Cuochi si diventa e anfitrioni si nasce. O viceversa?

Ieri ho ripreso in mano il libro di Allan Bay “Cuochi si diventa“, per controllare una ricetta. È un libro da tenere fisso sul piano di lavoro in cucina, perché è un compendio di tutto quello che serve per stare in cucina, si legge come un romanzo ma anche come un manuale e si imparano un sacco di cose utili. Tranquilli, non ho intenzione di ammorbare nessuno con ricette e ingredienti astrusi. Sono anni ormai che viviamo ostaggi di programmi di cucina, corsi di cucina, videoricette di cucina, rubriche di cucina, riviste di cucina, qualsiasi-cosa-di-cucina. Chiunque, dall’arrotino al broker di borsa si sente in dovere di pontificare su tecniche di glassatura, frollatura, sfilettatura, impasto, bollitura, cottura, mantecatura. Le massaie ormai venerano più di padrepio le numerose benedetteparodi o le iper-pettorute antonelleclerici che passano con disinvoltura da un cetriolo ad un altro. Lontano, ma nemmeno poi tanto, il tempo in cui l’insopportabile professore di spagnolo, urlava con orrore: “El hombre a la cocina? maricón perdido!” peraltro in una facoltà in cui il 99% degli studenti maschi era gay militante. Complimenti per la discrezione e la delicatezza. Erano tempi in cui cucinare era considerata un’occupazione pallosa, roba da agenda di Suor Germana o poco più e i maschi etero erano convinti di diventare tetraplegici solo avvicinandosi al cassetto delle posate o alla chiavetta del gas. Li rimpiango molto, quei tempi (non per il professore, ovviamente) perché sono stanca di sentire il conoscente, che fino al giorno prima si nutriva esclusivamente di sofficini Findus, discettare sulla inarrivabile bontà del pecorino di Farindola (che non mangia, perché costa il triplo del pecorino normale ma che conosce alla perfezione perché il cugino del fratello della cognata una volta lo ha mangiato e gli ha detto che è buono). Oppure l’amica che ti fracassa le gonadi per tre ore su come raggiungere il perfetto punto di cottura del brasato al Barolo, per poi scoprire che non solo non cucina mai, né il brasato né nessun’altra cosa nemmeno l’uovo sodo e invece ha allestito un presepe permanente all’interno del forno, ché tanto non lo usa mai. Sono stanca di vedere i carlicracchi, i simonirugiati, i joebastianichi e compagnia cantando indignarsi fino a farsi venire le convulsioni per procedure di cottura poco ortodosse – ma che fanno risparmiare tempo e fatica – salvo poi chiudere occhi, orecchie e papille gustative davanti al contratto multimilionario per promuovere una patatina fritta o un rotolo di pasta sfoglia industriale. Pecunia non olet. E nemmeno la patata. Figuriamoci la pasta sfoglia. contetacchia Con tutta questa offerta formativa gastronomica, somministrata H24 su ogni media, mi aspetterei di verificare l’attuazione di tutta questa teoria, non dico al 100% ma almeno a 10%. Potrei aspettare fino alla consumazione dei secoli, perché ho la conferma che la gente guarda i programmi di cucina come se fossero film o fiction a puntate. Nessuno invita più nessuno a cena o a pranzo, al massimo si va in trattoria ma la buona abitudine di ricevere (e ricambiare l’invito) è tramontata per sempre. Almeno da queste parti. Il pranzo viene servito in tv e pare che sia sufficiente. Al termine della trasmissione, col solito super ospite che assaggia il piatto e dice “mmm… squisitooo!!!” la faccenda finisce lì e lo sguardo del telecommensale, dallo schermo – piatto – della tv si trasferisce al piatto dove troneggiano le Panatine Rovagnati, sfornate calde calde dal microonde. Squisitooo??? Non proprio. Quando vado a fare la spesa, sono vittima di questo voyeurismo da carrello e noto che la quantità di prodotti pre-confezionati, pre-cotti, pre-mangiati, pre-digeriti e pre-evacuati è inversamente proporzionale all’età di chi spinge il carrello. Difficilmente una persona di 60 anni mette nel carrello i Teneroni o una confezione di Viva la Mamma, perché sa benissimo che oltre a costare una fortuna, hanno quella bella consistenza di polistirolo espanso che quando ne metti in bocca un boccone mastichi per mezz’ora senza sentire alcun sapore. Quindi, come sempre, si predica bene e tanto e si razzola male e poco.

Ma tra le elucubrazioni culinarie da Gambero Rosso e i Quattro salti in padella, possibile che non esista una via di mezzo? In effetti c’è e si chiama “social eating” oppure “cene al buio”. Ci sono persone che amano cucinare davvero (incredibile!) e che mettono a disposizione la loro casa a un numero limitato di invitati che non si conoscono tra di loro. Grazie alla rete e a siti come People Cooks oppure Gnammo è possibile sapere dove e cosa mangiare ad un prezzo più che ragionevole. La novità è sbarcata anche sulle sponde dell’Adriatico e la curiosità è così tanta che ci ho mandato il Mostro Inviato.

Stay tuned.

5 risposte a "Cuochi si diventa e anfitrioni si nasce. O viceversa?"

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  1. Io assaggio tutto, cucino modificando OGNI ricetta (con scuorno del coniuge che supplica: “…almeno una volta fai come c’è scritto!!!” ma poi si magna con gusto le mie elucubrazioni culinarie) e soffro di ipocondria post-prandiale.
    Del tipo: mmmm buona, ma che cos’è questa robina qua? (non proseguo con la canzone ma la mia pancia non sempre apprezza!).
    Comunque attendo anch’io con ansia la prossima puntata, anche perchè molto mi incuriosisce questo “al buio”
    Stasera esperimento: spezzatino di cinghiale in umido con polenta al tartufo. Inutile dire che ho solo sbirciato la ricetta, ma poi, … ai palati l’ardua sentenza.
    P.S.: ma nelle cene “al buio” chi ha cucinato mangia con i commensali o aspetta le loro reazioni all’avvelenamento?

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