Volevo scriverti da tanto

Le canzoni, quelle scritte, suonate e cantate bene, sono come la macchina del tempo. Basta fermarsi ad ascoltarle con un po’ di attenzione e veniamo catapultati in altri tempi e in altri luoghi. Hanno il potere magico di arrivare al cuore perché sembra che siano state pensate solo per noi. Ieri alla radio ne è passata una che mi ha permesso di sistemare una pendenza che avevo in sospeso da troppo tempo.


Ciao Enio, 

è da un po’ – un bel po’ –  di tempo che volevo scriverti perché mi è rimasta in gola una parola.

Scusa. 

Scusa se, quando eri il mio professore di storia e filosofia, a volte mi prendevo qualche libertà nei tuoi confronti, facevo un po’ troppo casino in classe o qualche volta ti ho bonariamente preso in giro. A te queste cose scivolavano addosso, quasi non te ne accorgevi, a parte qualche rara occasione in cui esprimevi il tuo disappunto con la fatidica frase “Signori, oggi non andiamo d’accordo”. Gli adolescenti sanno essere crudeli con chi si mostra più morbido e accondiscendente nei loro confronti, ma la nostra non è cattiveria. È stupida superficialità. Però anche tu, cazzarola, con quella tua fissa di farti dare del “tu” da noi ragazzi, unico caso di insegnante (a quei tempi, poi, primi anni ’80) che rinunciava a priori al baluardo della formalità pronominale. Noi ragazzi non eravamo abituati a questa familiarità che strideva fortemente con il rigido formalismo imperante nei lunghi corridoi semibui e austeri, intrisi di quell’aria leggermente snob che si respirava un po’ dappertutto, dalle aule agli uffici amministrativi fino alla temibile “No Fly Zone” della Presidenza. Se il “Fermi” si era guadagnato in relativamente poco tempo la fama di scuola un po’ affettata e fighetta, un motivo (anzi, più di uno) ci sarà pur stato. E tu lì eri un’eccezione. Una bella eccezione.

La filosofia non mi appassionava tanto, perché ero e sono rimasta una persona poco incline alla speculazione intellettuale – infatti proprio tu mi avevi pronosticato una futura carriera in Polizia e chissà che non avevi ragione – ma mi piaceva come cercavi di rendere attuali le diatribe presocratiche, gli insegnamenti kantiani e la complessa ideologia hegeliana, per me, la più oscura di tutte, con risultati sicuramente più rilevanti delle asettiche elucubrazioni del Geymonat.  La storia invece quella sì, che mi intrigava, proprio tanto.  Nec ridere, nec flere, nec detestari sed intelligere era una delle tue citazioni preferite, che applicavi fuori e dentro le aule scolastiche. Mi hai fatto capire che la storia la scrivono i vincitori – qualsiasi cosa significhi questa parola – e che non bisogna mai, mai e poi mai, fermarsi alla prima lettura dei fatti. Approfondire, indagare, intelligere. Non le battaglie, non i re, non i generali: erano importanti i contesti geopolitici, i collegamenti tra i fatti, che a quei tempi si potevano fare solo consultando tomi alti un palmo e non cliccando con comodo sullo schermo di un pc.  

Gubbio, 5 aprile 1982

Sed intelligere. Eri un cittadino attivo, attento alla vita del tuo quartiere, impegnato non solo con le parole ma con i fatti. Quante volte ti presentavi in classe alla prima ora con gli occhi arrossati per aver fatto le ore piccole alla sede del tuo quartiere, a discutere, a scrivere lettere e mozioni per rendere più vivibile la città. La tua era cittadinanza attiva sempre e comunque, anche quando non eri nei panni di educatore. Sed intelligere. Se sono una cittadina decente, è stato anche grazie al tuo esempio, perché in quella devastante età che è l’adolescenza, sono le azioni degli adulti che rimangono scolpite nella memoria e forse, dopo, le parole. Le chiacchiere se le porta il vento, solo i fatti restano. Una sola volta non ci sei riuscito, ad intelligere quando, stravolto dalla rabbia e dallo sdegno, hai sbattuto con disperazione il Corriere sulla cattedra l’indomani di quel 5 febbraio 1981 quando capimmo tutti, nel modo più brutale, che “anni di piombo” non era una frase fatta da telegiornale ma una minaccia reale, che abbiamo incontrato dal vero, sull’argine del canale Scaricatore. Erano anni cupi, avevamo le Brigate Rosse sotto casa, si respirava un’aria pesante ma per fortuna c’eri tu, a spiegare e a farci ragionare con la nostra testa.

È un po’ la maledizione dell’insegnante, quella di essere apprezzato solo dopo essersi sgolato per tanti anni. E, mannaggia a te, te ne sei andato così all’improvviso – ma che, si fa così, senza avvertire? – che non ho fatto a tempo a fare quello che sto facendo adesso. Chiederti scusa per quanto sono stata stupida. In tutti questi anni una punta di rimorso mi ha sempre accompagnato ogni volta che mi venivi in mente, al ricordo della tua andatura militarmente buffa – un incedere deciso e al tempo stesso interlocutorio – ai tuoi capelli con il taglio alla marine sulla nuca ma con un ciuffo dritto dritto sulla fronte che abbassavi con un gesto goffo della mano che era un po’ il tuo marchio di fabbrica.  Ritornando in auto dalla cerimonia funebre – lo ricordo come se fosse ieri – la radio passava una canzone degli Stadio. 

I Beatles non lo conosco, neanche il mondo conosco

Sì sì conosco Hiroshima ma del resto ne so poco, ne so proprio poco

Ha detto mio padre l’Europa bruciava nel fuoco

Dobbiamo ancora imparare, siamo nati ieri, siamo nati ieri

Ancora la Storia, l’urgenza della memoria, l’importanza del ricordo. Nonostante la desolazione che avevo nel cuore, ho sorriso. Ho pensato che mi volessi salutare per l’ultima volta, infilandoti nelle frequenze della radio.

Conservo una foto di gruppo di una gita in cui sei di profilo, austero come un piccolo Cesare, attorniato da noi ragazzi. Mi piace ricordarti così, in mezzo a tanta gente giovane, sempre pronto a dedicare un po’ del tuo tempo a chi ti chiedeva un consiglio.  Ovunque tu sia, spero tu riceva queste mie scuse, tanto tardive quanto sincere. E fa niente se dove sei non c’è la rete dati o il wi-fi.  Esiste un mezzo di gran lunga più potente per comunicare: si chiama corrispondenza di amorosi sensi. E funziona sempre, anche quando non c’è segnale.

Ah, una cosa mi sono dimenticata: non sono entrata in Polizia, ma leggo vagonate di gialli e polizieschi. Vale lo stesso? 


Volevo scriverti da tanto è un brano dell’album Maeba di Mina pubblicato nel 2018. Gli autori sono Maria Francesca Polli per il testo, Moreno Ferrara per la musica e Massimiliano Pani per l’arrangiamento. In questa intervista (fai clic qui) l’autrice racconta, tra le altre cose, come è nata la canzone. Se vi va ascoltatela, magari in cuffia, in un momento di relax, con il vostro comfort food a portata di mano, per assaporare la profondità del testo, la raffinatezza degli arrangiamenti e la potenza interpretativa della voce di Mina.

Volevo scriverti da tanto su YouTube https://www.youtube.com/watch?v=0mOUj-uHp0Y

Che ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

VERBA VOLANT

"Il comico è il tragico visto di spalle" (G. Genette)

appetibilis .net

VISUAL & WORDS on PEOPLE, PLACES, FOOD & STYLE

http://www.iocisonostata.com/

"Il comico è il tragico visto di spalle" (G. Genette)

MADamando

Il blog dedicato alle “over-anta”, in cui si raccontano, senza prendersi troppo sul serio idee, sogni, moda, riti e miti dell’età di mezzo.

OCK Style

Orsola Ciriello Kogan :: Wordsmith & Visual Storyteller

ideas.ted.com

Explore ideas worth spreading

Bufale e Dintorni

Bufale e dintorni, ovvero notizie false, ingannevoli, phishing, scam, spam. Diffondere le bufale è inutile, irrazionale e in alcuni casi, pericoloso.

zeronovantanove

Scritture low cost

Opinioni di un clown

"Il comico è il tragico visto di spalle" (G. Genette)

Ghiga scrive di sera (e nemmeno sempre)

"Il comico è il tragico visto di spalle" (G. Genette)

La disoccupazione ingegna

Sono disoccupata, sto cercando di smettere. Ma non mi svendo

Scarpe de Merda

"Il comico è il tragico visto di spalle" (G. Genette)

SUCCESS

"Il comico è il tragico visto di spalle" (G. Genette)

ildegardadibingen

Just another WordPress.com site

Rosso di Persia

La mia indipendenza è la mia forza, implica la solitudine che è la mia debolezza. (Pasolini)

Nine hours of separation

"Il comico è il tragico visto di spalle" (G. Genette)

grafemi

segni, parole, significato

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: