Ne uccide più la penna che le pere

L’ignavia, detta anche accidia, è un pessimo vizio. Se abbinato all’avarizia poi, non ne parliamo. Eppure potevo evitare di cadere in questi due vizi capitali, ma niente… l’Ariete quando si intestardisce diventa un essere vivente inutile. E io mi sento proprio così.

Allora c’era questo libro che da tempo volevo assolutamente leggere, si intitola “Life” e lo ha scritto Keith Richards (assieme a James Fox). Keith Richards è una leggenda vivente, per chi non lo sapesse è il co-fondatore dei Rolling Stones e autore di alcune delle più belle canzoni della storia del rock di tutti i tempi. Avevo visto che sullo store dei libri digitali la versione italiana era in offerta rispetto all’originale inglese e per risparmiare ben un euro e mezzo, ed evitare di ricorrere al dizionario online durante la lettura, ho commesso l’errore di prendere la versione tradotta, peccando di avarizia e ignavia in una botta sola. E mal me ne incolse. Molto mal. Per deformazione professionale sono andata a vedere chi l’ha tradotto e quando ho notato che i traduttori sono più di due, ho cominciato ad insospettirmi. A ragione. Come nel pollaio dove ci sono troppi galli, non si fa mai giorno, parimenti in un libro dove ci sono troppi traduttori, nello specifico ben tre, non si ottiene mai un lavoro decente. Inizio a leggere e il contenuto (contenuto e non forma) del libro è stre-pi-to-so. Ma davvero. Per chi ama il rock è un lungo, lunghissimo trip, nel vero senso della parola, nella Swinging London, negli Stati Uniti del blues e del rock, negli anni ’70, ’80, ’90 e anni 2000 e tra le pagine del libro ci sono tutti, ma proprio tutti: gli Stones (ovvio), i Beatles, gli Small Faces, tutti i musicisti della Stax, i bluesmen americani, Jerry Lee Lewis, Little Richards, i produttori più quotati (allora come adesso), le modelle superfighe di quegli anni, Anita Pallenberg, Patti Hansen, Jerry Hall, Bianca Jagger, i bellimbusti del jet set, la riviera francese, i parassiti che frequentavano gli Stones perché faceva figo farsi vedere con le rockstar più trasgressive del momento. Insomma ditene uno e quello c’è. Poi ci sono i racconti dell’infanzia nell’Inghiterra post-bellica, l’amicizia con Mick, lo studio furioso e appassionato dei giri di blues e delle accordature, i primi ingaggi – tre concerti al giorno per 300 giorni l’anno: ecco perché sul palco davanti a migliaia di persone Keith e compagnia si sentono rilassati come se fossero in ciabatte nel salotto di casa – i retroscena della nascita delle canzoni più famose ma anche di quelle meno famose, di come è nato il nome della band, dei rapporti con Lennon e McCartney, del fatto che Keith e Mick si erano posti come fine ultimo far conoscere il blues in Inghilterra e invece sono diventati “the greatest rock’n’roll band ever”. Con molta schiettezza e un pizzico di autocompiacimento si parla di droghe, perché Keith si è calato di tutto (un tabloid disse anche che si sniffò le ceneri del padre, palla colossale), un po’ perché ai quei tempi era d’obbligo farsi come cucuzze e un po’ perché gli piaceva proprio sballarsi, grazie anche a medici compiacenti che gli fornivano la qualsiasi. Tuinal, Seconal, Nembutal, Desbutal, eroina, cocaina, marijuana, cartoni di LSD, mescalina, hashish. Ad esempio, Keith racconta che nel tour del 1972 il “dottor Bill”, che seguiva gli Stones con il solo fine di rimorchiare, portava un sacco grande da spazzatura pieno di pasticche, polverine, flaconcini eccetera e Keith e Bobby Keys (se non sapete chi è Bobby, fa niente ma ascoltate l’assolo di sax in Brown Sugar, è lui che suona) e “provavano” l’effetto che fa. Io che sono una PIP (Poco Important People) se volessi fare una cosa vagamente – ma molto alla lontana – somigliante, al massimo potrei entrare in una pasticceria, provare dieci o quindici paste, uscire con una colica intestinale coi fiocchi e in seguito odiare la crema chantilly a vita: questi si calavano l’inverosimile e poi “la mattina dopo smaltivi tutto con la pipì”. Solo chi ha un fisico bestiale riesce a sopravvivere ad anni di buchi, canne, pasticche, alcol e vita disordinata. Quindi, chapeau, caro Keith, sei arrivato a settantun anni e zompetti sul palco come a trenta. E non è finita qui. Keef ad un certo punto si rende conto che l’eroina lo sta fottendo – meglio tardi che mai – si disintossica completamente e adesso vive, stando alle sue parole “da gentiluomo di campagna inglese” con la bellissima moglie Patti (Hansen), tra cani, gatti, figli e nipoti. Dichiarazione da prendere con le pinze, visto che, per colazione, invece di mangiare uova e pancetta, il gentiluomo Keith si rolla un cannone. Tanto per dire. Qualche anno fa, durante una vacanza in un posto lontano anni luce dalla civiltà, sbatte incidentalmente la testa per terra, gli si forma un ematoma grosso come un’arancia, viene portato in un ospedale, e sottoposto ad un’operazione delicatissima al cervello, torna come nuovo. Capito? Probabilmente uno così camperà fino a centocinquant’anni, cosa che gli auguro con tutto il mio affetto.

Keith Richards © Getty Images

Keith Richards © Getty Images

Sicuramente camperà ancora più felice se non leggerà la traduzione italiana del suo libro. Anzi, visto che ho molto a cuore la sua integrità fisica, gli scrivo direttamente una lettera, perché è molto facile che legga questo blog.

Carissimo Keith,

spero che tu non conosca l’italiano e non legga la traduzione del tuo intenso e ricco “Life”. Per evitarti arrabbiature che potrebbero sfociare in un “coccolone”, è meglio che tu non sappia che chi ti ha tradotto, ti mette in bocca espressioni da malavitoso italo-americano degli anni ’30, ti fa dire frasi idiomatiche tradotte parola per parola con effetti tragicomici: l’espressione “cani neri”,  per noi non significa depressione ma semplicemente “mammifero carnivoro canide di manto scuro”. I traduttori, assieme al caporedattore che li ha coordinati (!), si sono fatti infinocchiare dai falsi amici (se sono falsi, un motivo ci sarà), non si sono preoccupati minimamente di localizzare il testo per noi poveri italofoni, hanno usato il vocabolario ad intermittenza (per dirne una, il Long Island Sound è un canale, anche se non si capisce), non si sono parlati tra di loro, visto che il tuo amico Tony Sánchez è “Tony lo Spagnolo” e poi al capitolo seguente diventa “Spanish Tony”, e via tutta una serie di inesattezze e amenità – che cosa saranno mai “fettuccine su velluto batuffoloso” – che ti risparmio. Pensavo di essere solo io a notare queste sbavature, lo sai, sono un po’ pignola per queste cose, ma se vai a vedere i commenti al tuo libro sui negozi online di libri, un sacco di gente si è accorta che la forma, per usare un tenero eufemismo, fa c****e. E meno male che sei stato pubblicato da una grandissima casa editrice!

Mi fermo qui, non vorrei annoiarti oltre. Se scriverai un altro libro, ti prometto che lo leggerò in originale, tanto adesso con l’e-reader basta toccare col dito una parola sullo schermo ed esce immediatamente la traduzione, non c’è più bisogno di portarsi dietro chili e chili di dizionari di carta, come facevo anni fa, quando il mondo digitale era roba da fantascienza.

Long live the rock e anche tu, che ne sei una colonna portante.

Baci, 

L’onza

P.S. Quando hai un attimo di tempo, mi spieghi bene come sei uscito (vivo) dall’eroina? Io sono entrata nel tunnel della pizza al peperoncino piccante del forno sottocasa (panificio “Big Angie”, un piccolo omaggio agli Stones) e non riesco a scrollarmi dalla schiena la scimmia farinacea .

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6 risposte a Ne uccide più la penna che le pere

  1. Nicola Losito ha detto:

    Ecco un bella recensione a un libro tradotto da cane. Si sente tutto l’amore per l’autore della storia.
    Dunque, che dirti? Da te mi piacerebbe ottenere una recensione al mio ultimo libro, anche se io non conto nulla nel panorama letterario italiano.
    Però sarebbe divertente, almeno per me.
    Saluti cari.
    Nicola

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    • lonza65 ha detto:

      Anch’io come “recensora” non valgo niente nel panorama letterario italiano, per cui siamo pari. Ma quale libro? so che ne hai ben cinque… aspetto istruzioni.

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  2. RACHELE ha detto:

    Letto e riletto… Sei unica!! Mi hai fatto appassionare al Rock…

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  3. Alessandra ha detto:

    ma in questi casi che si fa? Le case editrici rivedono i loro progetti se le tirature “non tirano”?
    Mi viene in mente L’Antologia di Spoon River: ci sono in giro un sacco di edizioni e di conseguenti traduzioni, alcune di livello … infimo. E noi poveri ignoranti linguistici a quale giudizio ci dobbiamo affidare? Se non sei nel trip quotidiano di pizza, mi provi a dare una risposta? bacio

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    • lonza65 ha detto:

      cara Alessandra,
      sono testé reduce da un trip de poenta e tocio (finchè no me inzenocio: paese che vai, droghe che trovi). Dopo essermi genuflessa più e più volte sotto il peso dello spezzatino in tocio, ti rispondo dicendo che più di mandare un reclamo alla casa editrice, per fare presente la scarsa qualità del prodotto, penso non si possa fare. Le grandi case editrici hanno come scopo vendere libri, e il fatto che il libro dovrebbe essere un prodotto culturale, poco incide. Al pari di una saponetta o di un maglione. Come hai notato, girano edizioni terrificanti di Spoon River ma nessuno (o quasi) si prende la briga di far uscire un’edizione accurata. E se il povero Edgar Lee Masters è trattato così, figurati se si può perdere tempo dietro a Keith Richards. Una casa editrice che sforna centinaia di titoli l’anno non può badare a queste piccolezze. Però dovrebbe. Altrimenti da “grande” casa editrice diventa solo “grossa”.
      Baci!

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  4. Cinzia Colli ha detto:

    Ahhhh che carino!!! Mi e’ proprio piaciuto! Ci vediamo ad ottobre L’onz!

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