A ciascuno il suo, ovvero traduttori e idraulici – 2 parte

Dal momento in cui inizio a leggere avverto subito c’è qualcosa di farraginoso nella narrazione. Un ritmo lento, pedante e avvincente come un elenco telefonico raffredda subito i miei entusiasmi. Ma ci può stare, in fondo è un giudizio personale e “de gustibus” eccetera eccetera. Ma c’è dell’altro su cui disputare, oltre alla piacevolezza della narrazione, che è soggettiva. La prima stonatura arriva dall’uso del sistema imperiale al posto di quello metrico decimale: se io, lettrice italiana, leggo che Tizio ha camminato per 15 miglia, questa notizia non mi dice niente: è tanto? è poco? Nell’economia del racconto non riesco a capire se alla fine della giornata, Tizio è stanco, stravolto o appena affaticato. Non mi permette di inquadrare il personaggio, se è un camminatore scarso, discreto oppure ottimo. In buona sostanza, è una notizia che non serve a un tubo. Senza un riferimento a me noto, come posso farmi un’idea dell’impresa che Tizio ha fatto? Come lettrice sento che non sono presa in considerazione. Più avanti, per descrivere la catena montuosa che deve valicare, Tizio dice che molte delle vette cha ha di fronte superano gli ottomila piedi. Oppelamaiella! è proprio il caso di dire. Letta distrattamente, questa informazione fa assomigliare gli Appennini al Karakorum. Ottomila sì, ma piedi. Anche qui, si tratta di vette insormontabili o sono colline? Il caos poi è totale quando l’autore ci informa che, sempre sulle stesse montagne,  – e due righe più sotto – d’inverno cadono parecchi centimetri di neve. Come lettrice mi sento presa in giro. Che cosa ha impedito al traduttore di andare su internet, prendere un convertitore e andare a verificare che alla fine, ottomila piedi sono poco meno di 2.500 metri?

Il fastidio inizia a montare, come una valanga che scende da un pendìo ripido ripido. Sono  tantissime le sbavature che urtano l’orecchio, come una “carta da bagno” che doveva essere in origine (vado a lume di logica) toilet paper e cioè una prosaica ma utilissima carta igienica, oppure la mancata traduzione di no man’s land e di war office, che non offrono nessuna difficoltà di resa in italiano, essendo banalmente “terra di nessuno” e Ministero della Guerra. Mi metto sempre nei panni del lettore che conosce solo l’italiano: come avrei reagito, alla lettura di questi sintagmi nominali lasciati in inglese? Di sicuro mi avrebbero dato fastidio, e molto. Se la traduzione esiste,  perché non usarla? Nelle prime pagine lasciavo correre, anche se obtorto collo, queste sviste, ma dalla metà del libro sono stata colta dalla sindrome del “raddrizza quadri” ed è stato come aprire una diga: forse il traduttore, o i traduttori, pressati dalle scadenze, hanno trascurato ancora di più l’accuratezza formale e concettuale e le castronerie sono spuntate ovunque come i bucaneve a primavera. Sono così tante che non vale nemmeno la pena di elencarle, a parte una. Il protagonista, uomo integerrimo, soldato valoroso prima e impeccabile funzionario statale poi, dopo la pensione “incominciò a demolire il suo aspetto fisico.” Mi è venuto un colpo. Mi sono immaginata Tizio, che è sopravvissuto alla prigionia, ha superato traversie di ogni tipo e non si è mai lasciato andare, nemmeno nei momenti più disperati, che improvvisamente inizia a bere o a drogarsi. Mi è dispiaciuto, lì per lì,  ma due o tre righe più in basso, l’arcano si svela e la “demolizione del suo aspetto fisico” si spiega nel fatto che aveva smesso di indossare la cravatta e andava in giro col colletto della camicia sbottonato. Questo è “demolire l’aspetto fisico”? Ma allora Keith Richards dei Rolling Stones dovrebbe essere morto almeno un centinaio di volte, con tutto quello che si è potuto sciroppare, in settant’anni, in termini di stupefacenti, alcol, pasticche e rock’n’roll. E invece zompetta ancora, felice seppur demolito –  lui sì – nell’aspetto fisico. Potrei andare avanti ancora ma il concetto ormai è chiaro. Non so chi ha tradotto il libro e non lo voglio nemmeno sapere, (cioè, lo so ma si dice il peccato e non il peccatore) so solo che pubblicare un testo del genere è stato forse un passo affrettato. È evidente che la testa del revisore della piccola casa editrice che ha pubblicato il libro non è rotolata in terra, falciata senza pietà dalla katana del direttore editoriale, semplicemente perché non c’era una testa da tagliare. Ma non serve essere del mestiere per sapere che in Italia usiamo i chilometri e non le miglia, che l’elettricità non si vende dei negozi (magari esistono negozi di elettrodomestici o di materiale elettrico ma non “negozi di elettricità”), che il cottage si ristruttura o si restaura ma non si “rinnova” e via castroneggiando. La scusa che le piccole case editrici non possono permettersi un revisore perché costa non regge, perché esistono, lo so per certo, editori piccolissimi che fanno egregiamente il loro mestiere, che è quello di confezionare un prodotto degno sotto ogni punto di vista. Il libro mi è stato prestato, per fortuna, ma se avessi speso i 20 € del prezzo di copertina, me li sarei fatti restituire, senza ombra di dubbio.

"Questi è il Monti, poeta e cavaliero, gran traduttor de' traduttor d'Omero"

“Questi è il Monti, poeta e cavaliero, gran traduttor de’ traduttor d’Omero”

Il punto è che i lavori, da stendere la cera sul parquet a piazzare i titoli in borsa, da risuolare una scarpa a otturare un dente, vanno fatti fare a chi li sa fare o almeno, ha i titoli per farlo (e anche qui, ci sarebbe da dire molto, ma lasciamo stare). Io so cambiare la camera d’aria di una bicicletta ma questo non fa di me un meccanico del team Astana; sono capace di stappare correttamente una bottiglia di spumante ma questo non fa di me un sommelier; sono in grado di liberare lo scarico della doccia con Mister Muscolo e questo non fa di me un idraulico. Parimenti chi ha studiato una lingua non sa automaticamente tradurre: per cui, facciamolo fare a chi è del mestiere, e facciamo riparare il lavandino ad un idraulico. Unicuique suum, a ciascuno il suo, di lavoro, e ne trarremo vantaggio tutti,  lettori e lavandini.

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3 risposte a A ciascuno il suo, ovvero traduttori e idraulici – 2 parte

  1. Alessandra ha detto:

    Per Lorella: vedi anche (veneto) secchiaio-seciaro!

    Mutatis mutandis: il bravo traduttore sta all’amena lettura come il bravo doppiatore sta al film avvincente (se no te lo vai vedere in lingua originale con i sottotitoli, ma che fatica!!!)

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  2. rossodipersia ha detto:

    Ho sempre inteso il mestiere di traduttore come un mestiere di passione e non di mera applicazione delle regole scolastiche. Ho sempre pensato al libro tradotto come a un libro di seconda mano perché già amato profondamente dal traduttore. Non tollero la faciloneria, anche per sturare un lavandino ci vuole attenzione. E rispetto.

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  3. Lorella Pomponio ha detto:

    Dubito che per il mercato e per le sue regole attuali ci sia una differenza sostanziale tra lettori e lavandini. Lavelli. Acquai. ossignoreiddio…>>>>:O

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