A Kind Of Magic

Alla fine sono andata a vederlo. Quando è uscito, alla fine di novembre, non mi sono precipitata al cinema, né mi sono troppo interessata a recensioni o a commenti. Quando una, tipo me, è fan sfegatatissima di Freddie Mercury e dei Queen, dopo che ha consumato i loro LP (sì, sono della generazione che acquistava – con molta parsimonia, visto che costavano un occhio della testa – i Long Playing), se li è ricomperati tutti in versione CD e adesso li ascolta in loop su Apple Music, dopo tutto questo e altro, vedere Bohemian Rhapsody, il biopic sulla vita del tuo idolo è sempre un rischio. Perché pensi sempre di rimanere delusa da quello che vedrai, perché forse verrai a sapere cose che non ti piacciono e perché, in ultima analisi, ti chiedi ma come si è permesso il regista di raccontare la vita della tua band preferita. La telefonata entusiasta della mia amica Claudia ha fugato ogni dubbio e dopo aver precettato il prode Giuseppe, ho preso il coraggio a due mani e sono andata al cinema sotto casa.

I film del lunedì, Alfredo Mercurio e Sorrisi & Canzoni

Negli anni ’70 il Primo Canale della Rai trasmetteva il “film del lunedì“. A quei tempi di monopolio assoluto, la Rai trasmetteva ciofeche inimmaginabili, tanto mica c’erano problemi di Auditel. Erano addirittura i tempi in cui un triangolino bianco sullo schermo ti avvertiva che sull’altro canale stava per iniziare il programma. Pensa tu. Eravamo ancora allo stato primordiale della trasmissione televisiva e ci propinavano di tutto. Quello ci toccava e punto.

Western antichi come la dichiarazione d’indipendenza americana, commedie in bianco e nero con Totò, intervallati da qualche film d’autore ma in generale il livello era un po’ terra terra. Ogni tanto, ma proprio tanto tanto, veniva trasmesso un ciclo di film con un senso, non titoli buttati lì a pene di segugio. Il ciclo dedicato a quel genio di Billy Wilder era introdotto da una sigla cantata da un gruppo mai sentito prima. C’era questo cantante dalla voce operistica che intonava una specie di preghiera gospel di una bellezza inaudita, con un arrangiamento da urlo e una chitarra che faceva venire i brividi da quanto era tosta. Grazie alla Rai avevo sentito per la prima volta Somebody To Love, una delle canzoni più belle in assoluto non solo dei Queen ma della storia della musica pop. Quattro minuti di canzone ed ero già diventata Queen-dipendente. Con l’aiuto della mia amica Angelica, con cui dividevo il banco della scuola media Vittorino Da Feltre, i pomeriggi di studio e le pedalate in bicicletta (io pedalavo, lei in piedi dietro alla Graziella – già da subito si erano definite le gerarchie, chi suda e chi si fa portare), sono riuscita a mettere mano al testo della canzone. Sorrisi & Canzoni, giornale becerissimo (ancora oggi), era allora l’unico strumento per poter conoscere i testi delle canzoni straniere, una specie di prototipo molto rudimentale dello Shazam di adesso.

Se la musica era bellissima, le parole lo erano ancora di più. Io e A. traducevamo tutto, quello che non capivamo ce lo facevamo spiegare dal papà di Angelica, affascinante portiere d’albergo e poliglotta naturale. Ma tradurre tutto tutto tutto non è sempre una scelta felice, perché tutte e due, innamorate pazze di quel cantante dalla voce poderosa e dal sex appeal inarrestabile, a sapere che in italiano si sarebbe chiamato Alfredo Mercurio, beh, non faceva certo un effetto inebriante. Ma a noi non ce ne fregava niente, Alfredo Mercurio o Freddie Mercury o Termometro al Mercurio non faceva differenza: ci piaceva come si muoveva, come si vestiva, con quelle tutine a scacchi bianchi e neri, con i pantaloni di pelle e il chiodo senza la maglietta sotto. Emanava testosterone a spruzzo e grandissima energia. Nella seconda metà degli anni 70 uno figo così sfacciato non si era mai visto sulla scena musicale. Da noi c’era Renato Zero che si vestiva di strass e si truccava la faccia come Bowie ma sembrava un’imitazione del Pierrot triste del circo fatta in stile Alighiero Noschese. Uno squallore totale. Molto meglio Freddie.

Live Aid

Il film si apre con Freddie che si prepara per raggiungere lo stadio di Wembley per il Live Aid. Non so come sia successo, ma nel rivedere il logo del concerto – la chitarra a forma di Africa – le immagini di repertorio di Diana e Carlo che prendono posto, la folla che riempie il catino dello stadio – mi sono salite le lacrime agli occhi per l’emozione. Appartengo al genere di persona che ha un topo morto al posto del cuore e pertanto è molto difficile che esterni in modo plateale, e invece piangevo come una vigna tagliata. Complice il buio confortevole della sala, ho sfogato senza ritegno la mia emozione. Perché è successo? perché nel 1985 avevo vent’anni e adesso più del doppio? non credo, adesso sono molto più serena e realizzata di trent’anni fa, non è quello. Perché la bellezza del ricordo di un evento così epocale è riemerso così netto? Non lo so, non riesco a dare una spiegazione razionale. So solo che quando l’emozione ti cerca, ti devi far trovare. E ti devi far travolgere.

I venti minuti dei Queen al Live Aid sono passati alla storia come la miglior performance di tutto l’evento e io, spalmata sul divano di casa, sopravvissuta alla prima micidiale mitragliata di esami all’università, mi godevo lo spettacolo, avevo l’impressione che suonassero per me. Perché nel frattempo li avevo seguiti passo passo, gustandomi album pressoché perfetti (A Day at the Races, News of the World, Jazz) e anche mezzi passi falsi (Hot Space), le colonne sonore (Flash Gordon, la splendida Love Kills di Metropolis e A Kind of Magic – Highlander) e via via tutto il resto. Quanto mi sarebbe piaciuto assistere ad un loro concerto, ma mi sono dovuta accontentare delle registrazioni dal vivo (Live Killers, Live Magic e il monumentale Live at Wembley ’86) che comunque sono una bella consolazione.

Who wants to live forever

A riascoltare alcuni brani adesso, danno l’idea di essere un po’ datati, con arrangiamenti un po’ barocchi e pesantucci mentre le canzoni più rockettare non hanno perso un grammo di smalto ed energia. La voce di Freddie è rimasta immutata, energetica e potente e ogni volta che la ascolto, mi da un senso di conforto, una voce “amica”. Lo stesso senso di conforto che ho provato vedendo il film, che ha qualche sbavatura melensa (tipo il vecchio padre che abbraccia il figlio prima di andare a Wembley per il Live Aid è un po’ una boiata) mentre mi è piaciuta l’idea di far finire il film al 1985, evitando così l’effetto “santino” di tante biografie trasposte sullo schermo. Sono uscita dal cinema ancora più fan sfegatata, cantando a squarciagola. Freddie non c’è più, ci sono la sua musica e la voce e quelle sì che vivranno per sempre, proprio come Connor McLeod, l’ultimo Highlander.

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