Gli uccelli cinesi (seconda parte) – di Gloria Spessotto

Giacomo deve andare a Padova per un impegno di lavoro, ha imboccato l’autostrada per fare prima. Tra Venezia e Padova c’è già un’autostrada, anche se non larghissima, non ancora fiancheggiata da guard rail ma appena delimitata da filo spinato. La guerra è da poco terminata, bisogna accontentarsi, le strade e le ferrovie sono quel che sono. Ed è proprio questo il guaio. C’è un posto, vicino al Dolo, dove la carreggiata gira un poco e quasi s’incontra con una viottola che passa nei pressi. Un uomo in bicicletta decide di entrare in autostrada invece di diventare matto a pedalare in mezzo a tutti quei sassi col rischio anche di forare. Basta passare sotto il filo spinato. L’ha fatto altre volte, non è di certo il primo, in fin dei conti non c’è un gran traffico perché le macchine possono permettersele soltanto in pochi. Imbocca, l’uomo con la bicicletta, la corsia che va verso Padova. Forse è soprappensiero, forse che prima di partire sia passato all’osteria a bere un paio di ombre? Decide senza guardare, guardando male oppure abbagliato dal sole: insomma, si immette. Contro mano. Giacomo se lo trova davanti all’improvviso. Come… una bicicletta, in autostrada…? Sterza di colpo per evitarla. La macchina ha un sussulto, s’impenna, si gira, si torce, stride, si schianta contro un albero. Sì, c’erano ancora gli alberi, allora, ai bordi dell’autostrada. L’urto è tremendo, nell’impatto l’auto geme, si accartoccia, fuma.

E Giacomo muore.

Non so chi sia andato a dirglielo alla Mimì, né alla madre e alla sorella in Calle della Mandola, ma in quell’attimo il mondo si è girato a testa in giù, non è più lo stesso. Il ritratto di Giacomo va a fare compagnia alle fotografie dei familiari defunti appese alle pareti del soggiorno, la Lauretta ha la certezza che anche il moroso dalla Russia non tornerà più. Alla Mimì rimane il rimpianto di una famiglia che non potrà più mettere insieme, un lavoro da assistente sanitaria che la trasferisce subito ad Adria, e due pannelli cinesi raffiguranti due cigni che svolazzano fra i bambù.

Cerca di assumere come può il ruolo di consolatrice, e in qualche modo riesce ogni tanto a strappare qualche sorriso alla vecchia madre, ma ormai ha bisogno di consolazione anche lei. Ogni volta che si ritrovano nell’appartamento di Calle della Mandola, le tre donne e il barboncino non fanno altro che piangere. E l’altra sorella, la più vecchia, quella sposata col farmacista di campo Santa Marta, non è da meno. Ha avuto quattro o cinque gravidanze che non è mai riuscita a portare a termine perché ha qualcosa di sbagliato nel sangue, qualcosa che uccide i suoi bambini. Il marito poi, più giovane di qualche anno, è un farfallone che corre dietro a ogni sottana, insomma, sono anni ormai che lei è chiusa in un lutto senza consolazione. Figuriamoci adesso. La Mimì sta per crollare. È la Vanda, l’amica di sempre, a trovarle una via d’uscita. Non sopporta di vederla così triste, sa che la Mimì non è fatta per la tristezza. Da poco lei si è trasferita in Cadore, dove viene a sapere che nel suo paese è libero un posto di assistente sanitaria alla cassa malati, così suggerisce alla Mimì di chiedere il trasferimento sui monti.

La nuova casa è un minuscolo appartamento al piano terra dove si trovano anche gli uffici, gli ambulatori sono ai piani  superiori. Per ricavare qualcosa che assomigli a un soggiorno, la Mimì sistema una credenza davanti al secchiaio della cucina a mo’ di divisorio: dietro la credenza piazza  il fornello e qualche scaffale, del frigorifero non c’è bisogno perché in montagna il latte e il burro basta metterli fuori della finestra. La stanza dimezzata che funge da soggiorno è quasi interamente occupata da due poltrone e dal grande mobile radio con grammofono corredato da un’ampia collezione di dischi: Frank Sinatra, Tommy Dorsey, Charles Trenet. Ma il bagno non c’è. Per andare al gabinetto bisogna attraversare l’androne dove stanno gli uffici, e per lavarsi salire al secondo piano. Questi però non sono che dettagli, in questo appartamentino con “scomodo” di cucina e di bagno può cominciare una vita nuova, nessuno sa quel che è successo, non è necessario continuare a portare il lutto.

Me la ricordo in quel periodo, la Mimì, piena di energia, fresca come una ragazza. Indossava la divisa in piquet bianco come un abito di sartoria, d’inverno ci infilava sopra golfini di pelosa lana candida. L’ambulatorio l’aveva trasformato in una specie di serra, con piante e fiori dappertutto, lavori a maglia e all’uncinetto fra le scatole delle punture e biancheria appesa ad asciugare alle finestre, fermata con aghi di siringhe. Me la ricordo in bilico sopra una Vespa, su per le stradine più ripide per andare a fare le punture ai villeggianti, sempre sorridente e piena di corteggiatori. Ricordo anche i due pannelli cinesi, sul muro di uno stanzino dove faceva le iniezioni in casa, arredato con un letto rivestito di tela rossa e un armadio improvvisato, fatto di stoffa con le stelle alpine, che noi chiamavamo il teatrino. La precarietà della struttura e di tutta la casa era in perfetta sintonia con la precarietà della sua vita. Non erano certo intonati col contesto, quei cigni cinesi, ma non poteva appenderli in soggiorno, o peggio ancora in camera da letto: le avrebbero messo troppa tristezza, meglio tenerli lì.

C’erano solo due persone attaccate alla vita a girare intorno a casa Montinari: la Mimì e il farmacista che aveva sposato la figlia più vecchia, cioè Augusto. Al loro arrivo tutto veniva sconvolto: naturale che finissero a letto insieme. Non so bene dopo quanto, ma credo abbastanza presto. La Vanda storceva la bocca, non le era simpatico quell’uomo, troppo superficiale e puttaniere, ma per la Mimì, nonostante fosse di quasi vent’anni più giovane, lui ha rappresentato l’amore di una vita. Un amore che si accontentava dei fine settimana, ma che si alimentava di momenti esaltanti fra sciate, gite in montagna e incontri clandestini. Un amore profumato da mazzi di fiori recapitati a casa, omaggi di profumi francesi, del tutto depurato dalle noie della quotidianità. Un amore segreto. Anche se poi si è venuto a sapere che la moglie di Augusto ne era al corrente, e anche la Lauretta: gli unici a non saperlo eravamo noi nipoti, perché eravamo giovani e ancora innocenti e non dovevamo venire turbati da storie così peccaminose. E pensare che per noi era un mito, la Mimì, proprio perché era trasgressiva e del giudizio degli altri lei se ne impipava altamente.  Fatto sta che come il ricordo di Giacomo si faceva sempre più lontano, lei diventava sempre più montanara, calzava pedule e scarponi, vestiva pantaloni sportivi e costumi tirolesi, i poveri cigni erano diventati estranei, ingombranti, meglio toglierli di mezzo. E così sono finiti in cantina.

Li ho trovati anni dopo rovistando fra le robe vecchie, mentre cercavo un paio di scarponi. Erano buttati per terra, sotto un tappeto sfilacciato. Diversi pezzi erano staccati e sparsi per il pavimento, alcune schegge raccolte in un cartoccio, altro che Debussy, quei cigni spennati mettevano solo tristezza. Perché buttarli così? le ho chiesto. Ma a lei ormai non interessavano più. Erano passati trent’anni da quel giorno. Ah, gli unici uccelli che ho trascurato in vita mia, ha sorriso maliziosa. Adesso poteva permettersi anche battute piccanti, non aveva più nulla da rimetterci, anzi le dava prestigio esibire una vita movimentata alle spalle. Se li vuoi prendili pure, mi ha detto, magari trovi qualcuno che li sappia restaurare.

È stato così che sono arrivati nel soggiorno di casa mia, dopo tanti anni passati veloci, dopo che la moglie di Augusto è morta e la Mimì ha sognato di essere finalmente riconosciuta come l’unico grande amore del farmacista e portata all’altare. Lui però s’è guardato bene dal farlo, anzi c’è stato perfino un momento in cui tutti abbiamo creduto che avrebbe finito per sposare la Lauretta. La Mimì da quell’ennesimo dispiacere non si è più ripresa, anche se ormai aveva quasi settant’anni e lui ben più di ottanta. Quelle nozze mancate l’hanno sbalestrata, da allora vive come assorta, svagata, persa nel rimpianto di una vita dedicata all’uomo sbagliato e che pure ha amato, nel dispiacere di una bellezza sfiorita. Non c’è più nulla che la interessi, ha cancellato anche i ricordi, preferisce il vuoto.

È rimasta sorpresa, tempo fa, quando è venuta a trovarmi e ha visto che stavamo appendendo i suoi cigni cinesi nel mio soggiorno. Però, ha detto, sono proprio belli. Ma lo sguardo era assente, chissà dov’erano volati i suoi pensieri. Le sembrava tutto maledettamente lontano. E stranamente confuso.

(fine)

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Una risposta a Gli uccelli cinesi (seconda parte) – di Gloria Spessotto

  1. Paola ha detto:

    Molto riuscita l’atmosfera semplice e un po’ malinconica che il racconto riproduce. La lettura ti immerge subito in un clima familiare e piacevole. Particolarmente stimolante lo spunto che sottende il racconto, l’idea che le cose, gli oggetti siano spettatori silenziosi dei nostri vissuti o di vissuti precedenti e che ciascun oggetto sia il potenziale depositario di una storia o di un racconto da scoprire e svelare.
    Bello!

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