Un anniversario importante ovvero la Grande Guerra in formato famiglia – di Sorelle Stramassi

Sono partite già le celebrazioni per il centenario della Grande Guerra. Cento anni sembrano tanti, ma la memoria di chi ha vissuto quella esperienza vive, nitida e precisa, nei ricordi di una bambina che ascoltava attenta i racconti del nonno, ritornato (quasi) illeso da quella immane carneficina.

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Sono la Sorella Stramassi, quella nata nel 1955 e ho avuto la fortuna di avere come nonni due Ragazzi del ‘99, e la Prima Guerra Mondiale l’ho conosciuta attraverso i loro racconti. Questa guerra è chiamata anche Grande, anche se a mio avviso non sono mai né Grandi né tantomeno Sante, le guerre, come spesso qualcuno ci vuol far credere.

Quando veniva l’estate la meta preferita per le vacanze era in campagna, a trascorrere un po’ di giorni a casa dei nonni. Le giornate erano piene, per me, di giochi con i cuginetti mentre per i grandi e per il nonno, di lavoro che cominciava con il levar del sole. Con ritmi così sostenuti, era abitudine fare, dopo pranzo, un riposino ristoratore, per poter poi, io continuare a giocare tra i filari delle vigne e il nonno portare a temine il suo lavoro nel brolo di casa. Il riposino lo facevo con lui nel grande e altissimo, per me bambina, letto dei nonni. Come potete immaginare, galvanizzata dai giochi della mattina non è che avessi tutta questa voglia di dormire così cominciavo a tormentare il nonno, che si chiamava Bepi, chiedendogli di raccontarmi una storia. Storia che cominciava sempre con “Nonno, perché non mi racconti di quando eri soldato? Dimmi, ti sei divertito in guerra?” e gli indicavo una sua foto in divisa che teneva sopra al comò.

il fante Bepi © archivio famiglia Destro Bortolozzo

il fante Bepi © archivio famiglia Destro-Bortolozzo

Il nonno Bepi mi sorrideva sempre, con l’espressione lieve di chi aveva visto tante cose brutte, ma consapevole e grato al Signore di averle superate ed essere nel lettone accanto a sua nipote e poterle raccontare. E così iniziava… Mi diceva delle lunghe marce, lui era un fante, del male ai piedi, perché non avevano calze ma delle fasce che dopo ore di cammino si allentavano facendo attrito con gli scarponi procurando così delle vistose vesciche che rompendosi  sanguinavano e dolevano molto. Un giorno però si vide consegnare un pacchettino: era la risposta all’unica lettera che scrisse alla sua morosa Rosa Maria che sarebbe diventata la mia nonna. Era un paio di soffici calzettoni di lana, che suscitarono la bonaria invidia dei suoi commilitoni. Oppure intristendosi, mi raccontava di quella sera che per la prima volta dopo il rancio gli addetti al vettovagliamento passarono con una doppia dose di grappa. Dapprima fu sorpreso anche perché lui non era un gran bevitore, ma poi quando il cappellano militare li benedisse tutti, capì che da lì a poche ore ci sarebbe stato un assalto. Assalto nel quale fu ferito, in un posto poco nobile, proprio in quella parte anatomica che si chiama in causa quando si ha un colpo di fortuna. Evidentemente il modo di dire ha un suo fondamento, dato che grazie a quella ferita fu mandato nelle retrovie, ricoverato in ospedale e congedato, diventando uno dei pochi reduci a ritornare (quasi) interi, nel corpo e nello spirito, a casa. In un conflitto mondiale che ha causato nove milioni di morti in tutta Europa, il posto dove si viene feriti, nobile o meno, ha poca importanza, se poi si torna vivi.

Avrei sentito ancora delle storie sulla Grande Guerra, quando adolescente andai con il papà nella bella Ventimiglia a visitare la sorella più piccola del nonno Bepi, l’Ancilla. Era la copia precisa identica del nonno, ma al femminile, già avanti con l’età ma con un viso fresco e sorridente. L’Ancilla aveva un patrimonio straordinario di foto, infatti suo marito era stato un tenente della neonata regia aviazione militare, così una sera, mentre sfogliavamo gli album strapieni, mi raccontò come era nata la loro storia.

L’Ancilla, il nonno Bepi e un nutrito numero di persone, composto dai loro genitori, zii e cugini, vivevano nei pressi del castello di San Pelagio e lavoravano a mezzadria una parte della tenuta dei marchesi Bonacossi. Nei pressi del castello c’era una larga e livellata estensione di terra coltivata a erba medica, luogo ideale per decolli e atterraggi. Il nostro giovane aviere, di nome Raimondo, faceva ricognizioni aeree fotografando il territorio e tutto quello che poteva servire per la strategia bellica.

Biplano S.V.A. utilizzato per il volo su Vienna © Giuseppe Marone

Biplano S.V.A. utilizzato per il volo su Vienna © Giuseppe Marone

La casa dell’Ancilla si trovava giusto a metà del percorso tra l’accampamento militare e il campo di aviazione e certamente il viavai di quel giovane tenentino vestito con la splendida divisa da aviatore non passò certo inosservato. Dopo un po’, con la riservatezza e le usanze del tempo, l’Ancilla capì che l’interesse veniva ricambiato. Intanto il nostro giovine ufficiale continuava a fare le sue ricognizioni chiudendo il gruppo dei velivoli che formavano la pattuglia per avere ad ogni missione la possibilità di sorvolare la casa della sua morosa. All’andata le mandava un aereo abbraccio e al ritorno per rassicurarla che tutto era andato bene, mandava un cenno con la mano. Questo era il loro piccolo segreto e potete immaginare quello che l’Ancilla provò una sera quando al rientro della piccola flotta, non scorse l’aereo del suo Raimondo che, come al solito avrebbe dovuto dare un segno di conferma, con un sorvolo a bassa quota e un bacio lanciato con la mano guantata. Per fortuna non accadde niente di grave, il suo biplano aveva avuto un guasto al motore e il caso volle che il nostro eroe fosse caduto sopra un morbido ma non certo profumato letamaio. Raimondo, con il suo lavoro, contribuì al successo del Volo su Vienna dell’agosto del 1918, cosa che gli fece ottenere un encomio e una medaglia d’oro, appuntata da S.A.R. Vittorio Emanuele III in persona. Medaglia piccolina, come mi disse l’Ancilla ma che diede al nostro eroe il coraggio di chiedere a Felice, così si chiamava il mio bisnonno, il permesso di sposare Ancilla e di portarsela in Liguria.

Da adulta, mi resi conto che non tutti i ragazzi del ‘99 furono fortunati come il nonno Bepi, sua sorella Ancilla e il suo Raimondo, e che purtroppo fu sterminata un’intera generazione, in Italia come nel resto dell’Europa. Generazione a cui penso con grande affetto e riconoscenza ogni volta che ho l’occasione di visitare i luoghi della Grande Guerra.

Forte Sommo Alto - Zwischenwek Sommo presso Passo Coe, Folgaria, TN. Dove i nostri nonni hanno combattuto, noi nipoti andiamo in bici. @ Giuseppe Marone

Forte Sommo Alto – Zwischenwerk Sommo presso Passo Coe, Folgaria, TN. Dove i nostri nonni hanno combattuto, noi nipoti andiamo in bici. @ Giuseppe Marone

(Ringraziamo di cuore nostra cugina V. per averci fornito la foto del fante Bepi)

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Una risposta a Un anniversario importante ovvero la Grande Guerra in formato famiglia – di Sorelle Stramassi

  1. Alessandra ha detto:

    … un’altra coincidenza: anch’io ho avuto un nonno Bepi!!! va beh, facile facile per le nostre comuni origini: Bepi, Toni, magari Benito non son nomi “strani” da noi, vero? 🙂

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