Mode da cani e cani di moda

Rispolvero e aggiorno questo post molto, molto vecchio che parla di cani. Perché, pur non essendo “una donna da cani” (cit.) ma bensì da gatti, riconosco che i cani fanno la loro parte nel renderci la vita più accettabile.

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Quando ero adolescente, nel Veneto post-rurale e pre-leghista, il tipico cane da compagnia era di pura razza “pajarina”, ovvero “cane da pagliaio”, o per meglio dire un bel bastardino. Si chiamava sempre Fufi (una effe sola, noi veneti abbiamo un eterno conto in sospeso con le doppie) ed era solitamente intelligentissimo, con l’argento vivo addosso e una fame atavica pressoché inestinguibile: il dono più bello che un bambino potesse ricevere. Alla domanda “di che razza è” si rispondeva “bastardo”, senza alcuna accezione negativa, prima che l’orrenda usanza di rendere tutto più politically correct lo facesse diventare “meticcio” o peggio ancora, “cane macedonia”.

Cani da teleschermo

Chi voleva darsi un tono, i parvenue per lo più, si prendeva un cocker, snob il giusto ma anche molto simpatico, con quelle orecchie lunghe lunghe e ricce in fondo. Chi era ventenne ai tempi di Drive In ricorda l’atarassico Has Fidanken, splendido cocker che rimaneva impassibile ai reiterati comandi del suo padrone-istruttore signor Armando/Gianfranco D’Angelo. Leggo solo adesso su Wikipedia che il vero nome del cane era Baby Dell’Aquila Bianca e non mi spiego come si sia arrivati ad Has Fidanken (sulla faccenda dei nomi torno più in là). Negli anni ’80 ridevamo per un cane che stava fermo. Vabbé. Sempre nel periodo Drive In, nei telefilm di Magnum P.I. c’erano i “ragazzi” Zeus e Apollo, due dobermann dall’aspetto (e non solo quello) molto minaccioso. Ma di quelli non se ne vedevano tanti, proprio il minimo sindacale. Gli sboroni, quelli che avevano i soldi e volevano ostentare, sceglievano il pastore tedesco, il nec plus ultra – per quei tempi – della classe canina. Elegante, affidabile e onnipresente in tv da Rin Tin Tin fino ai giorni nostri con Il Commissario Rex, segno che il fascino del “cane lupo” continua a reggere. L’ondata dei “Lassie”, che poi sono i collie, per la precisione Scotch Collie, si era di molto ammortizzata, forse perché i telefilm con il collie più amato erano già andati nel dimenticatoio.

Globalizzazione canina

Ad un certo punto, però, non si sa bene come ma soprattutto perché, la moda dei cani comincia a cambiare. Razze mai viste (e sentite) prima iniziano a prendere piede, ops, zampa, cosa che getta nel panico la gente comune. La prima avvisaglia di ciò fu, ormai più di trent’anni fa, il cane di una vicina di casa, uno shih-tzu femmina dal profetico nome di Bitch. Mia mamma la ribattezzò subito “Bici”, il che diede adito a una serie infinita di esilaranti malintesi e giochi di parole, (“indove xe ea Bici?” chiede la genitrice. “Dal mecanico!”. Attimo di silenzio e poi: “ma no ea va dal veterinario come tuti i altri can?”) il tutto al netto del significato inglese di Bitch, che mia madre ancora ignora, ma che sicuramente ha intuito, considerando che dopo pochi mesi dall’arrivo, il vicinato si era impestato di meticci metà shih-tzu e metà di tutte le razze del circondario. Bitch: nomen, omen.

Gli anni Ottanta dell’edonismo reaganiano portarono, dopo il dobermann di cui sopra e il Yorkshire terrier, conosciuto al Centro-Sud con l’appellativo di zoccoletta non tanto per facilità di costumi ma per forte rassomiglianza a un topo, il Siberian husky. L’husky è un cane che in effetti ha una sua utilità, ma che in Italia veniva esibito in spiaggia con temperature più adatte a un dromedario che a un cane da slitta. Quanti ne ho visti, con la lingua sciarpata e gli occhioni azzurri che si liquefacevano come cubetti di ghiaccio al sole. L’unico husky felice di cui ho memoria è (stato) Freddo detto Bamba, di proprietà di una mia amica, ai tempi dell’università: durante l’ondata di gelo – siberiano, appunto, del 1985 – quando persino la laguna di Venezia si gelò, lui dormiva fuori, beato, in un buco scavato nella neve, con la bora a 120 km/h. Inoltre, Bamba passò alla storia per aver pisciato con fragore equino in aula magna della facoltà, cosa che molti studenti avrebbero sognato di fare, per puro sfregio nei confronti del corpo docente e della facoltà tutta.

Oukiouk della Vanisella detto Freddo detto Bamba detto Amoredellamamma

Dagli anni Novanta in poi c’è stata un’accelerazione paurosa dell’offerta delle razze, tanto che, la conditio sine qua non per possedere un cane, non è più l’amore per gli animali, la voglia o necessità di compagnia o quello che volete voi, ma… conoscere le lingue! (in particolare l’inglese). Passo ad un esempio concreto.

English dog

Mio cognato si è preso un West Island White Terrier, per gli amici “westie”. La notizia ci fu comunicata per telefono da mia suocera, la quale, per spiegare la razza, disse lapidaria: “è nu canucc’ ghiangh”. Da West Island eccetera a canucc’ ghiangh passa un universo e un gap linguistico-generazionale praticamente incolmabili. Ad incasinare ulteriormente le cose, come se ce ne fosse bisogno, il West Island White Terrier si chiama Matthias, nome tedesco e abbreviazione di una ben più lunga sfilza di nomi e patronimici degni della dinastia degli Hohenzollern. Lo stesso spaesamento linguistico si crea per il Cavalier King Charles Spaniel, Chesapeake Bay Retriever, il Welsh Corgi Pembroke, Rhodesian Ridgeback fino all’impronunciabile Xoloitzcuintle. E del cane del momento, il Weimaraner, il ghost dog, ne vogliamo parlare? La spasmodica ricerca della razza è anche un indicatore che il proprietario di cane italico ha perso la sua innocenza. Ormai il bastardino è irrimediabilmente fuori moda e bisogna essere à la page anche in ambiente canino. Questa cosa mi dà da pensare, mi sembra che ci vogliamo elevare socialmente attraverso i nostri amici a quattro zampe, noi che in passato siamo stati invasi pressoché da tutti, noi che abbiamo nel nostro DNA tutta l’Europa e mezzo Nordafrica, adesso facciamo i sofistici e usiamo i cani — razza pura, mi raccomando – per darci un tono.

Chiedimi se sono ... Happy!
Chiedimi se sono un Cavalier King Charles Spaniel … Happy!

Carlini e compressori

La decadenza delle razze canine è emblematica nel carlino, il cui corpo ricorda la flessuosità di una scatola da scarpe e il muso la suddetta scatola però caduta “di spigolo” da altezza considerevole. Marina Ripa di Meana, con i suoi Prugna e Mandarino, ha contribuito in larga parte alla diffusione della razza. E allora vedevi in giro per la città queste signore imbellettate sfoggiare la “scatola da scarpe” canina, inzaccata in una borsa griffatissima. Ma la classe non è acqua e nemmeno cane. O ce l’hai, o non ce l’hai (il più delle volte no, al netto del cane).

Tuttavia esiste anche qualcosa di peggio (se si può) del carlino: il boule dogue francese. A me piacciono molto gli animali, li trovo tutti speciali e mi intenerisco per cuccioli di ogni sorta, anche per i piccoli di coccodrillo, addirittura per i carlini di cui sopra, ma il boule dogue francese è così sfigato che mi mette un’angoscia tale che mi viene da piangere. Il boule dogue è il risultato di una copulazione orgiastica tra un pipistrello, un maialino e un compressore da gommista. Ma questo non sarebbe niente, se fosse sano: macchè, è anche delicato di salute. Oltre ad avere palatoschisi, disturbi respiratori, digestivi e dermatologici, questi cani puzzano come fogne di Calcutta ed emettono scorregge che lèvati. Nutro seri dubbi sulla sobrietà dei selezionatori quando si mettono a tavolino a decidere i caratteri dominanti o recessivi.

Ma al di là delle razze, della bellezza (che come ben si sa, è negli occhi di chi guarda) e della moda, la cosa che più mi colpisce è che loro, i nostri amici cani amano i loro padroni a prescindere, senza controllarne prima l’albero genealogico, in modo incondizionato e con una devozione spesso commovente e non sempre ricambiata: a giudicare da quello che si vede e si sente per tutto l’anno e specialmente prima di partire per le vacanze, i veri e autentici bastardi sono quelli che di zampe ne hanno solo due.

AGGIORNAMENTO CORONA VIRUS

In questi tempi veramente grami il cane – bastardino, mezzo sangue o purosangue non fa differenza – è costretto a fare gli straordinari. Prima dell’avvento del COVID-19, portare il cane a spasso era, non dico una corvée, ma una faccenda che in famiglia ci si rimpallava, dite la verità. Ai tempi del corona virus, uscire con il cane per la passeggiata è diventata una delle poche attività permesse e il povero quadrupede è stremato, macina chilometri su chilometri e non sa più cosa pisciare, povera bestia. Adesso sono i padroni che scodinzolano appena prendono in mano il guinzaglio e tra le razze più sveglie, c’è anche chi ha messo su una piccola attività imprenditoriale:

foto dalla pagina Facebook Commenti Memorabili

Vogliamo bene ai nostri amici pelosi e ricordiamoci che sono una compagnia speciale sempre, non solo in momenti difficili come questo.

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