Preghiere esaudite di Saulo Bianco – seconda parte

Doveva essere un pomeriggio come tanti altri, fatto di stringhe da tradurre, monte parole da chiudere entro sera, e gli immancabili intermezzi ‘vari ed eventuali’ che sono soliti impepare la monotonia della traduzione di complicatissimi software. Lo squillo del cellulare fu una botta d’arresto in quel noioso tran tran, un diversivo, fors’anche una pausa. Una bellissima voce mi stava annunciando l’arrivo di una mail e connessa richiesta di traduzione di un testo, per il quale grazie a Dio c’era sufficiente tempo. Accettai di buon grado e cominciai a chiudere file, archiviare lavori, mettere in sicurezza i dati: a sgomberare la scrivania, insomma, e pure il cervello, per prepararmi. Controllai il frigo (il traduttore rischia sempre di averlo vuoto ed echeggiante; la traduzione fa la fortuna dei pronto pizza sotto casa). Tornai davanti al laptop, aggiornai la pagina della posta, lessi il messaggio. Sbiancai in viso. La richiesta aveva come oggetto questo: http://www.vanityfair.com/culture/2012/11/truman-capote-unseen-manuscript-unfinished-novel-answered-prayers.

Invocai San Girolamo, richiamai alla memoria la “regola della stadera” di rosiniana memoria e mi buttai a chilometro lanciato nell’impresa. Sette paginette: avevo fatto di peggio, pensai, ma qui la posta in gioco era altissima. Avevo a che fare con un nome ingombrante, lavori già tradotti e una distesa di sabbie mobili pronte a inghiottirmi. Volai in libreria, acquistai “Preghiere esaudite” (Garzanti, 2000) e cominciai il lavoro di documentazione sull’autore, sul testo e sul suo traduttore. E per la terza volta, presi un lunghissimo caffè con Ettore Capriolo. Armato di matita, pecette adesive, blocco per appunti, saccheggiai la rete e lessi d’un fiato il romanzo postumo di Truman Capote, un testo dalla difficilissima gestazione e a causa del quale l’autore si giocò non poche amicizie importanti. Inoltre, avevo a che fare con uno che poteva permettersi il lusso di scrivere:

Ned mi insegnò il mestiere e dopo averlo lasciato mi guadagnai da vivere facendo il massaggiatore in una serie di alberghi di Miami Beach. Avevo inoltre una mia clientela privata, uomini e donne che massaggiavo e a cui insegnavo esercizi corporali e facciali – anche se gli esercizi facciali sono pure stronzate: l’unico che serva a qualcosa è il pompino. Non sto scherzando: non c’è niente di meglio per rassodare le mascelle.

Spregiudicato, sfacciato e irriverente. Continuai a leggere la traduzione, il mio occhio di lettore-traduttore zoppicava qua e là.

Conoscete l’espressione killer fruit? È un tipo di omosessuale con del Freon a raffreddargli la corrente sanguigna. Diaghilev, per esempio. J. Edgar Hoover. Adriano. Non per paragonarlo a questi personaggi da monumento, ma il tizio a cui sto pensando è Turner Boatwright – o Boaty, come lo chiamano i suoi cortigiani.

«Sal, spero che tu non abbia dimenticato che oggi alle cinque hai un appuntamento al St. George Hotel. Camera 907. Si chiama Watson.»

«Il St. George! Gesù,» brontolò Sal (…) «ma è a Brooklyn! E io dovrei portar le chiappe sino a Brooklyn con questo tempo?»

«È un appuntamento da cinquanta dollari.»

«Spero che non sia niente di stravagante. Non ho voglia di cose stravaganti.»

«Niente di stravagante. Una semplice Doccia d’oro. Il signore ha sete.»

In questi due passaggi ebbi un sussulto. Bisognava scomodare molta gente, e soprattutto la gente giusta, per non ‘toppare’. Quando lessi killer fruit, che a un lettore, nonostante la disambiguazione, non dice proprio nulla, nella fretta mi venne in mente la parola ‘sfranta’, mentre con ‘doccia d’oro’, ahimè, bisognava saperne una più del diavolo per riconoscere la urolagnia, più confidenzialmente chiamata ‘pioggia dorata’ o ‘pissing’. Se uno proprio proprio voleva parlare in codice, passava alquanto inosservato menzionando non ben precisati sport acquatici.

E poco più avanti ancora:

Qui alla YMCA un cieco di sessant’anni dorme nella cella accanto alla mia. È un massaggiatore e per molti anni ha lavorato nella palestra da basso. Si chiama Bob ed è un tipo panciuto che odora di baby oil e di Linimento Sloan.

Linimento? Sì, esiste o esisteva il linimento Sloan, anzi il linimento Sloan fu il primo formato commercializzato di questo revulsivo. Ma il primo capitolo di ‘Preghiere esaudite’ risale agli inizi degli anni ’70. Che fine avevano fatto il Balsamo Sloan, la sua spatoletta rossa, e tutti i tubetti di Vegetallumina che hanno accompagnato i caroselli della mia infanzia?

Ma non avevo molto tempo per raddrizzare quadri, né per fare la punta alle matite. Avevo a che fare con un testo insidioso, un autore geniale e capriccioso, uno che alla 179^ pagina del libro, termina il romanzo così:

Altri camerieri stavano preparando i tavoli e disponendo i fiori per gli avventori della sera. Era un’atmosfera di lussuosa spossatezza, come una rosa matura che comincia a perdere i suoi petali; e fuori aspettava soltanto il pomeriggio in declino di New York.

Chiusi il libro, finito a una velocità record. In quelle ore, nelle pause, avevo ormai letto il testo da tradurre non so quante volte. Le insidie individuate: il nome e il tipo del ‘natante’, il gioco di parole Witchcraft/Bewitchedcraft, l’incipit e… Avevo come l’impressione di essermi cacciato nel più spinoso dei gineprai. Per la traduzione di ‘yacht’ (senza considerare tutta la problematica di genere, e relativa concordanza, di barche e navi, e la proverbiale superstiziosità dei marinai, su cui esiste una nutrita letteratura) rilessi un passaggio del libro:

Viene a Tangeri due o tre volte l’anno, sempre sullo yacht di qualcuno; passa le estati spostandosi da uno yacht all’altro – il Gaviota, il Siesta, il Christina, il Sister Anne, il Creola, tutti quanti.

Non contento scrissi una mail a un mio amico appassionato di vela, illustrandogli l’epoca in cui si svolgeva il racconto, la tipologia di barca e via discorrendo. Mi rispose come un fulmine, coinvolgendo anche il fratello. Pensai: “Rosini, ti amo!” Era stata la mia prof di traduzione a insegnarci questo: martellare chiunque di nostra conoscenza per reperire la maggior quantità di informazioni utili. Lanciai un’occhiata alla foto di nonna, che mi guardava dall’alto di uno scaffale della libreria. Proprio lei, che non si lasciava sfuggire occasione per dirmi che le lingue straniere erano molto importanti.

Inspirai, espirai, più volte. Dovevo trovare anch’io il filo, rimetterlo in ordine, fare e disfare, impastare, tessere trama e ordito, creare il mio tessuto. Rilessi la citazione che apre il capitolo “Tradurre il tradotto” del saggio di Susanna Basso. Appoggiai le mani sulla tastiera. Non potevo permettermi il lusso di uno ‘sciopero di parole’.

Sgomberai la mente, anche se in essa si rincorrevano fughe di immagini: l’inseguimento di un tramonto all’interno di ciò che è rimasto di una caldera vulcanica in Grecia, a bordo di un barcone con un bicchiere di ouzo in mano, il mare aperto tra Pantelleria e Trapani solcato da quelli che credevo essere delfini, il calore mortale della controra salentina, la sindrome di Stendhal provata davanti a un cumulo di polverosi e antichissimi sassi. Ma dovevo zittire tutto questo e far parlare qualcun altro. Ero sicuro che tra una riga e l’altra sarei potuto cadere, avrei con ogni probabilità forzato la mano da qualche parte. Non importava. Dovevo tentare. Era giunto il momento di ‘cacciare le dita nella marmellata’ e correre il rischio di sporcarmi. Zitto cominciai a tradurre, mentre mia nonna, che di nome faceva Fortunata Veronica, continuava a osservarmi dall’alto.

Yacht e dintorni – Truman Capote (courtesy of Vanity Fair Italia)

Capitò che un giorno un amico italiano noleggiasse un imponente e superbamente elegante yacht a vela e mi invitasse a unirmi a lui e alla sua famiglia per una crociera di tre settimane tra le isole greche e lungo la parte meridionale della Turchia, la costa dell’Anatolia. Oltre la famiglia e il sottoscritto, l’unica altra ospite era una donna distinta e alquanto intellettuale, che chiamerò signora Williams. Avrebbe dovuto essere della compagnia anche Adlai Stevenson, ma con nostro profondo dolore egli era mancato una settimana prima dell’inizio previsto della crociera.

Il giorno della partenza la signora Williams e io arrivammo al porto del Pireo dove lo yacht, La Fortunata, era agli ormeggi. Bianco con rifiniture dorate e ponti in scintillante mogano, era incantevole, davvero. Oltre al comandante, l’imbarcazione ospitava uno chef e un equipaggio di dieci persone. Mentre salivamo a bordo, seguiti dai marinai che trasportavano i propri bagagli, venimmo accolti sul ponte dal saluto di benvenuto del comandante, abbigliato con un’impeccabile e candida uniforme su misura. Era un bell’uomo, ma il volto segnato dai venti era solenne, perché solenne era la notizia che era in procinto di comunicarci. Purtroppo c’era stata una morte improvvisa in famiglia e tutti erano in lutto. Al nostro ospite rincresceva non poco non essere stato in grado di preavvisarci per tempo.

«Oh, cielo», sospirò la signora Williams. «Prima Adlai, e ora questo. Forse avrebbero dovuto ribattezzare questa barca Il Fortunale.»

Anche a me venne un tuffo al cuore perché deducemmo che il viaggio era stato annullato. Ma nient’affatto! Gli ordini del capitano prevedevano invece di continuare la crociera come concordato.

«Questa sì che oserei definire classe», disse la signora Williams.

Per quanto ci rammaricassimo dell’assenza dei nostri amici italiani, fu un pensiero esaltante, che dava quasi alla testa, avere l’intero yacht a nostra completa disposizione. Nel giro di un’ora stavamo incrociando sulla superficie assolata dell’Egeo.

Mentre il sole sprofondava dietro l’orizzonte per lasciar avanzare una luna nuova, esile come una scorzetta di limone, avvistammo il ripido profilo blu notte di Spetsopoula, isola di proprietà dell’armatore greco Stavros Niarchos, dove, previ accordi, avremmo dovuto trascorre la nostra prima notte a terra. Eugenie, la vivace ed emotiva Madame Niarchos, ci accolse al molo da dove, grazie ad alcune jeep in miniatura, fummo condotti alla villa principale, costruita su una scogliera da cui si schiudeva una vista a perdita d’occhio sul mare e sul solitario candore delle isole in lontananza.

L’isola, di per sé arida e improduttiva, grazie all’acqua importata con navi cisterna, era diventata verde e rigogliosa di fiori quasi quanto la foresta del quadro di Rousseau. Migliaia di fagiani, allevati per le partite di caccia autunnali, si aggiravano fruscianti tra il fogliame, mentre tra gli alberi si intravedevano gli occhi di centinaia di cervi. Gli usignoli cinguettavano.

Accuditi da domestici che indossavano inappuntabili guanti bianchi e la livrea di rito, cenammo su un terrazzo illuminato da una miriade di lampade a candela. Un grido lontano dalla polverosa afa di Atene, la pittoresca vita tra il bucolico e il marinaresco che intride la maggior parte delle isole greche… Quelle rocce imponenti che hanno tutta l’aria di brandelli di Arizona lasciati cadere in mezzo all’Egeo. Forse un poco artefatta, persino sinistra, pur tuttavia un’opera d’arte, la natura domata e rigenerata da sensibilità di raro stampo.

«Siamo molto fortunati», ci fece notare Madame Niarchos. «In genere è troppo ventilato per cenare fuori di sera».

Nel dopocena oziammo distesi sotto le stelle, chiacchierando e sorseggiando champagne finché i miei occhi, sazi di sole, acqua, vino, e dell’incanto che avevano veduto, si chiusero.

Il mattino successivo, Eugenie, ritta sulla banchina, ci salutò sventolando un fazzoletto e un sorriso. Sarebbe stato un addio di gran lunga più malinconico se avessimo saputo che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avremmo vista. Solo alcuni anni più tardi, in circostanze a tutt’oggi poco chiare, sarebbe morta a Spetsopoula e lì seppellita.

Agosto è il mese in cui soffia il meltemi, un rauco vento foriero dei granelli di sabbia saccheggiati da deserti lontani. Ruggisce con tale impeto che in alcune occasioni abbiamo dovuto rifugiarci in anfratti riparati. Tuttavia, per la maggior parte le nostre giornate erano tranquille e scorrevano in una foschia indistinta e azzurrata di acqua cristallina, spaghetti, pesce appena pescato, vino fresco e deliziose sieste pomeridiane prive di sogni. Spesso ci fermavamo a nuotare nelle profondità del mare aperto; altre, quando scorgevamo isolate spiagge linde come l’interno delle conchiglie, le raggiungevamo in motoscafo per un picnic.

Mentre lasciavamo l’Egeo per entrare in acque turche, una focena iniziò a seguirci. L’equipaggio la amava, come noi del resto. Quella bestia amichevole e spiritosa rimase con noi per più di due giorni. Balzava fuori dall’acqua, danzava sulla coda, con quel corpo lucente e paffuto che si contorceva come un danzatore di hula. A volte si immergeva per poi riaffiorare dall’altro fianco dell’imbarcazione, sfrecciando tutt’intorno e prendendosi gioco di noi. Fu una grande perdita quando si voltò per tornare verso casa.

La signora Williams ed io andavamo bizzarramente d’accordo e il risultato fu che diventammo amici per la vita. Avevamo un solo punto di screzio. Aveva letto una considerevole quantità di libri in preparazione di quel viaggio e, nonostante il caldo dell’agosto turco sulla terraferma, era un’indomita e instancabile turista. Io odio fare il turista. Una pietra antica è solo una pietra antica. Forse sono uno di quei pochi che hanno visitato Atene, e non una ma numerose volte, senza mai avventurarsi fino al Partenone. Per questo motivo, quando la mia compagna di viaggio si aggirava per le infuocate parti interne della Turchia in visita a una moschea cadente o una manciata di vecchie tombe, io mi limitavo a non accompagnarla. Nel frattempo nuotavo, facevo un bagno di sole, nuotavo ancora un po’, pescavo, leggevo, mangiavo le prelibate zuppe inglesi che l’allegro cuoco preparava, aggiornavo il diario, mi concedevo qualche altra bracciata, e via dicendo. Di conseguenza ero fresco come una rosa quando la signora Williams, madida di sudore e frastornata dalla canicola, faceva ritorno dalle sue escursioni culturali.

Una sera, abbastanza presto, gettammo l’ancora al largo, non molto lontano da una spiaggia ricurva come una virgola, così simile a una cala, dove stava avendo luogo un emozionante e strano evento. Erano state montate una dozzina di tende arabeggianti, si udiva il suono di musica, flauti e tamburi frammisti a canti, vecchi e bambini stavano danzando sulla sabbia, del cibo sobbolliva in ampie pignatte, e i cammelli bighellonavano in giro. Assieme a parecchi membri dell’equipaggio, la signora Williams e io ci avvicinammo con la barca a remi per indagare su cosa stesse accadendo.

Quando approdammo, venimmo accolti con entusiasmo dai turchi, che indossavano tutti, gli uomini almeno, turbanti di colore rosso e giallo zafferano. Ci offrirono tazze di tè caldo alla menta e hashish. Nonostante nessuno di loro parlasse inglese, greco o italiano, fummo in grado di intuire che si trattava di una specie di festa familiare molto speciale e che tutta quella gente era imparentata.

Il più anziano, un patriarca dalla barba brizzolata e dai lineamenti incisi da rughe scavate dal sole, con un cenno ci fece capire che gli sarebbe piaciuto visitare La Fortunata. Riuscì nel suo intento indicando dapprima i suoi occhi e poi puntando il dito verso l’imbarcazione. Gli demmo un passaggio con la nostra barca a remi. Ne scaturì un gran chiasso. Tutti volevano infatti visitare lo yacht. Era evidente che ciò era impossibile, ma i marinai, obnubilati dall’hashish, con un andirivieni a forza di remi, riuscirono a portare a bordo venticinque membri della compagnia. Rimasero fino all’alba, a fumare hashish e a danzare strani balli alla musica di dischi americani riprodotti sul grammofono. Che nottata!

Di primo acchito, il capitano si infuriò non poco. Non voleva che quegli “sporchi” turchi, quegli stravaganti forestieri facessero capriole e saccheggiassero la sua nave. Ma dopo avergli fatto trangugiare qualche scotch e averlo persuaso a provare l’hashish, si dimostrò pronto a concedere ospitalità sulla sua imbarcazione.

Non avevo mai fumato hashish prima di allora, e nemmeno la signora Williams. Ci devastò entrambi. Finimmo per accasciarci insieme, lunghi distesi, sul ponte, soprattutto perché non riuscivamo più a stare in piedi. Mentre osservavamo le stelle roteare nel cielo, avvertivamo altre stelle turbinarci in testa.

«Che delizia», disse la signora Williams con una risatina sciocca. «Tutto sembra così divertente. Spassoso. Balliamo.»

Ma non potevamo farlo, perché non riuscivamo a rimetterci in piedi.

Fu così che rimanemmo lì dov’eravamo, abbracciati l’uno all’altra, soffocando qualche risata o ridendo sguaiatamente finché la signora Williams non iniziò a russare e ben presto anch’io caddi addormentato. Il mattino successivo, quando ci svegliammo i nostri ospiti turchi se n’erano andati da tempo e l’imbarcazione stava veleggiando tranquilla sul mare. La signora Williams ed io, tuttavia, giacevamo ancora sul ponte, avvolti in coperte.

«Sai», disse sbadigliando, «non credo di essermi mai divertita così tanto in vita mia. E non ho nemmeno i postumi di una sbornia. L’unica cosa che mi dispiace è che Adlai non sia con noi.»

«È di gran lunga molto meglio questo che sgambettare nel caldo torrido e sudare l’anima per andare a visitare un cumulo di vecchi sassi.»

«Se non fosse stato per i vecchi sassi, non sarei venuta a fare questa crociera. Mi sarei sentita terribilmente in colpa.»

«Ma certo, ogni occasione è buona per elevare la mente.»

«Sei un imperdonabile edonista. È intollerabile.»

Il giorno dopo riapparve la nostra focena. Giocò con noi, ci guidò, ci tenne compagnia finché non raggiungemmo di nuovo le acque dell’Egeo dove, essendo lei una focena turca fedele, ci salutò rimanendo indietro. «Anche lei è un’edonista», dissi alla signora Williams. «Che hai detto?» chiese lei. «Nulla», feci io. «Oh, pensavo tu avessi detto qualcosa», si scusò. «Deve essere stato il vento», le risposi.

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4 risposte a Preghiere esaudite di Saulo Bianco – seconda parte

  1. rosanna masiola ha detto:

    saulo saulo…come sai traduzione è anche simbolo di alienazione…faustiana ma si entra in una sorta di Beyond, e d è li che ci trovamo con altri come noi tra belongingness e togetherness al riparo dal satanismo del marketing e delle deadlines…quindi aspettiamo la Mezzanotte…e poi le rilevazioni ti arrivano
    Per dirla con Steiner: Translation: An Exact Mystery….tra miriadi di riflessi e connotazioni e varietà ……….oppure, con il mio Harper di 3 anni ‘You simply do not understand the language…I speak Greenwich…you don’t. You don’t. I live here and I speak Greenwich, not English’ e conclude…ridendo come matto In you fat face…(che deve essere immagino preceduta da F F F…). Prova a tradurre questa situazione comunicativa di challenge…quando nessun dizionario ti aiuta….

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  2. Maria A. ha detto:

    Si vede che è un pezzo sudato!!

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  3. Silvia Pareschi ha detto:

    Ottimo pezzo, Saulo!

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