Vieni avanti, creativo! seconda parte

Dopo aver descritto l’ambiente dove sono stata sbarcata per il tirocinio formativo legato al corso di graphic designer, eccomi nel dettaglio della struttura aziendale. Detto così, sembra il resoconto della Guida Monaci, cioè una palla colossale. E forse lo è.

La Grande Dicotomia

Appena messo piede nell’agenzia, mi viene assegnata una scrivania in una specie di anticamera/corridoio che porta ai vari dipartimenti: settore account/pm e settore grafica.

Sarebbe stato logico che mi avessero messo vicino ai grafici. Ma no, perché non c’è letteralmente posto fisico. Ogni metro quadro è occupato da qualcosa (computer, monitor, tavolette wacom, materiale vario, attrezzature, libri, generi di conforto, capsule per il caffè, prodotti per l’igiene, ecc.) e ogni altra stanza ha la densità abitativa di un sobborgo di Shangai. Passato il primo momento di sbigottimento in cui mi sono vista abbandonata come un paziente in codice bianco al pronto soccorso, bisogna dire che alla fine stare in corridoio non è poi così male. Posso allargare le braccia senza andare a sbattere contro qualcosa o qualcuno; per contro non esiste privacy (degli altri) perché da lì sento sia le voci di corridoio – che non è una metafora ma proprio le voci di chi ci transita – che tutto quello che i creativi si dicono nell’area della ricreazione, cioè un metro quadrato alla fine del corridoio dove c’è la macchinetta del caffè e qualche (in)utile suppellettile per bere il suddetto.

Nell’altra ala dell’agenzia, dove risiede l’Amministrazione, la Segreteria Generale e di Direzione e la Direzione medesima, la popolazione per metro quadro è inferiore a quella del deserto del Gobi o alle Remote Areas dell’outback australiano. Quando si parla si sente l’eco e le onde sonore si infrangono su pareti alte tipo quattro metri con un riverbero da cattedrale medievale. La Direzione è denominata il BOARD: ricordo che in questo tipo di aziende l’inglese pleonastico è lo standard, per cui terza regola da mandare a mente è: parlare questo ibrido di itanglese o inglitano, come ben spiegato da Educazione Cinica qui. Bisogna dire, ad esempio “sono sleep-deprived” invece che “sono cecato di sonno” oppure “controlla le info sul link in bio” invece di dire vatti a vedere il profilo social di questo o di quello o la peggiore di tutte, fammi sapere “asap” invece che dire “al più presto” e tutte ‘ste menate inutili. Per fortuna che due parole in croce di inglese le so, altrimenti sarei persa.

Per quanto sia strafiga e à-la-page un’azienda, esiste sempre al suo interno la Grande Dicotomia. Dalla grande struttura con mille dipendenti alla piccola realtà a conduzione semi-familiare, la produzione critica la direzione e viceversa, in un eterno scambio di recriminazioni più o meno velate, in conversazioni in cui ci si parla ma non ci si capisce. Probabilmente Ionesco ha scritto La Cantatrice Calva dopo aver lavorato in azienda. Non ho mai capito perché, non avendo nessuna voce in capitolo ed essendo the last wheel of the chariot (mi devo allineare allo stile, vuoi mettere dire l’ultima ruota del carro… è grossier), la gente viene da me e si lamenta di questo e di quello. Dopo tanti anni di pratica aziendale, di sentire sempre le stesse menate ne ho piene le tasche (di solito dico “ho i coglioni sfranti” ma l’ambiente più raffinato del mio solito mi fa allontanare dallo standard metalmeccanico al quale mi sono mio malgrado, allineata). Continuo a vedere le cose dalla prospettiva del peones, quale sono e quale rimarrò per sempre ma non prendo posizione, pro bono pacis do ragione a tutti e campo felice. Se lo avessi saputo vent’anni fa, mi sarei risparmiata fior di gastrite.

Miranda state of mind e il resto della banda

Con mia grande sorpresa ho scoperto che il grande capo (maschio e anche munito di bella presenza) viene affettuosamente chiamato Miranda, in omaggio a Miranda Priestley de Il diavolo veste Prada. Arriva come un uragano, spara diecimila cose da dire/fare/baciare/lettera/testamento e ti mette una fretta del diavolo (ma non vestito Prada) a fare le cose anche se, di fretta, non ce n’è. Così, tanto per creare entropia e ansia random, un po’ come il Bianconiglio (o Gianconiglio?) di Alice. Bersagli preferiti di Miranda sono la Responsabile del reparto F&A (Finance & Administration) e l’assistente di direzione, tiranneggiate senza sosta da richieste estemporanee e sempre, sempre sempre, URGENTISSSSSIME.

Poi ci sono i senior e junior account, che non sono i conti correnti né i profili social vecchi e nuovi, ma quelli che ai tempi dei babilonesi erano chiamati i commerciali, che vanno a caccia di contratti e clienti. Li riconosci perché vivono una relazione simbiotica col telefono, con il quale ormai sono fusi in un monoblocco indistinguibile di corpo umano innestato con l’iphone. Nei rari momenti in cui non parlano con qualcuno al cellulare, sono in riunione col capo. In quell’unico momento libero al giorno che hanno, riammollano task su task a chiunque. Che cos’è un task? Ogni cosa a suo tempo.

ll reparto grafico (dove dovrei essere) è capitanato dall’art director. Anni luce fa, quando sentii per la prima volta questa definizione, mi ero fatta l’idea che per la vicinanza della parola art a quella di director, questo essere fosse il responsabile di un museo. Una persona dalla cultura – artistica e non – sconfinata, poliglotta, affascinante per eloquio e savoir faire. Un animale sociale, ricco di comunicativa e di empatia verso il prossimo. Forget about it. Forse le mie aspettative erano un po’ eccessive, perché l’unico art director che ho conosciuto è un’emulsione urticante di obnoxiousness and aloofness (avete voluto l’inglese?) ma tanto non ci ho a che fare, per fortuna. Egli non rivolge la parola ai paria: umili stagisti, sottoposti o persone di basso profilo, anzi, per essere più precisi, non parla proprio con un cazzo di nessuno. Odi profanum vulgus et arceo è il suo conviviale ed ecumenico motto. Il resto del reparto grafico da l’idea che ognuno stia per conto proprio a curare il proprio orticello, con ritmi e rituali svincolati dal resto del mondo, ma questo è solo un punto di vista di un peones e mi potrei sbagliare, anzi sicuramente mi sbaglio.

A dirigere il traffico tra i reparti e a fungere da ufficiale di collegamento tra la produzione e il BOARD, c’è anche un Project Manager, anzi una PM, cosa per me inedita visto che tutti i PM che ho incontrato – metalmeccanici – erano corpulenti ingegneri maschi grondanti testosterone e dalla cultura imperniata nella già citata e immutabile triade motori-calcio-f*ga. Questa invece è una gentile donzella dai modi risoluti che però tra covid, incidenti stradali e imprevisti di vario tipo avrò visto forse due volte in un mese. Ma c’è.

In tutto questo casino, la stagista (cioè la sottoscritta) si sente like a spare prick at a wedding, elegante metafora inglese il cui significato è facilmente intuibile (tanto l’inglese lo sanno tutti).

Cosa ho fatto in questo mese di tirocinio? Ve lo racconto – se volete – nel prossimo e ultimo post corredato di scene di vita aziendale.

Stay tuned (Radio Deejay), stay hungry, stay foolish (S. Jobs), stay “sciolto” (M. Jacobs). Ciao!

2 risposte a "Vieni avanti, creativo! seconda parte"

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  1. severa ma giusta (cit.)
    Spero che non ti leggano in agenzia: ci sono molti permalosi in giro!
    Attenzione ai refusi: un dò e un dà senza accento: ne va della tua futura carriera!!! 😉

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    1. hanno già letto! l’unico che se ne potrebbe avere a male è l’art director ma chi se ne frega tanto non mi rivolge la parola (non la rivolge a NESSUNO), gli altri li ho trattati bene, specialmente Miranda. Grazie per la revisione, quest’anno la politica di scrittura è “buona la prima senza revisione, tanto c’è Alessandra! grazie grazie grazie

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