Sanremo Story o anche Oxeide – 3 parte 1998-2010

Riassunto delle puntate precedenti: la sottoscritta fa pace con Sanremo grazie alla presenza quasi continuativa di Anna Oxa sul palco dell’Ariston. Annina innalza il livello qualitativo del Festival e lo movimenta dal punto di vista visivo.


Dopo la mortifera conduzione di Mike Bongiorno, per l’edizione del Festival anno 1998 sale sul palco quel gentleman inglese di Raimondo Vianello, affiancato da Veronica Pivetti e da Eva Herzigovà, di cui tutti, prima del Festival, ignoravamo il volto ma non la porzione toracica superiore, in quanto protagonista dell’invasiva campagna pubblicitaria del Wonderbra. Vianello, che già adoravo per il suo stile understated, ha conquistato per sempre un posto d’onore nella mia personale hall of fame dei Memorabili per aver letteralmente cacciato via Madonna dal palco, alla fine della sua esibizione (Frozen), con uno spicciativo “noi dobbiamo andare avanti, thank you ciao ciao” mentre il pubblico si spellava le mani per gli applausi. Cara signora Ciccone prendi, incarta e porta a casa. Nonostante la sottile ironia ed eleganza sopraffina del conduttore – col senno di poi sprecata per un pubblico nazionalpopolare come quello di Sanremo – è un’edizione modesta, con un livello qualitativo delle canzoni direi inesistente. In pratica non c’è una sola canzone che abbia avuto un minimo di seguito, ma proprio nessuna. Vince Annalisa Minetti con Senza te o con te (Senza te o con te/La mia vita è difficile ma non è finita/In salita lo so, penso che ce la farò/Senza te o con te io volerò, una botta di originalità che lévati) seconda Antonellina Ruggiero con Amore mio lontanissimo scritto da lei e dal marito, e terza Lisa con Sempre (Son malata ormai/Ma non m’importa di guarire sai /È il dolore più sublime /Quello che mi fa soffrire e qui mi fermo). A parte la ex-solista dei Matia Bazar, delle carneadi. Ci consoliamo con gli ospiti stranieri: la già citata signora Louise Veronica Ciccone, Michael Bolton, Jimmy Page e Robert Plant (eh già, quando succede che la storia del rock va a Sanremo capisci che tante cose della tua vita e della vita delle rockstar in particolare sono finite) Celine Dion, Bryan Adams e via cantando.

Arriva il 1999 e la conduzione del Festival viene affidata a Fabio Fazio che dovrebbe svecchiare un po’ tutto. Dico dovrebbe perché personalmente lo trovo fresco come un gambo di insalata lasciato in frigo per un mese. In seguito a una crisi di bipolarismo da conduzione, decide di farsi affiancare da due che non c’entrano niente né tra di loro, né col festival. Fazio sceglie la super top model Laetitia Casta, espressiva e reattiva come un muro imbiancato di fresco e il premio Nobel Renato Dulbecco che invece sembrava molto divertito dal carrozzone festivaliero. A ottantacinque anni suonati, è più vispo degli altri due messi insieme. Bene per lui. La trovata di Fazio è quella di far presentare ogni cantante da qualcuno, a vario titolo, conosciuto. Astronauti, ballerine classiche, arbitri, calciatori, attori, prestigiatori, cantanti, sportivi insomma chiunque sia stato famoso per i proverbiali quindici minuti e anche di più profetizzati da Warhol. Quindi il palco è più trafficato dello struscio per le vie del centro. Gli incursori comici sono la proteiforme e spettacolare Anna Marchesini e uno scatenatissimo Teo Teocoli, che in una sua gag scende le scale del palco in mutande di cachemire rifacendo il verso a Gabriele Albertini, a quei tempi sindaco di Milano, il quale sfilò per Valentino appunto vestendo solo un paio di slip. Una scena veramente irresistibile, Teocoli davvero al massimo della sua vis comica. Ma sarà un altro paio di mutande, per la precisione un perizoma a calamitare l’attenzione del pubblico. Annina nostra, in grandissima forma, strafiga e cazzutissima, con i capelli del colore della CiaoCrem, in total look Gucci by Tom Ford (che ve lo dico a fare, una bomba) fa spuntare il perizoma dalla vita bassissima di un paio di pantaloni frangiati, creando grande agitazione in sala e non solo, a giudicare dalla reazione della côtè maschile del mio gruppo d’ascolto. La questione mutanda sì/mutanda no verrà riproposta anni dopo da Belén (nome proprio che, ricordo, è la traduzione di Betlemme in spagnolo: la carica erotica del nome cala a picco, vero?) Rodriguez e la sua farfallina tatuata che proverà a ricreare un’atmosfera di morbosa curiosità pelvica, ma la classe di Anna non si eguaglia. Il confine tra il conturbante e il volgare è più sottile di un capello, cosa che la ragazzotta argentina non sa, ma Anna sì. Come se non bastasse tutto ciò a risvegliare l’ormone maschile, Annina si presenta ogni sera con un corpetto diverso in stile guerriero medievale ma con la schiena scoperta a favore di telecamera, cosparsa di olio extravergine di oliva per un inedito effetto traslucido-conservativo, perché si sa che le cose sott’olio durano a lungo anche se lei si conserva egregiamente senza additivi aggiunti. Canta Senza pietà (Sono il generale più crudele del fronte/Non faccio prigionieri e la mia spada è lucente/Terra dopo terra ogni tua fortezza io assalto capito che aria tira? basta con il romanticismo, qui si pesta duro) firmata Claudio Guidetti e Alberto Salerno – sì sempre lui, il signor Maionchi – una canzone caratterizzata da un beat molto sostenuto, echi elettrificati di oud arabi, atmosfere mediterranee e cadenze molto marcate. Fighissima. La leggenda narra che Anna e il suo staff fossero andati a cena belli tranquilli dopo l’esibizione e che qualcuno sia andato a cercarli per tutta Sanremo per informarli di tornare all’Ariston a prendersi il premio. La clip della premiazione è una goduria perché Anna è presa da un fou rire irrefrenabile, si distrae, si fa i c***i suoi con l’altra Anna (Marchesini) e prende anche un po’ per i fondelli il presentatore e facendo facce come una monella alle sue spalle. Impagabile. Podio tutto femminile in quell’anno: secondo posto per Antonella Ruggiero (Non ti dimentico) e Mariella Nava al terzo con Così è la vita. Tra i giovani spuntano Alex Britti, Max Gazzé e Leda Battisti. Gran copia anche di ospiti stranieri: Ricky Martin e la sua “mossa” di bacino, i miei amatissimi REM con Daysleeper e Lotus (dal vivo!), Mariah Carey, Lenny Kravitz (figo da morire) e il grande, immenso Franco Battiato con un prezioso live mini set tutto per lui.

Fabio Fazio si congratula con la vincitrice del festival di sanremo 1999 Anna Oxa
Fazio e una divertita Oxa (foto dal sito recensiamomusica.com)

Millennio nuovo, festival vecchio

L’alba del nuovo millennio trova Sanremo uguale al millennio precedente. Ri-presenta il piombigno Fazio con l’aiuto di Teo Teocoli, Inés Sastre e Big Luciano Pavarotti. La giuria di qualità mette a segno una specie di colpo di Stato, stravolge la classifica popolare e fa vincere la Piccola Orchestra Avion Travel che canta Sentimento, una canzone sofisticata e popolare al tempo stesso (Sul mare luccica la luna in transito/biancheggia il corpo di una bestia acquamarina/ ed è un incrocio tra il cielo e il fondo un po’ Santa Lucia un po’ Vinicio Capossela) seconda Irene Grandi con La tua ragazza sempre (firmata da Vasco e Gaetano Curreri, si sente subito che c’è lo zampino del Blasco) e terzo Gianni Morandi con Innamorato (Cogliati-Ramazzotti-Guidetti, firme prestigiose). Se la giuria di qualità premia l’elegante canzone del gruppo casertano, la ritorsione della frangia becero-popolare è crudele ed efferata: in questa edizione gli estremisti della sceneggiata napoletana 2.0 sono colpevoli di aver aperto la gabbia dei neomelodici dove era rinchiuso a doppia mandata Gigi D’Alessio, che canta Non dirgli mai (Non dirgli mai /Che il vostro non è amore è sesso senza cuore/Che ti fa male se ti vuol baciare lì vicino al mare /Che tu fingendo a volte gli sorridi ma trattieni il pianto/Se in quel momento per le vie del cuore ti sto camminando). Il millennio comincia proprio male. I Matia Bazar tornano con Brivido Caldo e con la nuova vocalist, la bravissima Silvia Mezzanotte che succede a Laura Valente come voce solista. Non accenno nemmeno alla diatriba pro-contro queste soliste, perché ognuna di loro ha uno stile ben caratterizzato e fare i paragoni con la Ruggiero non ha senso. Poi spuntano Samuele Bersani (cuoricino mio) Max Gazzè, I Tiromancino e Fabrizio Moro. Un po’ di aria nuova, finalmente.

Per il Festival del 2001 succede una cosa che non mi sarei mai aspettata. La sottoscritta viene chiamata a far parte della giuria demoscopica. L’idea di partecipare, seppure da remoto, alla manifestazione, mi aveva elettrizzato oltre ogni dire. Pensavo fosse una figata pazzesca, invece è stata un’esperienza traumatica. D’altra parte, quando le aspettative sono alte, la delusione è quasi certa o come dice il poeta, partenza a razzo, arrivo a … (rima ovvia). Tanto per cominciare, non conoscevo nessuno nel plotone di persone selezionato dalla Rai, quindi ero senza il mio gruppo d’ascolto personale e mi sono annoiata a morte. La modalità con cui l’organizzazione ha trattato me e il gruppo di malcapitati chiamati alle armi rasenta la fattispecie del sequestro di persona. Rinchiusi in un’aula di un istituto di scuola superiore, senza possibilità di uscire a prendere una boccata d’aria, vietati i contatti con familiari e amici, c’è mancato poche che ci perquisissero in stile Guantanamo, siamo rimasti seduti per quattro-cinque ore su sedie che hanno procurato piaghe da decubito, per andare al bagno dovevi chiedere permesso come a scuola e, cosa più importante, il buffet era scarso e male assortito. Quando siamo stati rilasciati, ad un’ora scandalosa, tipo le due di notte, sembravamo gli ostaggi di una rapina in banca liberati dalle Teste di cuoio, con i parenti assiepati al cancello che ci abbracciavano commossi. In buona sostanza, a parte dare il voto, era come guardare il festival da casa, anzi peggio che da casa, visto che l’eidophor, lo schermo usato per trasmettere la serata, aveva una definizione di cacca. Vabbè. Presenta Raffaella Carrà che sfoggia dei vestiti orrendi uno via l’altro, coadiuvata da Megan Gale, Enrico Papi e Marco Ceccherini, questi ultimi due completamente fuori sintonia con lei, abbastanza grossolani e poco eleganti. Avessero fatto ridere una volta. Il tutto con la regia di Iapino che fa veramente schifo, telecamere che fanno venire la cinetosi da fermi, voci che si sovrappongono, inquadrature futuristiche ma inutili e sciatteria diffusa. Naturalmente ho votato per Annina e il suo L’eterno movimento, un brano dal sapore etnico. Ha messo definitivamente fine al periodo della sventolona altera, sofisticata e diafana e come da suo stile, è passata oltre. Lei è l’eterno movimento. Anna fricchettona, scalza, che comincia a fare le sue sperimentazioni vocali, con i capelli corti che le stanno benissimo canta ispirata e carica, in compagnia di un suonatore di djembe (Jack Tama) e un percussionista (Michele Vurchio). L’effetto sul palco è quello di una specie di festa multietnica, esibizioni perfette ogni sera e ogni sera diverse. Vince l’edizione numero 51 una canzone stupenda e non poteva essere diversamente visto che l’ha scritta Zucchero, Luce (tramonti a nord-est) cantata da una concentratissima Elisa alla sua prima canzone in italiano, si piazza secondo un altro capolavoro, Di sole e d’azzurro cantato da Giorgia, anche questo firmato da Zucchero, che si prende così una bella rivincita a qualche anno di distanza dalle sue partecipazioni fallimentari, come piazzamento in classifica ma non come vendite, a Sanremo. Terzi i granitici Matia Bazar con Questa nostra grande storia d’amore, bel brano, forse un po’ scontato ma sempre d’effetto. Devo ammettere che quell’anno le giurie di qualità e demoscopiche hanno, anzi abbiamo scelto bene. Le Nuove Proposte sono capeggiate dai Gazosa, un gruppo di pre-adolescenti durato forse da Natale a Santo Stefano, una delle poche toppate di Caterina Caselli come talent scout. Per il premio “testo più tautologico dell’anno” menzione speciale per Turuturu di Francesco e Giada (Oggi ho un turuturuturu/per la testa…/che fa turuturuturu ma che altro doveva fare? e poi non è finita, aspetta, senti che roba meno male che tra noi/sta nascendo un sentimento/che fa turuturuturu turuturuturutu). Ospiti delle varie serate: Anastacia, Enya, Ricky Martin, Pino Daniele, Laura Pausini, Moby, Eminem sorvegliato speciale per le sue temute intemperanze e per i suoi testi poco ortodossi. Ma tanto chi capirebbe un fiume di parole pronunciate alla velocità della luce in slang americano? Invece lui fa il bravo e a creare un po’ di entropia ci pensano i Placebo, in particolare il frontman Brian Molko, in evidente stato di alterazione psicotropa, che mostra diti medi, fa il bambino maleducato e spacca la chitarra sugli amplificatori in stile Who. Cose già viste.

Anni lenti

Inizia un periodo opaco per Sanremo che dura fino al 2007, in cui non ci sono grandi cose da dire. Nel 2002 ritorna dalle Reti del Male, come un attempato figliuol prodigo, Pippone Baudo. Sul palco lo accompagnano Manuela Arcuri e Vittoria Belvedere, l’accoppiata delle co-conduttrici mora-bionda continua. Vincono i Matia Bazar con Messaggio d’amore, secondo posto per Alexia e la sua Dimmi come e al terzo posto si piazza un gigante come Gino Paoli con Un altro amore. Partecipano anche due figli d’arte con cognomi pesanti: Giacomo Celentano e Marco Morandi. Ci dovrebbe essere una legge che vieta ai figli d’arte di andare a Sanremo, per preservarli da figure di m3rd4 sicure e immancabili ma soprattutto per evitare a noi spettacoli penosi. Il “re degli ignoranti” Adriano Celentano, dopo aver cercato di imbucare a Sanremo le figlie, una come presentatrice, Rosita – e abbiamo visto com’è andata a finire – e l’altra, Rosalinda, come cantante – nel 1990 biascica poco convinta L’età dell’oro – con pervicace ostinazione ci riprova con il maschio, Giacomo. Viene da dire meno male che ne ha fatti solo tre, di figli. Il secondogenito (sarebbe meglio dire secondogeMito) del Molleggiato si presenta sul palco in palese stato confusionale, vestito in modo approssimativo con in testa una bandana da venditore di coccobello e con vistose borse sotto gli occhi. Canta You and Me, titolo che riecheggia una tariffa telefonica in voga tempo fa. La canzone è un abominio, il video dell’esibizione è l’apoteosi del trash sanremese del decennio che culmina con l’entrata in scena della fidanzata, munita di zainetto – non si è fidata di lasciare il portamonete in camerino – che fa finta di telefonare, probabilmente per giustificare il titolo a favore di Vodafone. Si può parlare di pubblicità occulta? Il figlio di Morandi invece canta Che ne so. Ecco, appunto, che ne sai di quello che vuoi fare da grande? Di sicuro non il cantante, anche se è andato meglio del Celentanino (ci voleva poco, a dire la verità). Mamma mia che fatica, questi Sanremo sono penosi.

Giacomo Celentano con una improbabile bandana azzurra modello venditore di cocco dsa spiaggia
Giacomo Celentano con bandana il stile venditore di coccobello (foto dal sito orrorea33giri.com)

Il 2003 va appena meglio solo perché c’è Annina nostra che canta Cambierò, un brano meraviglioso con un testo da brividi scritto da Marco Falagiani, Marco Carnesecchi e Annina stessa (Cambierò / Niente ma /Anzi sto cambiando già/Sarò io / Tutto qui / L’importante è crederci/Ora so / Che è così / Che ulteriori rinvii non mi dò /io cambierò / Cambierò /Non c’è tempo ormai /Spaccherò i muri e poi /Imparerò a dire no) eseguito in modo intenso nonostante, come apprendo dai commenti su YouTube, avesse 40 di febbre. Essenziale, di biancovestita, ricorda una nativa americana nel look e appare in effetti parecchio sofferente. Vince un’ennesima mezza carneade, Alexia, con Per dire di no, secondo Alex Britti con 7000 caffè e terzo Sergio Cammariere con Tutto quello che un uomo, un brano sofisticato e molto elegante. Presenta Pippone Baudo con Serena Autieri e Claudia Gerini. Mike Bongiorno – appena tirato fuori da una soluzione di formaldeide – appare sul palco per complimentarsi con Pippone per aver eguagliato il suo stesso numero di conduzioni di Festival (vedi un po’ la vastità del c4§§o che ce ne frega a noi telepeones), la Littizzetto dà voce a noi da casa dicendo che “abbiamo le palle dilaniate dopo un’ora sola”. Quanta verità. La fase calante del Festival tocca il fondo nel 2004, con Simona Ventura come presentatrice, Maurizio Crozza, Paola Cortellesi e Gene Gnocchi, la banda di Quelli che il calcio. L’intervento di Celentano che canta Rip It Up mentre la Ventura e Tony Renis (vestito come una comparsa de Il Padrino parte prima, seconda e terza) si dimenano come anguille artritiche è l’unico momento memorabile di una edizione piatta e anche perdente sugli ascolti: per la prima volta Sanremo viene superato dalla concorrenza. Considerata la levatura qualitativa della trasmissione che lo supera e cioè Grande Fratello, figuriamoci che ciofeca poteva essere questa edizione. Per puro folklore ricordo l’esibizione del Chuck Norris della canzone italiana, Adriano Pappalardo che anticipando la moda delle felpe personalizzate, si presenta sul palco con il titolo della sua canzone sul petto, Nessun consiglio, con la quale espone in modo mirabile la sua intima Weltanschauung e cioè: non mi rompete i c*gli*n*. (Non rompetemi le uova nel paniere/Non rubatemi il coniglio dal cilindro/Non provate a darmi un buon consiglio che sbadiglio. Sì però stai calmo e poi anche tu non romperli a noi con queste canzoni di m3rd4). Vince Marco Masini con L’uomo volante, secondo posto per Mario Rosini con Sei la vita mia e terza Linda con Aria, sole, terra e mare. L’abbondanza di tutti questi carneadi e di un relitto festivaliero è dovuta al fatto che, riporto testualmente dal sito di Sorrisi e Canzoni, le major discografiche hanno boicottato in massa il festival per i mancati rimborsi promessi nel 2003. Di sicuro noi telepeones ci siamo accorti della scarsa qualità della manifestazione, un programma rabberciato alla meno peggio. A risollevare le sorti del Festival nel 2005 viene chiamato l’iperloggorroico Paolo Bonolis con Antonellona Clerici e Federica Felini, la solita modella pescata a caso, gli ascolti aumentano ma le canzoni fanno abbastanza schifo. In più le serate sono pesantemente condizionate dalla cronaca: viene liberata a Bagdad la giornalista Giuliana Sgrena e poco dopo viene ucciso l’agente segreto Nicola Calipari, per cui la serata si conclude in sobrio e morigerato anticipo. Vince il ricciolone Francesco Renga con Angelo, secondo posto, toh era un po’ che non si vedeva, per Toto Cutugno e Annalisa Minetti con Come noi nessuno al mondo e terzo posto per Antonella Ruggiero con Echi d’infinito. Per la rubrica “trash come se piovesse” è da ricordare l’intervista di Bonolis a Mike Tyson, personaggio che con la canzone italiana c’incastra come i proverbiali cavoli a merenda.

Adriano Pappalardo, il Chuck Norris della canzone italiana, presenta a Sanremo la sua canzone Nessun consiglio
Il Chuck Norris della canzone italiana (foto dal sito orrorea33giri.com)

Il festival del 2006, presentato da Giorgio Panariello, Ilary Blasi e Victoria Cabello è allestito in una specie di catacomba d’autore a firma Dante Ferretti, lo scenografo di Fellini. L’effetto che procura a noi telepeones da casa è quello di loculo insonorizzato, non di palcoscenico per canzonetta. Annina nostra torna dopo tre anni dall’ultima apparizione e presenta una canzone – parola che non rende giustizia perché è un compendio artistico concentrato in quattro minuti: musica, testo, recitazione, canto, teatro, suggestioni fortissime – che già dal titolo si capisce che non potrà mai piacere al grande pubblico: Processo a me stessa. A piedi scalzi, senza quasi trucco e con i capelli neri, appare sul palco assieme a un gruppo di musicisti albanesi che sottolinea la melodia con voci drammatiche tipo coro dell’Adelchi. Con un meticoloso lavoro di sottrazione, Annina destruttura la canzone e arriva all’essenziale: musica, voce, ma soprattutto emozione. Less is more, sempre. Il brano firmato da Pasquale Panella è stre-pi-to-so, è una sberla in piena faccia per la profonda verità del contenuto (Crediamo di creare i sentimenti /li leghiamo ai piaceri e ai tormenti /li diciamo coi sospiri e coi lamenti /li giuriamo come se non fosse vero /che noi proviamo quello che proviamo. /Li vogliamo assurdi come fantasie/li vogliamo credibili ma li diciamo/con parole incredibili in altre parole, una seduta di psicanalisi). Inutile dire che è un brano assolutamente e totalmente inadatto al pubblico dell’Ariston, infatti viene eliminato, ma Annina nostra è così, osa l’inosabile, non si ripete mai, un cantiere artistico sempre aperto. Gli inglesi hanno avuto David Bowie, noi abbiamo lei, per fortuna. E a noi piace proprio tanto questa cosa. Rispetto alla sue immagini artistiche precedenti, spiazzanti sì ma sempre comunque entro i canoni estetici del pop, questa è una specie di rivoluzione copernicana. La marea di polemiche che precede e si tira dietro il brano e tutto il suo allestimento è enorme, e anche parte della tifoseria più estrema dei fan rimane un po’ attonita. Si tratta di un brano che va ascoltato più volte e con attenzione, non è certo easy listening, va detto. Ma sono sicura che se questo brano lo avesse cantato Franco Battiato, si sarebbe gridato al capolavoro. Beninteso, adoro Battiato, mi piace tantissimo il suo stile e quello che fa, è solo per dire che da uno come lui questo tipo di canzoni te le aspetti, invece a una artista che è stata un sex symbol che cantava canzoni mainstream si chiede sempre di ricoprire lo stesso ruolo e non si accetta che possa avventurarsi fuori della comfort zone in cui il pubblico l’ha collocata. Anna è sinonimo di cambiamento e quindi o voi che ci siete rimasti di sale, fatevene una ragione. Per parafrasare il buon Eraclito, sul palco di Sanremo non sale mai due volte la stessa Anna. Quindi, prendere o lasciare. Anna non si lascia e quindi volentieri prendiamo. Giusto per dare un’idea dell’abisso qualitativo in cui precipitano le canzoni di quell’anno, la canzone vincente è quella cagata (sì, l’ho scritto apposta in neretto, per esteso e senza gli asterischi, non se li merita) del piccione di Povia. Ma di che cosa stiamo parlando…

Vince per l’appunto, preceduta da una imbarazzante intro di trrr trrr trrr, sì, proprio così, eseguito con la bocca proprio come gli imitatori della Corrida, Vorrei avere il becco (Un giorno avevo il vento che mi accompagnava su una tegola/A volte sono solo e mi spavento, cosa ci fanno due piccioni in una favola?/Se tutti quanti lo sanno ma hanno paura che l’amore è un inganno/Oh, me l’ha detto mia nonna/Lo sai quante volte non pensavo a tuo nonno? roba che anche l’Azione Cattolica Ragazzi si vergogna a cantare). Secondo posto per un gruppo storico, i Nomadi, che per tener fede al loro nome cantano Dove si va? (Come si fa/Se vivere da queste parti/È come tirare a sorte/Sai, il tempo è scivolato via/Ma non è stato tutto inutile /Io, saprò vederti crescere/È una promessa che non mancherò/E poi, ancora un altro giorno nascerà) un testo profondo che vendica in parte la porcheria del primo posto e terzo piazzamento per Anna Tatangelo con Essere una donna (senti qua che roba: Essere una donna/Non vuol dire riempire solo una minigonna/Non vuol dire credere a chiunque se ti inganna./Essere una donna è di più, di più, di più, di più/È sentirsi viva/è la gioia di amare e di sentirsi consolare/ Stringere un bambino forte, forte sopra il seno/Con un vero uomo accanto a me) che fa addirittura rimpiangere Jo Squillo e Sabrina Salerno. Altri anni di lotte femministe finite giù per lo scarico del cesso.

Per fortuna l’anno seguente, 2007, a ennesima riprova della bipolarità dei giurati di Sanremo (o della facilità di orientare i voti, fate voi), vince un piccolo capolavoro, Ti regalerò una rosa, di Simone Cristicchi, che oltre ad essere un brano esteticamente ineccepibile, un rap ante litteram, affronta un tema scabroso come la malattia mentale con delicatezza e grazia. Secondo Al Bano (senza Romina) che canta Nel perdono e terzo il carneade Piero Mazzocchetti con Schiavo d’amore. Per le Nuove Proposte vince Fabrizio Moro con Pensa, dal testo impegnato e dal ritmo bello sostenuto. Ritorna alla conduzione Pippone Baudo con Michelle Hunziker, stella delle reti del Male, brava, simpatica, precisa come un orologio svizzero (battutona). Pippone sarà anche un pippone infinito, ma riesce a risollevare gli ascolti, perché Pippobaudo è Pippobaudo tarattarara tarattarara rarà! Anno di grazia 2008: squadra che vince non si cambia, rimane Pippone alla conduzione assieme a Chiambretti, Andrea Osvard e Bianca Guaccero. La noia regna sovrana, il primo decennio del festival è abbastanza deprimente. Vincono Quasimodo ed Esmeralda cioè il cast di Notre Dame de Paris, al secolo Giò Di Tonno e Lola Ponce con un brano scritto nientemeno che da Gianna Nannini, Colpo di fulmine; seconda Anna Tatangelo con Il mio amico, brano che sicuramente ha ispirato Checco Zalone per I uomini sessuali per quanti luoghi comuni sui gay riesce a metterci dentro e terzo Fabrizio Moro con Eppure mi hai cambiato la vita. Un Sanremo dimenticabilissimo. Annina dove sei?

Ritorna Paolo Bonolis nel 2009 con una folta squadra di co-conduttori, tra cui Maria De Filippi, a sancire che tra le reti Rai e le Reti del Male ormai non c’è più differenza, omologate in una mediocritas che non è per niente aurea, anzi. Da questa edizione e per quattro anni (con l’eccezione del 2011) a Sanremo vinceranno le mezze seghe dei talent show, a ulteriore riconferma dell’autoreferenzialità della tv che si occupa solo ed esclusivamente che di se stessa. Per questo motivo ho boicottato la visione di tutti questi Festival, ma l’eco mi ha raggiunta comunque, visto che per una settimana all’anno non si parla d’altro. Vince infatti l’amico di Maria Marco Carta (dalla trasmissione Amici) con La forza mia, un brano perfetto per fare da sigla a una sit-com per adolescenti lobotomizzati. Secondo Povia con Luca era gay (e adesso sta con lei no, non è Checco Zalone, è il testo vero, purtroppo) e terzo un bel carneade, Sal Da Vinci, un Gigi D’Alessio in versione sottomarca da discount con Non riesco a farti innamorare. Per fortuna non c’è solo strame sul palco e da questa edizione esce il talento indiscusso di Malika Ayane che canta Come foglie (firmata Negramaro) e di Simona Molinari (Egocentrica). La categoria Nuove Proposte è vinta da Rosalba Pippa al secolo Arisa con una canzonetta veramente basic, Sincerità. Come direbbe Riccardo Pazzaglia, a parte Malika e la Molinari, il livello è basso. Quanto mi manca Annina.

Il primo anno della decade 2010 vede Antonella Clerici padrona di casa assoluta senza nessuno a tenerle compagnia, sola sul palco vestita in modo, spero volutamente, eccessivo. Se fosse intenzionale o meno il kitsch tessile, lo stilista della Clerici avrebbe meritato comunque il 41 bis a prescindere. Continua il regno delle mezze seghe dei talent, vince Valerio Scanu con Per tutte le volte che… brano che è diventato famoso non per la sua bellezza musicale che infatti non esiste ma per il testo, nello specifico Come se un giorno freddo in pieno inverno/Nudi non avessimo poi tanto freddo perché noi coperti sotto il mare /A far l’amore in tutti i modi, in tutti i luoghi /In tutti i laghi, in tutto il mondo. Terzo posto per Marco Mengoni, con Credimi ancora, bella eccezione che conferma la regola delle ciofeche da talent. Ho volutamente saltato il secondo posto perché merita trattazione approfondita.

Pupo, Emanuele Filiberto di Savoia e Luca Canonico sul palco dell'Ariston nel 2010
Pupo, Emanuele Filiberto, Luca Canonici ©Fabio Ferrari/ LaPresse 20-02-2010

Il principe e il povero (e il tenore che non c’entra niente)

Il principe Emanuele Filiberto Umberto Reza Ciro René Maria di Savoia, Pupo e il tenore Luca Canonici uniscono le forze per un’operazione canora oltre il limite della decenza. Si presentano sul palco vestiti da necrofori e intonano (si fa per dire) un testo, vergato da loro stessi, che dovrebbe essere una dichiarazione d’amore all’Italia. Invece è una pippa a due mani di quanto è stato sfortunato e quanto ha sofferto il rampollo di casa Savoia. Il sospetto di c*g*t* intergalattica è nell’aria, ma facciamoci del male e andiamo scientemente verso il baratro. La prima strofa cantata da Pupo enuncia i suoi valori fondanti ripresi da Cuore (quello di De Amicis, non il giornale satirico) concludendo con la strofa e soffro le preoccupazioni di chi possiede poco o niente. Grazie tante che lo capisci, ti sei giocato anche le mutande al tavolo verde… Attacca ensuite, con sguardo perso nel vuoto, il principino che sfiata Io credo nella mia cultura e nella mia religione/per questo io non ho paura, di esprimere la mia opinione./ Io sento battere più forte il mio cuore di un’Italia sola/che oggi più serenamente si specchia in tutta la sua storia. Manca solo L’Italia è il Paese che amo e la parodia di Berlusconi è bella che servita. A mettere una pezza, almeno sotto il profilo canoro, ci pensa il tenore Luca Canonici che a pieni polmoni esala Sì stasera sono qui per dire al mondo e a Dio,/ Italia amore mio (a Dio?) e poi parte il plagio del ritornello preso di peso da Over The Rainbow. E siamo solo a metà canzone. Forza, bisogna bere l’amaro calice fino alla feccia. Nella seconda parte partecipiamo del dolore del principino de ‘sto cetriolo (ha fatto la pubblicità ai sottaceti Saclà, ve lo siete dimenticato?) il quale patisce il duro e amaro esilio, sogna l’Italia dal suo villone in Svizzera da seimila metri quadrati oppure mentre scia a Gstaad nel freddo più crudo coperto solo da piumini Moncler in compagnia del jet set internazionale. Pupo nella strofa seguente lo difende a spada tratta con un verso stracciacuore Tu non potevi ritornare pur non avendo fatto niente,/ma mai ti sei paragonato a chi ha sofferto veramente. Roba che Oliver Twist lévati proprio. Se pensate che stia dicendo fesserie, andatevi a vedere e soprattutto sentire la clip. La visione di questo video alla vigilia di ogni Sanremo dovrebbe essere obbligatoria come Una poltrona per due il 24 dicembre. Questo letame musicale è arrivato al secondo posto, ha fatto uscire di scena Malika Ayane e Noemi, per dire. Roba che mi fa rivalutare Italia di Mino Reitano che, al confronto di questa immonda ciofeca, sembra scritta da Giacomo Leopardi. Il peggio non è mai morto, si dice, ma da diversi anni questo terzetto è il punto più basso della storia della manifestazione. Quello che mi ha lasciato esterrefatta alla fine poi non è stata (solo) la bruttezza della canzone, perché alla fine di porcherie a Sanremo ne sono passate tante e tante ce ne saranno, senza dubbio. La cosa scandalosa è che è stato permesso a un esponente di una dinastia che si è comportata, per usare un eufemismo, in modo superficiale, di avere massima visibilità sul palcoscenico nazionalpopolare, di farsi passare per povera vittima che sconta le colpe (pesantissime, peraltro) dei padri e dei nonni e che cerca di rifarsi una verginità di facciata davanti al pubblico televisivo generalista. Ricordo, per chi se lo fosse scordato, che i Savoia hanno chiesto allo Stato svariati milioni di risarcimento per danni morali subìti durante l’esilio. Ma questo nella canzone il principino si è dimenticato di metterlo. Capito che gentiluomo. Madonnasanta quanto mi fanno incazzare i reali italiani…

Annina, torna, queste orecchie sanguinanti hanno bisogno della tua voce meravigliosa (e di testi con un senso).

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