Gli Abitatori delle Palestre 2.0 – prima parte

Ed eccoci qua, le feste natalizie sono ormai un remoto ricordo sbiadito nella mente ma una tenace, seppur soffice e adiposa realtà su panza, fianchi e chiappe. Hai voglia a dire “mangio solo mezza fetta di panettone, assaggio solo mezza fetta di cotechino, prendo solo un pezzo di torrone”. Dopo la dodicesima mezza fetta di panettone, la decima mezza fetta di cotechino e un solo pezzo di mandorlato – versione veneta del torrone – ogni tre ore, un leggerissimo e vago senso di rimorso attanaglia l’uomo ma soprattutto la donna godereccia. Che fare, allora? quando costoro salgono sulla bilancia il visore non mostra un numero ma il seguente messaggio: per favore, uno di voi due scenda. Come comportarsi in queste circostanze? A riguardo ci sono due scuole di pensiero.

Diversi approcci alla pinguedine

Il primo è quello del chissene (o cazzomene, a piacere). A questa corrente filosofica appartengono quelli che, per l’appunto, non si fanno impressionare dalla lievitazione ponderale, se ne fregano con nonchalance e accettano come ineluttabile il fatto che il loro girovita abbia la stessa lunghezza del Giro d’Italia.

Il secondo approccio è quello del coccodrillismo. I seguaci di questa linea, dopo aver largheggiato con timballi, lasagne, cardone, risotti, faraone ripiene, arrosti, cotechini, lenticchie, pandori, torroni, frutta secca, spumante e alcolici vari, piangono calde e copiose lacrime di coccodrillo mentre cercano invano di chiudere la cintura dei pantaloni attorno a una ciambella adiposa simile ad un salvagente su cui manca solo la scritta MSC Crociere.

Mentre constatano che i buchi della cintura sono lontani anni luce rispetto a quelli usati prima delle feste, pronunciano la fatidica frase: “dopo le feste mi iscrivo in palestra”. Per alcuni è solo una formula detta per scaricarsi la coscienza, poi trovano una serie infinita di scuse e abbandonano il buon proposito davanti agli avanzi dell’ennesimo panettone (che fai, lo butti? è un peccato dai …). Altri, una minoranza, a dire la verità, addirittura lo fanno. Si iscrivono in palestra.

La transumanza dei penitenti

Il sette gennaio di ogni anno, nelle palestre di tutto lo Stivale si verifica il fenomeno del pellegrinaggio del peccatore. Alla spicciolata (i maschi) o in coppia (le femmine), i golosi pentiti, prima di decidersi, visitano due o tre palestre “per farsi un’idea”. Facendo parte della categoria coccodrillisti, anch’io ho effettuato la mia brava ricognizione. Al desk – mi raccomando, mai dire segreteria che è un termine cheap – mi accoglie una solerte impiegata dal sorriso prestampato dietro cui è facile leggere il sottotesto “eccone un’altra che si è scofanata anche l’albero e il presepe e adesso piange“. Gli spiego quello di cui ho bisogno (“mangiare di meno” pensa la Solerte ma non lo dice) e parte il pippone preconfezionato. Visita alla struttura, illustrazione di tutte le macchine a disposizione, spiegazione dei corsi, visita agli spogliatoi e gran finale con schemino dei costi mensili, trimestrali, semestrali e annuali. Il tutto in meno di dieci minuti, visto che dietro di me la folla dei contriti della caloria preme e la Solerte deve accontentare tutti.

In realtà sono recidiva, perché frequento le palestre fin dai tempi dell’Università, quando, assieme al mio prode compagno di allenamenti mi inerpicavo per le salite triestine a sudare e a smaltire il nervoso causato dalla Scuola Interpreti sollevando chili e chili su macchine che ai quei tempi erano veramente spartane, quattro pezzi di ferro e due manubri. Lo tsunami calorico del Natale, a dire la verità, è stato l’ultimo di una serie di campanelli d’allarme che mi ha fatto riconsiderare l’idea della palestra. Un po’ l’avanzare dell’età che mi avvicina sempre di più all’archetipo della Signora Rotondetta su cui ho già ampiamente pontificato, un po’ un lungo periodo di forzata inattività e un po’ anche il fatto che d’inverno è più facile stare al chiuso e fare il criceto sulla ruota con il tapis roulant invece che sfidare gli elementi atmosferici esterni: insomma tutte queste cose mi hanno indotto a ricominciare la frequentazione della palestra come luogo sociale. Ho ritrovato tutti i personaggi che la popolano e di cui ho già detto in precedenza: oltre alla suddetta Signora Rotondetta, ho ritrovato anche l’Armadio, la Topetta Aerobica, e anche il Signore Rotondetto. Ce ne sono anche altri, ma ogni cosa a suo tempo.

Bene, mi sono detta, dall’ultima volta che sono andata in palestra, nihil novi sub sole. Rassicurata da questa certezza, ho preparato tutti i cazzi & mazzi necessari e mi sono presentata per la prima seduta. Ma in realtà un po’ di novità ci sono.

in palestra la cosa più importante è essere in tinta con gli attrezzi

Virtuale verso reale

La palestra che frequento occupa un edificio che prima era una discoteca, il che ha diversi vantaggi e un solo – ma enorme – handicap. Superato il desk dove stazionano la Solerte e una collega, si accede ad un enorme ed arioso open space in cui sono ricavate varie aree (zona cardio, zona allenamento funzionale, zona rosa per sole donne, zona pesi) e l’impressione che ne ricavo è positiva, non c’è il solito attufamento di attrezzi in pochi metri quadrati e inoltre un’ampia vetrata permette di illuminare tutto con luce naturale, evitando quell’effetto bunker che mette sempre un po’ di angoscia. Un ottimo impianto di aerazione abbatte tutte le puzze solitamente aspirabili in questi locali, che coprono una gamma che va dall’aria viziata al sudore irrancidito. All’angolo opposto dell’ingresso, è rimasto il podio del dj, dove si alterano gli istruttori per mettere la musica e qui arrivano le dolenti note, nel senso letterale del termine. Forse è un residuo della funzione precedente dello stabile, un perverso genius loci musicale residente o non so che cosa, fa in modo che quando entro la Musica de Merda (MdM) imperversa senza pietà. Allenarsi per un’ora con una roba tipo Azukita, Later Bitches oppure Rica y Apretadita mi fa salire l’istinto omicida e queste non sono nemmeno le peggio. Ma vabbè, per spremermi le sudoripare posso anche fare uno sforzo di concentrazione. Però che palle.

Quello che si nota subito è che tutti i frequentatori della palestra hanno il naso ficcato dentro al cellulare. Pensavo che almeno qui la gente venisse per staccare un po’ dalla routine, per concentrarsi su qualcosa di diverso dal lavoro/famiglia/figli/casa ecc. Ben presto ho capito perché sono tutti intenti a fissare il display del telefono. Perché adesso ci si allena con le app, questi programmini che opportunamente collegati alle macchine o al cardiofrequenzimetro, sono in grado di darti una quantità di dati sulla tua condizione fisica che nemmeno gli astronauti che vanno in orbita. Per me, che ero rimasta all’idea romantica dell’allenamento “a sensazione” cioè che se sei stanca ti fermi, se hai fiato vai avanti, è stata una rivelazione. Ce l’avete presente la scena di uno dei tanti Rocky in cui Stallone deve sfidare Ivan ti-spiezzo-in-due Drago e si allena spaccando legna, correndo nella neve e alzando carretti mentre il suo avversario è allenato scientificamente in palestra con elettrodi attaccati dappertutto? Ecco, adesso anche il più sfisicato e scamorza degli AdP può sentirsi un ivandrago, grazie alla app che ti permette di sapere la frequenza cardiaca massima, media, minima, la percentuale di grasso bruciata e il consumo calorico. Manco dovessimo andare alle olimpiadi. Su questo ultimo dato, le calorie, vale la pena soffermarsi perché c’è sempre una differenza abissale tra caloria consumata e caloria percepita. [segue]

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