Il Mostro Inviato a New York – La Grande Mela à la carte

A ottobre del 2019 ero andata a New York con il prode G. e dopo il primo post sulla passeggiata ad Harlem avevo un po’ accantonato il progetto del Mostro Inviato nella Grande Mela. Anzi, l’avevo abbandonato del tutto. Lo sentivo una cosa ripetitiva, che aveva perso di smalto e di slancio. Adesso che siamo tutti forzatamente chiusi nelle nostre casette, dove peraltro si sta anche bene, visto che salviamo la Patria stravaccati sul divano e non in trincea come i nostri nonni, i ricordi dei viaggi sono ancora più significativi, perché oltre alla giusta distanza spazio-temporale adesso, in questo preciso momento storico, si aggiunge quella sottile e dolce pena che ci pervade ogniqualvolta che ci accorgiamo di essere stati felici ma che allora ci sembrava una cosa scontata.

Brian di Bryant Park

Sabato mattina, aria frizzante e poca gente in giro. Tranne noi turisti, che, dal nostro albergo in zona Bryant Park – NY Public Library cerchiamo di capire dove conviene prendere la metro per andare dove dobbiamo andare, cioè a Brooklyn. Mentre il prode G. taffola compulsivamente su Google Maps per trovare la giusta direzione, si avvicina un signore agèe ma dal passo elastico e deciso. Ci chiede se abbiamo bisogno di aiuto e, senza ascoltare la risposta, sbircia veloce lo schermo del prode G., vede la destinazione (DUMBO, che non è l’elefantino ma Down Under Manhattan Bridge Overpass), sfodera il suo iPhone nuovo di pacca e dopo una rapida consultazione non solo ci indica la strada più veloce alla Grand Central Station, ma ci accompagna pure, nonostante lui stesse andando dalla parte opposta. Nel mentre che passeggiamo, scambiamo due parole, per dovere di riconoscenza, considerato che si vedeva lontano un chilometro che il tizio (che scopro chiamarsi Brian) aveva una voglia matta di scambiare due parole con qualcuno. Quando gli diciamo che siamo italiani, la sua reazione è stata: ma come, con tutte le cose buone da mangiare che avete lì, perché siete venuti qui? La logica del discorso mi sfugge, ma lì per lì mi pareva brutto dirgli che eravamo lì per un milione e mezzo di motivi che esulavano dal cibo. Per fortuna all’angolo della 42 strada con la Fifth Avenue Brian, ritenendo di aver adempiuto al suo dovere di (old) boy scout e cittadino modello, ci saluta con molta gentilezza ma così che non saprà mai perché siamo venuti a mangiare schifezze (secondo lui) a Manhattan. In realtà in una città enorme come NYC puoi mangiare di tutto, dalle porcherie più immonde alle squisitezze assolute, passando per street food e decorose soluzioni a metà tra la tavola calda e il ristorante.

Street food ma anche no

Una delle immagini più iconiche degli Stati Uniti e di New York in particolare è il carrettino che vende gli hot dog. Come resistere alla tentazione di sentirsi un po’ come i poliziotti, i detective, gli eroi dei telefilm che – sempre, è una regola immutabile – appena si apprestano ad azzannare il salsicciotto ricoperto di ketch-up o senape (mai mostarda, ma di questo si è gia ampiamente discusso in separata sede) succede l’imprevisto e loro buttano lo snack in un provvidenziale cestino e si fiondano all’inseguimento del malvivente di turno? Difficile. Ad ogni buon conto, rispetto a quelli che si vedono sullo schermo, gli hot dog che ti vendono sono mooolto più piccoli e striminziti. Che costino poco è vero, ma è anche vero che per saziarti ne dovresti mangiare almeno sette/otto, cosa del tutto inauspicabile se non vuoi trovarti a risolvere un blocco intestinale cementizio con una gagliarda lavanda gastrica a base di varechina. Pare, si dice, traditur, che l’hot dog sia stato inventato da un tale Nathan Handwerker, immigrato polacco che nel 1916 ha aperto il primo baracchino a Coney Island, dove si tiene ancora la gara a chi mangia il maggior numero di panini. Se dovessi dire la differenza tra quello del carrettino e quello di Nathan, direi nessuna. Fanno entrambi rimpiangere il nostro caro e sano panino col salame. La cosa carina accaduta da Nathan’s è stata la ragazzetta trucidissima, vestita da sopravvissuta post atomica, capelli viola, smalto nero sulle unghie, piercing come se piovesse, occhialoni neri a mascherina e anfibi che, vedendoci in attesa del nostro ordine nei pressi di una cassa sguarnita, ci apostrofa “Oh scusathe, icchè hodesta hassa è apertha?” Era di Castiglion Fibocchi, Arezzo.

Invece del malefico salsicciotto, molto meglio ripiegare sul bretzel o pretzel che a dir si voglia, un grissinone/filoncino intrecciato e ricoperto di sale grosso. Sgrullato quel mezzo chilo di sale che lo ricopre, rimane questo pane croccante fuori e morbido dentro, da accompagnare con una birra, ma dato che i chioschetti non la vendono, bisogna accontentarsi di una prosaica e frizzantissima bibita (che non so perché sembra molto più dolce di quelle europee, boh).

“Quello che ha preso la signorina”

Visitare New York è vivere un film, perché ogni angolo di strada è stato visto e rivisto in centinaia di pellicole ed è veramente emozionante, almeno per chi ama il cinema, scoprire di essere al centro di una enorme scenografia, specialmente se questo fondale appartiene alle pellicole che più hai amato. In Harry ti presento Sally quasi ogni scena è diventata cult: la mia preferita è quella in cui Harry spiega a Sally il concetto di donna a “basso mantenimento” sia per il concetto espresso che per il doppio omaggio a Ingrid Bergman. Ma per il 99% del pubblico questo film è identificato con la scena del finto orgasmo da Katz’s Deli. Poteva il Mostro Inviato perdersi l’occasione di ripetere la frase fatidica “quello che ha preso la signorina” (in v.o. I’ll have what she’s having) nel luogo esatto dove è stata pronunciata?

Il locale è nato nel 1888, quindi un pezzo di storia della città e quando entri capisci anche che è rimasto quasi uguale a cento e passa anni fa. Appena all’ingresso due tizi di piantone ti danno un bigliettino lungo lungo e stretto stretto, dopodiché vai al banco e ordini quello che vuoi. L’offerta è molto varia ma quasi tutti vengono qui per mangiare il panino con il pastrami, cioè carne di manzo speziata e affumicata, che si accompagna con cetrioli, senape e pane di segale. Detto così sembra niente di che. Invece… Non per niente le file più lunghe sono davanti ai banchi dei CUTTER, mentre quelle ai GRILL e ai BACK COUNTERS sono inesistenti. Al cutter #7 uno scazzatissimo addetto maneggia con preoccupante noncuranza un coltello dalla lama larga come la mano di Gianni Morandi e lungo come una scimitarra saracena con cui taglia con precisione millimetrica la carne rosa e profumata, la pesa e scrive qualcosa sul bigliettino che devi conservare come una reliquia fino al momento di pagare. Ci aggiunge il pane, i cetrioli e tutto quello che vuoi, poi fai la fila alle bibite (si fa presto) e ti puoi accomodare in un salone enorme a forma di L, le cui pareti sono completamente ricoperte da celebrità che si sono fermate a mangiare lì il famoso pastrami. Che è buonissimo. La carne è così tenera e delicata che al palato si scioglie, i sapori dell’affumicatura e della marinatura sono bilanciati e la sensazione di appagamento del gusto è spettacolare. Per non parlare della soddisfazione di essere, per qualche istante, Sally assieme al suo Harry (e no, la scena del finto orgasmo non ce l’hanno fatta fare…)

Un estasiato Mostro Inviato si appresta a mangiare il pastrami

Prendi e porta a casa anzi no, in albergo

Dopo una giornata passata a camminare, a visitare musei, a fare foto e a salire e scendere dalla metropolitana l’unica cosa che vorresti fare è toglierti le scarpe, farti una doccia e mangiare qualcosa di caldo. Ma l’idea di uscire nuovamente a caccia di locali e ristoranti non sempre c’è. Per fortuna, vicino all’hotel c’è un supermercato della catena Whole Foods Market che offre una quantità infinita di cibo di altissima qualità (e di altissimo prezzo) da tutto il mondo. In mezzo alle zizzone di Battipaglia, Asiago dell’Altopiano, olive taggiasche e frutta così bella che sembra dipinta, il WFM offre anche un servizio di tavola calda “a peso”. Ci sono diversi banchi scaldavivande dai quali ti puoi servire di quello che vuoi, c’è di tutto sia per i carnivori che per i vegani, per gli integralisti kosher e per quelli islamici, per intolleranti al glutine e per tolleranti alle calorie. Però tutto abbastanza sano, almeno all’apparenza. No junk food. Il che, in questo contesto, è proprio una cosa inedita. Prendi una scatoletta, ci metti quello che ti piace nella quantità proporzionale alla fame, il cassiere pesa il tutto, paghi – di solito una cifra onesta, considerando che mangi cose che non fanno innalzare il colesterolo in zona UEFA, poi torni a casa e ti rifocilli con un pasto decoroso senza troppo sbatti. Se poi ci vuoi abbinare il dolcetto, la panetteria al piano terra offre una quantità infinita di treats che, visto il periodo in cui eravamo (Halloween), non poteva essere che a sfondo macabro… ma buonissimo.

Trick or treat?

Pipe e bistecche

In una settimana di soggiorno c’è stata anche la cena “seria”, quella al ristorante. La scelta è caduta su Keens Steakhouse un ristorante a pochi isolati dall’albergo. La particolarità del locale è che, oltre a essere anche questo storico, ha le pareti e il soffitto ricoperti di pipe di argilla, perché un tempo i marinai che si imbarcavano lasciavano le loro pipe churchwarden, cioè quelle col bocchino lungo lungo e dritto, in custodia al pub, altrimenti durante il viaggio si potevano rompere. La vista di tutte queste pipe appese è molto caratteristica, conferisce un’atmosfera da ritrovo di balenieri. Se fai attenzione, appare anche il capitano Achab dietro la porta. Per quanto riguarda il menu, si mangia prevalentemente la carne, le famose bistecche di brontosauro alte tre dita e larghe come una piazza, ma anche aragoste, insalatone con dentro di tutto e di più oppure si può solo prendere qualcosa al banco del pub e trascorrere il tempo a guardare la gente che socializza o socializzare a tua volta. Qui la gente ha una chiacchiera che ti stende. Non è un locale economico, ma per una volta, chi se ne frega. Once in a blue moon

Breakfast in America

E per la colazione? A parte l’ormai ubiquo Starbucks, dove però ti assale un po’ troppo la frenesia da impiegato anche se sei un turista, un posto buono è Le Pain Quotidien dove puoi fare la colazione dolce, quella salata, anche pranzare se vuoi perché c’è di tutto. O anche prenderti solo un bibitone caldo e riposarti un attimo. Nonostante siano locali grandi, questi di LPQ hanno un’atmosfera piuttosto intima, data forse dall’arredamento di legno grezzo e dalle luci dai toni caldi e accoglienti. I camerieri sono quasi tutti gentilissimi e ciarlieri, ti consigliano bene e già alla seconda volta che ci vai, ti salutano come se ti conoscessero da una vita. Non è una bella sensazione?

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