Arrampicatrici “sociali”

Il centro sportivo che frequento, lo stesso dell’Armadio, per intenderci, ha organizzato un corso di arrampicata sportiva gratuito riservato a sole donne. In linea di massima diffido delle iniziative “per sole donne” perché solitamente i gruppi omogenei sono delle palle mostruose, si parla sempre delle stesse cose e si finisce sempre con la stessa gente. Questa volta ho fatto un’eccezione – quando mi ricapita un’occasione così ghiotta per sfragellarmi al suolo come un gavettone estivo? Ho raccomandato l’anima (o quel che ne rimane) a Sant’Antonio da Padova e mi sono segnata al corso. L’ambiente umano è molto rilassato, un’atmosfera gradevole e accogliente.

Alla prima lezione, guardando le altre iscritte, avrei dovuto capire da subito che forse l’arrampicata non è lo sport per me. Ma dato che sono tonta, ho proseguito imperterrita a testa bassa come un’ariete (quale sono, zodiacalmente parlando). Non tanto per l’età (c’è gente più giovane ma anche più vecchia della sottoscritta) quanto per la stazza: tutte quante secche sulla soglia dell’anoressico, dallo scheletro filiforme e dalle leve corporali corte e scattanti. Mi sentivo come l’immancabile cicciabomba della foto delle elementari, tutti attorno a me snelle e io piantata lì come un toro (seduto). Il mio gruppo è formato da cinque-sei persone e ovviamente tutte avevano già fatto qualche salita in parete, per cui erano ancora più avvantaggiate. Fanculo, manco il vantaggio dell’essere Absolute Beginners.

Si comincia. Dopo una breve introduzione sullo sport (due minuti e venti secondi, visto che è nato a metà degli anni 80) l’istruttore ci fa appiccicare come patelle allo scoglio e ci invita a muoverci lungo la parete. Incredibile come un corpo di, dico un numero a caso, 64 chili, nel momento in cui si stacca dal suolo e si posiziona sugli appoggi a venti centimetri di altezza, immediatamente ne pesa 128. All’istante. Prima cosa che ho capito del corso: la gravità è una grandissima fregatura. Sulla  parete ci sono diverso appoggi contrassegnati con pezzi di nastro adesivo di vari colori, cosa che poi si chiarirà. La lezione procede con i fondamentali (baricentro, equilibrio e triangolo, cambio mano, cambio piede) mentre le saputelle volteggiano come farfalle e io mi sento sempre un elefante in una cristalleria. Ma l’atleta si vede sulla distanza, e infatti dopo mezz’ora le farfalle hanno le braccia completamente sfinite dallo sforzo e cascano come le pere. Ben gli sta a fare le fraccazzodavelletri de ‘sta ceppa. Seconda cosa che ho capito del corso in particolare e della vita in generale: la partenza a razzo è quasi sempre garanzia di un arrivo a c***o.

Come spesso succede in un consesso femmineo, la chiacchiera inizia ad esondare e si crea una specie di circolo ricreativo per “babbionz” sportive, una sorta di social network reale e non virtuale. A buon diritto possiamo essere etichettate arrampicatrici (molto) sociali. Alla seconda lezione siamo già rimaste in tre e all’ultima ho avuto il piacere di avere l’istruttore tutto per me, un personal trainer che mi ha seguito passo passo nella spiegazione delle altre tecniche fondamentali come incrocio piede/mano, punto morto – che per me non è solo morto ma anche putrefatto, salita laterale e poi il temibile “esercizio di bouldering”. Che in pratica non è altro che salire usando gli appoggi e gli appigli contrassegnati dallo scotch colorato. Per arrivare all’appiglio contrassegnato con la “T”,  bisogna lambiccarsi il cervello, possibilmente senza cadere o utilizzare gli appigli non indicati. Molto divertente e molto illuminante perché la terza cosa che ho capito è di avere l’agilità di una foca con i reumatismi e la memoria di un pesce rosso (1 byte).

Nonostante i risultati piuttosto scarsi, mi sono appassionata ugualmente a una nuova disciplina che mette in moto molte aree del corpo e della mente, incrementa la mobilità, migliora la coordinazione e accresce l’autostima – questo in verità dopo un po’, non proprio subito subito. Quasi una disciplina zen.

Anche se farò sempre ridere i polli, spalmata in parete come uno sghitto di poiana, sarà sempre meglio arrampicare che stare davanti alla TV a vedere “Reparto maternità” oppure “Malattie imbarazzanti”. Di questo sono certa al mille per cento.

2 risposte a "Arrampicatrici “sociali”"

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