Stelline in Broadway

Times Square, martedì 23 settembre – Le attività di oggi (cazzeggio per la città, visita al Museo di Storia Naturale e shopping selvaggio da Uniqlo) sono state, almeno per me, un riempitivo per tirare fino a sera. Perché stasera si va a teatro. Il musical è un’espressione artistica tipicamente americana che vale la pena di vedere, almeno una volta, visto che gli riesce particolarmente bene. Un po’ come mangiare la pizza a Napoli oppure gli arrosticini a Villa Celiera: sono cose che vanno fatte nel luogo in cui sono nate. Quando abbiamo deciso che ci saremmo concessi questo sfizio, gli spettacoli candidati erano Il fantasma dell’opera (per me) e Chicago (per il prode G.). Non so bene come e nemmeno perché, alla fine la scelta è caduta su Il Re Leone, che non c’entra niente con nessuno dei due. Ma non importa: è l’esperienza in sé che va vissuta.

Il Minskoff Theater si trova sulla 45° strada nel cuore del Theater District e per arrivarci si passa (quasi obbligatoriamente) da Times Square, una specie di malabolgia dantesca che di sera è illuminata dagli schermi pubblicitari e dalle insegne dei negozi, e questo bene o male l’abbiamo visto in almeno un milione di foto e video. Quello che stordisce è invece il rumore, musica a palla, turisti che parlano tutti assieme  e, per non farci mancare niente, anche il cantiere stradale aperto di sera con il motopicco e l’escavatore a tutto swing.

Times Square © Giuseppe Marone

Times Square © Giuseppe Marone

Quasi ogni sera c’è qualche evento – stasera c’è l’ente per il turismo indiano che allestisce balletti e canzoni in stile Bollywood (ma come gli è venuto in mente… come rubare in casa del ladro!) e se non c’è niente di organizzato in piazza, la gente che stazione a tutte le ore è sufficiente per creare un evento in sé. Il teatro è proprio dietro l’angolo con la 45° strada e da svariati anni ospita il Re Leone. Nonostante sia un giorno feriale qualsiasi, l’affluenza di pubblico è molto alta. All’ingresso una tizia urla come un’aquila (“This way pleeeeeeeezzzz”) e smista la folla. Dopo aver passato il controllo delle borse e del biglietto, si sale per una scala e si arriva davanti alle porte della platea. Una tizia in uniforme ti chiede il numero del posto e in base a quello ti dice dove metterti in fila per essere dalla parte giusta. Guai se ti trovi dalla parte sbagliata. Dopo qualche minuto di attesa, durante il quale diamo un’occhiata all’immancabile negozio di gadget posto

The Lion (King) doesn't sleep tonight © Lonza65

The Lion (King) doesn’t sleep tonight © Lonza65

strategicamente proprio davanti all’ingresso alla sala, si aprono le porte e un altro addetto ci dà un opuscolo informativo e un altro ancora ci accompagna alla fila dov’è la poltrona. Sono sicura che c’è anche un accompagnatore anche per andare al bagno (evenienza non verificatasi). Bisogna dire che non ci si sente abbandonati, c’è sempre qualcuno, anzi più di qualcuno, ogni dieci metri che ti accudisce. O ti controlla. Dipende dai punti di vista. Alla mia sinistra è seduto il prode G., alla mia destra una coppia di signore cinesi, all’apparenza molto simili per incarnato ed età all’esercito Xian in terracotta, forse anche anteriori, che appena sedute piombano in un sonno catalettico. Nel frattempo la sala si riempie a uovo finché alle 19,10 si abbassano le luci in sala e il rituale messaggio che è  vietato scattare foto, effettuare registrazioni audio e video indicano che ci siamo. Come ai concerti, c’è un momento magico in cui tutti sembrano trattenere il fiato, il tempo è come sospeso. È questione di un attimo, sembra di essere congelati nel tempo e nel momento in cui ti chiedi che cos’è è già finito e vieni avvolto dalla magia della rappresentazione, dalla potenza delle voci, dal bagliore delle scene e dalla fantasia dei costumi. Lo spettacolo dura circa due ore abbondanti con un intervallo di un quarto d’ora (durante il quale le cinesi si rituffano nel loro coma farmacologico per poi risalirne all’inizio del secondo atto, fresche come rose) ma non ce ne accorgiamo e quando arriva il quadro finale, che riprende quello di apertura, The Circle Of Life, in un tripudio di applausi e di cellulari che scattano all’impazzata, sembra che ci siamo appena seduti.

All’uscita del teatro, un languore allo stomaco ci avverte che sarebbe ora di cenare. Ma che cosa, le stelline (in Broadway)? (cosa mi tocca inventare per  giustificare il titolo…). Ma certo che no, mica possiamo mangiare minestrina in America. E allora, non badiamo a spese e ci concediamo un sontuoso hamburger e anche una Budweiser (va’, crepi l’avarizia!) dal prestigioso ed esclusivo Shake Shack.

Sarà stata la fame ma era proprio buono.

 

 

 

 

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2 risposte a Stelline in Broadway

  1. Manfry ha detto:

    Leggo e apprezzo, ma mi astengo dai commenti….troppo coinvolta !!!

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  2. Alessandra ha detto:

    … all’epoca assistemmo allo spettacolo degli STOMP, http://www.youtube.com/watch?v=Zu15Ou-jKM0) e poi cena in un sushi bar. Ma che nostalgia: sto rivivendo con te quel viaggio di quasi vent’anni fa! Grazie

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