The Day After (post cotto e soprattutto mangiato)

7 gennaio – Le feste sono finite, gli addobbi sono stati riposti con cura nelle loro scatole e sono già in garage a dormire fino all’anno prossimo. Quello che non è andato via è lo strato tenace di adipe messo su in questi giorni di bagordi calorici e confinamento forzato. I saggi dicono che non si ingrassa da Natale a Capodanno ma da Capodanno a Natale ed è vero, ma di sicuro le feste sono comunque un buon assist per aumentare il giro vita. Quest’anno, a causa delle note vicende sanitarie, le palestre sono chiuse e non ci sarà la tradizionale transumanza dei pentiti della caloria verso i vari fitness center per l’iscrizione a corsi, sala pesi, fit boxe e quant’altro. Si tratta di un fenomeno su cui ho già ampiamente pontificato qui. Quest’anno bisogna arrangiarsi con le video lezioni on-line, i tutorial, i work-out che i trainer ti mandano sul telefonino, gli smart watch che, con una scossa elettrica al polso ti ricordano di muoverti, di tutto e di più. Magari ci torno un’altra volta, su questi succedanei della palestra, perché oggi mi va di celebrare un personaggio che ogni anno incontro sul lungomare.

Lacrime di coccodrillo

Puntuale come una cambiale in scadenza, sul lungomare appare, quando finisce il periodo natalizio, il pentito dell’abbuffata. Costui è solitamente di sesso maschile, età compresa tra i 40-50, non fa mai attività fisica nel corso dell’anno, per le feste natalizie si sfascia di cotechini, lenticchie, panettoni, torroni e via dicendo finché, preso da un travolgente senso di colpa e dalla consapevolezza di dover cambiare mezzo guardaroba a favore di taglie più comode, decide di andare a correre per smaltire un po’ di ciccia. Lo vedo che arranca sulle betonelle del lungomare, come un Filippide in sovrappeso, anzi lo sento arrivare alle mie spalle, ancora prima di vederlo. Sbuffa come una locomotiva in salita, sbatte le suole delle scarpe (ultimo modello, super ammortizzate, superleggere, super costose), mentre mi supera con finta nonchalance e mi getta uno sguardo di disprezzo perché cammino a passo veloce e non corro. Avanza come se avesse una lancia piantata su un fianco: piegato a sinistra, con la milza che urla “voglio morireeee”. Dopo cinquecento metri lo ritrovo, col viso paonazzo e il fiato corto che si abbevera alla fontanella come un cammello all’oasi di Qufra e poi se ne ritorna da dove è venuto, claudicante per la tendinite che gli è venuta all’istante e mangiato vivo dall’acido lattico. Questo nel migliore dei casi, nel peggiore rischia l’infarto del miocardio. Una volta tornato a casa, con la coscienza tacitata dalla mattinata di sport, si abbandona a corpo morto su timballi, arrosti e panettoni. Mi chiedo: tutto questo ha un senso?

Buoni propositi

Se questo è il risultato dell’allenamento (diciamo così) c’è da augurarsi, come dice l’umorista americano Joey Adams, may all your troubles last as long as your New Year’s resolutions. Cioè tre-quattro giorni al massimo. Passati i quali, il pentito della caloria inizierà a trovare scuse per non uscire (non ho tempo, fa troppo freddo/caldo/umido devo andare di qua/di là ecc.) e sarà vittima di cibi calorici che lo assaltano – sì sì ci sono cibi che ti si buttano addosso e t li devi mangiare per forza – e tutto ritornerà come prima, fino alla successiva ondata di sensi di colpa del prossimo dicembre.

Il pentito della caloria è un esempio estremo, perché tutti, più o meno, con l’anno nuovo, partiamo con grandi progetti ma pochi di noi li portano a termine. Quasi tutti aspettiamo il nuovo anno per iniziare qualcosa, senza pensare che lo possiamo fare, in realtà, in ogni momento. Il punto è che non esiste un periodo ideale per cambiare rotta. Lo decidiamo noi quando arriva il momento di mantenere i buoni propositi, non il calendario. C’è chi questo concetto l’ha espresso in maniera mirabile e quindi ecco qui sotto il mio augurio per il 2021.

Odio il Capodanno

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno. 

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date. 

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. 

E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante. 

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. 

Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca. 

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati. 

Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, Avanti!, edizione torinese, rubrica Sotto la Mole.

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Una risposta a The Day After (post cotto e soprattutto mangiato)

  1. alebici ha detto:

    Eh sì ogni giorno si ricomincia, cancellando errori col rigo blu, sostituendo obiettivi nella lista…
    Ma restando la stessa “tavoletta del wc” di un minuto fa…
    Anche quelle però ogni tanto sfuggono di mano e si rompono: allora sì che nasce il dilemma.
    “La ricompro con i delfini, le stelline o anonima bianca?”
    Grazie Lonza! Che se magna stasera?
    😉

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