Cercasi (ancora) taglia 44 – post fuori stagione, ma molto

I primi mesi del 2017 hanno tutta l’intenzione di farci rimpiangere l’anno horribilis bisestilis trascorso. Prima il freddo porco, poi la neve, dopo la pioggia, indi le esondazioni, le slavine e dulcis in fundo quattro belle scosse di terremoto. In hac lacrimarum valle l’unica arma per combattere cotanta sfiga è quella meravigliosa macchina del tempo che è la scrittura. Avevo scritto questo post all’inizio dell’estate scorsa e poi è rimasto in salamoia per tutti questi mesi. Adesso è giunto il momento di dargli una sistemata e pubblicarlo, con la speranza che riporti, almeno nel ricordo, un po’ di estate.

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Montesilvano, giugno 2016

Ho già abbondantemente pontificato sulla scomparsa della taglia 44,  anzi sulla sua effettiva vestibilità (di sicuro “non ci sono più le 44 di una volta”). Quello che ho patito l’inverno scorso alla ricerca di uno straccio da mettermi addosso mi sembrava una piaga tale al cui confronto le locuste e la pioggia fuoco e grandine di biblica memoria si ridimensionano a innocui contrattempi. Poi ho scoperto che c’è di peggio.

Adesso che  – pare –  l’estate si sia finalmente decisa a partire, incombe sul mio ignaro capino la spada di Damocle del costume da bagno. Quelli che posseggo sono sbrindellati, slentati, scoloriti e un po’ (ma proprio poco!) fuori moda, risalgono infatti a ere geologiche nemmeno presenti nei libri di petrografia. Obiettivamente – anche per una militante anti-shopping fatuo come me – è giunto il momento di rinnovare il guardaroba da spiaggia, altrimenti al primo bagno in mare rischio di uscire dai flutti con la mutanda sulle ginocchia e il reggiseno attorno al collo.

Se per la sottoscritta scegliere gli abiti è una sofferenza, provare i costumi da bagno è una specie di punizione divina. Tralascio tutta la trafila per cercare – e trovare! – un negozio che riesca a coniugare prezzi abbordabili, modelli decenti e materia prima di qualità discreta e arrivo al dunque. Vicino a casa c’è un negozio-laboratorio che confeziona costumi da bagno (volendo, anche su misura). Dall’esterno ha l’aspetto di un magazzino, poi ci entri e più o meno l’impressione è confermata. La prima cosa di cui ci si accorge è che fa un caldo tropicale, in quanto il condizionatore è rotto, come mi informa con solerzia l’unico maschio presente, che mi accoglie all’ingresso. Secondo me è un’astuta manovra di marketing: se fa caldo la cliente si spoglia più velocemente, si prova più costumi, compra di più e i titolari – oltre che a guadagnare di più – risparmiano anche sull’energia elettrica. Geni. A dare un’impressione di refrigerio, un enorme ventilatore da set cinematografico funziona a intermittenza (più no che sì) facendo un rumore assordante e muovendo di tanto in tanto l’aria rovente senza alcun risultato apprezzabile se non quello di provocare una insolita secchezza delle fauci e causare torcicollo da “colpo d’aria”.

All’ingresso una piccola area-ufficio ospita l’amministrazione e la cassa alla quale è assiso il maschio di cui sopra, che con uno sguardo solo ti fa la radiografia total body e secondo me si accorge pure se hai il fegato ingrossato, per quanto il suo sguardo è preciso. Dopodiché si entra nel negozio vero e proprio. Hic sunt leones, anzi hic sunt mulieres. Per affrontare orde di femmine sudaticce e imbizzarrite che si strappano dalle mani brandelli colorati di stoffa elasticizzata ci vogliono, nell’ordine: coraggio, sangue freddo, resistenza fisica e pelo sullo stomaco (invece gambe e inguini devono essere depilati con estrema cura, per evitare l’effetto labrador-che-esce-dall’acqua). In questa malabolgia dantesca le clienti si muovono in gruppetti di due o tre, organizzate e spietate come una squadra di Comsubin: una prova il costume, la seconda dà consigli estetici, la terza ràvana tra gli appendini alla ricerca di “quel modellino taaaaaanto carino” e che chissà dov’è finito. Dopo che la prima ha finito col primo costume, la seconda prende il suo posto nel camerino, la terza diventa assistente estetica, la prima ricopre il ruolo di ravanatrice e la trafila ricomincia.  Risultato: scòrdati di entrare nel camerino prima di quarantacinque minuti. Mi pento immediatamente di essere andata lì da sola – gravissimo errore tattico – ma devo portare a casa il risultato, altrimenti se esco di lì senza almeno un paio di bikini, il prode G. si preoccupa e io ho perso mezzo pomeriggio senza concludere una beneamata.

Approfittando di un attimo di distrazione di una cliente, riesco a infilarmi in un camerino e provo un paio di costumi. In questo momento della vita occorre un’autostima in acciaio inox 18/10, il sangue freddo di un essere ibernato e l’equilibrio psicofisico del capo dell’ufficio del personale della Apple. Sto per affrontare la prova costume. L’immagine che lo specchio rimanda è impietosa: la pelle è giallastra, soffocata da lunghi mesi sotto maglioni e giacche pesanti, e come se non bastasse le luci a neon le conferiscono una nuance cadaverica; cicce cascanti un po’ ovunque e un’aria affranta in volto, perché anche qui la taglia 44 è ormai più rara del thylacinus  cynocephalus. E nessun shopping assistant che faccia il suo mestiere, cioè che mi assista, per cui ogni volta mi devo rivestire, uscire, prendere quello che mi serve e infilarmi in un camerino lasciato incautamente incustodito. Uno stress. Che tra l’altro fino ad ora non ha prodotto granché, dato che non sono riuscita a trovare niente di mio gusto. Sto per abbandonare l’impresa, anche perché la folla di femmine imbizzarrite preme su più fronti per avere il camerino libero.

Prima di gettare la spugna però, noto un bel costume dalla fantasia che mi piace parecchio che è indossato da un manichino posto in zona semidefilata. A occhio e croce sembra anche di una taglia sufficientemente comoda in cui poter entrare senza produrre il tipico effetto “insaccato suino”. Il problema è che lo stesso modello è stato “attenzionato” anche da un’altra cliente , all’altro capo della stanza, che ha l’aria piuttosto agguerrita. Come in una scena di un duello del far west, ci avviciniamo a passi  lenti e cadenzati, con sguardo pieno di cupidigia all’oggetto del contendere. Nell’aria si diffonde la musica da duello di Morricone. La tensione è palpabile. Lei tenta di buggerarmi dicendo che ne esiste un altro “u-gu-a-le” appeso nelle grucce in fondo a destra, ma io non ci casco. Per fortuna le amiche la distraggono giusto quell’attimo che mi serve per chiedere alla commessa (una per tutto il negozio, praticamente una martire) di togliere il costume dal manichino, infilarmi in un camerino vuoto e provarlo. Spero che mi vada bene solo per non doverlo cedere alla tizia ingannatrice.

Fare shopping fa uscire la parte peggiore di me. E non solo davanti allo specchio.

 

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Una risposta a Cercasi (ancora) taglia 44 – post fuori stagione, ma molto

  1. guido mura ha detto:

    Bel pezzo di costume (è il caso di dirlo). Mi fa ricordare che per anni non ho acquistato niente di vestiario e che finalmente anch’io quest’anno ho deciso che un paio di pantaloni nuovi per l’estate dovevo proprio prenderli, dato che ancora non è consentito andare in giro con gli slip o i boxer.

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