Una sfumatura di rosa – Racconto in duplex

Un racconto a quattro mani mio e di Ghiga Ferrari. Lo stesso aneddoto raccontato da entrambe, a turno. Le parti in tondo sono di Ghiga, quelle in corsivo sono le mie. Attenzione però, è un po’ lungo. Se non amate leggere, meglio che andiate a vedere le ultime stories dei Ferragnez. In caso contrario, accendete Spotify e mettete in sottofondo la colonna sonora dell’epoca: The Joshua Tree degli U2 oppure Faith di George Michael o meglio ancora, Renzo Arbore e la sua banda di Quelli della notte. Preparatevi un Blue Lagoon, (tremendo) oppure un piatto di pennette vodka e salmone (tremendissimo), sapori in voga ai tempi del racconto ed immergetevi nell’atmosfera universitaria di fine anni ’80.

Il mio augurio per questo 2020 è di ridere spesso come ho fatto quel giorno al corso di Organizzazioni Internazionali.

***

C’è stato un tempo – lontanissimo, mi pare adesso – in cui non sapevo cucinare.

Se non la mamma che, facendo il tempo pieno, spesso rincasava tardi da scuola, al pranzo provvedeva la nonna Beatrice detta Bice, cuoca abile quanto veloce, e io dovevo giusto mangiare, cosa che facevo di buon grado. A volte mi veniva chiesto di pulire i fagiolini o mondare l’insalata ma, tra che mi allenavo ancora in piscina, tra che studiavo febbrilmente o che comunque leggevo tutto quello che mi capitava a tiro (un’estate esaurii tutti gli scrittori russi, quella dopo tutti i francesi, poi ci furono gli inglesi, e per anni andai avanti così, macinando chilometri di letteratura per nazione), non accadeva spesso. Anche perché, agli occhi dei miei, rientravo tra le specie protette. Nella misura in cui stavo bene malgrado i difetti di fabbrica (a cagion dei quali portavo l’apparecchio e il busto ortopedico) e riuscivo bene a scuola, se anche ignoravo le faccende donnesche, pazienza.

Mia sorella Francesca Romana? 

Con tutto che a scuola era meno secchia, come me non rifaceva il letto la mattina né riponeva gli abiti o riordinava la camera. Attività come stendere, stirare o altro la trascendevano totalmente. Ai fornelli, poi, faceva cilecca pure lei… e dire che è così brava adesso! 

Una volta, all’ora della merenda, si offrì di farmi una piadina alla romagnola, tuttavia dimenticò di aggiungere l’olio all’impasto di sale, farina e acqua, così che la piada non solo vetrificò cuocendo ma, per un’ulteriore, colpevole distrazione della Pucci, si strinò sotto l’effetto della fiamma troppo alta, diventando una specie di ostia carbonizzata. Quando mi atterrò sul piatto, mia sorella era così mortificata che, per consolarla, me ne uscii dicendo: <<Mhm. Bella bruciata come piace a me!>>. 

Al che ci guardammo e scoppiammo a ridere. Da quel momento in poi, “Bella bruciata come piace a me” divenne uno dei nostri tormentoni preferiti. Negli anni a venire, lo avremmo non a caso applicato a qualsiasi ricetta o persino iniziativa fosse risultata (molto) DIVERSA da come ce l’eravamo aspettata.

Nonostante sia nata e cresciuta in mezzo alle “cose da mangiare”, fino a diciotto anni non avevo mai cucinato. I miei genitori avevano un negozio di alimentari, l’ormai scomparso “caxoìn”, in dialetto veneto. Era quel tipo di rivendita in cui trovavi un po’ di tutto, principalmente alimentari ma anche articoli non food quali il lucido da scarpe, i detersivi e la carta igienica. Aveva per lo più una clientela fissa che spesso faceva “segnare” le spese – allora s’usava così e v’era addirittura un libretto apposta – con l’intendimento di pagarle a fine mese. Nella maggior parte dei casi era così ma per alcuni clienti le annotazioni si susseguivano così fitte che mi viene fatto di pensare che mamma e papà avessero applicato una specie di welfare artigianale, dato che non di rado questi lunghi appunti venivano stracciati e con questi rimessi i debiti accumulati. Mai li ho sentiti lamentarsi della morosità di questi clienti. Ma torniamo a bomba. 

Sebbene abbia trascorso la mia infanzia e adolescenza in mezzo a prosciutti, salami, soppresse, pane, formaggi, verdure e specialità locali, la mia conoscenza della cucina “praticata” era quindi pari a zero. Mamma, nonostante fosse quasi sempre dietro al banco, riusciva ad imbastire dei pasti più che decorosi ma spesso l’incombenza del pranzo ricadeva su mia sorella, che se la cavava e continua a cavarsela egregiamente. E quindi, se c’era qualcuno che cucinava per tutti, perché dovevo farlo io? Molto meglio presentarsi a cose fatte o rendersi utili con lavoretti tipo apparecchiare/sparecchiare, portare via le “scoasse” (immondizia), spazzare le bricole. Si mangiava il giusto, né troppo, né troppo poco, ma soprattutto erano assolutamente bandite le “porcherie” cioè merendine confezionate (Male Assoluto 1), Coca-cola (Male Assoluto 2 nonché bevanda imperialista), patatine fritte in sacchetto (Male Assoluto 3) e cioccolato sotto ogni forma.

Ogni morte di papa, io e mia sorella sgarravamo di brutto, specialmente quando i genitori non c’erano. Come quel pomeriggio estivo con 30 gradi e umidità al 95 per cento in cui, con negozio chiuso per turno e genitori assenti, abbiamo fritto forse due chili tra sarde e pesciolini di paranza e ce li siamo mangiati all’istante, a scottadito. Unico testimone e complice il gatto Fumo che, nonostante la sua proverbiale ingordigia, ad un certo punto aveva alzato bandiera bianca e si era allontanato dal luogo del delitto con la panza che strisciava sul pavimento, tanto si era abbuffato.

Quando tornò mamma, annusando l’aria chiese: <<Ma avete fritto?>>

<<No.>>

Avevo diciannove anni quando superai l’ammissione alla Scuola per Interpreti e Traduttori e mi trasferii a Trieste. Pur essendo più grande rispetto a quando facevo merenda con la piadina bruciata di mia sorella, rimanevo un’egoista viziata (o una viziata egoista?). Non a caso, continuavo a non saper rigovernare né altro. Rifacevo il letto ma non lisciavo la piega né sprimacciavo il cuscino. Gli abiti mi piacevano, allora li appendevo in bell’ordine. A piegare le maglie però facevo pena. La lavatrice mi restituiva sempre qualche capo di colorazione improbabile e non c’era verso di far luccicare i rubinetti del bagno, per quanto li sgurassi (scoprii poi che quelli del mio primo bagno di Via della Tesa erano irrimediabilmente corrosi, una delle tante delizie di ogni proverbiale alloggio per studenti). 

In cucina, poi, ero addirittura il nulla. I primi tempi mi buttai sul tonno in scatola e sulla Simmenthal. Presto mi scocciai e, ripetendo i gesti che avevo visto compiere alla nonna, se non a mia madre, entrambe favolose in cucina, mi cimentai nel mio primo sugo al pomodoro. Risultò troppo “cipolloso”, però buono, così lo ripetei finché, nuovamente nauseata dalle 𝑟𝑒𝑝𝑒𝑡𝑖𝑡𝑎 che non 𝑗𝑢𝑣𝑎𝑏𝑎𝑛𝑡, non passai alla seconda ricetta: svizzera con mozzarella o sottiletta. Adoravo cuocere la carne a puntino e poi adagiare il formaggio che ricoprivo col coperchio, così da farlo fondere. Quasi mi sentivo uno chef quando, alla fine, spruzzavo una leggera presa di origano. Anche se col tempo il mio piatto forte divennero le uova pomodoro e basilico, da una ricetta della zia Argia, la sorella del nonno Mario Floriano, quella che viveva a Spezia e sapeva fare di tutto, anche il muratore.

Di quelle tre preparazioni vissi durante il primo biennio.

Che, se basico a livello culinario (salvo le cene da Suban o da Silvio Al Porto dove mi portavano i morosi di allora, molto più grandi di me), fu per contro frizzante accademicamente parlando.

Con un bagaglio di esperienze culinarie vuoto come la grotta di Opicina, iniziai la mia avventura di studentessa fuori sede. Impraticabile la mensa per logistica (troppo lontana e per fortuna, visto che era orrenda), proibitivo mangiare fuori spesso per motivi di budget, non restava altro che cucinare in casa. Se era vero che praticamente non avevo mai messo una pentola sul fuoco, teoricamente sapevo fare un sacco di cose, avendo visto mille volte mamma e sorella preparare ogni ben di dio. Posso dire che questa esperienza mi è tornata utile molto, ma molto dopo, quando sono andata a lavorare e vivere in Abruzzo. Ai tempi dell’università tiravo avanti con cibi così ordinari e monotoni che a tutt’oggi mi meraviglio di come possa essere sopravvissuta.

Assieme alle altre compagne di appartamento avevamo rappattumato le nostre esigue conoscenze culinarie e avevamo ingegnato i nostri cavalli di battaglia, che, a considerarli adesso, più che cavalli, mi sembrano dei pony. Oltre alle scorte che ci portavamo da casa, la nostra dieta era fondata sulla pasta denominata “all’orgia dei sensi” da un compagno di studi che, evidentemente, mangiava molto peggio di noi – il che è tutto dire – visto che si trattava di un ordinario sugo con olive, pomodoro e una goccia di panna. Oppure il “riso giallo”, un orrendo pappone a base di riso bollito con aggiunta di uovo miscelato a caldo in velocità e con un topping di tonno o sgombro. Mentre lo scrivo adesso mi sto sentendo male, ma allora ci sembrava haute cuisine. Una deroga succulenta alla cucina autarchica era per me l’insalata di pollo oppure il Liptauer della PAM, quella vicino via D’Alviano, che aveva un banco di gastronomia lungo da qui a lì e davanti al quale i miei succhi gastrici ballavano la samba.

In occasioni speciali poi si andava a mangiare un panino all’Obelix di via della Madonnina oppure alla Risoteca sulle Rive: in entrambi i casi tornavi a casa con i vestiti che puzzavano di soffritto per tre giorni. L’apoteosi gastronomica universitaria erano le cene dal Ruffo, uno studente di chimica che si era autogemellato con la Scuola Interpreti. Ottimo cuoco, abile conversatore, simpaticissimo anfitrione e grande cuccatore. Era bravissimo ai fornelli, ma bravo veramente. In tempi in cui un uomo in cucina era bollato all’istante come finocchio, il Ruffo era la prova provata che la cucina non solo era attività maschia e virile, ma che costituiva un’arma invincibile per conquistare il cuore, lo stomaco e altre parti del corpo di legioni di donzelle in fiore. (Il tempo gli ha dato ragione. Eccome.)

Certo, la nostra università, allora in via D’Alviano, era brutta. S’entrava nell’ingresso squadrato e subito a sinistra si apriva la guardiola dei bidelli che mica erano biondi. Se andava bene, ricambiavano il tuo saluto, se andava male, sacramentavano contro qualche motorino parcheggiato male (che nemmeno era il tuo). Davanti al loro presidio, si ergeva l’unica macchinetta del caffè, in realtà un temibile monolite che nei momenti cattivi, prima della lezione dell’Argenton, rubava le monete e che, nei momenti buoni, prima della lezione di Crevatin (che già ti fustigavano abbastanza) elargiva una broda calda su cui il caffè macinato grosso creava isole di sospetta sedimentazione.

Ma per me era bello tutto quando, posteggiando (bene) il Ciao bianco, salivo i gradini dell’entrata, aprivo le porte piene di ditate e salivo svelta le scale, sbirciando la grande bacheca dell’ingresso su cui compariva sempre qualche annuncio balzano. “Cedo coniglio in cambio di un pollo”. “Cerco inquilina albina che sappia suonare il piano”. “Compro carote africane per puree esotiche”. “Affitto trappolo per l’estate”. Mai niente che mi riguardasse, purtroppo. Ero COSÍ convenzionalmente noiosa che, per il fatto solo di ricordarlo, mi annoio anch’io. Se sotto, al pianterreno, c’era l’aula D, dove si tenevano le lezioni di linguistica, elementi clinici, economia e diritto, sopra, al primo piano c’era l’Aula Magna. Che una volta il mio cane Freddo detto Bamba riuscì a farci una pipì così lunga che neanche una cisterna. Non era un cane grande. Era un husky al tempo in cui gli husky non andavano di moda. Di fatto beveva come un’oca. Con conseguenze che si misuravano in ettolitri.

Quella volta – era il 1987 – mi aiutò Lorenza [Destro] a pulire.

A via D’Alviano girava un campionario di umanità veramente notevole. C’erano i punk quando il fenomeno era già bello che morto e sepolto, c’erano i ciellini invece vivi, vegeti e militanti, c’erano gli alternativi, c’erano i new age ante litteram, c’erano sciroccati e letargici come se piovesse e c’erano anche e per fortuna, persone normali. Magari con qualche piccola stravaganza, quel qualcosa che le contraddistingueva senza risultare eccentriche.

La mia compagna di corso Ghiga, una stampellona alta e magra, dai modi disinvolti e dalla preparazione ferrea, emergeva dal gruppo per tre motivi, due suoi intrinseci e uno aggiunto. Emergeva proprio fisicamente per la sua statura, ben più alta della media, e per la sua foltissima capigliatura di un improbabile giallo pannocchia, che illuminava i corridoi grigi nei quali si transumava nelle infinite ore di lezione da un’aula all’altra. La sentivo affine per motivi tricotici, visto che eravamo entrambe ricce ricce, anche se il mio riccio era più corto e di un castano poco appariscente. Era preparatissima, colta senza essere secchia, ma anche ciarliera e amicale. Aveva (ha) il raro dono di capire fino a che punto essere seri e quando sbracare senza ritegno. Una perfetta partner in crime. In più aveva un cane. Non era frequente che uno studente fuori sede avesse un animale d’affezione. Al massimo un gatto, che ha una gestione più facile. Ma Freddo detto Bamba, un husky dagli occhi così limpidi da farti commuovere e dal pelo morbido come seta, era diventato l’ombra di Ghiga e lei un giorno lo portò in Facoltà dove, di cani, forse non ce n’erano mai stati prima. Oddio, di professori-cani ce n’era un esubero, ma lasciamo stare l’argomento, pro bono pacis.

L’ambiente nuovo, l’eccitazione di essere attorniato da umani festanti abbagliati da cotanta bellezza loppide e l’allegra irruenza di cucciolo ebbero come effetto una copiosa pipì in Aula Magna. Il rivolo giallo ben presto divenne un fiotto che si allargò sul pavimento in modo lento e inesorabile. Vidi imbarazzo, terrore e divertimento sul volto della mia amica mentre i due laghi ghiacciati che erano gli occhi di Bamba ci guardavano soddisfatti, come a dire: <<sono stato bravo, vero?>> Una provvidenziale pila di fogli usati e abbandonati in un angolo più una quantità di fazzoletti di carta riuscirono ad arginare lo tsunami urinoso. Ma per sicurezza, ci allontanammo dal luogo del delitto con nonchalance e grandi risate.

Lorenza era una tipa di Padova che, a differenza di me, non conosceva una giornata di nuvole. Era sempre allegra e mai solita, amava leggere ma anche chiacchierare, e sapeva di voler fare il traduttore sin dall’inizio. Quando tutti miravano a diventare interpreti. Non perché lo volessero veramente. Ma perché fare il traduttore sembrava una seconda scelta. Mentre in realtà era una scelta e basta, anche molto complicata. Dovevi saper leggere. Dovevi saper scrivere. E dovevi saper trasporre. Con la permanenza della forma scritta.

Interpretare per contro sembrava più figo… specie allora, in cui la Comunità Europea era tutto. Non c’erano i sovranisti e, se anche c’erano, erano microbi. Che lo sono anche oggi, solo che hanno tanti più microbi intorno ad essi. Insieme fanno una macchia. Il buco nero fotografato non molto tempo fa. Ma negli anni Ottanta tutto questo era di là da venire e noi ragazzi vivevamo ardentemente il sogno europeista.

Quanti sacrifici affrontavamo!

Non parlo tanto di me, ch’ero privilegiata e potevo studiare senza dover lavorare al contempo. Quanto di tutti coloro che davano ripetizioni o servivano nelle trattorie o facevano traduzioni di notte o cantavano nei locali… tutto pur di arrotondare. 

E poi c’era la frequenza obbligatoria che ti massacrava. 48 ore settimanali quando ti andava bene. Da lunedì a venerdì nel frullatore, col corso di Organizzazioni Internazionali tenuto da Sadar che nella sua olimpica centralità – cadeva infatti nelle prime ore del mercoledì pomeriggio – fungeva da atteso e graditissimo spartiacque.

Le due ore di Organizzazioni Internazionali del mercoledì erano come una boccata di ossigeno dopo l’apnea di quelle che erano le due precedenti giornate. Con lezioni, sermoni, esercitazioni, traduzioni & vessazioni in cui la concentrazione doveva essere sempre ai massimi livelli. Oltre a ciò, ti dovevi anche organizzare la vita. Che da studente non è che dovessi fare chissà che ma comunque sempre di più del nulla assoluto che facevi a casa dai tuoi.

Fare la spesa – spesso, se non volevi morire di fame. Cucinare – meno spesso, grazie alla turnazione con le compagne di appartamento. Pulire – raramente, visto che l’igiene non è mai stata una priorità nelle case degli studenti e via via a scalare tutto il resto: fare il bucato, recarsi in segreteria studenti, pagare le bollette, fare un po’ di sport. In altre parole, vivere. Nei risicati ritagli di tempo che lo studio lasciava.

Tutto questo per dire che le lezioni di Organizzazioni erano una sorta di cuscinetto che ammortizzava un po’ di tensione nervosa della settimana. Si andava a lezione sereni, senza il timore di essere presi di mira dai vari Dodds, Taylor e compagnia cantando. Anche perché, se non erano loro a procurarti l’ansia da prestazione, ci pensavano quei fenomeni che le lingue le sapevano già e a lezione facevano sfoggio di una conoscenza ricevuta non per studio ma per essere nati da genitori bilingui o per aver vissuto in dieci posti diversi o per aver frequentato licei internazionali. O tutte queste cose assieme.

Ci piaceva quel corso. Forse perché ci piaceva il docente… ch’era avvocato, credo. Formale ma dinamico, Gianni Sadar arrivava dall’Università Centrale a bordo di un taxi che, neanche farlo apposta, era sempre grigio come i suoi elegantissimi completi, spesso gessati. Se pioveva, allora indossava un Burberry, unica variante di colore, visto che era beige. Se faceva bello, giusto una sciarpa leggera (grigia) sormontava la giacca. La cravatta, per contro, c’era sempre, ed era regimental o tinta unita. Saliva in fretta le scale, con uno spostamento d’aria che gli alzava allegramente gli spacchetti della giacca, e in poche, lunghe falcate raggiungeva l’Aula Magna in uno scintillio di scarpe coi lacci tirate a lucido. Qui apriva la ventiquattr’ore – da cui non tirava mai fuori niente – e poi si accomodava dietro la cattedra di legno chiaro dell’Aula Magna, con la lavagna alle spalle, aspettando. Non era mai in ritardo ma quasi sempre lo eravamo noi studenti.

Aveva uno sguardo intelligente, Sadar. Occhi piccoli, scuri e profondi, e un naso impertinente che rendeva simpatico quel suo volto lungo e un po’ rettangolare. I capelli, crespi e un tantino vaporosi, con qualche zona sale e pepe, s’aggrumavano all’indietro come un cespuglietto di timo, però ordinato. Il meno era asburgicamente prognato ma s’adattava all’economia del suo viso sfilato e alla rotondità dei suoi modi.

Sì, Sadar riscuoteva un certo successo, perché era sobrio, elegante, dalla parlantina sciolta, spesso anche troppo. Qualcuno lo aveva soprannominato il Dottor Divago, perché amava approfondire questioni abbastanza secondarie e di dubbio rilievo ai fini della materia. Quando capitava, dopo qualche minuto la soglia dell’attenzione si abbassava drasticamente e mentre il suo uditorio si perdeva in altri pensieri, lui rimaneva a parlare a se stesso. Ma a noi questa sua occasionale prolissità non dava fastidio, le sue erano comunque due ore rilassate e tutto sommato gradevoli, che toccavano argomenti a cavallo tra storia, geopolitica e diritto internazionale. Dopo ore e ore di lezione su sfumature linguistiche, grammatica e problemi di resa in italiano, era piacevole seguire qualcosa di diverso, di non prettamente linguistico.

Una materia così nuova da imparare… Noi studenti, intanto, sciamavano dentro dalla porta a doppio battente, prendendo posto dove capitava. A me e a Lorenza piacevano le due corte file centrali, col corridoio in mezzo. Si vedeva bene e si sentiva anche meglio.

E poi, a rendere gradevole la lezione di Sadar (e non solo quella) c’era la presenza della modenese Ghiga. Il tacito accordo era che, se la lezione si prospettava interessante, prendevamo appunti fitti in religioso silenzio. Se invece l’andazzo faceva intuire una delle tante digressioni di Sadar-Divago, l’una aveva il permesso di salvare l’altra dalla noia sesquipedale con vari frizzi e lazzi. Era un mercoledì, quello, in cui eravamo col cervello a folle in discesa.

Quel giorno – era il 20 gennaio del 1988 – prendemmo posto sulla sinistra, nella fila con la colonna. Dalla cattedra Sadar si schiarì la voce. <<Ragazzi, incominciamo…>> E appoggiandosi allo schienale della poltrona, attaccò un pistolotto che non vi dico sulla Società delle Nazioni. 

Roba da tramortire Woodrow Wilson!

Parlava a braccio, forbitamente, e ci inchiodava col suo eloquio cesellato. Lo fece anche quel giorno, e da subito ci chinammo a vergare appunti. Per Organizzazioni Internazionali io tenevo un quadernone della Pigna con un bel motivo d’edera in copertina. Come per ogni lezione, inaugurai una pagina nuova che feci precedere dalla data, per l’appunto il 20 gennaio.

Quel mercoledì la faccenda si era imbarcata male da subito. Sadar aveva iniziato un pippone extra-large sulla Società delle Nazioni e l’applicazione all’Italia fascista delle “inique sanzioni”. Argomento frollato, macerato, stagionato. Decisi che non meritava attenzione piena ed ero sicura che anche la Ghiga fosse ben informata sull’argomento. Mi guardai un po’ attorno in cerca di qualcosa su cui fare conversazione. Dopo poco l’attenzione mi cadde su un particolare e come si fa a pallavolo, alzai la palla in modo che la mia compagna schiacciasse metaforicamente a rete.

<<Di’, hai visto il vestito della Pifferi?>> buttai lì sottovoce. (Il cognome, ovviamente, era un altro. Ma calza.) La Pifferi era altoatesina e, frequentando prima lingua tedesca, non seguiva esattamente il nostro indirizzi di studi, tuttavia la si incontrava alle lezioni interdisciplinari, tipo Linguistica, Italiano o, per l’appunto, Organizzazioni Internazionali. Aveva un viso aguzzo come il musetto dei topini disegnati da Art Spiegelmann in Maus, tuttavia non ne possedeva la medesima mitezza. Nelle poche occasioni in cui la incrociavo, non salutava, aveva modi sgarbati e insofferenti. In altre parole, faceva di tutto per risultare antipatica. Con ottimi risultati, peraltro.

Quel giorno indossava un vestito di maglina a pois. Già il modello con balze e nastrini, così bambolesco, esulava dal mio gusto, ma a colpirmi fu più che altro l’improbabile colore. Sapendo che a Ghiga piaceva molto l’argomento moda & affini, la pungolai col dito, ammiccando in direzione della Pifferi.

<<E guarda, no?>> ripeté Lorenza. Allora alzai lo sguardo dal quadernone della Pigna e sbirciai. La Pifferi era una ragazza di prima lingua tedesca. La conoscevo poco. Mora e affilata, aveva un faccino appuntito, come la parte terminale di una matita. Non era priva di talento, al contrario. Ma era una di quelle che sgomitavano per farsi notare. E quando devi sgomitare, vuol dire che così speciale poi non sei. Popolare non era. Rispondeva sbrigativamente a ogni richiesta e, se tentavi una battuta, poi gliela dovevi spiegare, perché era tutto rigore & niente splendore.

<<Allora?>> chiesi.

<<Come, “allora”?>> Lorenza sbuffò, seccata. <<Ma lo vedi il colore dell’abito? Vestita così, non sembra anche a te un fragolone gigante?>> Risi. In effetti la tipa vestiva interamente di rosa. Carico, per giunta. <<Oddio, un fragolone, proprio no, smilza com’è>> obiettai. Strinsi gli occhi mentre riflettevo. <<Tra l’altro, è un punto di rosa diverso>> aggiunsi lentamente. <<Come… come…>>  Ma, niente, per quanto mi scervellassi, non mi veniva la parola per rendere l’idea.

Per essere rosa, il vestito della Pifferi era rosa. Però non quella tonalità confortante dei fiocchi dei bebè né il rosa allegro dei cartoni animati. Era un rosa dozzinale, cheap, che avevo visto mille volte ma che in quel momento faticavo ad inquadrare. Era una nuance, come dire, settoriale. Finché, di colpo, non mi venne in mente l’associazione.

<<Ma certo!>> esclamò Lorenza, e di colpo rise. <<Come quella carta igienica da poco che…!>>Bastò quell’incipit a folgorarmi. <<Sì!>> ammisi.  E tornando a guardare l’abito incriminato, riandai alle volte in cui era il babbo a fare la spesa. Sugli alimenti, ci beccava quasi sempre, salvo che comprava troppo affettato, nonché “il” gnocco fritto di nascosto alla mamma. Ma sugli altri generi spesso toppava. La carta igienica, per esempio. A noi bambine piaceva quella morbida, a due veli, bianca come cotone idrofilo. Lui invece acquistava quella rosa maiale, ruvida e crespa. Che quando te la ritrovavi in bagno, ti prendeva male. Naturalmente in famiglia ci si scherzava sopra e mia sorella, che è sempre stata spiritosa, l’aveva battezzata “raspacu*o”, abbreviata in “raspa”. Rendeva l’idea, no?

La rendeva anche la mise della Pifferi, rosa maiale e per giunta goffratina!

Ma certo! Era il rosa di quella carta igienica economica che si trovava (e si trova ancora) nei bagni dei treni, diffusissima prima delle deriva estetica delle carte igieniche color pastello, a fiorellini, al profumo di camomilla e con tutte le inutili varianti prodotte dalla società dei consumi. <<Proprio quella!>> esclamai folgorata.

Da parte mia assentii. <<Esatto>> proruppi. E per rafforzare il concetto, aggiunsi: <<La “raspacu*o!>>. Non avevo inteso fare una battuta né altro. Era giusto un commento che, rifacendosi al lessico familiare di noi Ferrari, non mi divertiva nemmeno più tanto. Perché era diventato un termine come un altro. Quasi un tecnicismo, no? Non per Lorenza, però. Per lei, no. Di colpo la sentii annaspare in cerca d’aria. Mi girai in tempo per vederle arrovesciare la testa all’indietro ed emettere il più sonoro dei grugniti.

<<SGRUNF!!>>

Se il significante era stato ormai identificato, la sua definizione concettuale mi aveva colta completamente in contropiede. Ghiga, che usava un vocabolario chirurgicamente preciso nelle traduzioni, ci aveva preso anche questa volta, nella lingua parlata. Eccome se ci aveva preso. La situazione era già leggera di suo, ma la coloritura linguistica (è proprio il caso di dirlo) diventò addirittura goliardica, tanto che mi partì quello che in dialetto veneto si chiama “boresso”, cioè la ridarella irrefrenabile, preceduta da una ouverture di un roboante grugnito suino.

<<SGRUNF!!>>

Ma una roba che persino Babe, il maialino, sarebbe morto d’infarto! Mi assalì un 𝑓𝑜𝑢 𝑟𝑖𝑟𝑒 tale che mi ripiegai su me stessa, tossendo perché mi andò di traverso la saliva, e la stessa Lorenza lottò per non cappottarsi tra ribaltina e sedile. Tutti si girarono a guardarci, l’incolpevole Pifferi inclusa. Dalla cattedra si levò allora l’educata voce di Sadar: <<Caspita>> intonò serafico, <<questa doveva essere proprio buona, uh?>>. Non un rimprovero, solo quella battuta, argutamente asciutta, come lui. La classe, che stava ridendo, rise ancora di più, e per almeno dieci minuti non si poté riprendere la lezione.

Pur sentendomi sollevata dalla bonaria reazione di Sadar, il suo stile intelligente e acuto non mi esentò dall’avvampare di imbarazzo. Invano cercai un nascondiglio tra le sedie a ribaltina mentre l’ilarità si estendeva a tutta la classe, che rideva di “rimbalzo” solo per l’ultima sonora parte di tutta la faccenda. 

Infine Sadar si schiarì la voce e, raddrizzando la schiena già drittissima, tornò ad addentrarsi nei dettagli sanzionatori della Società delle Nazioni a carico dell’Italia. La parentesi ilare si chiuse e il silenzio calò come ovatta. Io e Lorenza, però, eravamo fuori combattimento, e quella volta i nostri appunti rimasero gravemente incompiuti.  Infatti dopo li dovemmo copiare dalla Phillips-Colore-Sempre-Vivo.

A poco a poco tutto rientrò nella norma, salvo per me e la Stampellona Bionda, letteralmente devastate. La sgrufolata e conseguente “boresso” costarono a lei una pagina del quadernone, che aveva sgualcito a furia di percuoterla con la mano e a me un Tratto Pen sano sano, perché il pennarello rimase così tanto tempo senza scrivere che seccò in punta e lo dovetti buttare.

Che, se adesso ci rifletto, mi chiedo in realtà perché mai avessimo riso così tanto.

Ogni volta che ci ripenso, sono certa che, conoscendo la mia natura naif, la mia amica avesse previsto la mia entusiastica reazione, tanto da spingermi deliberatamente – con affettuosa e amichevole perfidia – verso il baratro dell’imbarazzo. D’altronde, come biasimarla: a vent’anni è vietato annoiarsi e ci bastava veramente poco per spanciarci dal ridere. Di tutto il periodo universitario, questo è l’aneddoto che ricordo con maggior nitidezza. 

Ho molti ricordi di Trieste ma il monumentale “sgrunf” di Lorenza è senz’altro il più divertente. Del resto, a vent’anni tutto è svago e poco è ragionamento. Poi cresci e la proporzione s’inverte.

Andando avanti con l’età, ti accorgi che vorresti avere il tempo per annoiarti o anche solo per dire sciocchezze con qualche amica. Invece la routine prende il sopravvento e capita che ti manca l’aria non per il troppo ridere ma per il troppo correre di qua e di là.

Però non è così che dovrebbe succedere. Divertirsi non è un’azione banale né solamente giovanile. Mentre a volte, tiranneggiati come siamo dalla vita e dagli obiettivi spesso inarrivabili che ci poniamo (ma perché poi?), così diventa. Saremo sciocchi? 

Definitely.

***

La foto è successiva, precisamente del 1989 ma Teresa-Phillips-Colore-Sempre-Vivo e la sottoscritta siamo sedute nei medesimi posti dove con la Ghiga mi ammazzai dalle risate due anni prima a Organizzazioni Internazionali. In primo piano c’è Ghiga Ferrari, riccia, ormai mora e occhialuta, impegnata a discutere la sua monumentale tesi di laurea.

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2 risposte a Una sfumatura di rosa – Racconto in duplex

  1. alebici ha detto:

    Lorenza e Ghiga, vi leggo e vi amo.
    Con una decina di anni in più, ho provato la stessa appassionata “visione” del ricordo.
    Io ero a Padova, diciamo a 100 metri dal Santo. L’università è stato un periodo pazzesco, di libertà, di autonomia, di conoscenze. Non ho ricordi così vividi come i vostri: è tutto un affastellarsi di luoghi, volti, situazioni che mi ridanno la meravigliosa sensazione delle “farfalle nello stomaco”.
    Grazie

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