Gli uccelli cinesi (prima parte) – di Gloria Spessotto

Anche quest’anno, per Pasqua, un racconto. Questa volta me lo regala Gloria Spessotto, già ospite in queste pagine (leggi qui). Lascio a lei l’introduzione del racconto. Buona lettura e buona Pasqua.

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Chiunque abbia letto il bellissimo libro di Edmund de Waal, “Un’eredità di avorio e ambra“, e seguito le peripezie della collezione di netsuke giapponesi ereditata dall’autore, non avrà dubbio che gli oggetti che accompagnano la nostra quotidianità e ai quali magari non badiamo più di tanto, molto spesso hanno una storia più interessante della nostra. Da parte mia da sempre sono convinta che gli oggetti abbiano davvero un’anima e, se sappiamo ascoltarli, ci parlano. Non intendo ora addentrarmi in discussioni filosofiche sul calore che noi stessi trasmettiamo alle cose rendendole vive, e tuttavia è fuori discussione che certi oggetti ci trasmettono simpatia e sicurezza come il teddy bear dell’infanzia o la coperta di Linus. Così è per i miei “uccelli cinesi” che volano per la mia casa raccontandomi storie lontane e comunicandomi un sentimento di luminosa libertà.

Gli uccelli cinesi

Sono appesi sopra il divano e si vedono subito, appena si entra in salotto. Valeva la pena di metterli in evidenza, sono così eleganti, i due pannelli cinesi: davvero rari. Del Seicento, mi hanno detto, almeno io ho sempre saputo così. Contro uno sfondo di lacca nera, due cigni in madreperla planano sopra un canneto d’avorio. Intorno qualche fiore, una farfalla. Il lavoro è cesellato con finezza, eseguito con pazienza orientale, anzi con la pazienza orientale del Seicento, che uno s’immagina ancora più paziente. Dovevano essere gli sportelli di un mobile, ne ho visti di armadi del genere in qualche negozio di cineserie raffinate, questi però mi sembrano più belli, perché sono meno pesanti, gli altri mi parevano sempre sovraccarichi, eccessivi. Il disegno dei miei pannelli, invece, è arioso, leggero: guardarli mi fa pensare a Debussy. Li ricordo da tutta la vita, li ho sempre visti appesi da qualche parte, ma non a casa mia, erano a casa della zia Mimì, al Lido, prima ancora che finisse la guerra. Era fidanzata, allora, con un dottore, certo Giacomo Montinari, uomo non bello ma di viva intelligenza e di sicuro avvenire. La zia Mimì faceva l’infermiera, ma Giacomo l’aveva incontrato nell’ospedale dove era ricoverata la sua amica Vanda per un’operazione alle ovaie. La Mimì andava a trovarla e a farle assistenza. Fatto sta che i due si erano visti e innamorati. La Vanda, a dire il vero, ha sempre sostenuto che innamoratissimo fosse soprattutto lui, mentre lei molto meno. Cosa vuoi, mi raccontava, la Mimì era bionda, sfolgorante, allegra, spregiudicata, e per lui che era colto e intelligente ma un po’ triste come sanno essere tristi i sardi – perché quella era la sua origine – unico maschio rimasto in una famiglia di donne cupe, remissive e masochiste, la Mimì rappresentava la vita. Lei invece era attirata più dal prestigio, dalla condizione sociale, e dalla possibilità di ricominciare a vivere dopo il fallimento del matrimonio con Livio. Che tasto dolente, quello di Livio. Quell’uomo si era dimostrato traditore e disonesto. La gioventù e la bellezza (erano davvero belli tutti e due, un gusto solo a guardarli), li avevano fatti infiammare all’istante e nell’incendio generale dell’inizio della guerra, pareva quello l’unico fuoco puro destinato a durare. Era così affascinante Livio, un gran parlatore, e per giunta spregiudicato. Raccontava zia Mimì – ma quando era ormai avanti negli anni e non si sapeva quanto le sue storie fossero frutto di ricordi o di fantasie – di come lui le si era presentato la prima notte di nozze, completamente nudo e col sesso eretto servito pronto su un vassoio d’argento in compagnia di due coppe di champagne. Lei così innocente e semplice per natura e per educazione, ne aveva avuto una scossa. E per sopravvivere aveva dovuto svegliarsi in fretta.

Ma va là, le replicava la Vanda, che tu non sei mai stata una mammoletta e per certe cose avevi una sicura inclinazione. E poi cosa racconti della prima notte di nozze se ti sei sposata per procura: la prima notte eri a casa tua e tuo marito al fronte, altro che grande albergo, sesso sul vassoio, champagne e tutto il resto.  Sia come sia, quell’esaltazione si era spenta rapidamente. Erano troppo giovani, immaturi, incapaci di amare altro che se stessi. E poi lui era al fronte, appunto, l’avevano spedito in Jugoslavia, e da lì scriveva lettere appassionate alla Mimì ma intanto si portava a letto tutte quelle che gli capitavano a tiro. Quando lei lo venne a sapere, fu una catastrofe. In tempi recenti la Mimì ha rimproverato la Vanda di averci messo qualche buona parola per aiutarla a prendere la decisione: se non fosse stato per la sua insistenza, ha detto, non si sarebbe separata e adesso avrebbe avuto una famiglia con un marito e dei figli invece di essere sola come un cane. Ma poiché la Vanda era infelicemente sposata e già madre di due figli a vent’anni, cercava di spingere gli altri a fare quello che avrebbe desiderato ma non aveva il coraggio di decidere per sé, e così si accontentava di vivere per procura. Questo, almeno, a detta della Mimì.  Ma forse i fatti sono andati in maniera diversa, con la Mimì è davvero impossibile stabilire dati certi anche perché le sue versioni cambiano a ogni nuovo racconto, e alla fine la verità si fa sempre più evanescente, va in fumo come la sigaretta della famosa canzone. La Vanda, per esempio, sostiene che proprio in quel periodo la Mimì aveva perso letteralmente la testa per un tedesco, certo Wilhelm, e il tradimento di Livio le è servito da pretesto per chiedere la separazione e darne la colpa a lui. Comunque fossero andate le cose, non credo che abbia sofferto molto per la fine del suo matrimonio, la zia Mimì. Certo, il suo amor proprio era stato duramente colpito, ma non a morte, anche perché è molto meglio quando si lascia piuttosto che quando si è lasciati. E comunque quell’uomo non voleva vederlo mai più, nemmeno dipinto. Al Lido, durante la guerra, la Mimì faceva la crocerossina al presidio ospedaliero e come infermiera era davvero speciale. Affrontare una malattia con lei accanto era come compiere un’impresa valorosa, guarire significava vincere una battaglia contro un nemico forte, ma che andava rispettato. La Mimì non aveva dubbi su come sarebbero andate a finire le cose perché il male era da solo a combattere, mentre dalla parte del malato c’era anche lei, anche se nulla andava sottovalutato. Alla prima comparsa di una febbre o di un disturbo, la Mimì approntava l’altare per la celebrazione del rito della malattia. Stendeva una tovaglietta bianca sul tavolino della camera da letto, al centro collocava un piatto con la scatola della siringa e, di fronte, il termometro. Sul lato destro venivano impilate le confezioni delle medicine, il flacone dell’alcol e l’ovatta. Sulla sinistra, un bicchiere per l’acqua e uno colmo di spremuta d’arancia coperto da una salvietta. Sullo sfondo, nascosto sotto un asciugamano per non impressionare, l’armamentario per il clistere. A quel punto aveva inizio la sfida e lei entrava in campo col più radioso dei sorrisi e una straordinaria maestria nell’infilzare l’ago nel gluteo non dopo, ma durante un rapido massaggio della parte, sicché quando sollevava la mano e uno si aspettava di sentire la puntura, l’iniezione era già fatta e finita. I bambini accettavano volentieri di farsi curare dalla Mimì perché riusciva a convincerli che le punture le faceva senza ago.

È stato proprio lì, al presidio ospedaliero, che la Mimì aveva conosciuto il tedesco. Al di là del nome non so niente di lui, ma la Vanda ha sempre sostenuto che quello è stato proprio un grande amore. Faceva follie, in quel periodo, la Mimì, l’amore la rendeva spavalda. La familiarità col tedesco le dava libero accesso ai timbri del presidio, e lei li utilizzava per falsificare permessi di malattia che hanno consentito a più di una persona di farla franca. No, non credo che nessuno se ne sia mai accorto, e lei stessa forse non si è mai resa ben conto del significato di quello che faceva e dei rischi che correva. Poi è arrivato l’armistizio e il tedesco, forse se n’è andato, forse non l’aveva mai amata, si è dileguato, lasciando spazio a quel dottore così serio e protettivo: proprio quello che ci voleva per tirarle su il morale. Le vicende che racconto si sono svolte in un arco di tempo brevissimo, tre, quattro anni in tutto: erano momenti, quelli, in cui bisognava vivere in fretta, il futuro non dava certezze, le occasioni bisognava prenderle per i capelli per non farle scivolar via. Camminano in Calle Larga S. Marco, lei e Giacomo a braccetto (una sicurezza quella vicinanza, il calore che lui le trasmette attraverso la flanella della giacca, lei elegante in tailleur verde a sottili righe verticali beige e cappellino in testa, che bella coppia, pensano quelli che li vedono), e così passeggiando la Mimì butta un occhio alla vetrina dell’antiquario prima del ponte, quello con i leoni di pietra ai lati dell’ingresso. Guarda Giacomo, che meraviglia quei cigni. È fatta così la Mimì, per l’entusiasmo la voce le sale di un’ottava, le si sgranano gli occhi e lei palpita tutta, freme perfino l’uccellino di piume giallo-arancio che porta sopra la tesa del cappellino di paglia. Giacomo si ferma a guardare quel lavoro paziente, anche a lui sembra molto bello, strano che sia piaciuto alla Mimì che con la pazienza non ha molto a che fare, lei è una che va veloce. E infatti è già oltre, i suoi occhi corrono su altri percorsi. A quei pannelli non pensa più. Ci ha ripensato due giorni più tardi, quando il fattorino dell’antiquario suona alla porta di casa per recapitarle il dono del dottore, accompagnato da un biglietto color lavanda. E adesso? Possibile che con quell’uomo non si possa nemmeno dire che un oggetto è bello, che lui te lo manda subito a casa? E poi a lei non è che piacessero chissà quanto, quei benedetti uccelli cinesi, e per giunta ora deve trovare la parete adatta dove appenderli. Sbuffa un po’. Che soddisfazione, però! A nessuna delle amiche è mai capitata una cosa del genere, pensa che gusto andare da una come la Vanda che sembra la principessa Taitù e raccontarle un fatto così. Chissà, forse è stato proprio quando ha visto i due pannelli cinesi che la Vanda ha pensato che uno come Giacomo la Mimì doveva proprio cercare di sposarlo. Anche la Mimì deve essersene convinta abbastanza presto perché l’entusiasmo del dottore era davvero rassicurante e la sua serietà una garanzia per il futuro. In quanto al precedente matrimonio, si poteva sempre chiedere l’annullamento alla Sacra Rota, come per tanti altri matrimoni di guerra. Nella famiglia di Giacomo Montinari la Mimì è un vento di primavera che arieggia le stanze polverose del vecchio appartamento in Calle della Mandola, dove la madre vive con la figlia Lauretta e un barboncino nero che puzza di muffa. Quando entra la Mimì, le stanze sembrano acquistare luce, prendono vita perfino i ritratti dei parenti defunti appesi alle pareti: di colpo sembrano toccati da un che di sorridente, di scanzonato, quasi. La Lauretta, che ha il moroso disperso in Russia, ricomincia timidamente a sperare che lui riesca in qualche modo a tornare, che non sia morto davvero nella battaglia di Stalingrado, ma solo disperso.  Nel piccolo appartamento al Lido di Venezia la Mimì ha un terrazzino semicircolare dove ha l’abitudine di prendere il sole con le amiche e il nuovo fidanzato dottore. È proprio in quell’appartamento che vengono appesi i due pannelli con gli uccelli cinesi. La guerra è ormai finita, c’è sollievo nelle conversazioni, nei gesti delle persone, una voglia di dimenticare le tristezze e ricominciare da capo, si guarda solo avanti, le durezze del presente non contano perché sembrano certissime le felicità del futuro. Poi tutto cambia di colpo, la vita si chiude da un momento all’altro in un giorno di primavera.

(fine prima parte)

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