Sanremo Story o anche Oxeide – 2 parte 1988-1997

Riassunto della puntata precedente: fino al 1978 Sanremo faceva schifo ma poi è arrivata Anna Oxa.


Pippone Baudo passa anche lui alle Reti del Male e Sanremo nel 1988 si trova senza presentatore collaudato. Allora qualcuno pensa di affidare la conduzione a Miguel Bosè e a Gabriella Carlucci all’Ariston, Carlo Massarini alla riserva indiana del Palarock dove si esibiscono gli ospiti e Kay Sandvik al Casinò per un’altra dose di ospitate straniere, tra cui spiccano nientepopodimenoche gli ex Beatles Paul McCartney e George Harrison. Si è sfiorata la reunion più ambita della storia della musica ma uno si esibisce all’Ariston e uno al Palarock. E poi i Toto (non Cutugno, ma il supergruppo di session men capitanati dai fratelli Porcaro), gli INXS, i Manhattan Transfer, gli A-Ha, insomma di tutto e di più. Annina Oxa nostra si presenta per la sesta volta a Sanremo con nuovo look, tanto per cambiare, ispirato a Patty Pravo ma non bisogna dirlo altrimenti si incazza, vestita con un abitino minimal che assomiglia più a una vestaglia ma addosso a lei è fighissimo, classe pura. Presenta un brano di una poesia inarrivabile, Quando nasce un amore, un capolavoro assoluto a firma Franco Ciani, Adelio Cogliati e Piero Cassano, uno dei pezzi più belli della storia della canzone italiana e sicuramente del suo repertorio, un componimento poetico con tutti i crismi (È un’emozione nella gola/Da quando nasce a quando vola/Che cosa c’è /Di più celeste /Di un cielo che/Ha vinto mille tempeste/Che cosa c’è /Se adesso sento queste cose per te). Anna la interpreta in modo magistrale ma si piazzerà solo settima in classifica finale, addirittura alle spalle di Mino Reitano con la tronfia Italia, di cui è bene ricordare qualche verso significativo, giusto per capire di cosa stiamo parlando: Poi mi prende l’emozione/Per Firenze che sta là/Per Venezia che si muove/ E l’eterna Roma è qua/Italia, Italia/Di terra bella e uguale non ce n’è/Italia, Italia/Questa canzone io la canto a te. Io vabbè boh. Per fortuna questa orrenda ciofeca viene seppellita da una manciata di canzoni di ottimo livello, tipo L’ultima stella della sera dei Matia Bazar, Le notti di maggio di Fiorella Mannoia (firmata da Fossati), Mi manchi di Fausto Leali, la delicata Il mondo avrà una grande anima di Ron, Inevitabile follia di Raf (ancora con tutti i capelli) e poi il tormentone-to-be Andamento lento di Tullio De Piscopo che ci trinciò le gonadi a setaccio fine nell’estate di quell’anno e in quelle a venire. La quota goliardica è garantita da I figli di Bubba (mezza PFM e un po’ di gente nota dello spettacolo) che cantano Nella valle dei Timbales, una specie di beta release di Elio e le Storie Tese e La terra dei cachi. Viene eletto vincitore un brano un po’ retorico, giusto un filo, ma in puro stile sanremese, Perdere l’amore cantato da Massimo Ranieri; secondo, manco a dirlo, Toto Cutugno con Emozioni e terzo Luca Barbarossa con L’amore rubato.

Memorabile 1989

L’edizione di Sanremo del 1989 è, senza tema di smentita alcuna, universalmente riconosciuta come quella peggio condotta di sempre. Mettiamoci comodi che di ciccia al fuoco ce n’è parecchia. A presentare lo spettacolo di punta del palinsesto RAI vengono chiamati i quattro figli d’arte, poi abbreviati in “figli di …” e ognuno completava come credeva. L’idea di partenza era che dovevano fare da valletti al presentatore ufficiale, ma a poche settimane dall’inizio tutti i presentatori papabili convocati si sono ritirati (pesante understatement per dire che si son c*g*t* sotto) e i quattro dell’ave maria dalle retrovie sono stati mandati in prima linea. Adesso che mi sto documentando in maniera un po’ più approfondita e col senno di poi, devo riconoscere a questi quattro pellegrini un coraggio da leone e una faccia di tolla da primato, visto che pur non avendo alcuna esperienza pregressa si sono presentati sul palco della trasmissione più vista della tv. Un po’ come se fossero stati presi a condurre i primi tizi che passavano per strada. Spero solo che il cachet che hanno intascato sia stato proporzionale alle copiose figure di m3rd4 a cui sono andati scientemente incontro per cinque sere di seguito. Quindi bello sostanzioso. Rosita Celentano, Paola Bosè Dominguin (il cui fratello Miguel aveva presentato discretamente Sanremo l’anno precedente), Danny Quinn e Gianmarco Tognazzi sono stati protagonisti di un numero esorbitante di papere, topiche, malintesi, discorsi senza senso, praticamente a ogni loro apparizione sul palco. Per chi avesse perso questo lungo momento di trash catodico, ecco una clip non esaustiva ma esemplificatrice: clicca qui che ne vale la pena. Il video spiega molto della situazione dei presentatori di quell’anno, al netto della professionalità di Gigliola Cinquetti, una brava cantante che non si meritava certo questo massacro di introduzione. Il gruppo d’ascolto universitario di cui facevo parte era particolarmente accanito e ci siamo divertiti parecchio, ma dopo un po’ che questi inanellavano scene imbarazzanti a nastro, prenderli per il c**o ci sembrava quasi di cattivo gusto, considerata la “manifesta inferiorità in campo”. A parte Tognazzi, che ha continuato con discreto successo la carriera di attore, gli altri tre sono stati risucchiati da un buco nero di oblio. E aggiungerei anche per fortuna.

i quattro figli d'arte Gianmarco Tognazzi, Paola Dominguin, Rosita Celentano e Danny Quiin sul palco dell'Ariston nel 1989
I presentatori di Sanremo 1989: in quattro non sono riusciti a farne uno intero (foto presa dal sito spaziointerattivo.it)

Il favoloso Trio Lopez Marchesini Solenghi si esibisce in gag strepitose, tra cui quella che è costata loro una querela, interrogazioni parlamentari e gli strali del mondo cattolico. Tullio Solenghi vestito da San Remo (veramente esilarante con barba da anacoreta, aureola e un remo da barca in mano) scende le temutissime scale con un sottofondo di organo e officia una specie di messa in cui invoca Agnes di Dio che toglie tutte le private del mondo (per i più smemorati ricordo che Biagio Agnes è stato direttore generale della RAI, democristano di ferro amico di De Mita) fa la parodia della Genesi (In principio era il Festival. Il primo giorno il Signore creò la canzone italiana e vide che era cosa buona. Il secondo giorno creò Al Bano e Romina e vide che lei era bona. Il terzo giorno creò la Oxa e disse: è veramente bona e giusta) e insieme a Massimo Lopez e Anna Marchesini intona la litania Per Christian, con Christian e in Christian a te Rai onnipotente perdona loro perché non sanno quello che cantano cosa che ha mandato dai matti i mentecattolici del tempo. A metterci il carico a coppe ci pensa Beppe Grillo, che in dieci minuti di monologo, demolisce Al Bano, Cutugno, Jovanotti – definito una scoreggina e bisogna dire che è stato anche gentile – noi telespettatori (diciotto milioni di rincoglioniti) Sandro Mayer e via via tutto il cucuzzaro. Per quanto riguarda le canzoni, sono così tante e diversificate che ce n’è veramente per tutti i gusti. E finalmente, vince Annina nostra in coppia con il “negro bianco” Fausto Leali, che è ritornato sugli scudi dopo un periodo un po’ appannato. L’inedita coppia canta Ti lascerò (a firma Bardotti-Berlincioni-Ciani-Fasano-Leali, praticamente una squadra di pallavolo), brano molto molto molto bello, anche questo un cavallo di battaglia di entrambi. Su Youtube ci sono diverse clip dell’esibizione, variamente commentate da fan in delirio mistico, tra cui uno che ha scritto che nemmeno il Padreterno scenderebbe le scale come la Oxa. Croce e (non) delizia di legioni di cantanti, soubrette, attricette, le scale dell’Ariston non sono mai state scese con più grazia, per di più su tacchi vertiginosi, tanto che il Trio ribattezza la nostra Annina “trampoliere delle Puglie”. Ora non so se l’Onnipotente (se esiste) si concede una vacanza in Riviera quando è libero da impegni di creazione, di sicuro ha mandato un ottimo sostituto. Esibizione musicale da incorniciare, la voce graffiante di Faustone si fonde senza soluzione di continuità con quella armoniosa e morbida di Annina per un risultato veramente di alto livello. Livello che viene subito abbassato drasticamente dal secondo posto di, ma c’è bisogno di dirlo? Toto Cutugno con Le mamme. Le canzoni di Cutugno sono tutte uguali, cominciano con una schitarrata e due violini e poi parte il testo che sembra preso da un romanzo Harmony. Dopo figli e mamme, ha la carriera assicurata cantando ogni anno un grado di parentela. Al Sanremo del 2084 – perché sarà ancora vivo e vegeto – canterà Pro-pro-pronipoti. Terzi si piazzano Al Bano e Romina con Cara terra mia, una canzone protoecologista che inizia con Come va? Come va? Tutto Ok, Tutto Ok e poi però il testo dice che le cose non vanno bene proprio per un kaiser perché Il mare sta morendo di dolore/I fiumi di vergogna e impurità/Quel buco nell’ozono fa rumore/Che cos’altro poi succederà? I fiumi che muoiono di vergogna? ma dovreste morire voi, di vergogna, per questa cazzata che cantate e che avete anche scritto. Ma per fortuna ci sono anche canzoni immortali come Almeno tu nell’universo, capolavoro di Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio che segna il rientro trionfale di Mia Martini dopo che era stata ostracizzata per tanto tempo per le voci di jettatrice che giravano sul suo conto. Ma si può essere più trogloditi… vabbè. Raf porta Cosa resterà di questi anni Ottanta canzone-simbolo per noi venticinquenni di allora, mentre la scoreggina Jovanotti canta Vasco, anzi Vafco, (No, Vafco/Io non ci cafco /Perché io non mi fido di chi non fuda mai ecco per dire). La quota goliardica è garantita da Marisa Laurito con Il babà è una cosa seria e quella demenziale da Francesco Salvi con Esatto. In tutta questa abbondanza di cantanti, figuriamoci se l’organizzazione lesina sugli ospiti stranieri: tra i molti vale la pena di ricordare Ray Charles e Dee Dee Bridgewater, i Simply Red, i Depeche Mode, Charles Aznavour, addirittura lo zulu bianco Johnny Clegg, non esattamente famosissimo in Italia, che non ho mai capito come caspita sia inciampato a Sanremo ma che sono stata tanto felice di vedere. Tutta roba da leccarsi i baffi e per un pubblico trasversale se non fosse che, come già detto, questi pezzi da novanta sul palco dell’Ariston o del PalaBarilla sono completamente decontestualizzati e poco valorizzati. Una comparsata e via.

Sanremo 1990: lambada e il ritorno dell’accoppiata Italia-resto del mondo

Il primo anno del nuovo decennio vede Sanremo traslocare temporaneamente dall’Ariston alla fiera della floricoltura, ma noi telepeones da casa, se non ce lo avessero detto, non ce ne saremmo accorti manco per un cavolo. Ci accorgiamo che ritorna l’orchestra dal vivo, di quello sì che ci rendiamo conto, che è una cosa bellissima e che viene rispolverato anche l’abbinamento del cantante italiano a uno straniero. E qui ci sono dei numeri da circo veramente incredibili, sia nel bene (la maggior parte) che nel male (pochi, per fortuna). Vengono chiamati a presentare Johnny Dorelli e Gabriella Carlucci, di cui non ricordo niente di particolare quindi significa che sono stati impeccabilmente noiosi, quasi a rimpiangere il disastro intergalattico dei quattro “figli di …” almeno con loro ci siamo squartati dalle risate. Allora le strane coppie, ma strane veramente. I Pooh vincitori con Uomini soli (Diuo delle cittuààà e dell’immensituààà, nella pronuncia facchinettiana) dividono con Dee Dee Bridgewater la canzone vincitrice che diventa Angel Of The Night, cantata con grande eleganza. A Toto Cutugno che, indovina dove si piazza? ma al secondo posto, ovvio, è abbinata nientemeno che una semidivinità, Ray Charles, il quale con la sua classe riesce a trasformare la solita sigla da telenovela venezuelana in un capolavoro (Gli amori – Good love gone bad) ma si sa che se The Genius cantasse il menu della trattoria da Franco Lu Zezzone sarebbe capace di trarne ugualmente un pezzo memorabile. Sono passati trent’anni esatti ma ho un ricordo indelebile di quella interpretazione. Magia allo stato puro. Al terzo posto Amedeo Minghi e Mietta con Vattene amore, meglio conosciuta come trottolino amoroso dududù dadadà ripresa in inglese dall’ex enfant ma sempre prodige Nikka Costa (All For The Love Of You). In ordine sparso, a memoria, Mia Martini canta un gioiello come La nevicata del ’56 ma la sua controparte è un tal Manuel Mijares che interpreta La nevada in un modo così orrendo che sembra quasi un’altra canzone. Una coppia che non c’entra una cippa tra di loro è quella formata da Peppino di Capri e Kid Creole and the Coconuts: Evviva Maria diventa Nobody Does The Lambada Like My Mother And My Father, sembra un titolo di un film della Wertmüller. Sì, perché il 1990 è l’anno in cui sbarca la lambada, questo ballo brasiliano ad alto tasso erotico che ci ha sfranto le palle per tutta l’estate e che ha costituito la testa di ponte per il ritorno dei balli di coppia – latini e caraibici in primis – in tutto l’italico Stivale. E proprio con un sofisticato e sensualissimo ritmo di lambada, sapientemente arrangiato da Fio Zanotti, che la nostra amatissima Annina ritorna a Sanremo. La leggenda narra che Anna non dovesse partecipare a Sanremo dopo la vittoria dell’anno precedente, ma c’era questa canzone scritta da Danilo Amerio e Luciano Boero che era rimasta orfana di interprete, perché rifiutata da Patti Pravo alla quale era stata inizialmente presentata. Fu proposta ad Anna che evidentemente gradì e ne è uscito un brano strepitoso. L’esibizione di Donna con te è per me la migliore di tutte le quattordici di Anna a Sanremo. Andatevela a vedere su YouTube. Rilassata, distesa, divertita, sorridente, si muove sul palco con una naturalezza come se si trovasse nel soggiorno di casa, con gestualità misurata e intrigante riempie il palco con la sua presenza, va anche a fare le coccole al maestro concertatore e canta come solo lei sa fare, passando con nonchalance dai toni sussurrati e morbidi a quelli alti e pieni che spettinano anche gli spettatori in loggione. Si presenta sul palco con un look molto defilato per il suo standard – tailleur pantalone armaniani dai colori smorzati e con giacche con le mega spallone – ricordiamoci che questi sono gli anni delle giacche con le ovatte super size – senza tacchi e con i capelli del colore – credo – suo originario, avendo finito tutte le nuances di biondo disponibili, raccolti in una treccia con acconciatura fintamente trasandata, direi shabby chic. Nessuno si muove sul palco meglio di lei. Nessuno. Si piazza solo quarta (avrebbe meritato il podio) ma la canzone sarà una hit travolgente e venderà come il pane. Patti, suca. Inutile dire che la versione dei Kaoma, gruppo musicale franco-brasiliano che canta la versione italo-carioca, impallidisce, ma comunque grazie per aver partecipato.

Con questa edizione si chiudono per la sottoscritta gli anni universitari e con loro i gruppi d’ascolto affollati da amici provenienti da ogni parte d’Italia. Finito il cursus studiorum fuori sede, ognuno di noi ex studenti prenderà la propria strada ma per Sanremo ci sentiamo sempre, anche per un solo commento al volo. Alla festa di laurea, alcuni amici mi regalarono il cd Anna Oxa live con i New Trolls, che ho consumato a furia di sentirlo (è stupendo) mentre chi mi conosceva poco ha visto bene di regalarmi un noiosissimo dizionario di economia & finanza che non ho MAI usato. Gli amici quelli veri li vedi anche dai regali che ti fanno.

Il Festival del 1991 è presentato da Andrea Occhipinti e Edvige Fenech con i quali si sfiorano gli abissi degli ormai leggendari “figli di…” Sono così scarsi che per evitare altri scivoloni, dall’anno seguente l’organizzazione si cautela e ingaggia un professionista: inizierà il regno di Pippone Baudo, fino al 1996. Per ora questi due malissimo assortiti fanno del loro peggio e senza troppa fatica, gli viene naturale. Le canzoni del Festival di quest’anno si attestano su una linea di pensiero comune: la sfiga. Marco Masini canta i tossici con Perché lo fai (Perché lo fai, disperata ragazza mia/Perché ti dai come un angelo in agonia/Perché ti fai/Perché ti fai del male/Perché ce l’hai con te) e si piazza pure terzo con questa lagna cadenzata; Renato Zero (secondo posto) invece si occupa di geriatria comparata con Spalle al muro, che tutti ci ricordiamo per gli allegrissimi versi Ma sei vecchio/Ti chiameranno vecchio/E tutta la tua rabbia viene su/Vecchio, sì/Con quello che hai da dire/Ma vali quattro lire/Dovresti già morire/Tempo non c’è ne più; vince Riccardo Cocciante con la delicata Se stiamo insieme ma lui non è certo uno che ti fa sbregare dal ridere. Un’altra botta di vita viene da Paolo Vallesi, che vince tra le Novità con Le persone inutili (Sono le persone inutili/gente che non riesce a vivere/che non mostra i denti e i muscoli/che si arrende prima o poi. Daje a ridere). Manca solo il Dies irae e il mood “ricordati che devi morire” è raggiunto. A tirare su il morale e non solo quello, dei maschietti, ci pensano le megapettorute Sabrina Salerno e Jo Squillo con Siamo donne, che in quattro minuti di canzone riescono a buttare nel cesso anni e anni di lotte femministe. Per rendere ancora più cupa questa edizione, casomai ce ne fosse di bisogno, è stato abolito l’intervento comico, non sia mai ci dovessimo divertire troppo con queste canzoni. E Annina nostra? dopo l’iper esposizione mediatica degli anni precedenti, non la rivedremo più a Sanremo, almeno come cantante, per un bel po’. Si prende un bel settennato sabbatico durante il quale produce album da studio bellissimi (Di questa vita e Do di petto tra gli altri) e si riproduce (due figli). Un’altra cosa che mi piace moltissimo di Annina è che ha letteralmente blindato la sua vita privata. Brava Anna, così si fa. Le chiacchiere stanno a zero, parla solo la musica.

Pippone Baudo re della Riviera

Il regno di Pippone Baudo re di Sicilia e Riviera di Ponente inizia con l’edizione del 1992 per la quale il presentatore chiama accanto a sé come co-conduttrici Alba Parietti, Brigitte Nielsen e la sempiterna Milly Carlucci, cioè la sagra della coscia lunga. Questo è l’anno di Cavallo Pazzo, quel tizio che irrompe sul palco, si appropria del microfono e urla “Il Festival è truccato e lo vince Fausto Leali”. Non si capisce granché del significato di questa pantomima, se vera, se finta, ma se ne parla e forse questo era lo scopo. Pupo, che si presenta col suo nome vero, cioè Enzo Ghinazzi (meglio Pupo, fidati) viene eliminato dalla finale, prende d’aceto e non si perita di sbandierare ai quattro venti di aver speso un botto di soldi per accaparrarsi le schedine del TOTIP con le quali si votava. Tutto per rendere evidente che la sportività non è il suo forte ma soprattutto che i voti di Sanremo sono pilotati. Ma tu guarda, non ci era mai venuto il dubbio. Ma mai, proprio. Comunque, intrallazzi o no, le canzoni vincitrici sono più che degne. Il primo posto va a Luca Barbarossa con la sua dolce Portami a ballare, a seguire Mia Martini con Gli uomini non cambiano (Dati-Falagiani-Bigazzi) un piccolo gioiellino e terzo Paolo Vallesi con La forza della vita. Poi alla fine Faustone Leali si piazza solo nono, contrariamente a quanto previsto da Cavallo Pazzo che quindi gli ha portato rogna. Tra le Novità vincono Francesca Alotta e Aleandro Baldi con Non amarmi e tutti ci ricordiamo della canzone più brutta della storia del Festival, che si intitola (nomen omen) Brutta di Alessandro Canino. Per l’edizione del 1993 Pippone vuole accanto a sé Lorella Cuccarini e spedisce Alba Parietti al Dopofestival, lei non gradisce, prende d’aceto anche lei (gliene aveva lasciato un po’ Pupo l’anno prima) e il leit-motiv di tutte le serate saranno i battibecchi con la Cuccarini. Bah. La dose di “canzoni-che-meriterebbero-la-fucilazione” è garantita da una canzone dichiaratamente pedofila, Caramella di Leo Leandri, che con voce da rattuso intona: Caramella alla mora, guarda che bona/Caramella stammi stretta, ma quanta frutta/Ti chiedo un bacio e ti fai brutta/Caramella alla pera, che merendera/Caramella anche alla mela, che seno a pera e già con questo siamo già sull’orlo della denuncia a piede libero ma gli estremi per il reato arrivano con i versi Hai sedici anni, ma guarda tu/Ormai io li ho passati da un po’/Ma tu mi piaci troppo però/Mangi troppe caramelle, scappi e lasci i brividi a pelle. Come questa canzone sia arrivata a Sanremo quando si doveva fermare al primo posto di polizia, resta un mistero. Vince Enrico Ruggeri con la canzone più brutta del suo repertorio, (un altro) Mistero, secondo Cristiano De André con Dietro la porta e terze Grazia Di Michele e Rossana Casale con Gli amori diversi. Per le nuove proposte sbanca Laura Pausini con la nenia La solitudine. Un’edizione dimenticabile, poi alla fine.

Avevo detto che Annina non si sarebbe più vista fino al 1997, ma invece riappare, più splendida e fulgida che mai, a fianco di Pippone nel 1994, in veste di presentatrice. Una volta che hai preso la sanremite, ti devi curare a intervalli regolari frequentando la città dei fiori almeno una volta l’anno e cantare ogni otto ore, come quando prendi l’antibiotico. Assieme a Pippone e Annina c’è la modella franco-guadalupense (si dirà così? comunque della Guadalupa) Cannelle, famosa solo ed esclusivamente per il suo lato B nello spot delle caramelle Morositas. Quando si dice avere un bel culo (inteso proprio come parte anatomica) nella vita. Ad ogni modo, parla e pronuncia molto meglio di tanti italofoni, come ad esempio “i figli di…”. Vince Aleandro Baldi con Passerà, mi raccomando l’accento sull’ultima sillaba, secondo Giorgio Faletti con Signor Tenente, ispirato alla strage di Capaci e terza Laura Pausini con Strani Amori. Anche quest’anno è una edizione piuttosto tranquilla, appena movimentata solo da diverse Nuove Proposte che faranno strada, tipo Irene Grandi, Giorgia, Giò Di Tonno e il vincitore, Andrea Bocelli che inizia la sua carriera trionfale con questo stile detto crossover che a me fa uscire il pacco emorroidario. Ma sono la sola a non apprezzare, visto che sono anni che vende come uno scannato in tutto il mondo. Pro bono pacis taccio della partecipazione della Squadra Italia, composta da Giuseppe Cionfoli, Lando Fiorini, Jimmy Fontana, Rosanna Fratello, Wilma Goich, Mario Merola, Gianni Nazzaro, Nilla Pizzi, Tony Santagata, Wess e Manuela Villa. Praticamente una RSA in trasferta. Che cosa cantano? Ma ovvio, Una vecchia canzone italiana (Sentirai una radio che suona lontana/canterà una vecchia canzone italiana/rivedrai un balcone affacciato sul mare/una canzone non chiede di più/ti porta dove vuoi tu), nel caso non avessimo capito l’operazione nostalgia. Tra gli ospiti stranieri brilla Elton John, vestito come il personaggio di Panariello Il Pierre del Chiticaca di Orbetello che sculetta sul palco assieme a Ru Paul, una imponente drag queen con la quale canta una versione synth-disco (semper gratias agere debemus a quel genio di Moroder per il bell’arrangiamento) di Don’t Go Breaking My Heart. Quello vestito più sobrio è Ru Paul, questo va detto per onestà intellettuale. Nessuno grida allo scandalo, mentre vent’anni dopo, sempre sullo stesso palco, Sir Reginald Kenneth Dwight rischia il linciaggio coram populo perché coniugato con un uomo. L’evoluzione culturale e morale di questo Paese fa strani giri, ma lasciamo perdere.

Sanremo 1995: l’anno dell’aspirante suicida salvato da Pippone davanti allo sguardo di tutti, Eurovisione compresa. Non commento. A questa edizione c’era il vincitore predestinato, cioè Fiorello con Finalmente tu, un brano di una banalità spaventosa uscito dalla penna degli 883 (e non poteva essere diversamente, i testi di Pezzali sono prevedibili come il rutto dopo una lattina di Coca-Cola), ma gliel’hanno così tirata che si piazza solo quinto, lui che era entrato in conclave papa e ne è uscito cardinale. Questa mancata vittoria non gli pregiudica la carriera, anzi secondo me gli ha fatto solo che bene e gli ha fatto capire che lui non è cantante “puro” ma uno showman a 360 gradi, che è molto ma molto meglio. E quest’anno ne ha dato ampia prova. Oltre a Pippone, presentano Claudia Koll e Anna Falchi, la mora e la bionda, l’unica alternanza possibile in Italia. Vince Giorgia con un brano strepitoso, Come saprei (scritta da lei, Adelio Cogliati, Eros Ramazzotti, Vladimiro Tosetto e arrangiata da Celso Valli) seguono Gianni Morandi e Barbara Cola con In amore (Duchesca-Zambrini) e terza Ivana Spagna con Gente come noi (scritta da Ivana Spagna e da suo fratello Portogallo, ah no scusate, si chiama Giorgio, Fio Zanotti, Angelo Valsiglio e Marco Marati). In ordine sparso, dopo il già citato Fiorello, Andrea Bocelli canta Con te partirò, Mango gli chiede Dove vai? Tra le nuove proposte, I Neri per Caso con Le ragazze (che vincono) e si affaccia un promettente Daniele Silvestri (L’uomo col megafono) che tante soddisfazioni ci darà in futuro al pari di Gianluca Grignani (Destinazione Paradiso) lui più per le vicende a base idroalcolica che prettamente musicali. Nell’ultimo anno di regno, il 1996, Pippone si fa coadiuvare da Sabrina Ferilli e Valeria Mazza, modella dal cognome che fa la felicità dei comici di bassa lega. Vincono Ron e Tosca con la bella e delicata Vorrei incontrati tra cent’anni, secondi Elio e le Storie Tese con La Terra dei Cachi e terza Giorgia con Strano il mio destino. Tra gli ospiti stranieri brilla la performance del Boss, che regala al pubblico dell’Ariston e a noi telepeones a casa l’intensa The Ghost of Tom Joad, cantata solo con chitarra e armonica e con la traduzione del testo che scorre sulla parte bassa dello schermo. Essenziale e drammatico. E grandissimo quando sfugge ai tentacoli di Pippone che lo vorrebbe trattenere sul palco. Oltre a lui passano sul palco Alanis Morrissette, The Cranberries, Celine Dion, Tina Turner e tanti altri.

Alessandra Drusian e Fabio Ricci al secolo i Jalisse vincitori del Festival di Sanremo edizione 1997
I vincitori del Festival del 1997 (sono i Jalisse!) – foto da Wikipedia

Terminato per esaurimento – più che altro delle palle di noi telespettatori – il regno di Baudo, noi telepeones ci aspettavamo, per il 1997, un rinnovamento, un cambio, un guizzo di novità. Ma de che. Si ripresenta, proprio come la peperonata, Mike Bongiorno, la muffa più muffa che ci possa essere. A compensare la vieta banalità di questo dinosauro del tubo catodico, gli viene affiancato quel salvaneo, quel folletto pazzo di Piero Chiambretti. Ogni sera, appeso a un cavo, vola sul palco del Festival come un angioletto e per l’ultima sera come un diavoletto. Avrà preso ispirazione dalla performance di Peter Gabriel di tanti anni prima? La sua frase Comunque vada, sarà un successo è diventata ormai lessico abituale. La presenza di Valeria Marini sul palco è del tutto ininfluente in quanto inabile a parlare, ballare, cantare, dire, fare, baciare, lettera e testamento. Patti Pravo porta una canzone di Vasco Rossi e Gaetano Curreri E dimmi che non vuoi morire, brano spettacolare che arriva solo ottavo, tra le nuove proposte ci sono Alex Baroni, Niccolò Fabi, Nek e un tale Mikimix, che allora non se lo era filato nessuno e invece, tacca tacca, si è fatto strada come quel matto (in senso buono) di Caparezza. Una sfumatura reggae la porta il gruppo Pitura Freska con Papa nero, cantata in italo-veneziano (Parché xe scrito, dito, stradito dai oracoi/Ea piovra perdarà i tentacoi/E cascarà i tabù col penultimo Gesù/E el sarà un òmo dal continente nero/Sarà vero/Dopo Miss Italia aver un Papa nero/No me par vero). Tra gli ospiti, grossissimi calibri: sua maestà Al Jarreau, i Jamiroquai, Lionel Ritchie, Natalie Cole e quel figo stratosferico del Duca Bianco che canta Little Wonder. Beh, questa volta gli ospiti stranieri, pur nella limitatezza dell’ospitata sanremese, ci hanno dato grande soddisfazione (c’erano anche le Spice Girls ma quelle le ho rimosse). Al terzo posto si piazza Syria con Sei tu, al secondo posto, indovina chi? no, non Toto Cutugno ma la nostra splendida Annina, con un brano arrangiato in stile Toto (il supergruppo, non Cutugno), Storie, molto ritmato e interpretato come sempre alla grande. Nonostante abbia avuto ben sette anni per pensare all’outfit da sfoggiare, Anna probabilmente aveva tutti i vestiti in lavatrice proprio in quella settimana del festival, altrimenti non si spiega come mai si sia presentata sul palco indossando un sacco condominiale dell’immondizia. Vedere la clip per credere. Ma la classe non è acqua e la famosa frase “starebbe bene anche con un sacco di juta” è stata presa quasi alla lettera. E infatti anche col sacco della scovazza fa la sua porca figura sul palco e porta a casa una performance perfetta. Vincono a sorpresa gli outsider Jalisse, con Fiumi di parole, che è una bella canzone che però non ha sfondato nelle vendite, ma il ritornello ce lo ricordiamo tutti. Il gaffeur Mike Bongiorno colpisce proprio con loro quando dice ai Jalisse di consegnare il premio agli autori e loro hanno risposto “Siamo noi”. Per le figure di m3rd4 Mike è una garanzia. Dato che i Jalisse sono diventati, a mio parere ingiustamente, sinonimo di sconosciuti, a questo punto sento più che doveroso aprire una parentesi per spezzare una lancia in loro favore.

I Carneadi di Sanremo

Homo Sapiens, Gilda (e basta, da non confondere con la grande Gilda Giuliani), Mino Vergnagni, Tiziana Rivale, Barbara Cola, Donatella Milani, Annalisa Minetti e poi Enzo Malepasso, Mario Rosini, Linda, Piero Mazzocchetti, Sal da Vinci. Li conoscete? sono sicura di no. Questa è tutta gente che ha vinto il Festival o che si è piazzata sul podio. Ma chi c4§§o se li ricorda? Tutti questi che ho nominato sono letteralmente scomparsi, di loro non si sa più niente né le loro canzoni sono rimaste nella memoria, nemmeno in quella dei parenti più stretti. E dopo essere stati risucchiati da un buco nero di oblio, nessuno li hai più chiamati in causa. Invece, se Manzoni scrivesse i Promessi Sposi nel XX secolo, l’incipit dell’VIII capitolo sarebbe “Jalisse! Chi erano costoro?” tanta è l’insistenza con cui questi due sono citati come paradigma di persone poco note. Eppure di meteore a Sanremo ce ne sono state a mazzetti da dieci legate con l’elastico. Non riesco a capire la ferocia con cui i Jalisse continuano a essere presi in giro, boh, non sono né meglio né peggio di tanti altri. Anzi, sono molto meglio di tanta monnezza che è passata sul palco. Lei ha una voce di tutto rispetto, lui vabbé ogni tanto fa il coretto, diciamo che ha la stessa funzione di Andrew Ridgeley degli Wham! oppure di quell’altro degli 883 di cui non ricordo nemmeno il nome, anzi credo di non averlo mai saputo, ma non stiamo qui a sottilizzare. La canzone è perfettamente in linea con lo stile sanremese, è un perfetto brano pop, anzi poppissimo, è gradevole e con un bel ritornello epicheggiante, il testo ha anche un senso compiuto – cosa non scontata a Sanremo – e alla fine sul palco non si sono fatti ridere dietro. Inoltre i due hanno anche senso dell’umorismo e si prendono in giro da soli apparendo come se stessi nel film Ex di Fausto Brizzi. Quindi PER FAVORE BASTA SPERC*LARE I JALISSE. Non se lo meritano proprio. E no, i Jalisse non sono miei parenti.

(fine della seconda parte)

2 risposte a "Sanremo Story o anche Oxeide – 2 parte 1988-1997"

Add yours

  1. …mai e poi mai avrei pensato che seguissi con tanta competenza e passione Sanremo. Ti lovvo con le lacrime agli occhi! grande Lonza, e grandi i Jalisse

    "Mi piace"

    1. la mia anima pop si sta scatenando! negli ultimi anni ho un po’ abbandonato Sanremo (non c’è Annina!) ma negli anni 80-90 ero sfegatatissima! Jalisse sempre nel mio cuore e sempre grandi!

      "Mi piace"

Che ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑

appetibilis .net

ABOUT PEOPLE, PLACES & THINGS

http://www.iocisonostata.com/

"Il comico è il tragico visto di spalle" (G. Genette)

MADamando

Il blog dedicato alle “over-anta”, in cui si raccontano, senza prendersi troppo sul serio idee, sogni, moda, riti e miti dell’età di mezzo.

OCK Style

Orsola Ciriello Kogan :: Wordsmith & Visual Storyteller

Kiss the Translator

Finding oneself when lost in translation

ideas.ted.com

Explore ideas worth spreading

Bufale e Dintorni

Bufale e dintorni, ovvero notizie false, ingannevoli, phishing, scam, spam. Diffondere le bufale è inutile, irrazionale e in alcuni casi, pericoloso.

zeronovantanove

Scritture low cost

Opinioni di un clown

"Il comico è il tragico visto di spalle" (G. Genette)

Ghiga scrive di sera (e nemmeno sempre)

"Il comico è il tragico visto di spalle" (G. Genette)

La disoccupazione ingegna

Sono disoccupata, sto cercando di smettere. Ma non mi svendo

Scarpe de Merda

"Il comico è il tragico visto di spalle" (G. Genette)

SUCCESS

"Il comico è il tragico visto di spalle" (G. Genette)

ildegardadibingen

Just another WordPress.com site

Rosso di Persia

La mia indipendenza è la mia forza, implica la solitudine che è la mia debolezza. (Pasolini)

Nine hours of separation

"Il comico è il tragico visto di spalle" (G. Genette)

grafemi

segni, parole, significato

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: