Il re del Carnevale :: di Luigi Duranti

Verbavolant è un blog a dimensione condominiale, e come tale difficilmente potrà vantare numeri da record, o record di qualsiasi tipo. Tuttavia sono abbastanza certa che almeno un record lo detenga e più precisamente quello del collaboratore con più esperienza di vita. Con grande piacere VV ospita Luigi Duranti, classe 1926, ex maestro elementare, poeta dialettale, scrittore nonché amico del blog. 

Oggi inizia il carnevale e dallo sterminato archivio della produzione del maestro Luigi ho estratto una descrizione di un Carnevale di tantissimi anni fa, in cui magari i costumi erano sicuramente meno sfarzosi di adesso ma di certo erano più sentiti il divertimento e il desiderio di cambiare vita, anche se soltanto per poche ore. Buona lettura!

§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

Si era in attesa del Carnevale e ci si preparava alla ricorrenza. Il fornitore ufficiale dei costumi era un mio carissimo amico che io chiamavo “comparuccio” a motivo che alla nascita era stato battezzato da mio padre. Egli possedeva una seconda casa. Era appartenuta in vita ai suoi nonni e alla loro morte non era stata più abitata. L’arredamento era assai modesto. Ma c’era un vecchio baule che conteneva poveri indumenti. Rovistando nell’interno, trovavamo pantaloni, giacche, panciotti, cappelli, gonne che, indossandoli, sarebbero risultati preziosi per mascherarci. Li prendevamo con grande disappunto dei suoi genitori che li conservavano a ricordo dei loro cari. Le giacche ci toccavano alle ginocchia; i pantaloni risultavano troppo lunghi e molto larghi tanto che i risvolti bisognava avvolgerli più volte per non metterseli sotto i piedi e stringerli ai fianchi con cordicelle che ci mozzavano il fiato per non farceli calare. I più contesi erano gli abiti femminili perché ciascuno di noi li voleva indossare per far vedere che apparteneva all’altro sesso. Il mio comparuccio era assai abile a disegnarci, con la fuliggine che staccava da un vecchio camino non più in uso, lunghi basettoni e attorcigliati baffoni. Chi si camuffava da donna si incipriava il viso graffiando la farina da una vecchia madia che era stata utilizzata per conservare il pane che allora si faceva in casa e si imbottiva il petto di stracci per mettere in mostra un ampio seno. Così conciati era difficile riconoscerci e, schiamazzando e urlando, percorrevamo le vie del paese prendendo di mira con grande disappunto dei proprietari i battenti dei portoncini delle case per percuoterli con tutta la forza che avevamo in corpo e poi a chiudere le porte delle botteghe degli artigiani che, una volta al buio, non potevano continuare il loro lavoro. E poi a precipitosa fuga rincorsi dai malcapitati.

Ma l’attesa di tutti gli abitanti del paese era per lo spettacolo del giorno di Carnevale che sicuramente Giovanni stava in segreto allestendo e che avrebbe proposto alla popolazione. Giovanni era un umile ciabattino ma molto geniale. Aveva grossi problemi per sopravvivere avendo una numerosa famiglia da mantenere. Curvato dalla mattina alla sera risuolava le scarpe servendosi dei ferri del mestiere che erano poggiati su un traballante deschetto. La sua schiena si era piegata a tal punto che, quando stava in piedi, non riusciva a raddrizzarla e camminava guardandosi costantemente i piedi. Aveva tredici o quattordici figli e si lamentava sempre che, malgrado il suo faticoso lavoro di ciabattino, non riusciva sufficientemente a sfamarli. La sua bottega era un luogo di ritrovo perché intratteneva gli amici con le sue uscite spiritose e argute che suscitavano allegria e risate . Quando mio padre lo rimproverava perché concepiva un figlio all’anno, egli rispondeva: “Le tue parole sono sacrosante ma, caro Armando, sotto le lenzuola non c’è miseria!”

I ferri del mestiere – dal sito http://www.canguro.it

L’Italia era impegnata in una guerra che si combatteva in Abissinia. Giungevano le notizie delle conquiste di quella lontana terra che molti non sapevano nemmeno dove fosse e cantavamo gli inni dei nostri soldati combattenti che imparavamo a scuola o ascoltando i dischi che giravano su uno sgangherato grammofono che solo il proprietario di un bar possedeva. Ma cosa stava preparando Giovanni nel segreto della sua mente per rallegrare i paesani in occasione del Carnevale? Molti se lo chiedevano, molti cercavano di indagare. Mistero! Si aspettava l’avvenimento e l’intera popolazione del paese sostava rumorosamente davanti alla sua casa chiamandolo a viva voce. Noi ragazzi più eccitati del solito racchiusi nei costumi che eravamo riusciti ad accaparrarci rovistando tra gli indumenti in disuso dei grandi. Dal cortiletto interno della sua casa nessuna voce, nessun segnale di presenza. Il portone era sbarrato. Eppure tutti erano convinti che, nemmeno questa volta, Giovanni ci avrebbe deluso: tutti aspettavamo con impazienza. Fischi, urla assordanti sollecitavano la sua comparsa. Ma ecco, finalmente, dopo una lunga attesa si udì un rullo di tamburi ricavati da vecchi barattoli di latta accompagnato dalla percussione di coperchi di pentole. E tra tanto frastuono, unito alle urla degli spettatori vedemmo apparire un carro trainato da due sofferenti asini stremati dallo sforzo. Su una poltrona scalcagnata, avvolto in un lenzuolo, sedeva Giovanni con il viso, le mani e le parti scoperte del corpo tinte di nero con la fuliggine sottratta chissà da quale vecchio paiolo, ai suoi piedi la moglie attorniato dalla tribù dei figli, anch’essi anneriti dal nerofumo, coperti da stracci bianchi: il Negus, imperatore dell’Abissinia, la regina Taitù e i suoi ras che cantavano a squarciagola, accompagnati dai loro rudimentali strumenti, “Faccetta nera”. L’imperatore e la consorte avevano ambedue in mano un orinale. Il corteo partì per percorrere tutte le vie del paese seguito da una torma di straccioni urlante e festante. Davanti alle case erano assiepati gli spettatori che si sganasciavano dalle risa . Dall’alto del suo trono il Negus Giovanni e la principessa Taitù gustavano fumanti maccheroni contenuti nei loro vasi da notte leccando il sugo che colava dalla bocca e dalle mani che usavano al posto delle posate, mentre i figli cortigiani, cessando momentaneamente di suonare, stendevano i loro orinali per raccogliere i doni che venivano offerti. Che Carnevale!

Alla fine della festa Giovanni tornò alla sua occupazione abituale, quella di un povero ed umile ciabattino, dalla mattina alla sera curvo sul deschetto attorniato dagli amici che si divertivano alle sue uscite spiritose. A fine serata sempre più stanco, sempre più curvo, consumata con la sua numerosa famiglia una frugale cena, si metteva a letto coperto da un lenzuolo sotto il quale, secondo lui, non c’era miseria. E nei giorni a seguire mio padre: “Giova’, ho visto tua moglie con la pancia. E’ incinta? Ma come fai a sfamarne un altro?” “Armà, sarò sicuramente un incosciente ma “sotto le lenzuola non c’è miseria”!”

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in contributi esterni e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Che ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.