Non è un Paese per bici

La recente esperienza di treno + bici mi ha confermato ancora una volta, casomai ce ne fosse bisogno, che il nostro non è un Paese per bici. Lasciando stare il discorso mobilità urbana (per le nostre amministrazioni, mobilità significa “spostamento in auto”, dimenticando che in città ci si sposta anche a piedi, in bici, in moto, coi mezzi) che merita un discorso a parte, vorrei fare due riflessioni su quello che ho sperimentato in prima persona. Portare la bici da A a B è, diciamolo, una fatica improba. Questa esperienza è stata affrontata con spirito goliardico e curioso, ma se dovessi farlo regolarmente, ci penserei due volte. Anche tre. Difficile fare il biglietto perché Trenitalia pensa ai suoi viaggiatori in termini di super mega manager che prendono le varie Frecce, mentre ha abbandonato la clientela di medio-corto raggio. Per acquistare il biglietto per la bici bisogna per forza andare in una stazione – e anche grande, perché in quelle “impresenziate”, come la mia, non si può – vanificando così la comodità dell’acquisto online. Una volta superato questo ostacolo, non da poco, visto che su internet ormai si fa anche la spesa del fruttivendolo, la logistica è una corsa ad ostacoli. Correre su e giù per binari e sottopassi con la bici sottobraccio è bello la prima volta, ma visto che la scelta dei treni – solo regionali – costringe ad almeno due cambi, la faccenda si complica. Non esistono scivoli o ascensori di sorta. Mettiamola così: al costo di € 3,50, Trenitalia ci permette di fare body building a costo zero. Le carrozze adibite a trasporto bici hanno gradini altissimi, scomodi anche a piedi, figuriamoci con il mezzo al seguito. Poche sono munite di ganci, per lo più sono ex-vagoni postali a cui è stata cambiata la destinazione d’uso. Si butta la bici addosso a una parete e si spera in bene. Senza parlare di aria condizionata/riscaldamento che funziona in una carrozza su tre e allo sporco sedimentato da decenni di uso. I tempi di percorrenza si dilatano, in quanto i regionali (quelli che una volta erano i treni “locali”) fermano in media ogni 20 minuti e le coincidenze sono tutto tranne che coincidenze, in media un’ora tra un treno ed un altro. Una volta arrivati a destinazione, se la città di arrivo ha piste ciclabili, è una consolazione non da poco. In caso contrario, occhi aperti e mani sui freni.

In Germania, Paese dal meteo instabile e fresco, il cicloturismo è un business da 9 miliardi di euro all’anno. Da noi, che siamo “il Paese dove fioriscono i limoni” praticamente non esiste o esiste a macchia di leopardo. Sono sicura che se fosse vissuto ai giorni nostri, Goethe avrebbe fatto il suo “Viaggio in Italia” in sella alla bici. Basterebbe copiare quello che si fa negli altri stati europei per iniziare a capire che anche da noi, viaggiare in bici potrebbe essere un incredibile volano per l’economia turistica. Basterebbe un po’ di lungimiranza da parte di chi ci governa. Basterebbe poco. Ripeto, basterebbe copiare. Invece noi, maestri della creatività, non possiamo abbassarci a copiare: ci inventiamo sempre nuovi modi di complicarci la vita e il modo di viaggiare.

 

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4 risposte a Non è un Paese per bici

  1. Alessandra ha detto:

    cara Lorenza, senza arrivare all’utopia treno, affrontiamo il discorso “spesa in bici a Pescara”
    mi offro volontaria per il percorso a ostacoli: CONAD Via Tiburtina – casa Via Pizzoferrato.
    Propongo articolo con foto da inviare al nuovo sindaco. Sei pronta?
    VIA….

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  2. incostantericerca ha detto:

    Secondo me ci sono poche speranze di migliorie in questo campo

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