A ciascuno il suo, ovvero traduttori e idraulici – 1 parte

Senza ombra di dubbio, una delle cose che mi dà più gusto è leggere. Ogni volta che apro un libro è un salto nel vuoto e con il fiato sospeso mi chiedo sempre se riuscirò a entrare in sintonia con l’autore, capirò quello che mi vuole comunicare, mi troverò bene tra le righe della sua opera, mi piaceranno i protagonisti. Le incognite sono tante e man mano che la lettura procede e che supero lo “scoglio narrativo” si apre un mondo, una dimensione nuova, una scoperta continua. Questo e tantissimo altro succede quando si legge e se il libro è scritto (e tradotto) bene, il piacere è difficilmente descrivibile. Parimenti, se il libro è scritto (e tradotto) male, il fastidio è di pari portata.

Da tempo leggo cose che mi consigliano i miei amici lettori, questa congrega di spacciatori di titoli e di novità editoriali oppure leggo le cose astruse che mi vado a cercare per mio interesse personale. Finito per sempre il periodo in cui mi facevo incantare dagli altisonanti proclami delle fascette che, come un cinto erniario, chiudono i volumi impilati nelle librerie, adesso cerco di andare a segno a colpo sicuro. Di fregature ne ho prese tante, “grazie” alle recensioni dei giornali, spesso addomesticate per tirare l’acqua al proprio mulino editoriale, per cui, complice anche il periodo di spending review che viviamo,  mi faccio guidare dai miei colleghi lettori. Il più delle volte funziona, ma qualche rara volta no, ma pazienza, non è che si possono leggere sempre capolavori. Quando poi, ci si aggiunge anche una resa zoppicante, sono assalita da quel sottile ma persistente fastidio di come quando si mangiano le cozze mal lavate e la sabbia scricchiola in mezzo ai denti.

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio - San Gerolamo (immagine tratta da Wikipedia)

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio – San Gerolamo (immagine tratta da Wikipedia)

Ma che ne sai tu, di traduzione letteraria, di registri linguistici, di idioletti e di tutto il contesto enciclopedico a corredo, visto che ti occupi di asettici manuali, qualcuno potrebbe obiettare. Sì, appartengo alla fanteria dell’armata dei traduttori, quelli che non hanno velleità artistiche e che per noi “A nut is a nut is a nut is a nut” parafrasando la Gertrude Stein.  È vero, un manuale di meccanica lascia poco spazio alla fantasia, il linguaggio settoriale ti ingabbia in una nomenclatura definita e ristretta, ma anche noi abbiamo le nostre belle gatte da pelare, come quando qualcuno tradusse “vite senza fine” con “endless screw“, scatenando una ola di testosterone tra i maschi operatori anglofoni e facendo imporporare le gote della pudibonda e puritana boss dell’ufficio di allora. Oppure quando in ufficio la Heftmaschine divenne una improvvida “macchina da cucire” al posto di una più utile e meno ingombrante “cucitrice”. Ma sono cose che capitano anche nelle migliori famiglie e chi è senza peccato, scagli il primo dizionario. Dunque, se come soldato semplice della traduzione ho poca voce in capitolo, come generale di corpo d’armata della lettura ho da dire la mia, eccome se ho da dire. Quando leggo pretendo accuratezza, impegno, dedizione, coerenza, stile, genialità, passione; esigo che la versione del romanzo/saggio/articolo che leggo sia come se fosse stata scritta nella mia lingua, che poi è espressione della mia cultura e del mio mondo, pur mantenendo intatto lo spirito di una storia che magari è ambientata in Papuasia. Ci sono traduzioni bellissime di contenuti mediocri, almeno per il mio gusto: Norwegian Wood. Tokyo Blues di Haruki Murakami è un libro da tagliarsi le vene per lungo per quanto è deprimente e noioso, ma la traduzione di Giorgio Amitrano è così ben fatta che addirittura migliora il racconto, parola non certo mia, ma di che ne sa a pacchi e di cui mi fido. Poi ci sono traduzioni così ricche di ritmo, di colori e di gioia perché l’originale stesso è scoppiettante, allegro e lieve come una brezza di primavera. Basta prendere uno qualsiasi dei primi libri di Isabel Allende (La casa degli spiriti, D’amore e d’ombra, Eva Luna e via discorrendo) per rendersi conto che Angelo Morino ha reso perfettamente lo stile e lo spirito della scrittrice cilena e in questo caso posso garantire in prima persona.

Poi, però, ci sono anche quei libri che sia per contenuto che per forma sono, come dire, sgangherati. In cui il piacere di leggere diventa invece una tortura e che in ossequio al terzo diritto del lettore di Pennac, meriterebbero di essere abbandonati seduta stante a prendere polvere su qualche scaffale. Ma il lettore ha anche una componente masochistica in sé e pertanto prosegue la lettura, sia pur smadonnando e sbuffando come una locomotiva in salita. Mi è capitato di leggere di recente un libro in cui i presupposti per una lettura amena ed interessante c’erano tutti: racconti veri di guerra, fughe, prigionia, amicizia, vicende private che si intersecano con la Storia e con riferimenti diretti a un protagonista di primo piano del XX secolo. Con un materiale di partenza del genere, un Ken Follett o un John Grisham qualsiasi avrebbero tratto almeno una saga in tre volumi da 800 pagine cadauno, un kolossal hollywoodiano, uno spin-off di dieci episodi e una collezione di pupazzetti da mettere come sorprese negli ovetti Kinder. Una miniera d’oro, in poche parole. In più, per quanto mi riguarda direttamente, gran parte della vicenda è ambientata in una splendida zona della mia regione d’adozione, luoghi ancora poco frequentati e di una bellezza selvaggia e accattivante, che conosco abbastanza bene grazie alle innumerevoli escursioni con zaino in spalla di questi ultimi vent’anni. Tutto lasciava presagire una lettura interessante e mi sono buttata a pesce sul libro, per scoprire quasi subito che anche la migliore delle predisposizioni mentali non prescinde da una lettura attenta e da un orecchio, abituato dalla lettura compulsiva, a cogliere la benché minima stonatura.

[fine prima parte]

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3 risposte a A ciascuno il suo, ovvero traduttori e idraulici – 1 parte

  1. guido mura ha detto:

    Allora, mi dici che, se non mi è dispiaciuto Murakami, il merito è di Amitrano? Certo, se l’avessi letto in giapponese l’avrei trovato noiosissimo.

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  2. Alessandra 55 ha detto:

    anche leggere i tuoi articoli su questo blog è un piacere: quando mi compare nella mail l’avviso che è uscito un nuovo pezzo, mi viene l’acquolina in bocca e apro la bustina elettronica sicura che sarà una prelibatezza.
    E, soprattutto, è la condivisione delle sensazioni, delle piacevolezze, dei gusti dolci o amari che mi fa annuire con affetto ad ogni riga!
    grazie

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