Il meraviglioso mondo della burocrazia italica

La mia patente di guida è prossima alla scadenza. Conoscendo un po’ come funziona la burocrazia in questo fantastico Paese – in fondo sono solo quarantanove anni che ci combatto, di solito perdendo – mi sono attivata per tempo, cioè un mese prima, per la pratica di rinnovo. E pensare che era iniziata bene, l’avventura, con una solerte impiegata dell’URP della ASL X che mi manda, mentre sono al telefono con lei, una bella mail con l’elenco delle sedi in cui effettuare la visita medica e la lista degli adempimenti burocratici. Caspita, che efficienza. Rimango piacevolmente stupita. Ma come si usa dire da queste parti, partenza a razzo, arrivo a … organo riproduttore maschile. (Mi è stato vietato l’uso di parole con troppe zeta).

Chiamo il numero indicato nella mail – immagino un centralino, visto che sulla mail non è specificato altro – e una voce svagata esala un “Ehhhh…” con sottofondo di rumore di ufficio. Chiedo se è la ASL X e una voce femminile dal fortissimo accento regionale risponde “Scì” (che non è lo sport invernale ma la variante locale dell’avverbio affermativo). Inizio a dire quello che mi serve (“Buongiorno, vorrei prenotare una visita medica per il rinnovo della patente”) e la voce, un po’ irritata, dice “Questo è un centralino, le informazioni che lei vuole non gliele posso dare.” (Si noti la coerenza dell’enunciato: ma che centralino è se non ti da le informazioni pertinenti al settore? Lasciamo stare). Avevo iniziato a dire “Mi può pass… (are la Medicina Legale)” che la tizia mi sbatte il telefono in faccia. Secondo tentativo. Sento che dall’altra parte c’è qualcuno in linea – solito rumore di sottofondo, ma nessuno parla. Allora mi paleso gentilmente e un’altra voce femminile dice “ahhh mo’ scì, chi sciccise! aveve tirate su la gornett, però mica parlev’ i’, sting’ ‘indundì… prondooo?” (traduzione: Adesso sì, perdindirindina! avevo alzato il ricevitore, però non parlavo affatto, io, sono proprio svagata … prontooo?”). Riparto con la solita tiritera e stavolta riesco a parlare con la Medicina Legale, perché è il medico legale, questa figura che rievoca obitori e personaggi di telefilm – chissà perché poi i coroner delle serie televisive sono tutti personaggi un po’ inquietanti, esauriti o spaccamaroni – che effettua questo tipo di visite. Scopro con disappunto che il medico “non può” fare visite nella ASL X e mi dice di rivolgermi alla ASL Y. Alla banale domanda “perché non può”, la risposta è: “Non è che non voglio, è che non posso. Mi chiami dopo il 15 del mese e vediamo che cosa posso fare. Ma se ha fretta vada alla ASL Y oppure all’ACI” (dove, detto per inciso, la visita medica costa 35 € invece di 15. No grazie). A questo punto mi cominciano a girare gli zebedei ma seguo il primo suggerimento. Anche qui, dopo aver chiamato almeno tre numeri interni – numeri che devo fare ex novo ogni volta perché i dipendenti della ASL non sono in grado di passare una telefonata da un interno ad un altro – mi sento dire da un medico che la ASL Y effettua il servizio solo per i residenti del Comune Y (che non è il mio). Faccio presente che è stato qualcuno della ASL X a dirmi di rivolgermi alla ASL Y e il medico si fa dare il nome della persona garantendomi che “farà le sue rimostranze.” E io, intanto? “Signora (!) non so che dirle.” E mette giù. Tradotto in italiano corrente, significa che me la prendo in quel posto. Per il momento. Fine del primo round.

Secondo round. Dopo il 15 ritento la carta della ASL X. Stavolta faccio la furba e mi faccio passare direttamente la Medicina Legale senza spiegare niente e finalmente (dopo che telefono ha suonato a vuoto per circa mezz’ora) una voce di donna, scazzatissima, alla mia richiesta di visita, butta lì perfida: “Vuoi venire domani?” (“Vuoi?” ma chi te la dà tutta ‘sta confidenza?) pensando che il brevissimo avviso mi mettesse in difficoltà. Ma tesoro, sono anni che combatto il mostro burocratico e ormai quasi più nulla mi spaventa. Ovviamente accetto ma mi pare strano che non mi chieda il nome e un recapito. Ma che prenotazione é? Vabbé, vista la botta di fortuna con la “c” non sto tanto a sottilizzare.

“Però devi venire prima delle 9.” Va bene. (Qual è il problema? il gatto mi sveglia alle 5.30, alle nove per me è già giorno inoltrato).

“Però mi deve (è passata alla forma di cortesia) portare due foto tessera” Va bene. (No problem! Con occhiali, senza occhiali? sfondo bianco, azzurro, verde? sorridente, seria, incavolata? con quelle avanzate dal passaporto posso fare un book fotografico).

“Però mi deve portare i versamenti dei tre bollettini.” Va bene. (No worries, mate! io alla posta ci bivacco).

“Però mi deve portare la patente vecchia.” Va bene. (Nema problema, tovarisch! pensi che me la sono persa?)

“PERÒ mi deve portare un unicorno spiccato dalla fronte dell’animale con la mano sinistra dalla vergine nibelunga Brunilde durante un’eclissi di sole.” (Kein Problem, Kamerad! me ne avanza giusto uno dall’ultimo rinnovo di patente, gli dò una spolveratina e te lo porto.)

Alla fine la dottoressa, che ha un cognome che significa, all’incirca “cibo degli dei”, sputa un saluto che sa invece di fiele e mette giù con un grugnito. Non è riuscita a debellare la cittadina postulante.

Terzo round. La posta. L’ufficio postale del paesello in cui vivo ha un organico per metà nuovo, formato da ragazzi giovani, svelti e pratici del mezzo informatico, in media piuttosto gentili, e per metà da dinosauri, impiegati incarogniti da anni di sportello che contano i minuti che mancano per andare in pensione. Il cambio generazionale è in corso, dunque, ma chissà per quale motivo a me capita sempre l’Incarognito/a. Dei tre bollettini da pagare, due sono per lo stesso ente (Dipartimento dei Trasporti Terrestri) ma intestati a due servizi diversi. Prova a spiegare a un tedesco perché è così e lo mandi al manicomio. I bollettini postali per questi versamenti devono essere quelli con la riga rossa sopra, altrimenti la macchina non li accetta. Prova a spiegare una cosa così a un anglosassone e lo mandi alla neuro. “Ma Signora” mi redarguisce l’Incarognita di turno, “questo che mi presenta è un TD 123 invece deve usare il TD 674,” sventolando i pezzetti di carta con aria meravigliata come se non sapessi riconoscere un elefante da una sedia. Anch’io sto per andare al manicomio. Poiché negli espositori a disposizione dell’utenza, i bollettini con la riga rossa non sono disponibili, (gliel’ho fatto notare con educazione e per poco l’Incarognita non mi mangiava viva) glieli devo chiedere per piacere, poi devo ricopiare i due bollettini che avevo compilato a casa per fare prima – povera illusa – rifare la fila e pagare, oltre all’importo dovuto, non la solita tassa (€ 1,30) ma ben € 1,78, cioè significa che lo Stato non si fida nemmeno di se stesso, se chiede un pizzo maggiorato ad un suo stesso organismo interno.

Quarto round. La mattina fatidica, alle 9 in punto, mi presento alla porta dell’ufficio dove c’è scritto “Medicina Legale”. A me fa molta impressione, questa scritta, lo ammetto, colpa dei film e dei telefilm dove il medico apre, con perfetta nonchalance, panze e crani come se fossero scatolette di tonno con aria scocciata e annoiata. Da dentro la stanza sento voci di persone che discutono, poi si apre la porta e un signore piuttosto anziano se ne va dicendo alla dottoressa “Lei è cattiva!”. Cominciamo alla grande. Altro che “nettare degli dei”, questa è Ate, la divinità che tutto l’Olimpo evita come la peste. Dalla voce della dottoressa al telefono mi ero immaginata un burcio di donna alta un metro e novanta e pesante centotrenta chili, invece mi trovo davanti la copia esatta di Delia Scala, ma non esattamente simpatica come la soubrette. Mi accoglie gelidamente e mi fa cenno di sedere, mi fa una serie di domande (soffre di diabete, ha malattie, si droga, tromba con sconosciuti, ecc.) constata che sono viva e respiro (il Medico Legale questo fa, poi alla fine) poi mi controlla la vista: Y, M, H, Z, V e la visita finisce con la dottoressa che annota – a mano – la mia pratica su un registro dalla copertina marezzata, alto una spanna, con i fogli arricciati agli angoli e neri dal gran maneggio. Alla faccia dell’informatizzazione dei servizi. Una gragnuola di timbri su un foglio di carta, che poi è il rumore della burocrazia, mi conferma che l’ordalia divina è finita. Tempo netto: forse cinque minuti scarsi.

Quinto round: adesso sono in attesa della patente nuova per la quale dovrò pagare altri 6,86 € perché arriva per posta assicurata. Se arriva.

A questo punto bisognerebbe completare il post con una qualche riflessione, ma non ce la faccio. Sono stremata. Lascio la parola ad Asterix e Obelix: non è cambiato poi molto, dall’Impero Romano a oggi.

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4 risposte a Il meraviglioso mondo della burocrazia italica

  1. guido mura ha detto:

    Il problema, in Italia, è lo stakanovismo dell’apparato legislativo, che per dimostrare la propria necessità sforna leggi, regolamenti e circolari, in quantità spaventosamente ampie. Non a caso nel nostro paese manuali e testi giuridici cambiano con cadenza semestrale o annuale, tanto da trasformarsi in veri e propri periodici. I vecchi impiegati di solito si incarogniscono, dopo 35 o 40 anni di slalom tra disposizioni mutevoli e contraddittorie. Consideriamo anche che molti dispongono di una cultura da terza media, rinfrescata da qualche corso di riqualificazione. I giovani invece sono spesso iperqualificati. Pensa che per superare un concorso per custode oggi devi avere un livello culturale che una volta non era richiesto nemmeno per fare il direttore generale. Siamo nel paese dell’assurdo!

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  2. rossodipersia ha detto:

    Meraviglioso spaccato del crudele potere degli enti pubblici: dal portinaio al massimo dirigente, tutti uniti e compatti per rovinarti la vita!! Non riesco ancora a dimenticare i miei tre giorni di ferie per modificare la residenza alla Tarsu.
    Splendido post!! 🙂

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  3. Alessandra ha detto:

    …la prossima volta che hai a che fare con la AUSL di Pescara prova a chiamare direttamente l’URP: c’è un essere meraviglioso che si chiama dr. Maria Assunta (nomen omen) Ceccagnoli, la quale, oltre ad ascoltarti paziente (e non autoritaria) ti dà nome cognome e numero di telefono del dottore/impiegato che ti serve. Voglio farle qui pubblico encomio e speriamo che il tuo blog e questo commento lo leggano in molti: le persone che lavorano bene, con efficienza e competenza vanno segnalate.
    Per la patente, confesso che a me è arrivato il bollino rosa, che ora non esiste più, dopo una settimana… dal secondo reclamo telefonico alla motorizzazione locale e nazionale!
    Fai sapere ai tuoi affezionati lettori quanti giorni hai aspettato: dopo questo angoscioso racconto di ordinaria follia, una felice e straordinaria conclusione sarebbe un sollievo! 😉

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    • lonza65 ha detto:

      infatti con lei avevo parlato e lei mi aveva mandato la mail con i numeri e l’elenco dei documenti da produrre. Come inizio è stato sfolgorante, lo svolgimento così così (per non dire altro) ma poi gran botto finale: la patente è arrivata ieri pomeriggio, due ore dopo che avevo pubblicato il post… a saperlo avrei aspettato e avrei potuto scrivere anche l’ultimo round!

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