Sanremo Story o anche Oxeide – 1 parte 1978-1987

Perché scrivere di Sanremo adesso, che siamo ben lontani dalla prossima edizione, sempre se e come si farà? Perché parlarne fuori contesto è più divertente, non si rischia l’effetto straccamento di gonadi che tutti viviamo quando non si parla d’altro per quella settimana, perché è un argomento futile che però appassiona tutti. Last but not least la sottoscritta ha con questa manifestazione, un rapporto di amore-odio (ultimamente più il secondo) e chissà che a parlarne non riesca a capire se veramente mi piace o meno. In attesa di sapere se l’edizione del 2021 si farà e in quali termini – cantare con la mascherina deve essere un po’ difficoltoso – ripercorriamo a volo d’uccello le edizioni dal 1978 in poi.

Perché Oxeide? Perchè, per quanto mi riguarda, ho avuto piena contezza del Festival esattamente nell’anno del debutto di Anna Oxa (il 1978, appunto), che lo ha frequentato così tante volte che gran parte della sua carriera in pratica coincide con le edizioni del Festival dalla fine degli anni ’70 al 2011. Ma soprattutto perché è un’artista che amo pazzamente e le sue canzoni hanno costituito la colonna sonora della mia vita. Da un bel po’ non si fa sentire e mi manca proprio tanto la sua voce inconfondibile, la sua presenza scenica e il suo stile unico nel panorama musicale italiano.

Dai iniziamo che di cose da raccontare ce ne sono tante. (Ma non siete obbligati a leggere tutto).

Da spettacolo agonizzante a sagra del nazionalpopolare

Nel 1978 avevo tredici anni e per me Sanremo era sinonimo di muffa, aria stantia, vecchiume canoro e sonoro. Cantanti che intonavano canzoni piene di melassa, di retorica. Roba fresca come il codice di Hammurabi, insomma. In altre parole, una bella rottura di palle. Personaggi come il reuccio Claudio Villa, la soporifera Nilla Pizzi, la casalinga rubata ai fornelli Orietta Berti, i cloni in versione amatriciana di Elvis Presley come Bobby Solo e Little Tony e tutta la risacca musicale vetero-cattolica della canzonetta mamma-amore-cuore-dio-patria-famiglia mi facevano venire la gastrite. Questi che ho nominato era gente che cantava cose tipo Binario che recita testualmente: Vecchio casellante/Che fermo te ne stai/Dimmi come mai. Ma come sarebbe a dire “come mai”, cosa dovrebbe fare il casellante? ma saranno anche c***i suoi di dove vuole andare. E poi, là deve stare, al casello, altrimenti se va da qualche parte da casellante diventa viandante. Oppure c’era chi intonava La papera al papero disse/”Papà, pappare i papaveri, come si fa?” /”Perché vuoi pappare i papaveri?” disse Papà che poi la canzone è stata riabilitata dalla rilettura socio-politica è un altro discorso, ma “pappare i papaveri” è un verso che Mario Panzeri (sì, proprio quello del famoso trio autoriale Pace-Panzeri-Pilat) ha composto sotto effetto del papavero sì, ma da oppio. Oppure ancora (e qui finisco con una vetta semantica che nemmeno Chomsky può districare) Tipitipitipiti dove vai/Tipitipitipiti cosa fai /Tipitipitipiti come mai/Sei innamorata di lui. Ecco. Questo era quello che mi toccava.

A quei tempi, di musica in tv non ce n’era granché. C’era stata Canzonissima, ma ero troppo piccola per ricordarmi bene qualcosa. E quel pochissimo che è restato nella memoria è roba che non incontrava il mio gusto. C’era il varietà televisivo che, come dice la parola stessa, conteneva un po’ di tutto, anche la musica che però era solo una parte. Dovrò aspettare l’inizio degli anni ’80 per vedere, ad un orario improponibile, Mr. Fantasy, un rotocalco televisivo di sola musica da vedere, con il sornione Carlo Massarini di bianco vestito a raccontarci le storie dietro ai videoclip di cantanti e gruppi che avevamo solo sentito sui giradischi di casa. La Rai in pieno monopolio assoluto – anzi, non esisteva nemmeno il concetto di monopolio, visto che vigeva una specie di monoteismo catodico – riammollava a noi telespettatori il Festival della canzone italiana. Dopo i fasti dei decenni passati, la scena sanremese alla fine degli anni 70 è in grande affanno e mostra le corde. Nel 1978, il palco di Sanremo è, per usare un understament pesante, dimesso. Scenografia essenziale, che è un modo elegante per dire che sembra il sottoscala di un condominio di periferia adibito a sala per festicciole da adolescenti, orchestrali vestiti di raso lucido come musicisti da balera, una presentazione in stile Festivalbar con Maria Giovanna Elmi che espettora asetticamente i titoli delle canzoni e i nomi dei cantanti, Vittorio Salvetti che dice qualche cosa a caso con un tono di voce adatto più a una posta di rosario che a uno spettacolo musicale. La Rai trasmette solo l’ultima serata, della serie chissenefrega più di Sanremo.

Ma in quell’anno, dopo tanto ciarpame musicale, sul palco del Teatro Ariston – che tanto vorrei vedere dal vivo perché in tv sembra più ogni anno più grande – spuntano ben due orchidee nel fango: Annina Oxa nostra e Rino Gaetano. Si piazzano alle spalle dei Matia Bazar che vincono con un brano leggermente tronfio ma non privo di un suo stile (…E dirsi ciao) grazie anche ai vocalizzi agli ultrasuoni di Antonella Ruggiero, un po’ The Great Gig In The Sky al sugo di pomodoro, anzi al pesto visto che i Matia Bazar sono liguri. Rino Gaetano canta Gianna, diventata subito un classico che con il suo apparente nonsenso conquista il podio. Rino si presenta sul palco con una giacca da frac, maglietta, scarpe da tennis e ukulele e ai vecchi tromboni seduti in platea per poco non viene uno schioppone al cuore quando per la prima volta a Sanremo viene pronunciata la parola “sesso”. I tromboni di cui sopra non hanno il tempo di riprendersi che subito arriva un’altra bella sberla: sale sul palco una ragazzetta paffutella di sedici anni dall’indubbio fascino e dalla voce potente. E’ truccata da punk, vestita come un impiegato del catasto e canta un capolavoro firmato da Ivano Fossati, mica pizza e fichi. È una canzone per niente punk, anzi mainstream per Sanremo, appartenente al nutrito filone “donne che hanno una relazione di m3rd4 e cantano per consolarsi”. Un’emozione da poco si piazza al secondo posto a Sanremo e sosterà nelle orecchie di tutti noi a vita, tanto che la si sente con una certa frequenza in radio; ogni anno a Ferragosto alle feste negli stabilimenti balneari va a razzo, cantata a squarciagola da ragazzetti che 42 anni fa non erano nemmeno nella mente di Dio. Per non parlare della cover stralunata e inquietante nel film Lo chiamavano Jeeg Robot. Protagonista di tutto questo è Anna Oxa, all’anagrafe Iliriana Hoxha, nata a Bari da madre italiana e da padre albanese. Nelle sue vene scorre quindi sangue japigio e illirico che produce una miscela devastante di talento, bravura, sex appeal, senso dello spettacolo, intelligenza, bellezza, fascino e chi più ne ha più ne metta. Una voce che mescola sfumature di sensualità, potenza, energia, malinconia, grinta, insomma un range emozionale completo. Dopo aver cantato fin da giovanissima, ma proprio -issima, nei piano bar della sua città, viene notata da un talent scout della RCA Italia, in men che non si dica sbarca al Festival e fa subito il botto arrivando seconda. Da San Pasquale (il suo quartiere) a Sanremo è tutto un attimo (e siamo già all’autocitazione). Ma per rivederla sul palco dell’Ariston dovrò aspettare il 1982. Ad ogni buon conto, le apparizioni di Gaetano e Oxa mi hanno in parte riappacificato con il Festival. But the best is yet to come.

Una giovanissima Anna Oxa e Rino Gaetano (e l'ukulele) nel backstage di Sanremo nel 1978
Anna Oxa, Rino Gaetano (e l’ukulele) a Sanremo 1978 (foto da ilgiornalepopolare.it)

Nel frattempo che Annina nostra diventa maggiorenne (mi piacerebbe tanto sapere che cosa ha scritto la mamma sul libretto delle giustificazioni della scuola “mia figlia Anna non ha potuto partecipare alle lezione dei giorni tal dei tali in quanto impegnata in gara canora”?), il festival di Sanremo va avanti, seppur a fatica. L’edizione del 1979 è un pianto greco, le canzoni fanno quasi tutte schifo e non lasciano nemmeno un’impronta nell’acqua salata della riviera di ponente. Vince un carneade, Mino Vergnaghi, con la canzone Amare (madonnasanta che originalità) che non si può definire nemmeno meteora, perché le meteore almeno durano qualche momento, questa al massimo è stato un raudo e manco tanto sonoro e poi l’oblio assoluto come cantante, ma non come autore visto che poi collaborerà nientemeno che con Zucchero. Sul fatto dei carneadi che partecipano a Sanremo tornerò più in là. Enzo Carella arriva inspiegabilmente secondo con Barbara, un brano atipico per Sanremo. Dico inspiegabilmente perché il testo di Pasquale Panella sembra un po’ troppo avanti per il pubblico sanremese, abituato alle rime cuore-amore-fiore-dolore e non a Ho freddo in bocca/La bocca tua è albicocca/Ho freddo al naso/La bocca tua è di raso. Forse Carella lo aveva previsto e quindi si presenta sul palco con quattro donne-sandwich che sul davanti hanno una voluttuosa bocca rossa e dietro il suo testo. Geniale. Si piazzano al terzo posto I Camaleonti con Quell’attimo in più (Avogadro-Lavezzi-Pace) che è un bel brano ma assomiglia nell’attacco a Tin man degli America ma fa niente. Il filone surreale-demenziale iniziato da Gaetano invece dilaga con brani al limite della decenza tipo Sarà un fiore di Enrico Beruschi, oppure A me mi piace vivere alla grande di Franco Fanigliulo (prima strofa: Gugliemo ha un reggipetto/che se lo mette spesso/nel cuore della notte/come se fosse adesso) per culminare nella sublimazione del trash assoluto con I Pandemonium e la loro Tu fai schifo sempre, praticamente un inno ante litteram al friendzonato, un’operazione così smaccatamente goliardica che trascende ogni giudizio, e così particolare che, ho scoperto, essere molto popolare ancora oggi tra noi baby boomers. Per noi che eravamo adolescenti in quel periodo, una canzone cult.

Il Festival era anche l’occasione di vedere gli ospiti stranieri sul palco di casa: ci sono Tina Turner, immarcescibile e Kate Bush allora in full swing con Wuthering Heights. L’ospitata straniera è da sempre un momento imbarazzante, a Sanremo. Non c’è mai stata una volta, dico una, che non ci sia stato un momento che è filato liscio. Di solito l’ospite arriva, canta – spesso in playback – e poi alla fine dell’esibizione c’è una faticosa intervista in cui il presentatore di turno dice qualche str*****a – per fortuna in italiano – l’ospite fa finta di capire oppure non capisce un boro e si innesca una serie di siparietti veramente penosi con applauso finale a suggellare la reciproca figura di m3rd4.

Aria di rinnovamento

All’alba del decennio Ottanta il Festival è ancora attaccato alla bombola d’ossigeno ma si sta riprendendo. Si depura di tanto vecchiume ma non del tutto. Tanto per iniziare Mike Bongiorno si toglie dagli zebedei e va a fare il servo della gleba nelle neonate Reti del Male (Canale 5 e compagnia briscola) e a presentare Sanremo viene arruolato Roberto Benigni. Un bel salto di stile, direi. C’è anche Cecchetto che dovrebbe dare una svegliata alla manifestazione ed attrarre i giovani, come me illo tempore, che il Festival lo snobbano alla grande per i motivi che ho detto. Il risultato è discreto ma c’è ancora da lavorare, perché è un’edizione veramente anonima, vince Toto Cutugno con Solo noi, si affacciano i Decibel di Enrico Ruggeri (Contessa) per poi sparire subito: insomma, l’edizione del 1980 è dimenticabile. Per fortuna l’anno seguente cambia tutto. Non so chi c’era prima come direttore artistico e come erano formate le giurie (dopo Fatima, uno dei grandi misteri della civiltà occidentale) ma il 1981 segna la svolta. Seduti tutti sul divano, con i miei compagni di liceo abbiamo trascorso serate infuocate ad ascoltare pezzoni memorabili che hanno fatto la storia della musica leggera recente e sono diventate la colonna sonora di tutte le gite scolastiche del quinquennio liceale. Qualche esempio? Vince la cupa, inquietante ma splendida Per Elisa a firma Franco Battiato-Giusto Pio cantata in modo spettacolare da Alice al secolo Carla Bissi (ma perché non si è tenuta il suo nome vero, mica è così brutto da doverlo cambiare, boh…), secondo posto per Maledetta Primavera di Loretta Goggi, melodiosissimo pezzo ormai incistato nel retrocervello di ogni italiano, e poi in ordine sparso, Roma spogliata di Luca Barbarossa, Caffè nero bollente di Fiorella Mannoia e Sarà perché ti amo, una hit travolgente dei Ricchi e Poveri che proprio quell’anno diventano due ricchi e un povero solo, visto che Marina Occhiena si defila per andare incontro a una carriera solista di sicuro insuccesso mentre gli altri tre sbancano in Italia e in mezzo mondo. Quando si dice tempismo sbagliato o anche sfiga. Ci sono anche ciofeche inimmaginabili come Hop hop hop somarello di tale Paolo Barabani (hop hop hop somarello /trotta trotta il mondo è bello sono versi che Leopardi avrebbe sicuramente voluto scrivere, come no) ma in mezzo a tanta roba si perde, per fortuna. Infatti, chi c***o se lo ricorda? Nessuno. Meglio così. Un’edizione alla fine godibile ma io aspetto Annina che scalda i muscoli e le corde vocali a bordo campo per entrare in gara l’anno seguente.

Il Festival del 1982 rimane agli atti per la presenza del finto frate Cionfoli, per la penosa esibizione di Mal – il mio idolo da bambina – che si presenta sul palco con due enormi orsi di peluche che ballano e suonano la chitarra. Già con Furia (cavallo del West che beve solo caffè/per mantenere il suo pelo più nero che c’è) la mia stima per Mal aveva vacillato, ma dopo questo Sanremo Paul Bradley è stato depennato dalle mie orecchie per sempre ma non dal mio cuore. Come posso dimenticare uno che canta in italiano come Stanlio e Ollio ma che è bello come un angelo del paradiso? Al Bano e Romina iniziano la loro logorante opera di scassamento di cabasisi con canzoni nazionalpopolari al limite della decenza. Tanto basti per il lato trash della manifestazione. Per il risvolto confortante c’è da ricordare il debutto di Vasco con Vado al massimo (penultimo in classifica), il ritorno di Mia Martini con E non finisce mica il cielo a firma Fossati e l’eterea ed elegante Sette fili di canapa del bel tenebroso Mario Castelnuovo, che prometteva bene ma poi si è ritirato dalla prima linea del palco per lavorare come autore. E Annina? smessi i panni della piccola punk, della punk-ina come l’ha definita scherzosamente Rino Gaetano in una intervista, a Sanremo presenta Io no della premiata ditta Avogadro-Lavezzi. È un bel pezzo anzi molto bello, ma siamo ancora lontani dai fuochi d’artificio degli anni futuri. Anna si presenta sul palco abbigliata in stile pre-grunge e con una capigliatura bionda sulla quale sembra sia scoppiata una bomba carta. La voce (anche se registrata, infatti in quell’edizione si canta in lip-sync) è splendida ed è quello che conta di più. Vince Riccardo Fogli con Storie di tutti i giorni, davanti ad Al Bano e Romina con Felicità (è un bicchiere di vino con un panino, ricordiamocelo sempre) e terzo Drupi (che è palesemente il padre segreto di Ligabue, sono praticamente uguali) con una bella canzone, Soli (a firma Belleno-De Scalzi, leggasi New Trolls, una garanzia di qualità).

I ricchi e poveri dopo la separazione da Marina Occhiena cantano alla 31 edizione del Festival di Sanremo
Angelo Sotgiu, Angela Brambati detta Brunettadeiricchiepoveri e Franco Gatti

Il 1983 è l’anno di Vacanze romane dei Matia Bazar, pezzo strepitoso che arriva solo ai piedi del podio ma prima – per fortuna – de L’Italiano di Toto Cotugno, la summa del luogo comune becero italiota. Ai primi posti si piazzano tre voci femminili: Tiziana Rivale con Sarà quel che sarà, Donatella Milani con Io volevo dirti e Dori Ghezzi con Margherita non lo sa. Due carneadi e una vecchia guardia che non si sentiranno mai più, a conferma che vincere Sanremo non significa automaticamente aver fatto tombola. Presentano il festival il compitissimo Andrea Giordana e le conduttrici di Discoring Anna Pettinelli ed Emanuela Falcetti che con le parole ci sanno fare, mentre la terza presentatrice, la modella italo-bulgara Isabel Russinova viene subito ribattezzata Paperova. Chissà mai perché. Un’edizione così così con qualche vetta (Annina, Gianni Morandi con La mia nemica amatissima firmata Mogol, Gianni Bella e Morandi) e tanti abissi tra cui Giorgia Fiorio (lo zero musicale assoluto, la Tafazzi della canzone italiana) e Barbara Boncompagni (il dubbio che sia raccomandata naturalmente NON viene) che non ha mai cantato in vita sua. Questo è l’anno in cui un Peter Gabriel piuttosto ispirato canta Shock The Monkey e penzola, appunto come una scimmia, attaccato a una fune che oscilla sulle teste della prima fila, per poi camminare come un precursore di Benigni agli Oscar sulle poltrone della platea e tornare sempre oscillando ai piedi del palco schiantandosi in modo poco elegante in mezzo alle gerbere delle fioriere festivaliere (che rima!)

Ma passiamo oltre perché Annina nostra si presenta l’anno seguente, 1984, con un altro brano della premiata ditta Avogadro-Lavezzi, Non scendo. Contrariamente a quando enunciato dal titolo, Annina scende con impareggiabile grazia felina dalla temutissima scalinata del palco, inguainata in un total black look minimalista costituito semplicemente da pantacollant, pulloverino e un paio di cinture di cuoio che sembrano due cartucciere da pistolero. Canta (magnificamente) tra i suoi due avatar che accende e spegne con un telecomando grande come un cofanetto Sperlari. Canzone splendida che riecheggia da lontano i ritmi reggae di moda allora che però si piazza solo settima. I tempi non sono ancora maturi, infatti quell’anno vincono i rassicuranti (ma pallosi) Al Bano e Romina con Ci sarà (Dopo il sogno delle Hawaii, come tutti i marinai/ Attraverso questo mare di cemento /Dopo un altro inverno che soffia neve su di me/Che ho già freddo se non sono accanto a te sono versi di una profondità inaccessibile ai più), Toto Cotugno con Serenata (Serenata forse un pò ruffiana/Ma sa di pane caldo ed e paesana/Come una domenica quando era domenica che fino al ritornello è l’Italiano con le parole cambiate) e Cara di Christian con un arrangiamento così orrendo che le orecchie sanguinano copiosamente. Un podio di una banalità assoluta. Per le Nuove Proposte vince Eros Ramazzotti, che era imbolsito anche a vent’anni – roba che adesso che ha superato i cinquanta sembra più giovane – con Terra Promessa. Tra gli ospiti stranieri c’erano Paul Young, Boy George, metà Dire Straits (i fratelli Knopfler) e i miei amatissimi Queen che cantano Radio Ga Ga in playback, cosa imposta ai cantanti in gara e agli ospiti. Mi ricordo che Freddie alla fine dell’esibizione lascia Pippo Baudo, come un pàmpano in mezzo al palco, probabilmente infastidito (penso io) più che dal playback, dall’accoglienza da obitorio che gli tributa la platea dei cumenda e delle sciurette che costituiscono il pubblico medio in sala. Boh, non lo sapremo mai, ma mi ha fatto tanto ridere, all’epoca, quel figo stratosferico di Freddie che zompettava come un grillo in mezzo ai fiori davanti alla prima fila – probabilmente erano delle sagome cartonate – abituata al massimo, alla gestualità cadaverica di Adonilla detta Nilla Pizzi.

Annina, che nel frattempo è diventata una stangona con uno stacco di coscia infinito e alla costante ricerca di tutte le sfumature di biondo possibili per la sua capigliatura, ci prende gusto e al festival dell’anno successivo, 1985, partecipa con una splendida canzone firmata nientemeno che dal poet laureate professor dottor grand’ufficiale Vecchioni Roberto, A lei. Anche quest’anno si canta in playback senza orchestra, peccato perché anche noi telepeones da casa ci accorgiamo che insomma, non è poi così edificante questa cosa per un festival che si proclama “della canzone italiana”. Sarebbe stato più onesto chiamarlo “della canzone registrata italiana” ma tant’è. Allora noi, dai nostri divani, ci concentriamo sulla parte visiva. Annina, a cui non fanno certo difetto un personale da urlo, un’autostima inossidabile, anzi inOXidAbile, un coraggio da leonessa e un discreto gusto per la provocazione, si presenta alla sommità della scalinata dell’Ariston inguainata in una tutina che non lascia spazio all’immaginazione. Ma proprio niente di niente. Beppe Grillo, che è l’incursore comico del festival, la ribattezza “Oxa ai quattro formaggi” per via del tessuto stampato che ricorda un po’ la mappazza di formaggi sciolti della pizza omonima. Infatti la fantasia casearia della stoffa non è un granché ma credo che se ne sia accorto solo Grillo. La platea maschile rischia l’infarto del miocardio alla vista di tanta roba e quindi, in via precauzionale, a metà canzone Annina si copre castamente con una palandrana nera astutamente appesa all’asta del microfono, oggetto che tanto non serve a una cippa visto che c’è il playback e quindi tanto vale usarlo come attaccapanni. Un po’ il contrario di quello che ha fatto Achille Lauro quest’anno, ma con risultati estetici di segno molto diverso. Curiosità di questi giorni: la canzone è stata di recente usata nella serie We are who we are di Luca Guadagnino. A lei si piazza al settimo posto, mentre vincono i lanciatissimi Ricchi e Poveri con Se m’innamoro, secondo posto per Noi ragazzi di oggi di Luis Miguel, un piccolo Frankenstein frutto dell’ibridazione genetica tra un Miguel Bosè prima versione, un Julio Iglesias già frollato e un Eros Ramazzotti appena sbocciato. Terzo posto per Gigliola Cinquetti con Chiamalo amore, (Chiamalo amore /Tu chiamalo amore/Ti risponderà) credo trasmessa alla radio forse due volte dopo Sanremo. La cosa più curiosa da ricordare di questa edizione è il penultimo posto di Zucchero con Donne (tururu) che, a parte il ritornello tururu che mi ricorda il verso della tortora che mi spacca i maroni alle cinque di ogni mattina, dà ufficialmente inizio a una carriera sfolgorante di un bluesman di caratura mondiale. Presenta ancora Pippone Baudo che come suo stile si occupa di tutto, probabilmente anche della pulizia del palco a fine serata, troppo invadente e sempre servile e un po’ provinciale con gli ospiti stranieri, come a voler sottolineare che i nostri cantanti sono una tacca sotto. Non si fa così, Pippo, non ci piace. Se non è l’oste stesso a dire che il vino suo è buono, chi lo dovrebbe fare? E poi di roba buona, tra la produzione nostrana ce n’è, mica no. Tra i millemila ospiti, un’ondata di band ostentatamente omosessuali dilaga in riviera: i Bronski Beat con la voce angelica di Jimi Somerville, i Frankie Goes To Hollywood e Holly Johnson (e per fortuna che l’inglese lo conoscono in pochi perché Relax è una canzone mooolto poco sanremese, va’) e i carnascialeschi Village People. Praticamente una beta release del gay pride. Bene così.

Sono gli anni sanremesi che preferisco, questi. Finito il liceo e le relative serate a casa di qualcuno a vedere la finale, con incluso pigiama-party e cena a base di snack, salatini, cocacola e rutto libero, è adesso il periodo delle serate universitarie. Per noi studenti fuori sede, la serata finale di Sanremo era uno dei momenti di aggregazione più sentiti, più partecipati e più cazzari, senza ombra di dubbio. Davanti alla tv non eravamo mai meno di dieci-quindici, sempre con un buffet ricchissimo e molto poco calorically-correct. Ma chi se ne frega, a vent’anni non lo sai nemmeno cos’è, il colesterolo. L’unico inconveniente è che le serate sanremesi coincidevano sempre con la sessione straordinaria di esami, ma quasi nessuno rinunciava a fare le ore piccole davanti alla tv per vedere chi vince, chi arriva ultimo, chi è vestito peggio e tutto il corollario di pettegolezzi (si diceva ancora in italiano e non gossip) a riporto.

Il Festival delle panze

Indovina un po’ perché tutti si ricordano del Festival del 1986? Ma per l’esibizione di Annina nostra, ovvio. Sia sotto il profilo vocale che visivo. Non perché vince, per quello c’è tempo. Arriverà quinta ma non è questo il punto. Nell’esibizione della prima serata arriva sul palco con una elegantissima ed essenziale gonna nera a tubo (less is more è una regola che vale sempre) da cui partono due fasce di tessuto che si incrociano sul seno lasciando scoperto l’ombelico e le spalle per finire poi in un casto e penitenziale cappuccio che rimane misteriosamente attaccato alla nuca, forse con la colla. Come appare sul palco si avverte una scarica di testosterone che invade la platea. Pensavo che l’ombelico fosse stato sdoganato anni prima dalla Raffa nazionale e invece ha fatto scalpore anche in questa occasione, perché si sa che il pubblico di Sanremo è più bigotto del Papa (di allora, non di questo qui di adesso). E comunque, se l’ombelico della Raffa nazionale è bello come un tortellino (ipsa dixit) quello di Annina, per par condicio gastronomica è perfetto come un’orecchietta. Al netto di tutto questo gradevole contorno, la nostra presenta un brano strepitoso, È tutto un attimo, scritto dal quadriumvirato Cogliati-Ciani-Lavezzi-Smaila, sì proprio Umberto Smaila, il ciccione de I Gatti di Vicolo Miracoli. Chi l’avrebbe mai detto che poi da tanto lirismo Umbertone sarebbe scivolato di lì a poco a condurre un programma di alto spessore culturale come Colpo Grosso. Capace che ha scritto anche il testo di Cin cin cin cin assaggia e poi mi dici. Le vie della composizione musicale sono veramente imperscrutabili. Poiché si torna a cantare dal vivo, Annina finalmente scatena tutta la sua potenza vocale: con i suoi gorgheggi e acuti fa scoperchiare i parrucchini dei cumenda in prima fila e scombina le elaborate acconciature delle loro signore. Questa volta Anna non scende dalla scala famigerata ma la ascende con naturale grazia ed eleganza, offrendo una visione del lato B che credo pochi maschietti abbiano dimenticato così come noi femminucce glielo abbiamo bonariamente invidiato. Questo è anche l’anno in cui Loredana Bertè si presenta sul palco con il finto pancione – assieme alle coriste – e anche qui apriti cielo, polemiche a non finire tra i cosiddetti “benpensanti”. Ma che cosa significa benpensare? ah saperlo… come è l’anno in cui la Rettore, che presenta un brano che non si addice per niente al suo stile, Amore stella, si accapiglia con Marcella Bella e dato che entrambe sono dotata di una bella criniera lo spettacolo a favore di pubblico e giornalisti è stato assicurato. Presenta un’impeccabile Loretta Goggi coadiuvata dai conduttori di Discoring Anna Pettinelli, Mauro Micheloni e Sergio Mancinelli. Le incursioni comiche sono affidate al mitico, ma mitico veramente, Trio Lopez Marchesini Solenghi, i migliori comici mai visti a Sanremo e non solo lì. Lorettona nostra canta in modo magistrale la sigla di apertura Io nascerò di Mango, stupenda, altro che tarattatarara perché Sanremo è Sanremo! Mango stesso è in gara con Lei verrà (scritta da lui e da Alberto Salerno, più famoso adesso come il signor Maionchi), altro pezzo incredibilmente bello che si piazza in zona lontana dal podio, a ulteriore conferma che le giurie di Sanremo sono costituite a pene di segugio o sono pilotate o entrambe le cose. Vince il portatore sano di adenoidi infiammate Ramazzotti Eros con Adesso tu, secondo Renzo Arbore con la goliardica Il clarinetto e terza Marcella Bella con Senza un briciolo di testa. A fare folklore ci sono i Righeira con Innamoratissimo, a tener alto il livello qualitativo ci pensano gli Stadio (Canzoni alla radio), Zucchero (Canzone triste) e Rossana Casale (Brividi) rispettivamente all’ultimo, penultimo e terz’ultimo posto. Mi convinco sempre di più che i giurati di Sanremo soffrono di bipolarismo. Daje.

Loredana Bertè e le sue coriste salgono sul palco dell'Ariston con finto pancione
Panze a Sanremo (foto presa dal sito ilprimatonazionale.it)

Il Festival del 1987 è il primo monitorato dall’Auditel, che d’ora in poi sarà la divinità più venerata negli uffici Rai – e non solo – assieme al Santo Share. La manifestazione canora si allunga in quattro serate, il che significa che lo stracciamento di maroni è diluito in più dosi non certo omeopatiche. Presenta Pippone Baudo all’Ariston con gli interventi eccezionali del Trio Lopez Marchesini Solenghi mentre Carlo Massarini è decentrato al Palarock dove si esibiscono gli ospiti stranieri. Come già detto le ospitate degli stranieri a Sanremo sono abbastanza penose e questa volta anche di più, sembra che i gruppi siano stati rinchiusi in una specie di zoo. Però su tutti svetta Whitney Houston in stato di grazia (una delle poche a cui è stato chiesto il bis nella storia del Festival), poi varia umanità transeunte come Nick Kamen, protégé di Madonna, che è diventato famoso più per la pubblicità dei Levi’s in lavanderia che per le sue doti canore, gli Eighth Wonder di Patsy Kensit alla quale cedette di schianto una spallina del vestito facendo così sapere al pubblico che non portava il reggiseno, i miei amatissimi Style Council e l’idolo di noi universitarie di allora, il mellifluo e ortopedicamente dislocato Morrissey degli Smiths, che produsse un’esibizione che ci fece sballare l’ormone per una settimana intera. Se penso all’ultimo concerto che ha fatto in Italia, gonfio come una zampogna, vestito da croupier di casinò uzbeko e simpatico come una colica renale, mi viene da piangere… sed sic transit gloria strunzi. Annina nostra non partecipa, dopo quattro volte quasi consecutive si prende una pausa perché ritornerà l’anno seguente carica come una molla. Vincono Morandi-Tozzi-Ruggeri con Si può dare di più, a firma Bigazzi-Tozzi-Raf, l’eterno secondo Toto Cutugno con Figli si piazza appunto secondo e terzi Al Bano e Romina con Nostalgia canaglia (Ma che cos’è/Quel nodo in gola che mi assale, che cos’è?/Sei qui con me/E questa assurda solitudine perché? ma se lui e lì con te, sei sola o no? boh) Fiorella Mannoia interpreta da par suo Quello che le donne non dicono, di Enrico Ruggeri, Luigi Schiavone e Celso Valli, un brano che è diventato giustamente uno dei cavalli di battaglia della cantante. Da quel dì, dolcemente complicate è il modo politically correct per descrivere ragazze scassamaroni da competizione. Da ricordare il quarto posto di Fausto Leali con Io amo, una romanticissima canzone impreziosita da quella bella voce ruvida da bluesman bresciano. Ma il coup de théâtre lo piazza, malgré lui, Claudio Villa, che sceglie di concludere il suo cammino in hac lacrimarum valle proprio alla serata finale di Sanremo. In pratica ruba la scena a tutti ma non lo fa apposta, credo. Per il reuccio, il Binario è morto. Ma Sanremo no. Anzi.

(Fine della prima parte. Se qualcuno è arrivato a leggere fino a qui, me lo faccia sapere che gli offro un guaranito).

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"Il comico è il tragico visto di spalle" (G. Genette)

La disoccupazione ingegna

Sono disoccupata, sto cercando di smettere. Ma non mi svendo

Scarpe de Merda

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SUCCESS

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Rosso di Persia

La mia indipendenza è la mia forza, implica la solitudine che è la mia debolezza. (Pasolini)

Nine hours of separation

"Il comico è il tragico visto di spalle" (G. Genette)

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segni, parole, significato

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