Liberty va cercando, ch’è sì cara…

(Ti prego non fare domande:

questa è quella Terra Dorata)

Il vaporetto bianco, il «Peter Stuyvesant», che scaricava gli immigrati dal tanfo e dal pulsare della classe ponte al tanfo e al pulsare dei casamenti di New York, ondeggiava appena sull’acqua accanto al molo di pietra dalla parte sottovento delle baracche stinte e dalle nuove costruzioni in mattoni di Ellis Island.

[…]

Era il maggio dell’anno 1907, l’anno destinato a portare il maggior numero di immigranti alle rive degli Stati Uniti. Tutto il giorno, come ogni giorno dall’inizio della primavera, i ponti del vaporetto erano stati affollati da centinaia e centinaia di stranieri, originari di quasi ogni terra sotto il sole – il tèutone mascelluto con i capelli tagliati cortissimi, il russo dalla gran barba, l’ebreo dalle basette spelacchiate, e in mezzo ad essi contadini slovacchi dalle facce docili, armeni dalle guance lisce e scure, greci foruncolosi, danesi dalle palpebre grinzose. Tutto il giorno i suoi ponti erano stati pieni di colore, una matrice dei vividi costumi di altre terre, i grembiali screziati verdi e gialli, i fazzolettoni fioriti, stoffa tessuta in casa e ricamata, il panciotto di pelle di pecora guarnito d’argento, le sciarpe sgargianti, stivali gialli, berretti di pelliccia, caffettani, smorte gabardine.

(Henry Roth, Chiamalo sonno, Garzanti, 1986, traduzione di Mario Materassi)

Battery Park, lunedì 22 settembre – Sono così tante le emozioni che ho provato appena ho messo piede ad Ellis Island che non so che post ne uscirà. Non ho ancora sistemato bene le idee, tanta era la curiosità di vedere il posto che ha visto nascere – letteralmente – gli Stati Uniti come li conosciamo adesso. La visita alla “porta dell’America” e all’attigua isola che ospita la statua della Libertà, per quanto intruppata, organizzata, routinaria, schematizzata, regolamentata per fare in modo di gestire giornalmente orde di turisti, è stata un’esperienza personale e coinvolgente. Da Battery Park, sulla punta sud di Manhattan, parte una specie di vaporetto stracarico di turisti che porta prima a Liberty Island e poi ad Ellis Island. Non so quante migliaia di persone le visitano ogni giorno, immagino parecchie. Quando sono andata a prendere il biglietto, un tizio del personale mi tira per la manica e mi dice che oggi è il compleanno di Samantha, la cassiera. Mi chiede se mi ricordo di farle gli auguri. Resto talmente spiazzata che mi faccio ripetere la faccenda: proprio così, oggi è il compleanno di Samantha. Alla fine del turno di lavoro questo tizio avrà fermato mille persone alle quali avrà chiesto mille volte di augurare buon compleanno a Samantha.  Samantha avrà ricevuto gli auguri da centinaia di sconosciuti. Compresi i miei. E questo è un popolo che manda ancora  la gente sulla sedia elettrica oppure vende pistole e fucili sullo scaffale di un supermercato a fianco delle confezioni di fiocchi d’avena.

Siamo così abituati a vedere Lady Liberty riprodotta su tutto e declinata in qualsiasi maniera che pensavo non mi suscitasse alcuna emozione. Però, a conoscerla di persona, fa tutt’altro effetto, questa austera signora impaludata in un peplo franco-americano, con la torcia in mano ad illuminare il mondo. Ci sarebbe molto da dire sul come è stato interpretato il significato di libertà, ad esempio chiedendolo ai nativi, ma non è questa la sede. Lei, la Lady, è comunque bellissima, fotografatissima, corteggiatissima, iconicissima, qualsiasi cosa che la riguarda è -issima. È uno sfondo perfetto per un selfie, barbaro rito della società dell’immagine, al quale nemmeno la sottoscritta, refrattaria ad ogni tipo di foto, sa resistere. (Ma non lo pubblico, i vizi devono rimanere privati, le virtù pubbliche. Comunque è stato scattato senza il famigerato bastone).

The New Colossus © Lonza65

The New Colossus © Lonza65

Dopo un giretto nell’isola, riprendiamo il traghettone per Ellis Island. Per quanto mi riguarda, questo è il posto che ho sempre voluto visitare, dopo tante letture meravigliose, tanti film, tanti racconti di chi per la porta dell’America ci è passato veramente. Entrare nella Luggage Room, la sala dei bagagli al piano terra è come viaggiare nel tempo. In una grande teca sono esposte alcune masserizie degli emigranti, oggetti che con molta probabilità, si trovano ancora in alcune case dei paesi dell’entroterra, esposti come cimeli. Parlano di un attaccamento alle cose quando queste avevano un valore che andava oltre quello del loro semplice utilizzo, erano un pezzo di casa, ricordi di affetti lasciati dall’altra parte dell’oceano. Poi si sale alla Registry Room, che adesso è completamente sgombra ma che è facile immaginare brulicante di persone, le “tonnellate umane” come venivano chiamate dalle società di navigazione, con decine di lingue che si sovrapponevano le une alle altre. Dalla memoria è riaffiorato l’incipit di Chiamalo sonno e davanti agli occhi avevo quei colori, sotto al naso quegli odori, nelle orecchie quel brusìo, nella pancia quella sensazione di disagio per essere in un luogo nuovo. Mi immagino i nostri nonni che, dalla realtà del loro paese, si trovano catapultati in un ambiente sconosciuto con decine e decine di persone che non parlavano la loro lingua, che non avevano nessun punto di riferimento se non un parente o un amico. Gente che scappava dalla miseria o dalle dittature, avventurieri o lavoratori, passavano tutti di qui. L’attiguo museo dell’immigrazione – nonostante abbia subito seri danni due anni fa a causa dell’uragano Sandy – è fruibile al 90% ed è imperdibile. È più semplice andarlo a vedere che descriverlo.

Ritornare a Battery Park dopo un’esperienza così forte, è come sbarcare sulla luna. Ci vuole un po’ per riabituarsi a passeggiare in mezzo ai grattacieli, a vedere la gente che gira per strada perennemente attaccata al cellulare, vestita con abiti di tessuti moderni e con capelli di vari colori. Decidiamo di passare per il Financial District ma ci sono imponenti sbarramenti, sono in corso le manifestazioni “di contorno” alla marcia per il clima del giorno prima. I manifestanti sono nei pressi di Wall Street, sono tantissimi ma di più sono le emittenti televisive e i giornalisti. Noto con dispiacere che l’età media dei partecipanti è piuttosto alta, sono quelli che nel ’68 mettevano i fiori nei cannoni (oppure sono morti in Vietnam). Ai giovani del clima non gliene frega niente, sono in fila per acquistare l’iphone 6 appena uscito. Tutto transennato, non si passa da quasi nessuna parte. I poliziotti sono in assetto antisommossa, anche se il più temibile dei manifestanti è questo:

Pericoloso manifestante davanti a Wall Street © Lonza65

Pericoloso manifestante davanti a Wall Street © Lonza65

Per spostarsi in città, i poliziotti di NY usano uno scooter della Piaggio: il Liberty. Disintegrato in un attimo il mito dei poliziotti in sella alle moto, dei telefilm dei Chips (chi se li ricorda? hanno ammorbato l’adolescenza a noi baby boomers) e tutta la moto-logia a seguire.  Orgoglio italiano e omaggio al monumento più famoso d’America in una sola parola. Sarà una coincidenza?

Piaggio rulez © Lonza65

Piaggio rulez © Lonza65

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5 risposte a Liberty va cercando, ch’è sì cara…

  1. Luciana ha detto:

    Mi hai fatto tornare le stesse emozioni che ho provato quel giorno..
    Credo che insieme alle fontana delle torri gemelle Ellis Island è stato uno dei posti più intensi e “sacri” di New York.
    Una cosa che mi è rimasta in mente della audio guida è che molte persone che arrivavano spaesate e intimidite non riuscendo ad esprimersi venivano poi mandate indietro perché giudicate malate di mente, mentre la loro era solo emozione e speranza.
    Bellissimo racconto Lorenzix!!!

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  2. guido mura ha detto:

    Come sempre un’ottima descrizione di un paese ricco di contraddizioni, che conosco solo attraverso i libri: Non ho mai avuto il coraggio di andare oltre le frontiere europee. Oltre al coraggio mi è mancata l’occasione. Ci andrò solo per presentare i miei capolavori quando saranno pubblicati in versione “americana” per gli States, prima del premio Nobel che riceverò sicuramente, prima o poi (sempre che mi regga ancora in piedi, naturalmente). Per il momento faccio tesoro di questi tuoi gustosi rendiconti. 🙂

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  3. Alessandra ha detto:

    ellis island … anch’io ci sono andata, e mi ha fatto la stessa impressione. Sembrava fantascienza ed era invece storia. Qui in Italia, all’epoca del mio viaggio, era il 1998, arrivavano i barconi degli albanesi. Formicai umani galleggianti sul mare.
    per non parlare di oggi….
    Certo che gli States sono un “continente” mentre la nostra terra è stretta, tortuosa, affollata, ma quell’accesso che poteva essere un “tappo” pericoloso e ingombrante ha consentito il melting pot.

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  4. Matelda Codagnone ha detto:

    Ammiro sempre il modo semplice, perché privo di paroloni, con cui scrivi e descrivi sapientemente tutto ciò che vedi. Si sente che la conoscenza dei luoghi è a priori, fatta di studio e di curiosità condita da tanto entusiasmo che ha solo chi guarda anche col cuore e testa non solo con gli occhi.

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