Walden – a spasso con Thoreau di Saulo Bianco

Oggi andiamo in montagna, ci accompagna Saulo Bianco nella doppia veste di guida e di narratore. Scarponi, zaino, panini, acqua: abbiamo tutto? dai che si parte.

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Unica premessa necessaria: non sono uno sportivo, tantomeno un arrampicatore. Gravito in quel limbo tutto particolare (e talvolta rischioso) degli sportivi della domenica, di quelli che casualmente e saltuariamente assaporano il piacere della gran camminata, dei “trekker” in pectore ma non de facto, ma che quando ci sono macinano chilometri su chilometri. O forse degli irrimediabili romanticoni, che senza grandi conoscenze tecniche, non appena vedono una distesa verde o un pinnacolo che svetta verso l’alto si emozionano. O ancora, degli incalliti lettori, che stanchi di affossarsi tra le pagine della grande letteratura decidono una buona volta di darsi da fare e verificare sul campo quanto Amin Maalouf affermava:

Anch’io rifletto con i piedi. […] Le idee che forgi con i piedi e che risalgono alla testa ti riconfortano e ti stimolano, quelle che scendono dalla testa ai piedi ti appesantiscono e ti scoraggiano.

Fatto sta, messe avanti le mani con i dovuti e teatrali “distinguo” (non affiderò mai la mia vita a un moschettone o a un pezzo di fune fissata alla roccia), di tanto in tanto mi avventuro in mezzo alle montagne.

Tutta roba facile, naturalmente, o almeno così penso uscendo dall’auto al parcheggio di Frottn, mentre ci si aggiusta i legacci delle scarpe, si fa mentalmente l’inventario delle cose che ci si porta dietro e gli occhi vagano intorno, lungo il profilo delle montagne vicine che ne nascondono altre, verso il lucore che fa intuire l’imminenza del giorno. L’escursione si snoderà tra il lago Erdemolo, il rifugio Sette Selle e, traversata mai tentata prima, il rifugio Tonini. Dopo lunga e attenta documentazione, pare che l’escursione sia fattibile, anche se un po’ lunga. Si parte con molto entusiasmo, e data l’ora non si sente altro che il nostro respiro, il rumore frusciante della natura che si sveglia, il profumo umido del bosco. Il ritmo dei passi compie il miracolo: ci zittisce e sgombera la testa. Il paesaggio a poco a poco si allarga, ci si avvicina sempre più al laghetto, dimora di un dispettosissimo folletto dal verde cappello di feltro che non appena lancia un sasso in mezzo a quel minuscolo specchio d’acqua si scatenano violenti temporali. Incrociamo le dita e speriamo che Sperkmandel dorma ancora, e a lungo. In fin dei conti il cielo che ci si srotola davanti è a dir poco cristallino. L’aria è effervescente e quanto ci attornia ha una nitidezza che “pizzica”, come le stelle in una limpida notte invernale.

Arriviamo al lago molto presto. Il sole si intuisce appena, l’avvallamento del lago è ancora avvolto nella penombra. I gestori del rifugio si sono appena svegliati e insonnoliti sistemano tavoli e sedie. Pausa breve, quanto basta per sbocconcellare qualcosa e bere, ricordare il sonnellino di pochi minuti che l’anno prima aveva rinfrancato lo spirito per il resto della giornata e la violenta lite tra i gestori e due guardie forestali per delle pecore tradite solo da un echeggiante belare, per meditare e desiderare di continuare, per ammirare le vie alte.

Lago Erdemolo © Saulo Bianco

Lago Erdemolo © Saulo Bianco

Si riparte dopo avere segnato il tempo di percorrenza del primo tratto: siamo delle schegge, si pensa contenti, nonostante non si abbia mai forzato il passo. Si riprende a camminare lungo un sentiero depositario di tanti ricordi: le prime scampagnate, le prime lunghe camminate. È forse una sorta di rivisitazione di un tempo andato: si cammina sempre, ci si ferma a scattare qualche foto, con entusiasmo, senza parole per lo splendore che sembra a portata di mano, apparentemente tutto nostro, per sempre. Non c’è differenza tra noi che camminiamo e le grosse formiche che ci tagliano la strada: siamo anche noi parte del tutto.

Appesa a un tronco nodoso, oltre una curva del tortuoso sentiero, la targhetta di un ragazzo che in mezzo alle propaggini di quei boschi ha visto arrivare il momento estremo. Siamo ancora tanto freschi da provare una sorta di invidia per questa fine molto romantica: un pensiero va anche a lui. Si scende e si risale all’infinito, un’altalena di passi, fino a ricongiungersi con il sentiero che sale da Palù. Ci troviamo nel bel mezzo della cosiddetta “Intertol”: ci piace usare i nomi mòcheni, ci fa sentire in terra straniera, ci fa assaporare un briciolo di storia lontana. Tra qualche ora attraverseremo la Aussertol e il solo pensiero ci manda su di giri. Ci rendiamo conto che il paesaggio sta cambiando. Risaliamo il Laner, incrociamo i primi escursionisti, due ragazzi che scendono correndo come stambecchi. Passano, e cala di nuovo un silenzio cadenzato dallo scrosciare del ruscello che rimbalza tra i sassi. Davanti a noi un anfiteatro di roccia sbrecciata, pinnacoli, vette, speroni. La vegetazione si assottiglia. In lontananza il rifugio. A poco a poco, come una goccia lenta e costante, cala su di noi una sensazione strana, rarefatta, come di chi sta per varcare la soglia di un regno conosciuto, familiare, ma al contempo enigmatico. Eterno dilemma di trovare un aggettivo che definisca la catena dei Lagorai, o almeno la parte da noi meglio conosciuta: monti misteriosi, arcani, lontani? O forse austeri, essenziali, tragici?

Tante sono le emozioni che si comincia a provare a mano a mano che si sale. Altra pausa al rifugio: sembra quasi un appuntamento annuale, il caffè, la fetta di torta, la chiacchiera con M., il gestore. Faccio finta di conoscerlo da sempre, o forse conosco da sempre le pietre e il legno usati per costruire quel rifugio che abbiamo, S. e io, visto costruire?

Ci si riposa, si decide il da fare. Aspettare mezzogiorno oppure ripartire subito per poter pranzare al Tonini, da H.? Si fa rifornimento di calorie, si beve, ci si assesta di nuovo lo zaino in spalla e dopo avere consultato per l’ennesima volta la cartina, quasi che tra le sue pieghe si nascondano tesori inaccessibili, si riparte.

Si sale, si sale ancora: curiosità ed emozione si alternano. Stiamo affrontando un tratto mai fatto prima d’ora e nella mia mente si intrufola un piccolo tarlo, scomodo, insistente: i trenta metri di corda che tra qualche ora dovremo affrontare prima di scendere al Tonini. In fin dei conti, la corda all’imbocco del sentiero per i laghetti di Bombasèl era stata davvero una sciocchezza, mi dico. È inutile che mi preoccupi adesso. Questi pensieri, ora riportati con una precisa e chirurgica sequenzialità temporale su carta, allora sembravano più sfrangiati, disordinati, talvolta anarchici e rispuntavano all’improvviso, dispettosi.

Raggiunta la sella tra monte Stanga e monte Slimber si apre davanti ai nostri occhi un paesaggio mozzafiato. In lontananza si intravede il sentiero che dobbiamo percorrere: passo Palù o di Calamento, passo Cagnon di Sopra e passo Val Mattio. L’atmosfera e i pensieri diventano sempre più evanescenti: si tenta di formulare frasi e concetti, ma diventano inafferrabili. Si guarda e si cammina e basta. Si avanza. Scendiamo verso passo di Calamento: completa solitudine. Le sensazioni sono forti e difficilmente possono essere fissate grazie alla macchina fotografica. Si tenta comunque.

I pensieri si susseguono, si rincorrono, giocano a rimpiattino: queste montagne raccontano con le loro rocce, il loro colore. Il sole raggiunge il punto più alto del suo arco e comincia a scaldare: il pietrisco assume un colore quasi rossastro, a volte vagamente lunare. Il riverbero sembra quasi sbiadire i colori circostanti. Il silenzio continua a rimbombarci nelle orecchie. È mai possibile che non ci sia nessuno da queste parti? Nelle escursioni dei giorni precedenti era stato così difficile rimanere un po’ soli, circondati com’eravamo da una folla scalmanata e cieca. Non si aggira nessuno da queste parti perché questi monti sono più aspri, meno accoglienti? Non sono, apparentemente, armoniosi? Non è facile camminarci?

L’incantesimo che queste montagne ha su di noi ormai ci ha catturati. In lontananza, seduti a cavalcioni sul passo Cagnon di Sopra, un giovane e un vecchio: ci verrebbe da strofinarci gli occhi. Quasi non ci crediamo. Gli zaini a terra ai loro piedi, ben puntellati l’uno contro l’altro in quel fazzoletto di terra, i due ci guardano e ci salutano con un asciutto cenno del capo. Sui nostri visi si forma un sorriso smagliante: chi sono mai questi, ci chiediamo, ma siamo molto contenti di incontrarli: sconosciuti oppure elfi spuntati da dietro le rocce per darci il benvenuto? Ci piace di più la seconda versione.

«Da dove venite?» ci chiedono.

«Dal Sette Selle.»

«E dove andate? Al monte Conca?»

«No, ci piacerebbe arrivare al Tonini. E voi?»

«Siamo andati a Malga Cagnon a comperare un po’ di ricotta e stiamo tornando giù a Palù.»

Salutiamo e mentalmente appuntiamo l’escursione: l’anno prossimo anche noi andremo a prendere ricotta e formaggio, oppure mangiare un boccone dall’Agnese. Le ore passano e cominciamo a sentirci stanchi: stiamo andando avanti lenti, soprattutto a causa mia (gli scarponi non sono effettivamente quelli più adatti per questo terreno), ma orologio alla mano non dovrebbe mancare molto. Stanchezza e caldo stanno facendo un ottimo lavoro su di me. Ci fermiamo in un passaggio un po’ esposto, non più di quanto abbiamo fatto finora, ma ho una spiacevolissima sensazione: dò le spalle a valle e cerco di riprendermi. Purtroppo, però, il tarlo insinuatosi nei miei pensieri alcune ore prima ha ormai scavato dentro di me un labirinto arabescato, nei cui tunnel l’ansia si è trovata terribilmente a suo agio. Riprendiamo a camminare, le parole diventano più rare, il campo visivo si restringe ai miei piedi e ai tre metri di sentiero che ho davanti: ancora tre metri, ancora tre metri, ancora tre metri… Si arriverà pur al passo Val Mattio! Questo effettivamente è il tratto che mi prova di più: paesaggio scarno, non c’è un albero, non c’è ombra. Davanti, dietro, a monte e a valle, solo ed esclusivamente pietrisco color della luna, impersonale ma potente, lontano, che assume sagome meravigliose e si snoda in profili, creste, crinali, cenge e forme che mi fanno sentire terribilmente estraneo, presuntuoso, un tantino fuori luogo.

All’improvviso, rumore di sassi smossi. Alzo lo sguardo: due donne dall’età indefinibile. Pantaloncini corti, bastoni di legno fatti a mano, abbronzatura da montanare, passo da bersagliere. Si fermano, ci salutiamo. La montagna ti fa sentire fratello e sorella. È una sensazione grandissima. Forse è la fatica che ci accomuna. Ci informiamo sui rispettivi luoghi di provenienza e di destinazione. Loro vengono da passo Scalet e più precisamente dal monte Croce. Ci complimentiamo con loro in cuor nostro. Che Iddio le conservi e faccia arrivare anche noi così. Chiediamo quanto manca. Non ce lo sanno dire, ma non sono molto incoraggianti.

Riprendiamo. Sono un po’ depresso. Continuo a camminare. Cerco di raccontarmi delle storie, rievoco leggende, parlo mentalmente con i silvani. Il sole comincia a picchiare forte. In lontananza il calore increspa l’aria: ecco, mi dico. Le streghe hanno cominciato a pettinarsi i capelli. Cerco di immaginarmi le teste scarmigliate, quelle donne dai volti rugosi che attendono le ore più calde del giorno per risistemarsi in attesa della notte del sabba. Davanti a me, finalmente, si apre una minuscola radura. Non credo ai miei occhi: mi fermo. Sospiro. Posso appoggiare le spalle contro una parete di roccia ed erba e avere davanti a me una decina di metri di terreno. Tiro il fiato. Gli anni passano: sto forse invecchiando e cominciando a soffrire di vertigini, dannazione?

Riapriamo gli zaini e mangiamo qualcosa. Mi siedo. Mi alzo. Sono irrequieto. Cammino intorno. Mi apparto, per quanto possibile, per liberarmi la vescica. Cerco di rilassarmi. Tendo l’orecchio, aguzzo lo sguardo. In lontananza sento dei fischi, molto acuti, quasi dei sibili. Me li aveva fatti notare S., pochi minuti prima. Lo sguardo, invece, viene intrappolato da un’intuizione di muro, da un cumulo di sassi, da uno in particolare. Mi avvicino, mi chino: a scalpello, su una pietra messa in bella vista, vedo iscritto 1916. Rabbrividisco. Mi giro: con un cenno indico a S. la pietra, mentre noto solo allora il panorama che ho davanti a me e alle mie spalle. Ora capisco la ragione per la quale in un tempo ormai lontano, le mie nonne allora avevano appena compiuto diciott’anni, giovani uomini hanno costruito una baracca proprio quassù. E così cerco di inanellare la grande storia con immagini e ricordi di altre storie. Mi giro trasognato, e pare che nel mio cervello si susseguano frenetiche fotografie in bianco e nero, altre seppiate, immagini di alpini, Alpenjäger, intirizziti che si aggirano lungo quei sentieri di arroccamento, da loro stessi tracciati, con mani e piedi fasciati da stracci, inverni in quota, venti sferzanti.

Verso Passo Val Mattio © Saulo Bianco

Verso Passo Val Mattio © Saulo Bianco

Dentro di me la tensione sale: ho appena controllato l’orologio. Qualcosa non quadra. Riprendiamo il cammino e raggiungiamo senza tante difficoltà passo Val Mattio. Posto incredibile, bellissimo: ammetto a me stesso di essere stanco. Mi sento in bilico, un funambolo che cammina sul rasoio del passo. Sono le tre del pomeriggio: davanti a noi il monte Croce, ma tra noi, lui e l’incantevole valle un ghiaione in discesa. Non vedo più i segnavia. Mi maledico per non essermi portato dietro il binocolo. In fondo intravedo a malapena qualcosa di bianco: un pezzo di carta intrappolato tra i sassi, penso scandalizzato all’idea che l’inciviltà abbia contaminato anche queste altitudini. Mi lascio andare: faccio scoppiare la bomba. È tardi, dico, non vedo il segnavia, tantomeno il sentiero, non possiamo correre il rischio di perderci qui: si torna indietro. Siamo impazziti, ribatte S. Non vorrai mica scherzare! Siamo quasi arrivati e quello laggiù è il segnavia. Forza, gambe in spalla.

S. è una brava sciatrice, penso stringendo i denti e ripetendomi che un candido ghiaione di pomice così l’ho sceso correndo anni prima. Mi sto forse rincoglionendo? Mano a mano che scendo la tensione si allenta. Notiamo che i fischi che ci hanno accompagnato fino al passo ora non si sentono più, ma ci accorgiamo degli enormi buchi nel terreno. Marmotte, ci diciamo sorridendo e guardandoci negli occhi, contenti. Fotografia accanto al segnavia, scambiato per un pezzo di carta, monte Croce sullo sfondo. Alla nostra sinistra, in lontananza, il Doss di Cirmi, finalmente verde dopo tante ore di roccia nuda. Alle nostre spalle il Rujoch. Riprendo confidenza: penso che il più è fatto, sono contento, pregusto la zuppa che mangerò al Tonini, cercando di non pensare ai trenta metri di corda che ci aspettano, che mi aspetto di trovare oltre ogni curva del sentiero, al di là delle sassaie che superiamo. Non ne parlo, convinto di averlo già detto a S., e rimugino, rimugino. In fin dei conti non è segnata sulla cartina, mi dico avanzando.

Le pale di Spruggio si stagliano contro il cielo, ci camminiamo attorno e all’improvviso eccoli là i trenta metri di corda. Sincronia incredibile. Il sentiero finisce e riprende a 45° più in alto: contemporaneamente dall’altra parte arriva una coppia. Ci fermiamo. Li guardo. Ci guardano. So che S. è dietro di me, ma ho come l’impressione che ci sia e non ci sia. Guardo verso l’alto, seguo la fune dal punto in cui parte, accanto a me, al punto di arrivo, accanto alla coppia. Guardo verso il basso quasi volessi valutare il rischio, ma oltre alla roccia a un paio di spanne dai miei piedi non riesco a guardare.

I due sopra di noi confabulano concitati. Decido di dare loro la precedenza. Mi anticipano. «Kommen Sie!» mi par di capire. Rispolvero il mio claudicante tedesco e cerco di far capire che sarebbe meglio che fossero loro a scendere per primi. Dicono di no. Rischiamo di andare per le lunghe. «Io vado» sibilo tra i denti. Di quel tratto ricordo solo il mio ansimare e la percezione di avere sempre tre punti del mio corpo appoggiati o aggrappati da qualche parte. Nella mia mente ora non vedo rocce, né fune. Quanto rimane è prettamente fisico e tattile, e non visivo. Arrivo. Appoggio entrambi i piedi sul terreno soffice del sottobosco. Inspiro, espiro, sorrido ai due tedeschi che mi guardano un po’ strano. Capisco. Incosciente. Non si poteva fare altrimenti. Urlo a S. che gli appigli sono sicuri, mi dò dello stupido appena finisco di parlare. Cerco comunque di tranquillizzarla. Mi rendo conto che forse si sente sola come mi sono sentito solo io: mi illudo che la mia presenza la possa tranquillizzare. Cerco di esserle vicino con la voce, ma temo di distrarla. La vedo titubante, sto un po’ male per lei, stringo i denti, spero che la forza del pensiero la possa aiutare. Muove i primi passi: e vedo nei suoi movimenti quanto ho fatto io pochi istanti prima. Di questi momenti ho un ricordo esclusivamente visivo: non ricordo pensieri, né parole, né rumori, né paesaggi. Solo lei, silenziosa, che avanza tra gli spuntoni di roccia, che sale, che tasta il terreno; solo io che la guardo trattenendo il respiro. Non c’è bosco, non ci sono tedeschi, non ci sono animali.

Arriva, ce l’ha fatta. Con un guizzo S. scompare oltre la curva del sentiero. Sento il fruscio dell’accendino e l’odore di tabacco. Capisco e sorrido. Mi sento molto vicino a lei, anche se penso che mi stia maledicendo un po’. Ci siamo quasi, penso. Sono felice. Il tedesco mi chiede se posso aiutarlo a far scendere sua moglie. Molto cortesemente gli rispondo che mi piacerebbe molto, ma che ho già fatto qualcosa che, stante così le cose, non desidero affatto ripetere. Se vuole, lo assisto “dall’alto”. Dagli zaini sgusciano fuori due imbragature. I due si legano e scendono insieme. Arrivano, lui abbraccia lei, la bacia, la rassicura. Avevo notato negli occhi della donna una paura profonda, sotterranea, che avevo capito. Ora sono di là, un vuoto roccioso tra noi. Mi chiedo quale sia la loro meta, la strada è lunga, ma sicuramente sono più preparati di noi. Mi siedo accanto a S., la guardo, sorrido. Siamo in un bosco, penso. Finalmente fresco, odore di resina e muschi.

Dopo una breve pausa e un’enorme sassaia, cominciamo a scendere verso Spruggio alta, verso il Tonini, lasciandoci alle spalle il monte Rujoch. La stanchezza è a livelli stratosferici, l’acqua scarseggia, l’atteggiamento dal mattino è cambiato notevolmente. Fletto le ginocchia, mi chino di lato, appoggio la mano su un’enorme roccia ricoperta di smilzi licheni per aiutarmi in un passaggio un po’ scomodo in quella che spero sia l’ultima sassaia. Lo sguardo fisso sul dorso della mano si alza per posarsi stanco su una targa commemorativa. Impreco a denti stretti: non ci voleva, penso, non è poi così romantico. Concentriamo la nostra attenzione sulla meta: non manca molto, intravediamo lo spiovente del tetto. Abbiamo finito l’acqua e i viveri: abbiamo fame, ma ci siamo.

Arriviamo. Ci spogliamo e tuffiamo la testa sotto il getto d’acqua dell’abbeveratorio. Foto storica: sorrisi, siamo felici, cicaleggiamo come isterici, la tipica crisi di parletico irrefrenabile, raccontiamo le nostre impressioni, ci sediamo, mangiamo, chiacchieriamo con H., siamo frastornati dalla contentezza e dalla stanchezza, scriviamo cartoline quasi volessimo immortalare le emozioni, mangiamo la zuppa di fagioli fuori, tra sole e ombra, allo stesso tavolo in cui, a fine ottobre dell’anno prima per la chiusura del rifugio, in allegra compagnia ho mangiato uno spezzatino innaffiato da una generosa caraffa di vino e da numerose grappe al cirmolo. Sensazione di fisicità incredibile, rutto liberatorio. Rifocillati riprendiamo il cammino verso valle, lentamente, senza fretta, in mezzo a fitti boschi, più accoglienti e protettivi, più sorridenti della roccia. Scendiamo a poco a poco, raggiungiamo malga Stramaiolo e vediamo l’altro versante, dal basso, della nostra lunga e a volte sofferta escursione. Il nostro sguardo abbraccia con affetto l’intero arco di montagne, un sorriso stanco ma fiero sulle labbra. Chiacchieriamo sommessamente, passo dopo passo, tra alberi altissimi e resinose cataste di legna, finché la strada della forestale non sbocca sul nastro antracite della strada che sale al Redebus. Un piccolo anello della nostra storia si è chiuso.

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3 risposte a Walden – a spasso con Thoreau di Saulo Bianco

  1. saulo ha detto:

    grazie a voi per avermi accompagnato con la vostra paziente lettura.

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  2. zappatore ha detto:

    che racconto fantastico, complimenti! mi sembrava proprio di vedere “le streghe pettinarsi i capelli”

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  3. Alessandra ha detto:

    … che ansia! ho partecipato alla salita, all’affanno, al timore. Grazie dell’emozione

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