindicimilioninovecentonovaduemila)

La cifra qui sopra è, più o meno, il numero di battiti di un cuore umano che ha funzionato per centouno anni.

Un cuore che, più meno intenzionalmente, ha palpitato per i momenti della Storia del cosiddetto Secolo breve – e non mi ci metto nemmeno ad elencarli, ne verrebbe fuori un libro di testo – e che ha sicuramente accelerato i battiti nelle occasioni più importanti della vita, quelle che segnano l’esistenza di ognuno di noi, nel bene e nel male.

Il conteggio dei battiti di questo cuore centenario si è fermato due mesi fa. Ufficialmente. In realtà, come dice il poeta, si muore veramente solo quando il ricordo svanisce. E di ricordi belli ce ne sono tanti.

Ciao Nina, la terra ti sia lieve come lieve è stata la tua presenza, il tuo sorriso e la tua compagnia.

(L’unica cosa che non mi andava giù di te è che eri una fan scatenata di Silvio B. – ma è un dettaglio trascurabile – sono sicura che con 70-80 anni di meno avresti potuto fare un provino a Mediaset e diventare un’annunciatrice, per quanto eri bella.)

Veglia danzante di Carnevale 3 marzo 1953

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Venitemi a trovare

Un mese fa, quasi tutta l’Italia ignorava dove fossero Rigopiano e Farindola. Dal 18 gennaio questi nomi rimbalzano sugli schermi di tutte le testate online, sui titoli dei notiziari e sui social, con frequenza esponenziale. Noi italiani impariamo la geografia del nostro Paese con il dolore. Veniamo a conoscenza di bellissimi luoghi cosiddetti “minori” per lo più quando vengono colpiti da qualche catastrofe, non perché, spinti da curiosità, ci avventuriamo fuori dalle rotte del turismo di massa. La maggioranza degli italiani, prima del 6 maggio del 1976, ignorava l’esistenza di paesi come Gemona, Venzone, Osoppo; prima del disastro del Vajont nessuno o quasi conosceva Longarone; purtroppo si potrebbe andare avanti per molto, perché di ripassi di geografia del dolore continuiamo a farne tanti, troppi.

Ecco, io adesso vorrei che conoscessimo il nostro Paese perché ci piace proprio andarlo a scoprire, ma non perché disgrazie di vario genere portano alla notorietà luoghi poco noti. Vorrei che lo visitassimo un pezzettino alla volta, il nostro Stivale, con calma, scambiando qualche parola con la gente, vincendo quella diffidenza che spesso ci accompagna quando lasciamo il comodo ambito del conosciuto, del “solito”, per qualcosa di cui non sappiamo molto, ma che promette tanto. Dopo la tragedia di Rigopiano, vorrei che veniste a trovarmi, in Abruzzo, questa regione che al Nord è considerata Meridione e che al Sud è vista come Settentrione, col risultato che alla fine non si riesce a capire bene che cos’è veramente questa terra. Dopo quello che è successo, la psicosi della valanga, fomentata a dismisura dai media, ha fatto cancellare a pioggia prenotazioni di vacanze, di gite, di svago. Il turismo è al minimo storico. Disdire una vacanza al mare perché è caduta una valanga in montagna sei mesi prima è da imbecilli, eppure c’è gente che lo ha fatto.

Allora io vi dico, va bene: venire in Abruzzo è pericoloso. Lo è perché potreste correre il rischio di innamorarvi di paesaggi affascinanti, come l’altopiano di Campo Imperatore, “il piccolo Tibet”, nelle parole di Fosco Maraini,

Piana di Campo Imperatore vista dal Monte Brancastello - foto di Lorenza Destro

Piana di Campo Imperatore vista dal Monte Brancastello – foto di Lorenza Destro

 

oppure camminare su sentieri selvaggi, alzare per caso lo sguardo e incontrare il vero padrone di casa.

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Rupicapra pyrenaica ornata nella Riserva del Feudo d’Ugni – foto di Giuseppe Marone

 

 

 

 

 

Potreste correre il rischio di passare da paesetti in cui le persone vi salutano e vi danno chiacchiera anche se non vi hanno mai visti prima. Si potrebbe correre il rischio di rimanere senza parole nel percorrere una litoranea con il mare a sinistra e, svoltata la curva, sulla destra, vedere il massiccio della Maiella, la Maja Madre rassicurante e serena, che vi sovrasta, pacifico e imponente.

Nelle sere limpide, si può correre il rischio di passeggiare sul lungomare e perdere tempo a ammirare il tramonto infuocato sul profilo del Gran Sasso, la Bella Addormentata.

La Bella Addormentata - foto di Lorenzo Felicioni

La Bella Addormentata – foto di Lorenzo Felicioni

Sì, è pericoloso, l’Abruzzo. La sindrome di Stendhal vi potrebbe colpire visitando chiese costruite da architetti che hanno fuso mirabilmente armonia naturale e manufatti umani

S. Maria in Valle Porclaneta - foto di Lorenza Destro

S. Maria in Valle Porclaneta – foto di Lorenza Destro

oppure che portano nelle loro mura antichi segni esoterici.

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Quadrato magico sulla facciata di S. Pietro ad Oratorium – foto di Lorenza Destro

Potreste correre il rischio di perdervi a passeggio per borghi quasi intatti,

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la quiete di un vicolo di Pretoro – foto di Giuseppe Marone

per rocche e castelli ammantati di mistero

Roccaclascio al tramonto - foto di Lorenza Destro

Roccacalascio al tramonto – foto di Lorenza Destro

o lungo la costa ad ammirare “quella grande macchina pescatoria, simile allo scheletro colossale di un anfibio antidiluviano”.

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Trabocco a Punta Aderci – foto di Lorenza Destro

Sì, i rischi sono tanti. Soprattutto se vi piace mangiare, il pericolo di far aumentare il giro vita è reale, ma che cavolo, mica vorrete condurre una vita da malati per morire da sani?Questa terra offre un ventaglio di prodotti che non vi racconto adesso, perché sarebbe troppo lungo (ma se volete ve li racconto a parte). Uno per tutti: mai sentito parlare di arrosticini?

Correteli, questi rischi, venite a trovarmi. Venite a trovarci. Per favore, non aspettate che sia un’altra catastrofe a farvi conoscere l’Abruzzo.

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La fiera letteraria

La lettura è un’attività per lo più solitaria. Non che sia un male, anzi.  Potrei continuare elencando la bellezza dell’immaginare i personaggi, i luoghi, le situazioni in un mondo tutto del lettore, con la fantasia che si scatena a ogni suggestione eccetera eccetera. Ma chi legge conosce benissimo tutte queste cose e chi non legge si perde un sacco di divertimento. Tuttavia, ogni tanto è piacevole uscire da questa dimensione intima e il modo più facile per farlo, oltre che trascorrere oziosi e splendidi pomeriggi domenicali sotto l’ombrellone a discutere con le amiche (ho pochi amici maschi lettori e quei pochi non sono “ombrellonabili”) di questo o quel romanzo, è quello di assistere alle presentazioni dei libri, quei momenti in cui la sfera personale del lettore interseca per qualche ora il mondo dell’autore.

Personalmente, adoro presenziare a questo tipo di eventi. Il più delle volte gli incontri avvengono nelle librerie, questi luoghi magici, solitamente raccolti, in cui si crea una sorta di complicità tra lettore e autore – sempre che i librai siano in gamba – che con la pagina scritta è impossibile avere. Poi ci sono le biblioteche, i festival letterari e per le rockstar del libro, gli auditorium e le aulae magnae delle università, ma in quest’ultimo caso la forma quasi sempre prende più spazio della sostanza e il risultato è piuttosto scadente (a meno che non sia Andrea Camilleri a parlare, ma qui siamo a livelli inarrivabili ai più).

A dirla tutta, sono una drogata di presentazioni di libri. Mi piace vedere come si pone l’autore nei confronti del pubblico, mi incuriosisce scoprire che tipo di persona è l’autore – a volte completamente diverso dall’idea che mi ero fatta leggendo il libro – mi sfizia decidere se la persona che lo presenta è competente oppure no, in altre parole: quanto tempo ci vuole a capire se il “bravo presentatore” ha letto il libro di cui parla oppure spara cazzate all’urbigna. Ma più di tutto mi piace osservare il pubblico, perché in qualsiasi presentazione, dal libro di poesie dei mistici catalani al manuale per sturare il lavandino, c’è sempre lei (ma che può essere anche un lui): la fiera letteraria (FL).

"Leggere è un cibo per la mente e tutto ciò che ha che fare con il cibo deve per forza essere buono." (Snoopy)

“Leggere è un cibo per la mente e tutto ciò che ha che fare con il cibo deve per forza essere buono.” (Snoopy)

Questo soggetto, di indole feroce e violenta – ma solo quando si parla di libri – si presenta un’ora prima dell’inizio della presentazione, si siede rigorosamente in prima fila e in grembo tiene almeno un paio di libri dello scrittore in presentazione, con una miriade di segnalibro o “pecette” fosforescenti che fanno capolino dalle pagine. Spesso è un insegnante – in carica o ex – ma anche no, conosco FL che fanno lavori tra i più disparati, (buon) segno che la lettura non è affare solo di chi fa lavori “intellettuali”, qualsiasi cosa voglia dire questa parola. Di solito si dimena come una biscia sulla sedia finché non entra l’autore e solo allora si dà una calmata apparente. Spesso abborda il povero autore prima che si sieda, inondandolo di complimenti e chiedendo, non più la dedica sul libro ma l’ormai rituale foto da mettere seduta stante sui vari social.  Durante l’introduzione annuisce distrattamente, ostenta una noncuranza fastidiosa come a dire al presentatore “dai sbrigati che queste cose le so già”, sfoglia svogliatamente i volumi in attesa che la parola passi all’autore. A questo punto la FL si trasforma in una statua di sale il cui unico movimento è l’oscillazione verticale della testa, un po’ come facevano quegli orrendi pupazzi di plastica che negli anni ’70 andava di moda mettere sulla cappelliera dell’auto. Commenta con una risata soffocata un’arguzia dello scrittore, oppure con un mugugno rassegnato se il suddetto afferma tristi verità. Spesso ricerca sul libro il passo di cui si sta parlando e segue col dito la riga per essere sicura che l’autore non sbagli a citare a memoria (ma se l’ha scritto lui, lo saprà o no?)

Il momento di gloria della FL arriva alla fatidica frase: “Ci sono domande?”. Anzi, potrei affermare che la FL partecipa alle presentazione solo in funzione di questo istante. Dopo i tre-cinque secondi di silenzioso imbarazzo dell’uditorio, la FL fa scattare la manina e dopodiché è la fine. Mai dare la parola alla FL. Mai. Perché poi non la restituisce più. A questo punto la FL si suddivide in  ulteriori sottocategorie che vado ad elencare immantinente.

FL fan sfegatata: quella che prende la parola per esternare tutto il suo amore per lo scrittore/scrittrice, inizia ad elencare uno per uno i libri che ha letto (spesso tutti), quelli che le sono piaciuti di più, quelli di meno, quelli così così. Se l’autore è un esordiente, ci sbrighiamo in poco tempo; ma se l’autore è prolifico, l’elenco può durare anche una mezz’ora. La domanda è sempre: “a quando il prossimo libro?” oppure “quanto c’è di personale e quanto di inventato nel libro?”

FL filosofa-secchiona: quella che inizia dall’argomento del libro (che sia un romanzo metafisico o il manuale delle Giovani Marmotte, fa lo stesso) e parte per un seminario – non richiesto – sull’argomento, approfondendo aspetti inutili dell’argomento, al solo scopo di fare sfoggio di erudizione. La domanda è sempre: “quanto si è documentato/a per questo libro?”

FL autoreferenziale: è la più pericolosa. Inizia con “prendo spunto dalle vicende del libro per …” e giù tutta una serie di fatti personali di una noia sesquipedale di cui essa è protagonista indiscussa. Parte un pippone psicologico in cui affiorano vicende quasi sempre tristi e deprimenti – separazioni, malattie, pestilenze, decessi violenti, qualsiasi cosa che coinvolga dolore, morte e distruzione – che spesso non hanno niente a che vedere con il libro. Fatti che non interessano a nessuno, ma proprio nessuno. Dopo un quarto d’ora di scempiaggini il pubblico – giustamente – si rompe le balle e inizia a distrarsi, il presentatore guarda con impazienza l’orologio e l’autore finge attenzione mentre in faccia gli si legge “ma che c***o sta dicendo questo/a”. E qui si vede se l’ospite ha polso o meno, perché solo lui è in grado di uscire da questo fiume in piena di logorrea inutile. Poiché la FL non ha una vera domanda da porre, ma le piace solo sentire la propria voce, l’autore con i controcazzi ad un certo punto si inserisce nel discorso, prende in mano la faccenda e pone fine allo sproloquio. Spesso però capita che l’autore, per educazione o per scarsa esperienza, lasci parlare la FL ad libitum fino a quando nella sala rimangono solo loro due, dopo che il resto del pubblico è andato a casa, ha cenato e ha anche digerito. Quello che mi è piaciuto di più di tutti è stato uno scrittore che, dopo venti minuti di ciarle, ha chiesto: “Qual è la domanda?” facendo affondare la FL in un meraviglioso mutismo.

Un tempo queste FL mi infastidivano, le consideravo perniciose come il punteruolo rosso per le palme. Col tempo, ho iniziato ad apprezzare le loro esternazioni e devo dire che il divertimento è assicurato. Quasi quasi vado alle presentazioni più per sentire loro che per l’autore…

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Il remigino (ovvero: come NON sono diventata un’assassina seriale) – ricordi scolastici seconda parte

A parziale risarcimento dell’annus horribilis trascorso con la Cannasecca, dopo un anno interlocutorio con una maestra piscologicamente “normale”, arrivò lui. Un maestro maschio è già difficile da trovare, un maestro maschio bravo, simpatico e allegro è un’autentica rarità. Ed è toccata a me, questa gemma preziosa, assieme a un bel po’ di alunni fortunati.

Il maestro aveva il raro dono della leggerezza calviniana,  la capacità di “planare sulle cose dall’alto”. Spiegava qualsiasi cosa, dalla geografia alla storia, come se stesse raccontando un fatto successo ieri in cui tutti eravamo coinvolti per un motivo o per un altro: possedeva il segreto di appassionare anche i più refrattari a qualsiasi nozione. Raccontava spessissimo dei suoi tre figli, due femmine e un maschio tanto che, nel giro di poco tempo, erano diventati quasi dei fratelli acquisiti. Non ricordo più gli aneddoti nel dettaglio, ma ogni storia era spassosissima e mai fine a se stessa. Alla fine di ogni racconto, che partiva da un pretesto apparentemente lontano anni luce dall’argomento che si stava trattando, c’era sempre un insegnamento di carattere civico, etico o di savoir vivre. Materie che non sono inserite nel piano didattico ma che sono più utili – a volte – della conoscenza delle guerre puniche.

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Me lo ricordo ancora, snello, curato nel vestire e nella persona, un po’ calviniano anche nell’aspetto, con le camicie oxford sempre impeccabili (secondo me se le stirava lui personalmente), perfettamente rasato e con l’inconfondibile profumo di dopobarba Atkinson’s, dotato di un naturale senso dell’understament. Era sempre circondato da un nugolo di colleghe starnazzanti, dato che alla “Pascoli” i maestri uomini erano solo tre contro una maggioranza schiacciante di maestre più o meno attempate. Noi bambine pendevamo letteralmente dalle sue labbra e anche i maschietti erano affascinati dall’autorevolezza con cui ci guidava durante la mattinata. Ma soprattutto ricordo l’allegria che portava con sé: con lui ho imparato ad imparare, ho capito che la condizione principale per apprendere senza sforzo è essere sereni, rilassati, senza ansia, senza quaderni buttati per aria, senza scene madri con urla e strepiti. Riusciva a far ragionare anche i più somari e ogni volta si inventava qualcosa di nuovo per stimolare le nostre menti in via formazione. Gli sarò sempre riconoscente per avermi fatto apprezzare il basso profilo, il prendersi poco sul serio quel giusto che aiuta a vivere meglio e ad affrontare con cuore sereno quello che ci riserva la vita, nel bene e nel male. Grazie a lui ho rivalutato la mia idea di scuola e alla fine non la trovavo nemmeno tanto brutta, tanto che sono anche riuscita a finire il mio cursus studiorum – cosa di cui dubitavo, dopo un anno di Cannasecca.

Quindi, se le patrie galere non ospitano (almeno fino ad oggi) un’assassina seriale , è tutto merito del maestro Aronne Vanzan.

(Dedico questo post a tutti i meravigliosi maestri elementari d’Italia – chi legge, sa.)

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Il remigino (ovvero: come NON sono diventata un’assassina seriale) – ricordi di scuola parte prima

Ho un’età a causa della quale associo il 1° ottobre (San Remigio) al primo giorno di scuola. Anch’io sono stata un “remigino”, anzi, una remigina, simpatico appellativo con cui venivano chiamati, anni fa, i bambini che frequentavano la prima elementare.

Di recente ho pulito la cantina di casa di mamma e nel mare magnum del ciarpame ignobile misto a ricordi preziosi a quali non rinuncerei per nulla al mondo, è affiorato un pacchetto di foglietti giallini e azzurrini: le pagelle. Ho interrotto immediatamente il processo di “decluttering”  – parola fighissima per dire più prosaicamente  “fare piazza pulita” – e sono entrata in una specie di macchina del tempo. Quando ho visto il nome della maestra di prima elementare, un fiotto di bile si è arrampicato su per l’esofago, ha riempito il cavo orale e da lì, in puro stile esorcista, ha irrorato la parete immacolata della lavanderia/cantina.

Nei primi tre mesi di scuola, cambiavo maestra ogni quindici-venti giorni. Ogni quattro-cinque giorni arrivava qualche matrona dalla faccia devastata dalle rughe, dal culone molliccio e dai vestiti di quattro stagioni precedenti, raccontava due stronzate in croce e spariva, per essere rimpiazzata da un’altra che più o meno si comportava allo stesso modo. Poiché nessuno mi aveva spiegato come funzionava la scuola, pensavo che fosse la norma avere in classe questa sfilata di femmine dall’aspetto sciatto e trasandato. Solo a me capitavano queste lavandare, perché nelle altre classi entravano maestre stupende ed elegantissime oppure maestri maschi dall’aspetto rassicurante e bonario. Va a sapere perché. Finché un bel giorno è arrivata lei, la maestra che è rimasta tutto l’anno. Col senno di poi sarebbe stato meglio se se ne fosse andata via il giorno stesso, ma queste sono cose che si capiscono in seguito. Conservo di questa carogna – perché è l’unica parola riferibile che mi viene in mente – un ricordo pessimo.

Alta e secca come una canna, con gli occhi perennemente fuori dalle orbite, fumava come una ciminiera, strillava come un’aquila in faccia a noi bimbetti, strappava quaderni e li buttava per aria sotto lo sguardo attonito di sei bambine (Cecilia, Cristina, Elisabetta, Lorenza1, Lorenza2, Patrizia: eravamo unite come una falange macedone) e una ventina di maschi. Veniva in continuazione chiamata al telefono dalla bidella Luciana – questo essere mitologico metà donna e metà cancellino sporco, del quale aveva lo stesso colore polveroso in viso – e lasciava la classe incustodita per interi quarti d’ora. Tutto ciò avveniva quasi quotidianamente senza che nessuno, tra genitori e colleghi, dicesse niente. Se si comportasse così adesso, come minimo verrebbe scuoiata viva dai genitori, poi denunciata a piede libero alle autorità competenti e sputtanata in pubblica piazza virtuale tramite gruppo whatsapp di classe, pagina Facebook e foto su Instagram. Ma nella metà degli anni ’70 tutto ciò era di là da venire: si prendevano quadernate in faccia e zitti.

Con questi presupposti avevo deciso che la scuola non era una cosa per me. I risultati scarseggiavano e le uniche comunicazioni tra la maestra e la mia famiglia erano di questo tenore:

quaderno_fotorAvevo pertanto scelto di sopravvivere all’orrenda Cannasecca utilizzando la tecnica dell’insetto stecco: seduta immobile al banco, con lo sguardo fisso sulla lavagna sperando che i quaderni fatti a pezzi dalla Cannasecca non mi prendessero in faccia con troppa violenza. In questa postura di “rigor vitae” ho trascorso ore e ore figurandomi trucide torture da infliggere alla Cannasecca mentre quella spiegava la tabellina dell’otto (che a tutt’oggi mi crea ancora problemi) oppure vendicandomi diventando un’assassina seriale di maestre esaurite come cucuzze.

Dopo un anno intero di vessazioni aspettavo la fine della scuola come il messia e speravo in cuor mio che la Cannasecca venisse colpita da qualche meteorite vagante e che non mettesse più piede alla Scuola Elementare Giovanni Pascoli. A ottobre dell’anno successivo le mie preghiere furono esaudite perché arrivò una maestra mite e tranquilla che traghettò serenamente tutta la classe fino agli esami di seconda elementare. Ma  la vera svolta arrivò in terza elementare. Ancora una volta le mie preghiere erano state ascoltate.

[continua]

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Feriae Augustii

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Settembre è iniziato da una manciata di giorni e siamo già stati travolti dalle attività del rientro, o per meglio dire, dell’inizio dell’anno. Perché a pensarci bene, l’anno inizia a settembre, mica a gennaio. Scuola, lavoro, palestra/piscina, sport, corsi, qualsiasi … Continua a leggere

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19 marzo 1917, minute storie a puntate – di Saulo Bianco

Per Pasqua, un racconto. Anzi, molti racconti brevi, brevissimi, con argomento la Grande Guerra. Saulo Bianco, già ospitato su queste pagine, mescola Storia e finzione e ci regala alcuni flash che illuminano, per un attimo, quella immane tragedia che fu la Prima Guerra Mondiale. Buona lettura!

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Il cielo era terso, quella mattina del 19 marzo 1917. Nel silenzio dell’aspettativa, l’aria cristallina fu solcata dal rombo del nuovo prototipo dell’aereo SVA. Quello fu il giorno del suo roboante e futuristico battesimo, l’epifania di ciò che sarebbe stato il volo di D’Annunzio su Vienna nel 1918. All’orizzonte il sole brillava, freddo.
http://www.finn.it/regia/html/grande_guerra.htm

Doveva succedere, prima o poi. Me lo sentivo. La guerra è guerra. Siamo stati intercettati dagli U-Boot tedeschi. Nonostante tutto quanto ci circonda sia di una bellezza incredibile, sono pronto all’irreparabile. Il mare, lo specchio in cui si riflette la tormentosa anima dell’uomo, diceva il grande poeta. Dopo l’ennesimo viaggio come scorta ai convogli che attraversano il Mediterraneo, non lontano dalla Sardegna, ci hanno silurato. Non ho tempo per pensare. Ma penso. Non ci posso fare nulla. Guardo i miei compagni mentre mi muovo meccanicamente secondo le procedure. Siamo topi in fuga. L’orrore e il fragore ci circondano, la paura ci raspa le gole. La corazzata Danton colerà a picco, e io non so se riuscirò a mettermi in salvo.
http://it.wikipedia.org/wiki/Classe_Danton

Era esausto, quella mattina, il soldato semplice Mocerino. Aveva passato una notte interminabile. Le fiale di morfina da tempo scarseggiavano nell’ospedale da campo. Vampate di angoscia avevano agitato i suoi giovani pensieri. Era stanco di soffrire, ma per tutta la notte non aveva smesso un attimo di vedere il profilo di casa, la sagoma ondulata delle sue terre, disegnati da un pennello misterioso contro una volta celeste buia come la sua disperazione. Nemmeno una stella in quella notte senza fine. Alle prime luci dell’alba provò una stanchezza infinita. Aveva sonno. Voleva riposare un po’. Socchiuse gli occhi spossato, mentre in lontananza intuiva le sfumature rosate dell’alba di quell’anonimo 19 marzo 1917.

“Mocerino Tommaso di Alfonso e Ambrosio Maria, soldato nel 60° Reggimento Fanteria, nato a Somma Vesuviana il 17 novembre 1897 e morto il 19 marzo 1917 in seguito a ferite di scheggia di bombarde. Celibe.”
http://www.comune.sommavesuviana.na.it/evidenzacaduti08.htm

Da tempo ormai non si trova più nulla. Nemmeno i campi e gli orti sembrano avere più voglia di dare una mano. I miei figli hanno fame. Tanta fame. Che altro avrei dovuto fare? Ieri, 19 marzo 1917, giorno di San Giuseppe, l’esasperazione ha mosso le mie azioni, e solo per aver tentato di sfamarli rubando il pane ora mi vedo costretta a fuggire e a nascondermi. I Carabinieri stanno setacciando tutte le vie di Maida. Li sento. Corre voce che siano successi disordini simili anche a Nicastro e Chiaravalle. Sono gli uomini, quelli che vanno al fronte e fanno la guerra, e muoiono lasciandoci sole… Ma siamo noi donne a sostenerne tutto il peso.
http://www.cimeetrincee.it/maida.htm

Il 19 marzo 1917 Fortunata Veronica, mia nonna materna, aveva compiuto 19 anni da poco più di un mese. Maria, mia nonna paterna, ne avrebbe compiuti 18 un mese prima della dodicesima battaglia dell’Isonzo, la battaglia di Caporetto (24 ottobre 1917). Di lì a 11 anni circa, giorno più giorno meno, sarebbe nato mio padre. Nel 1968 sarebbe stata istituita la festa del papà e nasceva uno dei miei fratelli.

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    La guerra che poi sarebbe stata battezzata come Grande aveva già meritato l’aggettivo, chiamando da Soreni ben tre leve di maschi alla trincea del Piave, e non bastavano ancora. Dal fronte, insieme ai feriti gravi congedati, arrivavano notizie dell’eroismo della Brigata Sassari, e Bonaria ventenne aveva già visto abbastanza mondo da sapere che la parola «eroe» era il maschile singolare della parola «vedove».
Michela Murgia, Accabadora, Einaudi, 2009

Non si meravigliò che la giovinetta conoscesse il suo nome perché la città allora era stata abbandonata da quasi tutte le famiglie più ricche e i pochi abbienti vi risaltavano. (…)
Tuttavia, nel tardo pomeriggio quando, abbandonato l’ufficio, il vecchio, per risparmiarsi l’attesa inerte in casa, andò a passeggiare lungamente alla riva ed al molo, vi fu nel suo petto un lieve sobbollimento morale, che non passò senza lasciar traccia di sé nella sua anima. (…)
    Il tramonto estivo era chiaro e pallido. Il mare gonfio, stanco e immobile, sembrava scolorito in confronto del cielo ancora lucente. Si vedevano chiaramente i profili delle montagne digradanti verso la pianura friulana. Si intravedeva anche l’Hermada e si sentiva vibrare l’aria scossa dai colpi incessanti del cannone.
    Ogni manifestazione di guerra cui il vecchio assisteva, gli faceva ricordare con uno stringimento di cuore ch’egli in seguito alla guerra guadagnava tanto denaro. A lui dalla guerra risultava la ricchezza e l’abiezione.

Si sentiva il brontolìo del cannone ed il buon vecchio si domandava: – Perché non hanno ancora inventato il modo di ammazzarsi senza fare tanto chiasso? – Non era tanto lontano quel giorno in cui il suono del combattimento aveva destato in lui un sentimento generoso. Ma la malattia gli toglieva quel residuo di spirito sociale che la vecchiaia non era riuscita a distruggere in lui.
    In quei giorni ci fu Caporetto. Le prime notizie del disastro egli le ebbe dal suo medico venuto a trovarlo per piangere in compagnia del vecchio amico, che egli (povero medico!) credeva capace di sentire come lui. Invece il vecchio non vide in quell’evento altro che un beneficio: la guerra si allontanava da Trieste e perciò da lui.

La novella del buon vecchio e della bella fanciulla, in: Italo Svevo, L’assassinio di via Belpoggio, a cura di Esperia Ghezzi, G. B. Palumbo & C. Editore, gennaio 2000 (1930, pubblicato postumo)

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Il campanello sulla porta dello studio tintinnò con forza, come se fosse appena entrato un furioso colpo di bora. Stavo sistemando le attrezzature come facevo di solito ogni giorno, quello che non ero riuscito a ultimare la sera prima. Avevo aperto il negozio da poco. Il profumo del surrogato di caffè preparato per colazione da mia moglie indugiava ancora in bocca, mentre nelle orecchie risuonava il vocìo allegro dei figli mentre mi salutano sulla porta con una spensieratezza dettata solo dalla tenera età.
Quella mattina del 19 marzo 1917 si prospettava una giornata di lavoro come tante altre. Soldati in convalescenza o in licenza che posano con fierezza davanti agli obiettivi per mamme o fidanzate. Qualche ricca e stanca signora.
Mi riebbi da quel flusso sonnacchioso di pensieri. Lo scampanellio stentava a dissiparsi nell’aria. Sollevai lo sguardo allarmato. Davanti a me, dall’altra parte del bancone, una donna, alta. Il mento leggermente sollevato rispetto alla direzione dello sguardo tradiva un’austera eleganza interiore.
«Potreste farmi una foto, subito, per cortesia?» chiese trafelata quasi implorando. In quella voce avvertii una tensione terribile.
Annuii abbozzando un sorriso. La invitai ad accomodarsi davanti all’obiettivo, l’aiutai a mettersi in posa, feci un paio di scatti. Ogni mio tentativo per farle scaturire un sorriso, almeno la parvenza di un sorriso, fu vano.
La donna obbediva alle mie parole, quasi impaziente, come se il tempo stringesse. La pregai di attendere in negozio mentre riponevo le lastre. Tornai da lei. Stavo per scribacchiare una ricevuta per il ritiro quando lei, dopo aver lanciato un’occhiata alla data, appoggiò le mani sul bordo del bancone, quasi aggrappandosi con forza. Le nocche a poco a poco sbiancarono.
«Non potreste fare prima, il prima possibile, per favore?» chiese con un filo di voce. «È per mio figlio» aggiunse quasi per scusarsi. «Non ho più sue notizie da molto» concluse lasciandosi sfuggire un soffio, come se la speranza l’abbandonasse all’improvviso.
Osservai quei due grandi occhi grigi, stanchi e profondi. La donna sostenne il mio sguardo, a lungo, e mi parve che le labbra si rilassassero per la frazione di un secondo.
«Tornate oggi pomeriggio, signora» mi sorpresi a rispondere dopo aver riposto l’orologio nel taschino. Avevo tutta la mattinata a disposizione e senza intoppi o clienti importuni sarei riuscito a soddisfare quell’insolita e, mi sovvenne allora, straziante richiesta.
Lavorai di gran lena per ore. Chiusi il negozio per pranzo e quando riaprii, rinfrancato nel corpo e nello spirito per aver trascorso in allegria quella manciata di ore, la ritrovai davanti alla porta. Alta, austera, immobile, come poche ore prima. In mano teneva una busta sul cui retro aveva già vergato l’indirizzo con una scrittura minuta e perfetta. Ritirò e pagò la fotografia, e dopo avere chiesto il permesso, in disparte scrisse un messaggio senza esitare con una stilografica comparsa come d’incanto dalla borsetta, quasi come se in quelle poche ore avesse mandato a memoria l’intero testo. Le porsi il rullo di carta assorbente. Mi ringraziò con un cenno del capo. Con gesto veloce fece scomparire la fotografia nella busta. Ebbi come l’impressione di leggere “Zona di guerra”…
La donna ringraziò di nuovo e uscì, veloce com’era arrivata. Rimasi a lungo con lo sguardo fisso oltre la vetrina, a guardare le poche persone che con passo stanco passeggiavano lungo via dell’Acquedotto.

Stabilimento Artistico Fotografico DIEGO BECHTINGER, Trieste, Via dell'Acquedotto N. 27 – 4652, viaggiata in busta – collezione privata

Stabilimento Artistico Fotografico DIEGO BECHTINGER, Trieste, Via dell’Acquedotto N. 27 – 4652, viaggiata in busta – collezione privata

 

19 marzo 1917_back19.III.17
Quando nel ’14 ti ho mandato la mia fotografia *caro Carletto*, sei da lì a poco ritornato a casa da Pola. Potrebbe anche adesso ripetersi la stessa cosa. Io lo spero e tanto lo desidero. Ti sia quindi la presente un talismano, oltre che un ricordo della                      mamma

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Vanity Fair: romanzo senza eroe e rivista senza lettrice

Da qualche settimana – non so perché – mi arriva per posta elettronica un messaggio dalla rivista Vanity Fair, in cui mi si dice che c’è la possibilità di ritirare una copia gratuita della rivista semplicemente mostrando, dallo schermo del cellulare o del tablet, il codice riportato:

VFa prima vista, niente di complicato. A seconda vista, invece, è stata una fatica davanti alla quale anche Ercole si sarebbe demoralizzato. A dirla tutta fuori dai denti, Vanity è un giornale che mi fa abbastanza cagare, l’ho comperato diverse volte solo ed esclusivamente quando ci collaborava il mio amico di penna e a parte le sue curatissime traduzioni di articoli di attualità, la rubrica del Direttore e pochissimo altro, non ci ho mai trovato niente che mi sia appena congeniale. Ma visto che il servizio marketing di Condé Nast è così premuroso da inviarmi un gentile omaggio, a caval donato non si guarda in bocca e per una volta ho voluto provare questa nuova forma di promozione, così, per pura curiosità. Col senno di poi, sarebbe stato meglio se me la fossi tenuta, la curiosità. Ecco com’è andata.

Edicola n.1 zona Policlinico – Alla parola “coupon” l’edicolante storce il naso – da queste parti nessuno ti da niente se non a fronte di “schei” sonanti alla mano e la parola “gratis” suona ostica se sei tu che devi dare qualcosa – e al termine “elettronico” gli si storce anche la bocca in una smorfia di disgusto e a seguire tutto lo storcibile mentre mi risponde “gavemo finìo el giornae, ea prova all’edicoea pì vanti” [traduzione per gli osco-umbro-sanniti: sono rimasto sprovvisto di copie della sua rivista, la invito a cercarla presso mio collega limitrofo] il cui sottotesto è chiaro: non rompermi i coglioni con queste stronzate. Il tempo di attraversare la strada e con la coda dell’occhio vedo che sta chiudendo baracca e burattini, forse per paura che qualcun altro gli facesse la stessa richiesta. Alle sei del pomeriggio.

Edicola n.2 zona termale – Prima di chiedere, controllo che ci sia la copia del giornale. C’è. Bene? No. Il titolare del punto vendita, un tizio simpatico come una scarica di diarrea nel deserto dopo che hai finito la carta igienica e con la voce alla Farinelli mi informa che non mi può dare il giornale “parché el distributore no me ga da ea carta dove scrivare el numareto” [trad.: il distributore si è dimenticato di fornirmi il modulo su cui annotare il codice]. Dal momento che non so bene come funziona la cosa da parte dell’edicolante, prendo atto della mancanza della “carta”, che mi immagino un documento particolamente pregiato e inimitabile, e me ne vado alla terza edicola, poco lontana.

Edicola n.3 zona Kursaal – Anche questo edicolante è gentile e disponibile come un ufficiale delle SS in botta da cocaina (tra l’altro, anche l’espressione del viso è vagamente nazista). Alla mia richiesta risponde “ea vegna doman matina che ghe xe ea fèmena, mi no go el conpiuter” [trad.: la esorto a ritornare presso questa edicola domani mattina, quando c’è la mia signora, io non posseggo il calcolatore elettronico]. A parte che non ho capito a cosa serve il “coNpIuter” – visto che bisogna usare strumenti analogicissimi come carta e penna (ma questa considerazione me la tengo per me) – né tantomeno la relazione fémena-coNpIuter”, faccio notare che la promozione sarebbe scaduta la sera. Risposta: “mi no go el conpiuter” che significa: no stà romparme i balustri co’ ‘ste monade.

Ormai la cosa sta assumendo sfumature paradossali e decido di continuare la ricerca, del giornale ormai non me ne frega niente ma vado avanti per una questione di principio e per vedere le molteplici maniere in cui il genio italico interpreta un’iniziativa così – apparentemente – semplice.

Edicola n.4 zona Municipio – qui il titolare, con molta gentilezza e chiarezza, in un italiano appena sporcato di dialetto comprensibile, mi spiega che la procedura è molto semplice: il cliente che mostra la mail con il codice può ritirare una copia di VF e lui è tenuto a registare su un foglio di carta – una banale fotocopia – il codice e la data in cui è stato utilizzato. Stop. Capacità necessarie: saper leggere e scrivere. A mano. No tastiera, no “conpiuter”, no internet. Purtroppo però la rivista è finita e lui mi dice di passare la settimana prossima e volentieri mi accontenterà. Con un sorriso e un buonasera.

Per finire il giro delle edicole, vado all’edicola n.5 quella sotto casa, zona San Lorenzo, dove il gestore mi dice, in perfetto vernacolo (ma non veneto): “Nenti sacciu. Il signor C. ci dissi di non accittari quisti prumuzziuni, nenti vulimo sapiri.” Della serie: non scassarmi i cabasisi con queste sullenni minchiate. (Leggere Camilleri mi dà un certo vantaggio, nella trascrizione).

Fine delle edicole e fine anche della mia pazienza.

Adesso mi viene da fare due considerazioni. La prima, riguarda il grado di alfabetizzazione (ma non quella informatica, bensì quella di base, cioè saper leggere, scrivere, avere a che fare col pubblico) della categoria edicolanti padano-veneti. A parte il signore gentile n.4, il resto sembra uscito dalle caverne o poco più. E stiamo parlano di gente che lavora in un centro termale di fama internazionale, frequentato da italiani e stranieri. Se tanto mi dà tanto, anche il resto del settore terziario non è da meno. Benvenuti nell’accogliente nord-est.

L’altra considerazione è per il reparto marketing di Vanity Fair. Probabilmente il loro standard di riferimento è l’edicolante milanese (possibilmente imbruttito) che è super tecnologico, che ha l’edicola informatizzata, col wi-fi e tutto, che ha come clienti di VF le super top manager d’assalto che hanno interiorizzato il mantra “lavoro-guadagno-spendo-pretendo”, quelle che per risparmiare fiato ordinano al bar “una nat, una gas” perché il tempo è denaro. Ecco, vorrei dire a questi del marketing che il resto d’Italia non è à la page come lì da voi, e che anzi, di strada ce n’è ancora molta da fare prima che un’iniziativa come questa non susciti reazioni trogloditiche come quelle che ho sperimentato di recente.  E che poi, alla fine, questa “prumuzziuni” ha avuto esattamente l’effetto opposto, cioè che se anche avevo una remotissima intenzione di comperare VF, adesso non ci penso manco morta, men che meno se me la regalano, vista la fatica che ho fatto per niente.

La mia esperienza con Vanity Fair finisce QUI. Anzi, quasi quasi mi rileggo il romanzo, che è sicuramente meglio della rivista.

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