Feriae Augustii

Settembre è iniziato da una manciata di giorni e siamo già stati travolti dalle attività del rientro, o per meglio dire, dell’inizio dell’anno. Perché a pensarci bene, l’anno inizia a settembre, mica a gennaio. Scuola, lavoro, palestra/piscina, sport, corsi, qualsiasi cosa ha effettivamente inizio a settembre, che potrebbe essere paragonato ad un lunghissimo lunedì dell’esistenza.

Settembre, mese meraviglioso in cui i pastori scendono quasi un per erbal fiume silente all’Adriatico selvaggio, la PFM vede che il sole tra la nebbia filtra già,
il giorno come sempre sarà, Alberto Fortis si chiede settembre mi dirai, quanti amori porterai, le vendemmie che farò, ahi settembre tornerò,  Maurizio Vandelli de L’equipe 84 invece soffre di labirintite seduto in quel caffè, io non pensavo a te… guardavo il mondo che girava intorno a me… Oppure, in un bel giorno di settembre la Luna esce dall’orbita terrestre e i membri della base Alpha si trovano loro malgrado sbattuti qua e là nello spazio alla ricerca di un pianeta in cui vivere (e ogni volta che lo trovano, scoprono che ha qualche cosa che non va e ritornano alla base – nel senso letterale del termine).

Sto prendendo una deriva poetico-fantascientifica che non c’entra niente perché in realtà mi premeva solo dire che è trascorso un mese esatto da Ferragosto e mi sembra un secolo. Ferragosto è la ricorrenza che amo di più. Molto, ma molto, moltissimo meglio di Natale, di Pasqua, dei compleanni, delle ricorrenze generiche e specifiche. È una festa rigorosamente pagana, come suggerito dall’etimo che poi è stata asfaltata dalla versione religiosa dell’Assunta di cui pochi o nessuno fanno menzione. Avete mai sentito qualcuno chiedere: che cosa fai per l’Assunta? (a meno che non sia qualcuno che lavora all’ufficio del personale di qualche ditta).

Ferragosto è il trionfo dell’estate. Punto e basta.

Poiché abito in un posto di mare la ritualità della gita in spiaggia viene di molto snellita, per me è una versione light, sfrondata da tutta una serie di inconvenienti quali, in primis, il viaggio in auto, poi a seguire l’esposizione alla caldazza, la preparazione delle vivande, il carico e scarico di tutta una serie di accessori (ombrellone, sediolina, teli mare, costumi di ricambio, creme solari, Settimana Enigmistica, materassini e annessi e connessi). Ciononostante erano anni che non festeggiavo il Ferragosto comme il faut. Perché tendenzialmente siamo quelli che vanno controcorrente, quelli che odi profanum vulgus et arceo, e qui faccio autocritica, un po’ degli snob del menga, che fanno come racconta Francesco Piccolo ne L’Italia spensierata:

Mi sono sempre chiesto per tutta la vita, avendo la nevrosi di non viaggiare mai più quando c’è il minimo pericolo di traffico, nevrotizzando chiunque viaggiasse con me calcolando partenze o ritorni più che intelligenti, geniali, con la soddisfazione vicina alla felicità assoluta di percorrere strade vuote la domenica mattina o mentre tutti gli altri sono sulla spiaggia o mentre sono in vacanza o a notte fonda, la felicità di rientrare in città e arrivare fino a casa senza problemi, senza intoppi a barrieramercatosanseverino, roncobilaccio, bolognaborgopanigale, lainatecomochiasso, e tutto il resto – sempre mi sono chiesto come facessero tutte queste persone a sopportare quelle ore chiuse in auto, avanzando a passo d’uomo, arrivando distrutti e ripartendo per affrontare code ancora più lunghe […]

E quindi ho trascorso innumerevoli ferragosti via dalla pazza folla, sul terrazzo di casa a prendere il fresco a mangiare un insalata caprese mentre il resto del mondo sudava sotto gli ombrelloni e si sfondava di porchetta, timballo, melanzane alla parmigiana e tonnellate di insalate di riso.

Poi un bel momento ho capito che mi perdevo qualcosa. Che Ferragosto, essendo un rito, va celebrato. In compagnia e con tutti i crismi. E con un po’ di astuzia. Ho precettato il prode G. e gli ho imposto la celebrazione più classica del rito ferragostano (azione per la quale probabilmente si è assicurato un posto in paradiso).

gius_mare

con pinne, fucile ed occhiali (da sole) – foto Lonza65

Dato che a nessuno, non solo a Francesco Piccolo, piace trascorrere la mattinata in auto, abbiamo preso la mitica Vespa e come in una rievocazione storica degli anni 60 ci siamo caricati ombrellone, borsa del mare, pinne e maschera e ci siamo diretti alla spiaggia semiselvatica della riserva della Torre di Cerrano, un giusto compromesso tra mare pulito, attufamento di esseri umani e distanza da casa. Ci siamo arrivati verso le dieci, orario che per noi padani non avvezzi al mare dietro casa è tardissimo. Qui sulla costa, invece, è quasi l’alba. E infatti non si vede tutta quella folla che uno si aspetterebbe per Ferragosto. Saranno cambiate le abitudini degli Italiani? Aspetta un po’ a dire.

In ogni caso la mattinata è splendida, la temperatura ideale, il mare anche abbastanza pulito e la spiaggia libera offre spazio per tutti senza stare uno sopra l’altro. Per fortuna. Quest’anno il dernier cri dell’insediamento da spiaggia è il gazebo. A fianco a noi tre coppie di ragazzi ne hanno allestito due attigui, una specie di via di mezzo tra un accampamento berbero, un porchettaro e un camerino da teatro. Poteva ospitare comodamente quindici persone ma a loro piace stare comodi. Sotto la tenda bianca da mangiare c’è di tutto, dalla porchetta alla lasagna gluten-free, per non parlare del bere: sembrava l’Oktoberfest. Verso l’una decidiamo di tornare a casa a mangiare e mentre ci avviamo alla Vespa ecco che incrociamo le  truppe cammellate cariche di ogni ben di Dio. Svelato l’arcano dello scarso affollamento mattutino: il vero appassionato militante del Ferragosto arriva tardi e si trattiene fino a sera, se non altro per riuscire a mangiare tutto quello che si è portato dietro che è sufficiente  per pranzo, merenda, cena e spuntino di mezzanotte.

Nel pomeriggio ho lasciato il prode G. a ronfare beato in terrazzo alla brezza ferragostana (anche così si santifica il Ferragosto) e ho preso la bici. Direzione: lungomare da Montesilvano a Pescara. Cioè la versione “urban jungle” del mare: stabilimento balneari in fila, bar ridondanti di gente dal tasso alcolemico vicino al coma etilico e grande, grandissimo casino. Ma proprio tanto. La ciclabile bordeggia gli stabilimenti di cui sopra, che hanno tutti un minimo comune denominatore: la musica a palla. I più sofistici hanno  il gruppo che suona dal vivo – e non sono pochi – addirittura un gruppetto blues che mi conquista il cuore con una versione stracciamutande di Mannish Boy oppure c’è il dj che mette su a raffica tutta roba “antica”, perché non c’è niente da fare, quando vuoi far smuovere i culi di marmo devi ricorrere ai grandi classici. Il tormentone dell’estate di Alvaro Soler è quasi assente (meno male, visto che ci ha stracciato le gonadi oltremisura). Ogni tre stabilimenti si sentono i Village People e intravedo masse indistinte sbracciantesi  a comporre la Y, M, C, A, con risultati che lasciamo perdere; poi intervallati ci sono gli stabilimenti con musica caraibica, dove l’inno che impera è “Me ha subido la bilirubina” e come potrebbe essere diversamente, visto il fiume di alcol che scende copioso tra la folla festante; poi altre glorie della musica anni 80 (The Knack, Christopher Cross, i Toto, addirittura K.C. and The Sunshine Band) e su tutti la immarcescibile, inossidabile, sempiterna Raffa che letteralmente impazza con Tanti Auguri. Titolo che non dice quasi niente ma il ritornello com’è bello far l’amore da Trieste in giù fa scatenare le folle piuttosto su di giri per la situazione già godereccia di suo. (Detto per inciso, se qualcuno conosce personalmente la Raffa per favore le dica che ho preso in parola il ritornello e che se la salute mi assiste, potrei anche arrivare a Santa Maria di Leuca seguendo il suo verbo). Tra una canzone e un’altra, si fa un giro di mohito, uno di birra e uno di qualsiasi altra cosa liquida al di sopra dei dodici gradi, perché ballare e cantare mette sete.

Tutto questo si ripresenta innumerevoli volte lungo i nove chilometri della ciclabile e mentre pedalo, partecipo della gioia di queste persone, anche se non le conosco, anche se non ho una meta precisa, anche se sono da sola a pestare sui pedali della mia bici. Sono felice dell’atmosfera, mi sento parte di un rito collettivo in cui l’unico requisito è prestare attenzione a quando si è felici. Perché il più delle volte ci accorgiamo di essere stati felici quando non lo siamo più.

 

 

 

 

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4 risposte a Feriae Augustii

  1. saradesign03 ha detto:

    Grazie Lorenza, mi mancava il tuo spirito, la tua ironia, mi mancavi e basta. Grazie per essere tornata da noi. Lorett

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  2. Alessandra ha detto:

    …scusa, ma poi ti sei “imbriacata” anche tu, stradafacendo?
    Oppure sei tornata a casa dal prode peppinieddo e gli hai proposto uno spritz con spuncioti sull’aerata terrazza?
    In ogni caso, grazie di essere tornata a scrivere per noi, così il sole, il mare e la felicità ci son sprizzati da tutti i pori!

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  3. gloria ha detto:

    E’ bello ritrovarti, lonza!!!

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  4. Wayno ha detto:

    Wow! You have just exploded to the next level. It is like García Márquez and Hemingway had a baby. This isn’t good writing. This is genius. This is art.

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