Preghiere esaudite di Saulo Bianco – prima parte

Il mestiere del traduttore, e nello specifico, del traduttore letterario, è un’attività sconosciuta ai più. I recensori raramente citano il traduttore, malcostume squisitamente italiano, e la maggior parte dei lettori non riflette sul fatto che, se leggono in italiano un libro di un autore straniero, lo possono fare non tanto per intervento divino ma perché c’è stato qualcuno che si è preso la briga di tradurlo. Destino ingrato, quello del traduttore. Come osservano Fruttero e Lucentini, al traduttore “[…]  si chiede di considerare suo massimo trionfo il fatto che il lettore neppure si accorga di lui. […] Il traduttore è l’ultimo, vero cavaliere errante della letteratura”. 

Quella che segue potrebbe essere benissimo una lectio magistralis sulla teoria, ma soprattutto sulla pratica della traduzione, con abbondanza di esempi tratti da materiale di grande attualità, come, tra gli altri, l’articolo tradotto da Saulo Bianco, di Truman Capote, noto ai più con il viso di Philip Seymour Hoffman, che ci ha lasciato proprio ieri.

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Ho cominciato a tradurre con veline, carta carbone, bianchetto e vecchie macchine da scrivere in un polveroso e striminzito ufficio la cui unica finestra si affacciava sulla caotica Piazza Goldoni e sulla Scala dei Giganti. O forse prima ancora, quando dal dialetto fiorito di nonna dovevo scrivere a mano lunghissime lettere da inviare all’amica lontana, conosciuta durante le sue vacanze estive all’Ospedale a mare al Lido.

Forse avrei dovuto capire fin da piccolo che da grande avrei avuto a che fare con le lingue. Perché mai tanto fascino avevano su di me la fiaba “La serpe bianca” (http://www.grimmstories.com/it/grimm_fiabe/la_serpe_bianca) dei fratelli Grimm, il racconto della confusione delle lingue della Torre di Babele e il dono della glossalia il giorno di Pentecoste, con la discesa di tremolanti lingue di fuoco sulla testa di dodici fortunati che, senza l’ausilio di grammatiche e dizionari, se ne andavano in giro a parlare con tutti? Perché rimanevo affascinato e stranito dai clienti di papà che mi parlavano e non capivo, e nonostante ciò mi accaparravo sempre una caramella dai colori strani e molte carezze sulle guance?

Questi aneddoti, assieme a tanti altri, tipo i giochi sulla proletaria spiaggia di Sottomarina, con stuoli di bambini con capelli color pannocchia e occhi azzurri come il mare, a giocare, con zia che faceva da intermediaria in casi di estrema necessità, mentre nelle pause tra un bagno e l’altro mi insegnava, io terrorizzato per l’orrido spiumaggio del volatile, Alouette, gentille alouette (http://youtu.be/L_hFw_cWg9U), avrebbero dovuto farmi presagire la mia fine. Quella di diventare traduttore.

L’argomento è vastissimo: mi verrebbe quasi da parlare dell’universo della traduzione, dello stato della professione, degli strumenti e dei retroscena. Tuttavia fioccano, come un diluvio universale, articoli e statistiche in merito. Si parla molto di traduttori editoriali, tralasciando per esempio i traduttori tecnici. Si parla di “bella e infedele”, dimenticandosi dei CAT tools, le Vergini di Norimberga con cui vengono ingabbiate parole e frasi, castrando in modo inesorabile e definitivo la già esigua autonomia della creatività che ancora si può trovare tra le righe di manuali più o meno tecnici, in nome di un risparmio che va gioco forza a discapito della qualità.

Sulla frenesia di far tornare alla ribalta, a volte spettacolarizzandole, attività come tradurre, scrivere, fotografare, il mercato è intasato da una pletora di corsi che altro non fanno che illudere, a suon di euro, parecchia gente e mitizzare professioni che comportano profonda ricerca, solitudine e, perché no, dolore, indorando una pillola che talvolta sa essere amarissima. La professione del traduttore è solitaria. Punto. Prova ne è che a parte alcune associazioni di categoria e un sindacato specifico per l’editoria, non si è mai vista un’iniziativa che abbracci i vari aspetti della professione. E soprattutto che abbia uno specifico peso contrattuale. Suggerirei comunque a tutti di leggere “La vita agra” (http://youtu.be/BK-rPhmGhmY) di Luciano Branciardi, un romanzo “ampiamente” autobiografico scritto nel lontano 1962. Da allora sono cambiate tantissime cose: sono arrivati i computer, internet, i programmi di traduzione assistita, la localizzazione, la transcreation, il post-editing che altro non è se non la riscrittura di un testo dove le parole vengono, quando va bene, tradotte ripescandole a casaccio, con una sensibile riduzione del compenso perché, in effetti, non si è tradotto nulla, ma solo sistemato alla meno peggio un testo. Un po’ come far scrivere o accomodare un menù di piatti, che so, salentini, al cameriere del ristorante cinese all’angolo, in un incredibile gioco di Shangai. Oltre alla miriade di saggi sulla traduzione, a tutti i traduttori “in pectore” consiglierei davvero di tenere questo manualetto di sopravvivenza sulla scrivania o sul comodino, per un veloce ripasso.

Tuttavia, ogni tanto mi diverto a immaginare come reagirei a un’ipotetica richiesta di tenere una lezione sulla traduzione. In tutta sincerità, non saprei da dove iniziare. Forse da una similitudine. Tante ne sono state scomodate per parlare di questo argomento: chi paragona la traduzione a impastare il pane, chi a una musica, la musica delle parole e della lingua (http://www.jolefilm.com/produzioni/cinema/tradurre/), chi a una tela, che tanto ricorda l’immane fatica di Penelope nel fare e disfare. Si veda l’interessante documentario Die Frau Mit Den 5 Elephanten (http://www.5elefanten.ch/Synopsis), dove Swetlana Geier, la traduttrice di Dostoevskij in tedesco rilegge il manoscritto con un musicista, per scovare la musicalità della lingua di arrivo, che deve in qualche modo sovrapporsi a quella di partenza.

Dal mio punto di vista il tradurre è un evento intimo e totalizzante, a volte titanicamente faticoso, poiché durante l’intero percorso si perde il proprio stile per acquisirne un altro e dargli voce. Si diventa una sorta di ambasciatore. Mi è molto cara la similitudine del tessuto, della trama e dell’ordito, che richiama alla memoria ricordi di bambino, quando i miei genitori, sarti, prima di tagliare una stoffa, ne controllavano il “verso”, accarezzando la superficie e talvolta facendosi aiutare da noi piccoli, le cui mani erano prive dei calli dovuti ai pesanti ferri da stiro. Solo così avevano la certezza che l’abito finito sarebbe stato perfetto. Cito le parole di Swetlana Geier, ripresa nel documentario mentre stirava: “Durante il lavaggio, i fili perdono il loro orientamento. In fondo bisogna aiutare il filo a trovare l’esatto orientamento. È un tessuto. Anche i termini “testo” e “tessuto” hanno la stessa radice. È sempre un filo in mezzo a diversi fili. E quando lo si ha davanti così, è come neve fresca.” Di sicuro, per una lezione di questo genere, esordirei facendo leggere a voce alta un brano di Renzo Rosso, scrittore, drammaturgo e sceneggiatore, ma anche diplomato in violino, dal titolo “La medusa”.

 All’altezza delle ultime, fievoli lingue giallastre, alle porte dell’inchiostro, si librava felice una medusa. Aderiva placida alla vasta sua madre, nella flaccida certezza della campana trasparente, dei torbidi peduncoli, dell’esangue fame, del silenzio vibrato che le era dentro e d’intorno. Davanti a lei si protese erta una scogliera, che nascondeva fredde correnti; dimentica di sé essa ristette entro l’antico stampo di diffidenza e di riposo, come se dietro alla roccia, la pungente materia eseguita, decaduta, non resistente e inessenziale (il negativo della forma liquida che in quell’istante e in un secondo istante e poi non per sempre era abbastanza calda, ondeggiante e affettuosa), come se dietro la indefinita parete, che sorda subiva la percussione dell’ombra di quell’ammasso gelatinoso, ci fosse la somma e la sottrazione di infinite creature, l’eterno e progressivo non essere, ossia per lei il soffio del vortice che l’avrebbe stordita e dissolta – lei che le sue uova aveva ormai sparso un po’ dovunque lungo il libero e cieco vagabondaggio – nell’abisso materno. Nella medusa insomma l’acqua sentiva tutta se stessa; e dall’acqua infine la medusa non avrebbe avuto altro che una prossima, indifferente, incompiuta definizione. (R. Rosso, Gli uomini chiari, Einaudi, 1974)

Solo così, leggendolo a voce alta, si può apprezzare il fluido gioco di allitterazioni e si può intuire la difficoltà di mantenerle, diciamo, in un’ipotetica traduzione verso l’inglese o il tedesco. Ma dal momento che ciò non accadrà mai, mi limito a chiacchierare di altro, non da ultimo del percorso che mi ha fatto diventare ciò che sono e del piacere che provo nell’affrontare un testo, qualsiasi testo, per farlo parlare nella mia lingua. Tuttavia, prima di diventare traduttore, sono stato e rimango un impenitente e inossidabile lettore. Sono ancora della Geier le seguenti parole: “Un tale testo è inesauribile. In realtà, anche se lo si è tradotto, io l’ho tradotto già due volte, rimane inesauribile. Questo probabilmente è il segno dell’eccelsa qualità. Naturalmente, bisogna imparare a leggere.”

Lo ammetto. Parto da una situazione molto privilegiata: quando posso leggo in originale. Quando invece sono stanco, o meglio pigro, leggo traduzioni. Ed è proprio in queste occasioni che mi è capitato più volte, purtroppo, di capire quanto sia infido il mio mestiere. Succede infatti che durante la lettura l’occhio inciampi. A volte ruzzoli, altre volte si incagli proprio. Ne ho già parlato, scherzosamente, qui e qui (http://issuu.com/sslmit30/docs/sslmit30 La demolizione del vecchio Bailey, pagina 25), ma val la pena fare qualche altro appunto.

Fine anni ’90. Era il periodo in cui andavo a Dublino per lavoro. Non appena gli impegni me lo permettevano, mi dedicavo al mio passatempo preferito: scorribande tra librerie e pub. In quel periodo andavano davvero forte due autori, o meglio, due autori avevano stuzzicato la mia curiosità: Colm Tóibín e Alan Hollinghurst. Ma allora ero troppo stressato e stanco per leggere in originale, quindi decisi di farlo in italiano.

Con Colm Tóibín filò tutto liscio fino al giorno in cui acquistai “Sud” (traduzione di L. Pelaschiar, Fazi Editore, 1999), con il quale mi capitò la prima ‘ruzzolata’ traduttiva.

 Quando tornò in cucina, notò che Mary la stava guardando.

«Potresti mettere su lo scaldabagno? Voglio farmi un bagno», disse.

«Credo che l’acqua sia calda abbastanza», disse Mary.

 Non so cosa sia accaduto, ma mentre leggevo sentii il tonfo sordo della testa di un revisore cadere e rotolare lontano, sotto l’armadio di camera mia. Mi alzai, andai in bagno, accesi lo scaldabagno, mi feci un caffè e dopo qualche ora mi concessi una lunga doccia rilassante.

Anche nel mondo dei lettori, comunque, il caso mette il suo zampino. È capitato con un traduttore in particolare, che in varie epoche della mia vita è riapparso in modo del tutto inaspettato. Lessi infatti Hollinghurst, La biblioteca della piscina (Mondadori, 1989) in una sua traduzione. E fu per me una lezione, perché fu proprio tra quelle righe che imparai a fare ricorso al mio vissuto, laddove la lettura e la conoscenza della lingua avrebbero potuto tirarmi sgambetti mortali.

 Il whisky lo sorseggiava con diffidenza, non essendo ancora abbastanza adulto per gustarlo; ma il vino gli piaceva e lo champagne lo mandava giù come fosse birra chiara, con orribili rutti e risatine dopo ogni bicchiere. Dopo di che per prima cosa m’informava delle sue condizioni: «Sono un po’ brillo, William» diceva quasi immediatamente. Poi: «Will? Will? Potresti dire che sono sbronzo». E, un bicchiere o due più tardi: «Uomo, sono un rottame, uomo».

 «Arthur, che cazzo ci fai lì?».

«Uomo, pensavo che non saresti mai arrivato» disse lui con voce tesa e tirando rumorosamente su col naso.

 Ecco, quell’“uomo” mi fece venire in mente le chiacchiere da pub, gli interminabili turni da sguattero alla Spaghetti House di Cranbourn Street e i vari pub crawling durante i quali testavo sul campo le mie conoscenze. Insomma, in ‘uomo’ si riconosce quel tipico intercalare nel parlato (http://www.mymovies.it/trailer/?id=27774), la cui trasposizione può creare non pochi problemi: un po’ come cercare di tradurre in un’altra lingua i discorsi di una vrenzola o un cuozzo napoletano, di un cummenda meneghino, di un coatto romano. Per quanto mi riguarda, rabbrividirei se mi venisse chiesto di tradurre o sottotitolare i dialoghi di Vicky Pollard (http://youtu.be/rxCPj40eFNc http://youtu.be/taeQLQsORuw). In fin dei conti, ha ragione Susanna Basso quando dice:

Il punto è che non sempre il traduttore conosce il percorso delle parole nella sua mente, e gli capita di usarle per associazione di ambiti, ma senza la competenza necessaria. (…) Trasferirli a Milano o a Napoli renderebbe buona parte di questi argomenti improponibili. Trasformarli tutti, o quasi, in analoghi luoghi comuni italiani, tradurli culturalmente insomma, vorrebbe dire compiere un’operazione complicata e non meno discutibile, forse, che lasciare i personaggi dove sono e chiedere al lettore/spettatore di spostarsi là. (S. Basso, Sul tradurre, Bruno Mondadori, 2010)

 Accadde qualche anno più tardi che mi imbattei di nuovo in Ettore Capriolo: fu la volta di Salman Rushdie e dei suoi tanto discussi Versi satanici (Mondadori, 1989). Lavoro immane, il suo, sul quale incespicai una volta, in una sua scelta che tanto mi fece pensare.

Un uomo che inventa se stesso ha bisogno di qualcuno che creda in lui, per dimostrare che ce l’ha fatta. Di recitare ancora la parte di Dio, potreste dire. Ma potreste anche scendere qualche gradino e pensare a Tinker Bell: le fate non esistono se i bambini non battono le mani. O potreste semplicemente dire: significa proprio questo essere un uomo.

 Ma come? Tinker Bell? Ovvio, ora ho a disposizione molti più strumenti rispetto a quelli reperibili alla fine degli anni ’80. Per quale motivo il traduttore aveva lasciato non tradotto il nome della simpatica e gelosissima fatina di Peter Pan? Sottoposi la frase all’attenzione dei miei contatti su Facebook. Risultato: i contatti più o meno miei coetanei riconobbero in Tinker Bell il Campanellino della loro, e mia, infanzia; quelli invece con prole da zero a dieci anni ci lessero la Trilli di disneyana memoria. Per tutti gli altri, buio assoluto. Lasciai cadere la cosa come ininfluente, anche considerando il fatto che il buon Capriolo si beccò tre coltellate per il solo fatto di aver tradotto il libro: destino ingrato, ma di sicuro migliore rispetto a quello dell’autore stesso, che tuttora deve vivere sotto scorta dopo la reiterata fatwa del 2008, e di quello del traduttore giapponese, che invece, a quanto pare, ci rimase proprio a causa della condanna che aveva colpito urbi et orbi chiunque avesse avuto a che fare con quel testo.

[Fine prima parte]

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