Il remigino (ovvero: come NON sono diventata un’assassina seriale) – ricordi di scuola parte prima

Ho un’età a causa della quale associo il 1° ottobre (San Remigio) al primo giorno di scuola. Anch’io sono stata un “remigino”, anzi, una remigina, simpatico appellativo con cui venivano chiamati, anni fa, i bambini che frequentavano la prima elementare.

Di recente ho pulito la cantina di casa di mamma e nel mare magnum del ciarpame ignobile misto a ricordi preziosi a quali non rinuncerei per nulla al mondo, è affiorato un pacchetto di foglietti giallini e azzurrini: le pagelle. Ho interrotto immediatamente il processo di “decluttering”  – parola fighissima per dire più prosaicamente  “fare piazza pulita” – e sono entrata in una specie di macchina del tempo. Quando ho visto il nome della maestra di prima elementare, un fiotto di bile si è arrampicato su per l’esofago, ha riempito il cavo orale e da lì, in puro stile esorcista, ha irrorato la parete immacolata della lavanderia/cantina.

Nei primi tre mesi di scuola, cambiavo maestra ogni quindici-venti giorni. Ogni quattro-cinque giorni arrivava qualche matrona dalla faccia devastata dalle rughe, dal culone molliccio e dai vestiti di quattro stagioni precedenti, raccontava due stronzate in croce e spariva, per essere rimpiazzata da un’altra che più o meno si comportava allo stesso modo. Poiché nessuno mi aveva spiegato come funzionava la scuola, pensavo che fosse la norma avere in classe questa sfilata di femmine dall’aspetto sciatto e trasandato. Solo a me capitavano queste lavandare, perché nelle altre classi entravano maestre stupende ed elegantissime oppure maestri maschi dall’aspetto rassicurante e bonario. Va a sapere perché. Finché un bel giorno è arrivata lei, la maestra che è rimasta tutto l’anno. Col senno di poi sarebbe stato meglio se se ne fosse andata via il giorno stesso, ma queste sono cose che si capiscono in seguito. Conservo di questa carogna – perché è l’unica parola riferibile che mi viene in mente – un ricordo pessimo.

Alta e secca come una canna, con gli occhi perennemente fuori dalle orbite, fumava come una ciminiera, strillava come un’aquila in faccia a noi bimbetti, strappava quaderni e li buttava per aria sotto lo sguardo attonito di sei bambine (Cecilia, Cristina, Elisabetta, Lorenza1, Lorenza2, Patrizia: eravamo unite come una falange macedone) e una ventina di maschi. Veniva in continuazione chiamata al telefono dalla bidella Luciana – questo essere mitologico metà donna e metà cancellino sporco, del quale aveva lo stesso colore polveroso in viso – e lasciava la classe incustodita per interi quarti d’ora. Tutto ciò avveniva quasi quotidianamente senza che nessuno, tra genitori e colleghi, dicesse niente. Se si comportasse così adesso, come minimo verrebbe scuoiata viva dai genitori, poi denunciata a piede libero alle autorità competenti e sputtanata in pubblica piazza virtuale tramite gruppo whatsapp di classe, pagina Facebook e foto su Instagram. Ma nella metà degli anni ’70 tutto ciò era di là da venire: si prendevano quadernate in faccia e zitti.

Con questi presupposti avevo deciso che la scuola non era una cosa per me. I risultati scarseggiavano e le uniche comunicazioni tra la maestra e la mia famiglia erano di questo tenore:

quaderno_fotorAvevo pertanto scelto di sopravvivere all’orrenda Cannasecca utilizzando la tecnica dell’insetto stecco: seduta immobile al banco, con lo sguardo fisso sulla lavagna sperando che i quaderni fatti a pezzi dalla Cannasecca non mi prendessero in faccia con troppa violenza. In questa postura di “rigor vitae” ho trascorso ore e ore figurandomi trucide torture da infliggere alla Cannasecca mentre quella spiegava la tabellina dell’otto (che a tutt’oggi mi crea ancora problemi) oppure vendicandomi diventando un’assassina seriale di maestre esaurite come cucuzze.

Dopo un anno intero di vessazioni aspettavo la fine della scuola come il messia e speravo in cuor mio che la Cannasecca venisse colpita da qualche meteorite vagante e che non mettesse più piede alla Scuola Elementare Giovanni Pascoli. A ottobre dell’anno successivo le mie preghiere furono esaudite perché arrivò una maestra mite e tranquilla che traghettò serenamente tutta la classe fino agli esami di seconda elementare. Ma  la vera svolta arrivò in terza elementare. Ancora una volta le mie preghiere erano state ascoltate.

[continua]

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3 risposte a Il remigino (ovvero: come NON sono diventata un’assassina seriale) – ricordi di scuola parte prima

  1. saradesign03 ha detto:

    Lorenza non puoi lasciarci così. Se questa è una nuova tecnica di tortura, sta funzionando benissimo. Ti prego termina il racconto. Loretta

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  2. Alessandra ha detto:

    Dai, continua, continua, CONTINUA: sto col fiato sospeso ….

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  3. gloria ha detto:

    Sei brava ad avere ricordi tanto nitidi dei tuoi primi giorni di scuola. Io di quella volta non so niente, cioè so che era tempo di guerra e mia mamma, che evidentemente non aveva di meglio da fare, aveva deciso di insegnarmi lettere e conti a cinque anni. Eravamo al Lido di Venezia. Alla fine mi ha mandato per alcuni mesi a scuola da suore che sono passate senza lasciare traccia. So solo che tutte le mattine, per andare a scuola, passavo davanti al molo dov’erano attraccati i mas tedeschi e dove ogni tanto sentivi arrivare gli aerei alleati. Ecco, del primo anno ricordo la paura!

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