Le gioie della lettura e i dolori della TdM

Di recente si è svolta la manifestazione #ioleggoperché, un’iniziativa promossa dagli editori volta a stimolare chi legge poco o affatto. Pensando a come coinvolgere un non-lettore a praticare la sana abitudine di leggere libri, la prima cosa che viene in mente è quella di consigliare un libro che ci ha appassionato, divertito, commosso, ci ha fatto riflettere, insomma che ci abbia colpito per una o più qualità. Il piacere della lettura è anche scoprire modi di pensare nuovi, visitare con la mente mondi lontanissimi dal nostro, confrontarsi con idee originali e insomma, tutto quello che ci incuriosisce e ci arricchisce sotto il profilo culturale e umano. Tutto questo capita nella stragrande maggioranza dei casi, ma se per caso a un lettore occasionale o a un non-lettore, fosse capitato in mano il Giallo Mondadori n. 2735, non solo non leggerebbe più una singola riga per il resto della sua vita, ma diventerebbe un pompiere come quelli di Farenheit 451, che invece di spegnere le fiamme, le appiccano ai libri. E tutto per colpa della TdM.

La TdM infesta i libri tradotti e produce effetti tragicomici, se va bene, o totale mancanza di senso compiuto del testo, se va male. La storia in sé del libro in questione può piacere o meno, – un tizio, la cui unica colpa è avere un’aria truce, arriva in un paesino chiuso e pettegolo e quando viene ammazzata la gnocca di facili costumi del luogo, lo sceriffo lo incrimina, lui scappa e con l’aiuto di un paio di personaggi riesce a provare la sua innocenza e a incastrare il vero colpevole – quello che irrita è la traduzione in italiano, che è così scadente che spesso diventa una barzelletta. Non lo so se è una pippa mentale mia da lettrice compulsiva che, abituata a leggere di tutto, quando trovo qualcosa che non mi torna, storco il naso e inizio a infastidirmi. Sta di fatto che questo libro mi ha scatenato la sindrome del “raddrizza quadri” praticamente a ogni capitolo. Dopo nemmeno una pagina, arriva il primo fuoco d’artificio. Le frasi idiomatiche (i modi di dire) sono un buon indicatore per capire se il traduttore è sveglio oppure no. A mio avviso, questo dormiva come un ghiro.

“Io, comunque, non ho grosse pretese; mi accontento di poco e, d’estate, riesco ancora a realizzare abbastanza per tenere il lupo fuori dalla porta.”

Non ci vuole un genio per capire che il senso è “sbarcare il lunario”, e “to keep the wolf from the door” rievoca Jack London davanti alla tenda sferzata dalla bufera di neve, col Winchester pronto a sparare ai lupi famelici che si avvicinano al campo dei cercatori d’oro, piuttosto che a un poveretto che tira la carretta e arriva a stento a finire l’anno (il “lunario”). Il sonno del traduttore continua placido e sereno quando arriva la scena soft-porn che ci deve sempre essere, per tenere sveglio il lettore (ma non il traduttore):

” Una notte con Storm era meglio di centinaia di notti di tiepida passione con la mia mogliettina semifrigida. […] Ma i rumori che Storm faceva a letto erano gridolini, gemiti, parole di quattro lettere drappeggiate nella seta e nel velluto.”

Da una che si chiama Storm, Tempesta, che cosa ti devi aspettare? Come minimo un uragano tra le lenzuola, ma che, nella foga della trombata extraconiugale, viene colpita da un accesso di coprolalia e pronuncia… parole di quattro lettere! La visione di questa tigre del sesso che sussurra parole come “casa”, “mela”, “sugo”, “bici”, tutte rigorosamente di quattro – non di più – lettere mentre si appallotta col protagonista mi fa sbellicare dalle risate, più che eccitare. Qui l’addormentato traduttore non si è accorto che a) la frase non ha alcun senso b) le four-letter words non sono altro che le parolacce.

Questo giallo mi ha sbomballato © Lonza65

Questo giallo mi ha sbomballato © Lonza65

Comunque il libro è un giallo, non un porno, e il mistero e la tensione dovrebbero essere atmosfere presenti e palpabili. Invece si ride a schiattapanza. Rimanendo in tema anatomico, un’altra perla. È risaputo che le parolacce sono le prime che si imparano in una lingua straniera, ma il nostro traduttore ha, probabilmente, studiato l’inglese dalle Orsoline dato che ha tradotto  con “buco di c***” un asshole che ormai anche i muri sanno che si rende con “str****”. Per apprezzare l’effetto esilarante, ecco la frase completa, pronunciata da un personaggio femminile che ha scoperto di essere incinta del suo ragazzo, una specie di balordo microcefalo.

“- Comunque, non me ne importa – dissi. – Non me ne frega più niente di niente. Del bambino, di quel buco di culo del padre e di quello che mi succederà.”

Mi viene da pensare che, oltre ad averci studiato, dalle Orsoline, il traduttore ci viva assieme, senza alcun contatto con la vita reale. Per finire con le frasi idiomatiche, l’ultima (in realtà ce ne sono a mazzetti da dieci, ma non vale la pena insistere):

“- D’accordo, lo pensavo sul serio. C’è della gente (sic) che non giudica un libro dalla copertina.

Un lettore scaltro (ma anche uno tonto) capisce che la frase significa “c’è gente che non giudica dalle apparenze”, ma che fatica gli costava al traduttore metterlo in un italiano decente? Italiano che è stato maltrattato o per lo meno usato alla “pene di segugio” (c.d.c.): lo scompartimento dei guanti (glove box) poteva essere reso con un meno strampalato ma più efficace vano portaoggetti dell’auto; la barretta energetica di solito si scarta e non si sfascia, a meno che la fame non sia così arretrata da far disintegrare la confezione; nella conversazione di tutti i giorni nemmeno il presidente dell’Accademia della Crusca dice “cassetta dei presidi medici”, ma più semplicemente cassetta dei medicinali e, per rilassarsi, si fuma un sigaro e non un “panatela”. E avanti così.

Ad un certo punto viene riportato un verso della poesia Richard Cory di E. A. Robinson, senza nessuna spiegazione. Le note a piè di pagina sono antipatiche, si sa, ma una sola nota in un testo intero semplifica la lettura, in fondo non siamo tenuti a sapere per forza chi era e che cosa ha fatto Richard Cory (che poi, tra l’altro, è anche una canzone di Simon e Garfunkel, se proprio non ci vogliamo impantanare nel dotto mondo della poesia). Ma magari una nota ci spinge ad approfondire la faccenda. Si potrebbe fare “una modesta proposta” alla redazione dei Gialli Mondadori. Invece di uscire settimanalmente, non sarebbe meglio diradare le uscite e curare di più i contenuti? Magari si riesce ad acchiappare qualche lettore in più.

Se al posto di un libro, quello di cui sto parlando fosse un oggetto qualsiasi, andrei da chi me l’ha venduto e gli direi di cambiarlo, perché non funziona. Tutti noi protestiamo se, a fronte di un esborso monetario, non riceviamo una contropartita pari agli standard che ci sono stati promessi. Perché non lo possiamo fare anche coi libri?

Mi sono accorta che non ho spiegato la sigla TdM. A questo punto credo che sia piuttosto inutile farlo, da lettori scaltri ed accorti quali siete l’avrete abbondantemente capito.

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3 risposte a Le gioie della lettura e i dolori della TdM

  1. Ella von Matsch ha detto:

    Voglio il nome.

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  2. loretta ha detto:

    Io penso che tu non possa leggere i libri tradotti da altri perchè la sofferenza è troppa.
    Tu dovresti scrivere libri, perchè ti riesce molto bene e rendi felice chi ti legge:

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