Un attimo

Domani inizia la 96° edizione del Giro d’Italia, la Corsa Rosa. Rovistando nelle cartelle dei documenti del Mac è uscito questo post scritto due anni fa, in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia e del passaggio della carovana rosa da queste latitudini.

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un giro d'Italia con un po' di Germania © Lonza65

un giro d’Italia con un po’ di Germania © Lonza65

Pochissimi eventi riescono a farmi appassionare veramente. E solo uno mi piace così tanto che, per seguirlo comme il faut , preferisco stare in casa il pomeriggio davanti alla tv invece di approfittare delle prime belle giornate calde e piene di luce di maggio per stare all’aria aperta.

Sarà perché lo vedevo fin da piccola, sarà perché in Veneto la bicicletta è popolare  quanto il calcio, sarà perché la bici la uso tutti i giorni, ma l’evento sportivo che seguo da anni con passione immutata è il Giro d’Italia. In un anno come questo, grondante di retorica patriottica e unitaria, anno in cui sono state spese cifre assurde per una ricorrenza che è più imposta che sentita, mi meraviglia che al Giro non sia stata data una rilevanza maggiore. A pensarci bene, è – è sempre stato – un lunghissimo spot pubblicitario del nostro Paese: tappa dopo tappa ci fa scoprire angoli d’Italia meravigliosi, a volte semisconosciuti e con essi, anche una parte di italiani che mi sembra migliore di quella che i mass media ci vogliono far conoscere.

Il Giro è forse l‘unico evento sportivo che ti viene a trovare sotto casa. E’ lui che passa da te, con un’organizzazione perfetta, chiassosa e gioiosa. Restituisce alle nostre strade, anche solo per mezz’ora, una dimensione alla quale non siamo più abituati. Noi drogati di sport, assiepati ai bordi delle statali in attesa dei corridori, all’inizio non ci facciamo caso. I rumori si ovattano. A poco a poco l’udito si adatta al brusio delle voci del pubblico, degli organizzatori, allo scaracchio intermittente dei walkie-talkie. Tutti rumori che col traffico normale non sentiremmo. In mezzo alla folla ci sono anch’io. Mentre controllo sul “Garibaldi” elettronico la tabella di marcia, per capire quando i ciclisti passeranno di qui, osservo le persone che sono con me. E’ un popolo trasversale, quello del ciclismo: bambini accompagnati dai nonni, gruppi di amici, signore con la borsa della spesa, signori attempati, ragazzi giovani, ragazzette incuriosite. Ognuno ha il suo atleta preferito, ma, al contrario del calcio, per fare un esempio a caso, sulle strade del Giro non si vedono mai striscioni offensivi. Tutti applaudono tutti, dal primo all’ultimo, come a ringraziarli della fatica che fanno, dei chilometri che macinano e del fatto che passano proprio di lì. Quando qualcuno viene dalle parti di casa tua, il minimo che puoi fare è andare a salutarlo. E così aspettiamo questo fiume colorato di corridori, atleti completi, allenati in modo scientifico, perfette macchine da sport, anche un po’ divi. Non più quelli che dicono “Ciao mama so’ contento di essere arivato uno”. Non più i figli di un’Italia malnutrita che usciva malconcia da una guerra disastrosa. Il mito assoluto, il più grande di tutti i tempi soffriva di rachitismo, aveva le braccia e le gambe troppo lunghe per un busto troppo corto, ma la sua fortuna è stata quella di aver trovato uno sport in cui il suo handicap si è trasformato in un’arma vincente. Ed è diventato il Campionissimo. O Faustò, come lo chiamano i francesi (“che le balle ancor gli girano” dice Paolo Conte ma per colpa di Bartali, in realtà). La gente applaude i corridori perché, se da un lato pensa “come vorrei esserci io, al loro posto”,  quando vincono, dall’altra tira un sospiro di sollievo quando li vede sudare su per i passi dolomitici e pensa “meno male che non ci sono io, al loro posto”. E’ una calzante metafora della vita, il Giro, magari anche un po’ abusata. Si parte tutti assieme, ognuno con il proprio stile: chi è lento e metodico, chi brucia gli sprint, chi gioca sporco, chi è leale, chi si fa aiutare, chi è nato gregario e chi leader, chi cede alle prime fatiche e chi stringe i denti e va avanti, chi affronta le salite con leggerezza e chi invece con la pena nel cuore e nelle gambe, ma tutti vogliono arrivare in fondo. Tutti vogliono tagliare il traguardo. Tutti vogliamo arrivare.

Le staffette della polizia stradale arrivano in velocità, seguite dalle ammiraglie. E’ un attimo, in un battito di ciglia i ciclisti sono già avanti a noi, un punto multicolore che si rimpicciolisce sempre più. Ma noi siamo felici, quell’attimo ha dato un senso alla nostra giornata, alla giornata in cui il Giro è passato di qui.

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10 risposte a Un attimo

  1. lonza65 ha detto:

    Oggi, 9 maggio, Mark Cavendish sul podio ha mostrato il n. 108, il dorsale di Wouter Weylandt, un ragazzone belga che due anni fa, sulla discesa del Passo del Bocco ha incontrato il suo destino. Un gesto semplice ma carico di affetto e di significato. Il ciclismo è anche questo.

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  2. lillopercaso ha detto:

    Quel FRRRRR di quando passano… Penso sempre a sciami di libellule!

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  3. centurio ha detto:

    Grande dipinto, il tuo, di uno sport ancora romantico.

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  4. rossodipersia ha detto:

    Sono troppo pigra anche per vederlo in televisione 🙂 🙂

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  5. saulo ha detto:

    ti dirò, mia cara amica sportiva, che dopo “giochi senza frontiere”, il giro d’Italia, in particolar modo le tappe di montagna, è l’unico lusso sportivo che mi concedo con piacere. firmato: il pigro pensatore

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  6. alessandra di federico ha detto:

    sempre bello leggerti!! mi hai fatto venire voglia di vedere il Giro!!! peccato non passi di qui………..

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    • lonza65 ha detto:

      grazie! potresti sempre andare a Lanciano, dove abbiamo care conoscenze in comune e far respirare al piccolo un po’ di aria di ciclismo in festa…

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      • alessandra di federico ha detto:

        l’ultima volta che ho visto il giro è stato proprio a Lanciano….ed ho un bruttissimo ricordo!!!!! mi sa che faccio passo!!! 😉

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