L'infinito istante

Ritrovare in fondo a un cassetto una foto come questa è come aprire una capsula del tempo, come recuperare un messaggio lanciato in un’epoca passata con l’intento di essere compresa anche in un futuro più o meno lontano. Mi ha molto emozionato toccarla, sentire fisicamente il materiale sotto le mani. Si tratta di una foto di carta, anzi, cartoncino seppiato, materiale sempre più raro in questo momento storico fatto di pixel inconsistenti e alte risoluzioni inutili, il più delle volte sprecati per selfie a c**o di gallina o per immortalare la pietanza che stiamo per divorare (ma, se ci fosse ancora la pellicola, la gente fotograferebbe compulsivamente anche l’hamburger di Mc Donalds?). Sul retro, il timbro del fotografo e una nota a matita, come a voler lasciare un segno discreto e poco invasivo su un documento così importante. Perché una volta le foto si stampavano (e costavano), di conseguenza se ne aveva rispetto.

Delle persone ritratte non so nulla. Zero assoluto. Non ne conosco alcuna, non appartengo alla loro generazione e nemmeno alla loro zona geografica. Ma ho provato una immediata simpatia e partecipazione, un senso comunque di appartenenza. E poi, visto che viviamo immersi in suggestioni cinematografiche, questa immagine mi ha evocato una delle scene più intense de L’attimo fuggente, quella in cui il professor Keating esorta i suoi increduli nuovi studenti a cogliere l’attimo.

Ecco, adesso penserà il mio venticinquesimo lettore, di sicuro scatta il pippone triste sulla caducità della vita, sulla brevità dell’esistenza, su tutta una serie di cose più o meno deprimenti. Al contrario. A me questa foto infonde tanta energia.

Questa foto è, tanto per cominciare, esteticamente bellissima. I primi fotografi avevano il gusto della composizione insito nel loro DNA e secondo me, più o meno inconsciamente riproducevano quello che vedevano nei dipinti dei grandi maestri del Medioevo e del Rinascimento. Lo sfondo (vagamente leonardesco, abbastanza cupo ma non troppo) ci fa intuire che si tratta di un luogo pubblico e le persone assiepate alle spalle del gruppo suggeriscono l’idea di un evento di richiamo. In un’epoca senza tv e social media, senza grandi possibilità di viaggiare, ogni occasione era buona per incontrarsi e conoscersi. Gli adulti in borghese vestono con discreta eleganza e sono perfettamente intervallati – sinistra-centro-destra: ricorda niente? – i ragazzi sono ritratti con naturalezza davanti all’obiettivo in una composizione armonica dove non c’è la monotonia della foto posata ma un ordine “spettinato” e casuale e di grande effetto. Le squadre sono mescolate, a far intuire che c’è familiarità e amicizia. I portieri, centrali nella foto, hanno le ginocchiere e uno porta la coppola, un tocco di eleganza anche nello sport. Sono strasicura che ha portato il cappello anche durante la partita.

Già così l’occhio indugia volentieri sull’insieme ma andando nei particolari ci accorgiamo che i volti dei ragazzi sono strepitosi. Sono un libro aperto, le loro espressioni dicono molto dei loro caratteri. L’obiettivo del fotografo fruga dentro di loro e ferma la loro essenza per sempre. Volti “antichi”, per gli standard odierni, seri, compresi nella parte, ma anche belli e sfrontati. Il primo ragazzo a destra della fila centrale ha lineamenti severi, di una bellezza statuaria, potrebbe diventare un attore del “cinematografo” (come si diceva al tempo); il secondo, quello con la fascia, sembra un Riccardo Scamarcio degli anni ’20, con un ciuffo ribelle che ricade in avanti, segno che probabilmente era un insofferente alle regole, visto che non porta, come quasi tutti, la retina per i capelli. Considerato il periodo storico – lo scudetto con il fascio littorio sulle maglie è inequivocabile – quel ragazzo magari diventerà uno squadrista o chissà, l’esatto contrario, un partigiano. Non lo sapremo mai. Ma non è questo il punto. Ognuno di questi ragazzi mostra un potenziale che deve ancora esprimersi, ed è per questo che questa foto mi comunica voglia di vivere, energia, potenza.

Non voglio pensare che questi atleti sono probabilmente – quasi tutti – “cibo per i vermi” come dice John Keating/Robin Williams ne L’attimo fuggente. Non voglio soffermarmi su tutto quello che nel frattempo è successo (una guerra mondiale, la resistenza, la ricostruzione, la vita che va avanti). Preferisco pensare che ognuno abbia trovato la sua voce, che abbia preso parte “al potente spettacolo” della vita e che ciascuno di loro abbia potuto “contribuire con un verso“.

La potenza di questa foto è nell’aver ritratto questi ragazzi nel momento in cui stanno per “succhiare il midollo della vita” e chissà se in fine hanno scoperto di essere vissuti. Lo scatto li ha conservati per sempre così, in un infinito istante che regala a chi guarda un infinito piacere. Per questo la tengo sulla scrivania, ogni tanto la prendo in mano e ne assaporo il suo materico spessore, come se fosse un reperto archeologico. Che emana ancora un’incredibile carica vitale.

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Una risposta a L'infinito istante

  1. Marilena Destro ha detto:

    robertastecca57@Yahoo. it

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