Tutti dicono “how are you”

NYC, 25 settembre – Da questa parte dell’oceano i commessi, gli impiegati, chiunque abbia a che fare con il pubblico saluta il cliente con “Hello, how are you?” detto tutto d’un fiato. Da noi si chiede “come stai” a persone con cui si ha un minimo di conoscenza, qui invece a chiunque. Non è che il commesso che dice “hellohowareyou” (tutto attaccato) vuole proprio proprio sapere come stai, ma è comunque un modo carino per stabilire un contatto. Per contro, se qui da noi chiedi “come stai?” da qualche tempo a questa parte non si risponde più “bene” oppure “non c’è male” ma la domanda viene presa sul serio e l’interrogato – specie se ha superato una certa età – inizia a parlare come un internista del policlinico. Penso che sia dovuto alla necessità di interagire col prossimo, alla voglia di socializzazione, dalla scarsità di contatti umani  ma la malattia, benché ahimè nota a tutti, non è certo un argomento da sbregarsi dalle risate. Anzi. Mi è capitato di recente con una vicina di casa, una signora con cui ho un rapporto molto formale, il classico buongiorno-buonasera-che-tempaccio/che-bella-giornata-oggi-non-ci-sono-più-le-mezze-stagioni.

«Buongiorno signora X, come sta?»

«Ma sa, dopo che mi hanno fatto la colonscopia a pelo vivo perché sono allergica al Narcolexan, sono stata in cura con pastiglie di Vomitrol e Acidofen, ma poi mi hanno creato problemi per cui ho sospeso e sono passata a Budelloz compresse, non gocce che, come ben sa,  (!) danno problemi ai reni, allora per copertura prendo Nefritin e Pisciulet, che hanno come effetto collaterale la stitichezza, allora sono passata a Cagaril in pasticche e poi se non funziona, Polverepirichin in bustine effervescenti. Ma per il resto, sto una favola».

A parte che non conosco nessuna medicina oltre la classica aspirina e non so per niente bene tutti gli effetti collaterali dei farmaci, ma è questo il modo di investire di parole una poveretta che voleva essere gentile? Comunque, negli States se rispondi così a uno che ti dice hellohowareyou, ti portano direttamente in manicomio e buttano la chiave (e a ragione). Tutto questo pippone per dire che  hellohowareyou è un bel modo di iniziare un discorso ma che non va proprio preso alla lettera. Un semplice, “fine, thanks” è più che sufficiente. Capito, signora X?

Time is money 

I ritmi del turista sono sempre più  blandi e rilassati del cittadino residente che nella sua città ci lavora e ci vive, di solito a ritmi insostenibili. Se questo è vero in generale, a New York la fretta assume contorni patologici. La colazione da Starbuck’s è un indicatore della frenesia di chi lavora qui. Basta appoggiarsi al tavolo in fondo al locale all’ora di punta e osservare la fauna umana, come farebbe una Margared Mead qualsiasi con gli abitanti delle isole Samoa oppure un Cesare Lombroso in un penitenziario.

Orologio sulla facciata di Tiffany's. Time is… diamonds © Lonza65

Orologio sulla facciata di Tiffany’s. Time is… diamonds © Lonza65

Gli impiegati entrano con le cuffie nelle orecchie parlando a razzo al telefono con lo sguardo perso nel vuoto oppure smanettano compulsivamente sull’iPhone (qui 9 su 10 ce l’hanno e c’è una app per tutto, poi vi dico). Si mettono in fila in perfetto stile anglosassone  e nel giro di pochi minuti, ordinano, pagano (facendo passare il telefono su un aggeggio che gli scala il credito), aspettano due minuti il bicchierone di sbobbazza e fuggono via in ufficio, per arrivare prima di un capo che immagino in stile Miranda Priestley, pronto a umiliarli. Che cosa si sono inventati quelli di Starbuck’s per non far aspettare nemmeno quei due minuti necessari a preparare il bibitone? Un dipendente si mette a fianco della fila e ti chiede educatamente come ti chiami e che cosa vuoi bere e/o mangiare. Tu glielo dici e lui via radio trasmette la tua ordinazione al barista (distante non più di tre o quattro metri) munito di cuffie e microfono  che prepara il caffè e riscalda la pastarella, così che nel mentre che la fila va avanti, arriva il tuo turno e paghi, l’ordinazione è pronta e puoi andartene in velocità. Il locale serve più persone, il cliente arriva prima in ufficio, lavora di più, si stressa di più e quello che guadagna di più lo regala allo shrink, lo strizzacervelli, perché lo aiuti a uscire dallo stato di stress perenne in cui vive. Quei pochi clienti che si siedono dentro al locale appoggiano il tablet o il portatile al tavolo e scrivono email, chattano o videochiamano su Skype, ognuno racchiuso in una bolla informatica che esclude quelli che sono a fianco. In tutta questa aridità di rapporti, l’unico brandello di interazione umana personalizzata è il barista che legge ad alta voce il tuo nome scritto sul bicchiere. E ci azzecca pure.

Questa volta l'hanno scritto giusto © Lonza65

Questa volta l’hanno scritto giusto © Lonza65

Un’app per ogni cosa

Quello che una volta, prima dell’avvento degli smartphone, si faceva a mano oppure con qualche strumento, consultando qualche manuale o qualche libro, adesso lo fa la “app” installata sul telefono. Di per sé è una cosa abbastanza buona, ma dato che la app è facile da ottenere, la maggior parte è gratis e più spesso che no è inutile, siamo arrivati ad avere sul telefono cose assurde, per esempio, la bolla da carpentiere. Molto utile se sei falegname, ma se il tuo lavoro è vendere azioni in borsa un po’ meno. Oppure la app della rosa dei venti: ottima per il marinaio, ma non per l’infermiere di sala operatoria. Il commesso di Macy’s ha una app per la conversione delle taglie dal sistema anglosassone a quello europeo, il tassista ha un’app per calcolare un percorso alternativo se c’è l’imbottigliamento. E queste hanno una loro utilità. Gli sviluppatori però si sono fatti prendere la mano e hanno ideato anche app totalmente inutili come iFart (riproduzione di peti) oppure iSteam che simula l’appannamento di un vetro sul quale scrivere col dito. Ed è anche a pagamento. Vorrei sapere quante ne hanno vendute. Andando avanti di questo passo, se avete bisogno di rintracciare una monaca di clausura c’è Sister APP, se vi serve una stampella per gli abiti c’è APPendino, all’ora dell’aperitivo, usate stAPPami un Crodino e se qualcosa va storto, imprecare con porcAPPuttana! verrà meglio. Spero che qualcuno si inventi anche vazzAPPare, unica applicazione in grado di restituire le braccia rubate all’agricoltura che usano tutte queste boiate.

VazzApp © da internet

VazzApp © da internet

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2 risposte a Tutti dicono “how are you”

  1. saulo ha detto:

    complice una traduzione, tempo fa ho scoperto che Starbucks, come tanti altri, ha implementato l’approccio “lean production” o “lean manufacturing” al suo processo di erogazione di caffè e affini. nessun movimento o gesto dei baristi è a caso, una perfetta catena di montaggio. la “spiega” data dal management, ovvero che il personale così avrebbe più tempo per interagire con il cliente è, direi, ridicola. Negli States impera il sistema delle mance. http://www.smartplanet.com/blog/smart-takes/starbucks-eyes-lean-manufacturing-techniques/

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    • lonza65 ha detto:

      Ma come farei senza di te… ❤
      Sono ridicoli nella loro smania di irreggimentare tutto ma se una cosa esce dalla procedura affogano in un bicchier d'acqua. E che dire del waiter/waitress di turno che esordisce "Hi my name is [quellocheè] and I will be taking care of you tonight" Cosa non si fa per una mancia cospicua…

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