Immaginazione. Un tributo – di Saulo Bianco

Ieri, 14 novembre 2019, è mancato improvvisamente, a Trieste, lo “scrittore” Juan Octavio Prenz. Metto le virgolette perché per tantissimi ex-studenti della Scuola Interpreti di Trieste, era semplicemente il professor Prenz. Tra i tanti fortunati studenti c’è anche Saulo Bianco, che lo ricorda con questo brano, pubblicato nell’antologia SSLMIT 3.0 del 2011.

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Dopo, negli anni, ho letto tutti i tuoi libri. Ogni tanto mi diverto a sfogliare gli appunti del nostro ultimo esame. Unico rammarico: non avere mai avuto il coraggio di suonare al campanello di casa per venirti a salutare e ringraziare di persona. Ma ti ricorderò così, con profonda gratitudine per quanto hai saputo farmi sudare sui libri e per quanto mi hai insegnato. Ciao Professore.

Il reciproco amore fra chi apprende e chi insegna 
è il primo e più importante gradino verso la conoscenza
(Erasmo da Rotterdam)

Nel mio lungo e sofferto iter presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori o, per par condicio, per Traduttori e Interpreti, a seconda della prospettiva, ho dovuto imparare volente o nolente a scendere a compromessi con le figure di merda. Ma anche con il potere dell’immaginazione.

Cominciai a studiare spagnolo dal nulla. Non ricordo nemmeno perché. Avevo frequentato i corsi di spagnolo all’università di lingue a Padova ed ero andato a qualche ora di lettorato. La frase “Me duele la garganta” che intercettai durante una delle prime lezioni da subito mi si impresse a fuoco nella memoria. Non so perché. Forse avevo deciso di studiarlo per sfida, nel tentativo di non mettermi a ridere quando balbettavo in una lingua che sembrava fare il verso al mio grossolano dialetto. Durante l’anno trascorso all’ateneo patavino mi ero divertito parecchio, ma dentro di me non era ancora scoccata la scintilla.

Una volta ammesso nel ring di Trieste, iniziai con progetti altisonanti, a dir poco vanagloriosi: inglese come prima, spagnolo come seconda e tedesco come terza lingua. Per i non addetti ai lavori, dovevo “tirare su dal nulla” due lingue. Per l’economia del racconto tralascerò il tedesco e mi concentrerò solo sullo spagnolo, lingua sorella dell’italiano. Le vicissitudini furono molte. Ma ebbi una sostanziale, enorme fortuna. Una coppia di professori. Li adorai-odiai tutt’e due, indiscriminatamente e visceralmente, con la forza che solo uno studente può provare. Perché la relazione studenteprofessore in ultima analisi è molto simile a quella tra genitori e figli nel burrascoso periodo adolescenziale.

Il mio spagnolo ha cinque ricordi-cardine spalmati su quattro anni. Una sorta di escalation grazie alla quale ogni volta che sento o parlo questa lingua provo un rimescolio intimo, come se la cosa mi appartenesse nel più profondo.

Il tutto iniziò in un’ampia sala della sede di via Caprin. Il corso del primo anno era molto affollato. Molti avevano già studiato spagnolo, erano bravissimi e in quanto tali non si lasciavano sfuggire occasione per sfoggiare le loro conoscenze. Io invece tendevo a fungere da carta da parati. E infatti, timido di natura e carattere, mi ingegnavo anch’io, ma in terza fila.

Il prof in questione aveva uno sguardo che ora definirei “lungo” e per evitarlo, soprattutto durante i primi anni, non occupavo mai i posti in vista. Mi accomodavo sempre su una sedia nelle retrovie, ancor meglio se ai lati. La cosiddetta posizione defilata. Per “essere all’altezza della situazione”, in una libreria non lontano da dove avevo trovato il mio primo alloggio avevo acquistato una serie di libri in spagnolo, tra cui Los asesinos di Elias Kazan. Avevo letto i libri, fatto certosine ed esaustive ricerche terminologiche ed elaborato riassunti, che avevo ripetuto a voce alta davanti allo specchio per controllare l’eloquio, facendomi prendere per matto da chiunque mi passasse accanto.

Nonostante la posizione strategica, in classe non potei sfuggire per molto all’attenzione del prof. Un giorno, io seduto in decima fila, lato porta d’uscita, l’intera classe si ritrovò invischiata in una discussione libera fatta nascere e alimentata ad arte dal nostro estroso professore. La genialità della lezione si basava su un’idea alquanto semplice. Ci trovavamo in un palazzo molto vecchio e occupavamo un’aula bislunga, la sala più grande dell’edificio. Noi eravamo disposti in file perpendicolari al lato lungo della stanza, quindi alla nostra destra disponevamo di una ampia e alta parete intonacata. A un certo punto il prof propose di immaginare, e raccontare in spagnolo, le cose fantastiche che ognuno di noi vedeva su quella parete vuota.

Io guardai la parete, sbigottito. Non avevo nemmeno cominciato a formulare un pensiero logico quando il primo_della_classe_di_turno suggerì la solita, banale, scontata “isola deserta con palma”. Inspirai, espirai. Cercai di lasciarmi andare, col mio poco e scarno spagnolo, al tristo convoglio di pensieri che questo primo anello di associazioni poteva darmi. Dentro la mia testa sentivo solo il rimbombo di ferraglia arrugginita delle mie soluzioni, uno scontato sciabordio di onde, una risacca lontana, l’asfittico stormire di quella striminzita e solitaria palma.

Ascoltai con puntigliosa attenzione gli interventi e i contributi dei compagni, tutti frutto di una fantasia sfrenata ma poco logica. Da parte dei più impegnati ci furono pure interventi che cercarono di collegare la pura irrealtà alla politica, ma le connessioni risultavano alquanto difficili da creare, sostenere e sviluppare.

Quando alla fine il quadretto conteneva spiaggia, palme, barchette, omarini e ricordo pure un porcello, ci fu una battuta di arresto nella conversazione. Un vuoto nell’aria. Il silenzio assoluto. La voce del prof squarciò il silenzio che regnava in quella tranquilla isola deserta e sulle nostre teste, e sentii chiamare il mio nome. “Venga, Saulo, ¿tu qué ves?”

Dire che mi sentii implodere come un buco nero sulla scomoda sedia di legno è dir poco. Mi schiarii la voce, forte delle mie performance davanti allo specchio rabberciato della foresteria di un monastero di clausura e cominciai a parlare, a canovaccio. A canovaccio, per me in quel periodo, significava “a vanvera”. Non sapevo quel che dicevo. La situazione era così paradossale che non riuscivo a porvi alcun tipo di limite e freno. Qualunque cosa dicessi o pensassi, era come decidere di buttarsi nel precipizio più scosceso a disposizione. Non so quanto andai avanti a blaterare idiozie, di certo non meno idiote di quelle che erano state dette finora. Il prof continuava ad ascoltarmi con molta attenzione. Io cominciai a non trovare più le parole. Chiunque abbia detto che conoscenza è potere, è vero. Io alla fine terminai le parole, impotente. Mi ero infognato in una discussione politica di qualche tipo, giusto per complicarmi un po’ la vita e non essere da meno degli altri. Mi girai stremato verso chi mi stava accanto e sussurrai: “Insomma, come cazzo si dice in spagnolo “è un gran casino”?”

“¿Qué has dicho?” La voce del prof staffilò il silenzio che era calato di nuovo su tutti noi. Io non osavo aprire bocca. Non sapevo più cosa dire. Il prof si avvicinò e insistette chinandosi verso di me. “Saulo, ¿qué has preguntado? ¿Qué quieres decir?”

Con un filo di voce riuscii a dire: “Ho detto che arrivati a questo punto è un gran casino e non so dirlo in spagnolo”, farfugliai. “Un despelote” urlò il prof drizzandosi sulla schiena e allargando le braccia. “Es un gran despelote” ripeté soddisfatto per sottolineare il concetto guardandomi dritto negli occhi quasi a chiedermi di ripetere. “Sí”, dissi io. “¡Es un gran despelote!”. Nel momento in cui lo dissi, intercettai il suo sorriso e capii qualcosa. Quello fu per me l’inizio della grande avventura dello spagnolo. L’anno successivo dovetti sputare sangue su saggi di Ortega y Gasset e su un romanzo cileno che all’esame commentai con molto trasporto, concentrandomi su tre intere pagine che si articolavano tutte sull’allitterazione della lettera A, richiamando la versione foneticamente più “aperta” dell’Urlo di Munch. Mi emoziona ancora oggi pensare a quel romanzo e a quelle pagine, ne parlai con due cileni, vecchi librai esuli, a Milano poco tempo fa. Ci fu un silenzio molto intenso nella nostra conversazione dopo che ebbi ricordato quel titolo.

Il mio viaggio nel mondo della lingua spagnola da allora non si fermò più. I registi furono sempre loro due. Marito e moglie. Con una lettrice mitica come ciliegina sulla torta. Il terzo anno fu la volta delle figure retoriche nei romanzi di Jorge Luis Borges, per non dimenticare l’esame sulla traduzione endolinguistica di un testo che parlava della conquista del Messico. Il prof, sempre lui, per far capire il mondo di Borges e che cosa significassero i termini “milonga” e “chaleco”, un giorno si presentò in classe con un bellissimo “chaleco” e ci cantò una milonga.

Dalle parti in cui sono nato si dice che tutti i salmi sono soliti finire in gloria. Il mio iter spagnolo si concluse davvero in gloria. Su qualche scaffale della mia libreria conservo ancora gli appunti di quell’esame. Fu l’ultimo, in assoluto. E da allora, se capito a Granada provo strani brividi. Della prima volta che la visitai serbo ancora l’immagine di un gitano seduto sulla soglia di una casa in un torrido pomeriggio di agosto. L’ultima volta, invece, ho vissuto in una casa scavata nella roccia, poco sopra l’Albaicín, dove una volta vivevano relegati gli ebrei.

Per la mia ultima prova orale dovetti parlare delle metafore nella poesia e nel teatro di Garcia Lorca. Fu l’esame dove presi il voto più alto. Con mia enorme soddisfazione. E, alla fine, con i complimenti di marito e moglie.

Verde que te quiero verde.
Verde viento. Verdes ramas.
El barco sobre la mar
y el caballo en la montaña.
Con la sombra en la cintura
ella sueña en su baranda,
verde carne, pelo verde,
con ojos de fría plata.
Verde que te quiero verde.
Bajo la luna gitana,
las cosas la están mirando
y ella no puede mirarlas.

F. G. Lorca - Romance Sonámbulo

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