Il Mostro Inviato a New York – La gggente

Lo slogan “Andrà tutto bene” si sta trasformando rapidamente in “è andato tutto a c**** di cane”. Siamo ritornati alla situazione di sei mesi fa, quindi calma e gesso. Per il momento muoviamoci il meno possibile e spostiamoci con la memoria, il mezzo più sicuro per non essere contagiati da COVID-19 e per rivivere bei momenti a costo zero. L’anno scorso il Mostro Inviato era a New York e sembra sia passato un secolo.

West Side Story reloaded

DUMBO, sabato pomeriggio. Dopo aver attraversato il ponte di Brooklyn partendo da Manhattan, una bella passeggiata che vale veramente la pena di fare – sarà pure una cosa da turisti, ma chi se ne frega – si arriva in questa zona che porta il nome dell’elefantino di Disney, DUMBO. In realtà è l’acronimo di Down Under Manhattan Bridge Overpass (sotto il ponte di Mahnattan, non di Baracca), una zona in precedenza a vocazione industriale, poi abbandonata e in tempi relativamente recenti rivalutata, ha una bella atmosfera rilassata di paesone tranquillo. Dalle rive dell’East River si godono paesaggi veramente incredibili. Il sabato è la giornata del relax, delle uscite per fare sport, per incontrare gli amici, per scambiare due chiacchiere e portare gli amici a quattro zampe in giro.

Lei è Sheila, lui… non me l’ha detto

Girellando per DUMBO, ad un certo punto gli yankee mascelluti, ipertrofici e bianchi come mozzarelle si sono diradati e la zona attorno alla giostra si è popolata di latinos che a occhio e croce, festeggiavano il prediciottesimo, segno che il trash è ubiquo e onnipresente. Sembravano gli Sharks ma senza i Jets e senza l’atmosfera da tragedia musicale di West Side Story.

C’era una volta a Brooklyn

L’ho detto tante volte, camminare per le strade della Grande Mela è come vivere in mille film. Non solo, anche nei manifesti. L’incrocio tra Washington Street e Water Street è lo scorcio che è stato usato per la locandina di C’era una volta in America, di Sergio Leone. Le arcate del Manhattan Bridge incorniciano sullo sfondo l’Empire State Building e a loro volta sono racchiuse dagli edifici in mattoni rossi. Un posto spettacolare, dove tutti vogliono farsi fare una foto, sposi inclusi.

A Brooklyn c’è anche un cat café, una gatteria in piena regola, gestita da due simpaticissime sciroccate. Sovranamente distaccati, alcuni mici si fanno spupazzare e ammirare con altera accondiscendenza, altri – la maggior parte – se la dormono.

Nick Carter (per noi che abbiamo un’età)

E finalmente, dopo tanti anni, posso dire come Nick Carter “mentre su New York calavano le prime ombre della sera”, la sponda dell’East River che affaccia su Manhattan è letteralmente presa d’assalto da fotografi e da romanticoni che da lì possono assistere al tramonto sullo skyline più noto del mondo e vedere i grattacieli che lentamente si illuminano. Eccoli, tra i quali Stanislao Moulinski travestito da prode G. infreddoliti (c’era un’umidità che la Val Padana fa ridere) ma mai domi,

per assistere a questo spettacolo, la cui magia la foto restituisce solo in modo parziale.

Cambiamo zona. La High Line è un posto magnifico. È una passeggiata lungo i binari dello scalo merci che servivano il meatpacking district (mattatoi e attività collegate) fino agli anni ’60. Dopo un periodo di abbandono, la sede ferroviaria e il quartiere sono stati riqualificati in modo mirabile: adesso la High Line è un parco urbano, molto frequentato, da turisti e da indigeni. Anche da questa tizia che, in diretta streaming, legge i tarocchi a qualcuno, indossando orecchie da gatto e maglietta a riporto. Il nesso tra la divinazione e il cerchietto in stile felino mi sfugge, ma lei era super professionale e non si faceva distrarre dalle millemila persone che le passavano accanto (Mostro Inviato compreso).

Bryant Park è un parchetto dietro la Biblioteca Pubblica di New York, sì proprio quella dove si rifugiano Audrey Hepburn e George Peppard in Colazione da Tiffany. Una sera c’era una specie di sagra country, con gente che ballava la quadriglia, Stetson in testa e barbecue di bufalo. Si respira l’aria del film “Scappo dalla città – la vita, l’amore e le vacche” e i cittadini sembravano molto divertiti a zompettare in mezzo ai grattacieli.

Poco lontano, sulla Quinta, l’evoluzione dell’uomo sandwich è l’uomo palo. Pubblicizza un sensitivo, un medium, chissà forse Madame Sosostris, non lo sapremo mai. L’espressione dell’uomo palo però non invita per niente… grazie, sarà per un’altra volta.

Come dice Bukowski, la gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto.

Una risposta a "Il Mostro Inviato a New York – La gggente"

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  1. …ci sarà ancora la gggente che hai descritto mirabilmente?
    Apprezzo moltissimo:
    1) muoviamoci il meno possibile e spostiamoci con la memoria, il mezzo più sicuro per non essere contagiati da COVID-19
    2) camminare per le strade della Grande Mela è come vivere in mille film. Non solo, anche nei manifesti.
    Grazie Lonza del momento “nostalgia”

    Piace a 1 persona

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