Il Mostro Inviato ad Harlem – Tempi sacri e pagani

Qui Nuova Yorrrk vi parrrla RRRUggerrro Orrrlando. Quante volte ho sentito l’inconfondibile voce roca di Ruggero Orlando che apriva le sue corrispondenze dagli Stati Uniti. Professionista dallo stile impeccabile, giornalista coltissimo e raffinato, per anni ci ha raccontato con chiarezza e semplicità quello che succedeva on the other side of the pond. Il Mostro Inviato vale meno di un’unghia incarnita del grande giornalista RAI, ma farà del suo meglio per raccontare una settimana di vacanza a Nuova York, in compagnia del prode G. Pronti, miei venticinque lettori?

La domenica andando alla messa…

Le chiese battiste di Harlem permettono la presenza di visitatori durante le funzioni religiose, che sono molto partecipate e cariche di devozione. Inoltre, se come dice Sant’Agostino, bis orat qui bene cantat, i fedeli pregano due volte perché le messe sono arricchite da coristi dalle voci celestiali. In testa ho la scena dei Blues Brothers e James Brown, e anche se la cerimonia non dovesse essere proprio così, sarà bella ugualmente. Quasi tutte le voci più belle della musica r&b e soul hanno cantato nei cori delle chiese, una per tutte, Aretha Franklin. Se tanto mi da tanto…

La chiesa prescelta, dopo lunga e accurata indagine su internet, è la Abyssinian Baptist Church, perché è piuttosto grande e perché ha annoverato, tra i suoi musicisti, nientemeno che Fats Waller. Non è che mi aspetto di trovare il suo fantasma che suona, ma comunque è una bella garanzia in partenza. Come buon auspicio, durante il tragitto in metropolitana un simpatico quartetto intona “Ain’t too proud to beg” dei Temptations per la gioia dei passeggeri. Bene, la giornata inizia con grandi promesse. Ma si sa, partenza a razzo, arrivo a …

E infatti, la giornata, oltre che sotto gli auspici di cui sopra, inizia anche sotto una leggera e fastidiosa pioggerella. Davanti alla chiesa, un brutto edificio neogotico con dettagli in stile Disney arcaico incastrato tra altre costruzioni anonime, un gruppo di turisti già aspetta, ma si capisce subito che aspetta… di andarsene. Dopo aver parlato con una specie di sacrestana/maestra di cerimonie veniamo a sapere che a causa della riduzione delle messe da tre a una soltanto, si preferisce – giustamente – dare la priorità ai fedeli della parrocchia, che nel frattempo arrivano a sciami, tutti belli vestiti a festa e con macchinoni lunghi da qui a lì. Grande, grandissima delusione. Chi glielo spiega a questa che siamo venuti from the other side of the pond apposta… Tutti i film che mi ero fatta in testa devono essere rimandati sine die. Non resta che passeggiare sconsolati per le vie assonnate di Harlem e contemplare un malinconico Dizzie Gillespie che ci guarda serio da un gigantesco murales doppio.

Un tempio laico, ma pur sempre tempio

Lo sconforto per la mancata messa cantata si stempera un po’ alla visita di un altro luogo sacro, almeno per chi ama la musica. Sempre ad Harlem c’è l’Apollo Theater, un teatro che ha visto esibirsi TUTTI i più grandi cantanti di colore, da Billie Holiday a Prince e molti altri “non colorati” come, per fare un esempio, Hall & Oates che dal loro concerto all’Apollo hanno registrato un disco live di una bellezza stratosferica. La walk of fame davanti all’ingresso è da vertigini: c’è praticamente la storia della musica. Tutta ai tuoi piedi.

Anche davanti all’Apollo c’è una discreta folla di turisti e la nostra segreta ambizione è quella di riuscire ad imbucarci in qualche tour prenotato. Ma in questa circostanza, la fortuna non aiuta gli audaci. All’apertura delle porte, ci fiondiamo alla biglietteria dove un’antipaticissima (ma proprio st***z) commessa ci comunica che la visita è già iniziata (da UN secondo) e che non è possibile unirsi al gruppo (in Italia, in una situazione analoga ci avrebbero fatto entrare, ma qui non si sgarra…) quindi per rappresaglia non mi compro nemmeno uno dei tanti gadget in vendita e ce ne andiamo, dopo essere riusciti solo a sbirciare il corridoio di ingresso in stile “nuovo cinema paradiso” con pesanti drappi di velluto rosso, lampadari dorati e modanature a riporto.

A Sunday Kind of Love

Insomma, una disfatta su tutta la linea. Niente messa cantata, niente teatro, niente gadget, niente di niente. Che altro potrebbe succedere? “Potrebbe piovere” (cit.) e infatti la pioggerella della mattinata diventa pioggia “seria” mentre lasciamo Harlem alla volta della prossima meta, canticchiando, visto che è domenica, A Sunday Kind of Love della divina Etta James, in attesa che il tempo migliori. (Non migliorerà). Ma non importa, passeggiare per la Grande Mela è sempre bello, anche con la pioggia…

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