La gioia della musica

Per Pasqua, un raccontino di fantasia, che ho inviato due anni fa ad un concorso con tema “Donne ai tempi della crisi”, e che, per pura e semplice botta di fortuna con la “c”, è stato selezionato e incluso in un volumetto. Visto che la contingenza è ancora attuale – anche se ci dicono che la crisi è alle spalle – e che in questi giorni cade il sesto anniversario del terremoto de L’Aquila, lo pubblico adesso, con tanti auguri di buona Pasqua a tutti.

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Era contenta di tornare a casa per Pasqua, quell’anno. Eleonora viveva e lavorava a Milano da alcuni anni, da quando una borsa di studio le aveva permesso di perfezionare lo studio del violoncello presso l’Orchestra della Scala. Per vari motivi, negli ultimi due anni, non era riuscita a raggiungere la famiglia, ma quell’anno ce l’aveva fatta. Anzi, lei e Arturo erano addirittura riusciti ad arrivare una settimana prima. Loro due erano praticamente una cosa sola, uno il prolungamento dell’altra, lei che inviava vibrazioni e lui che le riceveva e le amplificava nella sua cassa armonica. Arturo era il violoncello di Eleonora, chiamato così perché, con buona probabilità, era appartenuto a un giovanissimo Toscanini, prima che diventasse il più grande di tutti, non come violoncellista ma come direttore d’orchestra. Per una serie di coincidenze incredibili – se non fossero incredibili, non sarebbero coincidenze – era diventato proprietà di una giovane promettente musicista abruzzese. Per la Pasqua 2009 lei e Arturo erano partiti per L’Aquila.

Mamma Ersilia era al settimo cielo. Nonostante il freddo pungente, la stanchezza e le  mille incombenze, correva su e giù da casa al mercato, dal mercato al fruttivendolo, dal fruttivendolo alla pescheria per preparare il menù di Pasqua per quella figlia che si nutriva di cotolette precotte e casseoula – se andava bene – o di panini e tramezzini, il più delle volte. Vivere a Milano era costoso, la borsa di studio copriva a malapena le spese vive e chissà se e cosa mangiava, la ragazza, tra una lezione e un’altra, tra un concerto e una cerimonia di matrimonio con musica. Mamma Ersilia, adesso che papà Sergio era mangiato vivo dall’artrosi e non ce la faceva più a salire e scendere la scala da imbianchino come prima, si arrangiava come poteva: come sarta, faceva il fondo a pantaloni, rivoltava i colli alle camicie, rimetteva a modello giacche e cappotti. La gente cominciava a rendersi conto che erano finiti i tempi del “buttare via”. Dopo la sbornia consumistica, qualcuno aveva tirato fuori questa moda delle tre erre che altro non era che la versione moderna delle sane abitudini contadine di riparare, riutilizzare e riciclare le cose. Una donna semplice e asciutta, senza sovrastrutture, Ersilia. L’unica deroga al suo stile severo era la “Presentosa”, quel pendente a forma di stella, abbellito da filigrane tra una punta e un’altra e da due cuori al centro, ricco di storia e di tradizione, che portava sempre appeso al collo, anche quando dormiva. Un orafo della città, collezionista di antichità, ogni volta che incrociava Ersilia per il corso, se la mangiava con gli occhi, quella gioia così antica. Erano conoscenti di vecchia data e lui, di tanto in tanto rilanciava l’offerta. Ersilia arrossiva di piacere ma il suo era sempre un cortese rifiuto.

Alle 3.32 di quel lunedì della Settimana Santa corsero tutti in strada, in pigiama, stravolti dalla paura e dall’angoscia di aver perduto qualcuno. A casa di Ersilia erano tutti salvi, sconvolti nell’animo ma intatti nel fisico. Tranne Eleonora, la quale, seppur fisicamente intera, pativa la perdita di Arturo, rimasto sotto le macerie dell’unica parte della casa che aveva subìto danni seri. Di andarlo a recuperare subito, neanche a parlarne. I Vigili del Fuoco erano stati chiari, per il momento in casa non si saliva.

3.32 ©LaRepubblica

3.32 © LaRepubblica

Passato il primo momento di caos, Eleonora ritornò a Milano, come se un braccio le fosse stato amputato. Nei mesi seguenti, la generosità di enti privati e di cittadini amanti della musica le permisero di avere uno strumento suo, che lei chiamava “il trovatello”. Lo suonava con amore, con dedizione e impegno, concedendogli le cure di cui necessitava, ma il pensiero era sempre per Arturo. Quasi ogni sera telefonava a casa per sapere se era stato recuperato e mamma invariabilmente rispondeva con un silenzio pesante, all’altro capo del filo.

Mamma Ersilia invece, l’aveva recuperato, Arturo. Il giorno in cui i pompieri erano saliti per valutare i danni della casa, aveva dato il tormento al caposquadra per vedere se era possibile tirare fuori Arturo dalle macerie e lui stesso le aveva riportato la custodia sfondata dentro la quale giaceva non più lo strumento elegante e nobile dal timbro così simile alla voce umana, ma un giocattolo informe, sfibrato e sconnesso come se fosse stato scaraventato via con violenza da un bambino capriccioso. Ersilia preferì dire una bugia piuttosto che far soffrire ancora la figlia.

La vita è quella cosa che ti succede mentre sei impegnato a fare progetti, diceva Lennon. Eleonora aveva ben colto il significato di quella frase, quando il terremoto le aveva mandato all’aria i suoi sogni. Dopo tre anni, tra corsi e concerti, il destino aveva sparigliato ancora una volta le carte, ma questa volta in meglio. La Direzione del teatro l’aveva nominata prima solista per il concerto di violoncello che avrebbe aperto la stagione concertistica. Un onore e un privilegio per lei, ma Arturo non avrebbe partecipato.  Anche se il tono della voce della figlia era felice, quando le comunicò la notizia, mamma Ersilia aveva avvertito la malinconia della figlia per lo strumento prediletto. Per farlo riparare, il liutaio aveva chiesto una cifra impensabile, nonostante si accontentasse di un rimborso spese. Dopo il terremoto la situazione finanziaria si era complicata, non solo per Ersilia e la sua famiglia, ma per tutti, in città e un po’ ovunque. Nemmeno lavorando giorno e notte avrebbe raccolto una cifra così importante in così poco tempo. Bisognava trovare un’altra soluzione e la mente di Ersilia, abituata da sempre a far fronte agli imprevisti, si mise in moto.

Quindici giorni prima del concerto di apertura della stagione concertistica, un fattorino della liuteria più famosa di Cremona bussò alla porta del monolocale di Eleonora e lasciò una custodia in carbonio grigio scuro con dentro un violoncello. Aveva piccole cicatrici sul dorso della cassa, il ricciolo era stato rifatto ma indubbiamente, era lui. Quell’arto amputato era miracolosamente ricresciuto, non solo uguale nella forma ma arricchito nel suono. Sembrava più saggio e più maturo. Eleonora chiamò subito a casa.

“Mamma, ma come hai fatto?”

“Non ti preoccupare, Dio vede e provvede.”

“Verrete a sentirmi, per il primo concerto?”

“Certo, tesoro, veniamo tutti.”

Eleonora era contenta che ci fosse la sua famiglia, sentiva di ricambiare con la musica anni di sacrifici di tutti perché lei potesse seguire la propria inclinazione. E sapeva che erano lì perché la presentosa della mamma brillava nell’oscurità della platea come un piccolo sole, che la confortava e la faceva sentire a casa. Mancavano dieci minuti all’inizio del concerto ed Eleonora, in quinta, controllava l’afflusso di pubblico. La sua famiglia aveva incontrato un po’ di traffico lungo la strada ma sarebbero arrivati in tempo. Il direttore di scena aveva appena ordinato agli orchestrali di salire sul palco che mamma, papà e il fratello piccolo Matteo, si erano accomodati in seconda fila. Si sentì sollevata, anche se notò che la mamma si teneva una mano sul petto. Starà male? O sarà solo un po’ di ansia? Un dettaglio che non riusciva ad afferrare le ronzava in testa e le causava un leggero disagio. Dopo che gli orchestrali si accomodarono, il direttore d’orchestra la raggiunse per entrare insieme, come da protocollo. Prese posto a destra del podio e sorrise al pubblico, ancora illuminato dalle luci di sala. Vide mamma che le sorrideva orgogliosa, staccava la mano dal petto per stringere quella di papà da un lato e quella di Matteo dall’altra.

Fu una frazione di secondo. In quell’attimo magico in cui il direttore solleva la bacchetta e il pubblico trattiene il fiato, tutti i pezzi del rompicapo andarono a posto. Per puro istinto musicale colse con esattezza l’attacco del maestro, mentre lacrime di gratitudine, di dolore e di rabbia le impedivano di leggere lo spartito.

Per fortuna sua, lo sapeva a memoria.

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2 risposte a La gioia della musica

  1. loretta ha detto:

    Mi piacerebbe sapere perchè non dai il vero valore alle tue parole. Sei sempre insoddisfatta di ciò che scrivi. Lascia che siano gli altri a giudicare. Scrivi sempre in modo da dare al lettore emozioni forti, sia che il racconto sia serio, sia che sia umoristico. Complimenti Lorenza e grazie di condividere con noi i tuoi capolavori. Loretta

    Mi piace

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