Cofanetto o pacco? (parte seconda)

Il Direttore (con la D maiuscola), bloc-notes alla mano e voce impostata alla Vittorio Gassman, inizia a descrivere quanto compreso nel cofanetto smart-emotion-gift-wonder-box. I presupposti non sono male, e comunque, vale sempre la filosofia del caval donato eccetera eccetera. Bene, si comincia con un piatto di salumi locali e verdure calde come antipasto, abbastanza buoni ma niente di che. Questa regione, sotto il profilo gastronomico, può dare di più. L’antipasto viene servito quasi subito, il che fa presagire un servizio veloce (e vorrei anche vedere il contrario, con il locale vuoto). Sarà una pia illusione. Dopo gli stuzzichini, passa una mezz’ora abbondante di vuoto pneumatico, durante la quale non si vede un’anima creata per tutto il locale. Probabilmente in cucina c’è la tv e tutto lo staff sta seguendo la partita. Va a sapere. Inganno l’attesa conversando amabilmente con il prode G.,  ammirando il puro stile anni ’70 del locale, l’incongruenza delle ruote di carretto appese alle pareti sopra i tavoli riccamente drappeggiati manco fossimo a Versailles. Si passa dai lampadari con le gocce di vetro a tutti i parafernali di arredamento che non si trovano più nemmeno nei mercatini dell’usato, come ad esempio i quadri a olio in stile Teomondo Scrofalo.

Il bevitore di Teomondo Scrofalo (foto di Andrea Spinelli)

All’intervallo tra il primo e il secondo tempo della partita, si presentano ben due camerieri, quello di prima e una ragazza molto più giovane, forse per compensare l’assenza della mezz’ora precedente. E qui succede una cosa assurda: i camerieri si litigano i piatti sporchi da portare via. Il cameriere senior ostacola la cameriera junior con gomitate e spallate e lei invece, indomita, lo attacca ai fianchi e cerca di disorientarlo con finte e movimenti surrettizi. Forchette e coltelli ondeggiano pericolosamente qua e là ma per fortuna nessun ferito grave. Sembra una candid camera. Osserviamo allibiti la scena ma evitiamo accuratamente di guardarci in faccia, perché scoppieremmo a ridere e sarebbe indelicato nei confronti di questi due che, per quanto scalcinati, sono  lavoratori che si stanno guadagnando da vivere. La scena comunque resta paradossale.

Dopo forse un’ora, arriva l’assaggio dei due primi previsti dal cofanetto: anellini alla pecorara e ravioli. Per questi ultimi in Abruzzo c’è una specie di venerazione, ho capito che sono una specie di comfort food regionale, anche di più degli spaghetti alla chitarra e che quando te li portano è come se madonna che cosa ti stanno servendo. Purtroppo per entrambe le pietanze la pasta è “tenace”, rimbalza sui denti come il Big Babol (e in più è anche sciapa) il sugo di pomodoro ha una punta di acido e insomma, l’entusiasmo iniziale si spegne nel tossico anonimato dei piatti. Siamo perplessi – molto – quando arriva il secondo di carne, dopo un intervallo in cui a G. si  è visibilmente incanutito il pizzetto e a me è venuto il prolasso del cremastere. Poiché i camerieri sono pressoché muti, mi faccio coraggio e chiedo che tipo di carne viene servita. La ragazza mi guarda come se le avessi chiesto la formula della sintesi dell’ammoniaca assieme al sesto canto dell’Eneide da recitare a memoria. Mi rendo conto del disagio che ho provocato e provo a fare ammenda dicendo “Manzo?” (mi adeguo allo stile asciutto del personale). Lei per un attimo si congela, guarda in aria come se sul soffitto bucciato e impolverato da secoli fosse scritta la risposta e finalmente annuisce sollevata. Sempre facendo a pugni con il collega (ormai tra di loro è un incontro di boxe thailandese) mi sfila il piatto sporco da sotto il naso facendo marameo all’avversario. Inutile a dire che invece di manzo, si tratterà di agnello al forno, una povera bestia che nella teglia ci ha trascorso più tempo del dovuto, a giudicare dal colore, dalla consistenza e dal sapore. La saudade ormai dilaga nel mio cuore, nei miei polmoni e in tutti gli organi interni, in particolare nello stomaco che è il più triste di tutti. Ve la faccio breve ma in realtà i tempi sono dilatatissimi, tanto che ho pensato di essere caduta in mano alla rediviva anonima sarda. Solita rissa per togliere i piatti e arriva il dessert, una serie di bicchierini di mousse dello stesso sapore, consistenza e colore della malta cementizia. Ma vabbè, a caval donato eccetera eccetera…. no, stavolta a caval donato un paio di ciufoli. (Pregasi notare l’eleganza della metafora: avrei preferito dire stocazzo ma poi dopo mi dite che sono volgare).

A mezzanotte passata (eravamo arrivato poco prima delle nove) veniamo rilasciati, previo pagamento di un riscatto di 32 € per quanto non espressamente incluso nel box.  La nottata è mite, dal belvedere del paesello si gode una splendida vista sulla costa e due passi, sia per raddrizzare una serata che di romantico – nel senso tradizionale del termine – ha avuto poco, sia per far calare la malta cementizia che sta facendo presa nello stomaco, sono quasi obbligatori. La passeggiata digestivo-romantica fa il suo dovere e ce ne possiamo tornare a casa, provati nel fisco e nello spirito dall’esperienza “cofanetto”.

Qualche considerazione a margine. 1) Un locale che è in attività da un certo numero di anni, ad un certo punto ha due possibilità: o si rinnova completamente, sia nel menù che nella struttura oppure punta a diventare locale caratteristico seguendo la tradizione in modo filologico. Qui non è successa nessuna delle due cose, l’antico è vecchio, il tradizionale è banale e la tipicità è quella del discount. 2) il cofanetto è un tipo di promozione, una pubblicità che servirebbe – a mio parere – ad attirare nuovi clienti ma se ci trattate così dubito tanto che qualcuno mai tornerà da voi, cari ristoratori, io no di sicuro, anche perché ci abbiamo dovuto pagare “a sopra” ben 32 € per due calici di vino e un dessert che aveva la stessa età del codice di Hammurabi. 3) La sensazione di essere stati trattati come clienti di serie B (ma anche C, D e tutte le lettere dell’alfabeto fino alla zeta) c’è, ma non avendo un termine di paragone, rimane solo un’ipotesi. Di ritornare in questo locale è invece un’ipotesi da scartare all’istante.  4) Infine, una nota linguistica: d’ora in poi, quando leggerò BOX su qualche cadeau preconfezionato, nella mia mente non lo abbinerò alla parola cofanetto ma alla più immaginifica pacco.

 

 

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3 risposte a Cofanetto o pacco? (parte seconda)

  1. Alessandra ha detto:

    Lonza ho un “pacco” per due denominato “ADDIO STRESS”.
    In zona si può usare solo presso Bye Bye Pelos…
    … no no non è una fake news, è tutto VERISSIMO!
    vuoi venire con me? magari è un’esperienza fantastica!
    (che ci puoi fare la parte terza!)

    come amo ripeterti già da tempo: ti amo lonza!

    Mi piace

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