Buon compleanno SSLMIT 3.0

Interrompo i post sugli Stati Uniti per festeggiare il primo compleanno dell’antologia SSLMIT 3.0 – Esercizi di scrittura, un esperimento di scrittura collettiva curato da Saulo Bianco e dalla sottoscritta. Quando ci siamo imbarcati in questa avventura, non sapevamo prima di tutto se saremmo riusciti a mandarla in porto (è stato impegnativo oltre ogni immaginazione, ma ce l’abbiamo fatta) e che riscontro avrebbe avuto. Davvero, non avevamo la benché minima idea di quale sorte potesse avere una raccolta di ricordi, nel mare infinito di pubblicazioni che popolano (e a volte intasano) la rete. Ad un anno esatto di distanza possiamo fare un bilancio dell’esperienza, che ha, per noi, dell’incredibile. Grazie alle potenzialità di internet, che sono veramente magiche, sappiamo che i ricordi contenuti in questo volume digitale sono stati letti in Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Regno Unito, Svezia, Norvegia, Lussemburgo, Belgio, Germania, Svizzera, Austria, Slovenia, Serbia, Ungheria, Repubblica Ceca, Romania, Grecia, Georgia, India, Cina, Vietnam, Indonesia, Singapore, Malesia, Australia, Stati Uniti, Canada, Messico, Argentina, Brasile, Tunisia e Sudan. In un anno sono stati registrati 2.773 accessi per 10.863 visualizzazioni.  Un successo che ci riempie di orgoglio, come ci hanno riempito di gioia le tante email di ringraziamento ricevute da chi ha letto e ha trovato tante piccole schegge di un passato “condiviso”.

Per festeggiare la prima candelina, Saulo Bianco ha tirato fuori dal cassetto un ricordo di una “notte prima degli esami”. Buona lettura!

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TRUE COLORS di Saulo Bianco

The business of life is the acquisition of memories. (1) 

Non riesco a distinguere bene il colore di Trieste ma sembra vagamente arancio. (2)

Colori, colori, colori. Sempre colori. Qualche volta profumi e immagini. Ma sono sempre i colori che ricordo. È tutta colpa del lavoro, a volte, di quella sottile noia che sopraggiunge quando si ha poca voglia di concentrarsi e i pensieri corrono su binari paralleli per poi imboccare direzioni diverse. Avevo davanti a me un articolo, che parlava di cinema, calcio e dittature. Dovevo tradurlo, e bene, con precisione. Allievo diligente di Madame Morticia, che non perdeva occasione per invitarci a consultare il mondo intero se qualcosa ci sfuggiva, anche a costo di bollette stratosferiche dell’obsoleta SIP, trasformandoci (all’epoca non esistevano cellulari) in parodie viventi della famosa centralinista televisiva o peggio ancora della Signora Cecioni, davanti allo schermo del laptop ringraziai in cuor mio l’avvento della tecnologia, che mi permetteva di snellire un po’ la procedura. Ora si chiama fact-checking, termine tanto di moda, ma altro non è che un semplice, banale e italianissimo controllo incrociato.

Internet è un mare magnum che può travolgere e occorre stare molto attenti, soprattutto quando i livelli di concentrazione sono bassi. Se gli altri navigano, io ci sguazzo. Perché da un punto, passo a un altro e poi a un altro ancora, invischiandomi in una ragnatela di argomenti sempre molto più interessanti di quello di partenza. E così è stato: la traduzione dell’articolo mi ha portato ai trailer di due film, L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza  e Complici del silenzio e da lì ho spiccato il volo. Mondiali di calcio, io che il calcio l’ho sempre considerato un grande mistero. Il fuorigioco, che tutti gli altri vedono e io no, per me ha lo stesso arcano mistero del più enigmatico logaritmo o integrale. Ma è pur sempre un Mondiale, l’urlo all’ultimo decibel del goal definitivo, che ha squarciato il velo dei ricordi, riportandomi a una calda sera del 1982.

L’undici di luglio, per l’esattezza. Una finestra di cucina che si apre sul cortile interno di un caseggiato enorme, un po’ stile caserma, a ridosso di via del Coroneo, se la memoria non mi inganna. Un edificio rosso di tramonto, un cielo ancora lucente di un azzurro intenso da far venire la nostalgia di qualcosa che non si sa. Un caldo opprimente. Un silenzio magico, quasi quello simile agli attimi che precedono un’eclissi.

Era la classica sera prima degli esami, uno dei tanti. Lingua, civiltà e istituzioni inglesi, quello in cui avrei dovuto discettare di pecore, cheddar, mele e transumanza. Quello da cui uscii con la coda tra le gambe per essere stato così poco inglese in una mia esclamazione. Avessi letto prima How To Be An Alien, di sicuro avrei evitato. Ma ancora non sapevo.

Quella sera, l’ultima sera, stavo studiando, con un’amica. Ripassando lo scibile che aveva come fulcro un’isola che un tempo vantava un impero, con buona pace degli spagnoli, su cui non tramontava mai il sole. Avevamo preparato quell’esame insieme, quasi il punto d’arrivo di un anno intero di complicità e vicissitudini.

Oltre alla prima e alla seconda lingua, ci accomunava uno strano destino ‘abitativo’. Il suo l’aveva portata in una roulotte ‘appollaiata’ a Opicina, arrivata lì dopo aver attraversato tre quarti d’Italia, alla mercé dei più crudi refoli di bora provenienti dall’altipiano carsico, in uno degli inverni più polari dell’intera permanenza a Trieste, il mio nella gelida foresteria di un convento di clausura. Vite avventurose, si potrebbe dire. Spirito di adattamento e arte di arrangiarsi, direi io, durante una fase di assestamento e ambientamento necessaria, il pegno da pagare per un amore, a volte corrisposto, per le lingue.

Red boat © Arnab Chatterjee

Red boat © Arnab Chatterjee

L’amica era prodiga di racconti, ma soprattutto amava parlare delle sue origini armene, con orgoglio, e in particolare delle donne armene e del loro amore per le mani curate. Ben poco sapevo allora, il giusto, ma ancora troppo poco. Solo più tardi, in occasione di un carnevale, sarei ripartito con i miei voli, dall’isola di San Lazzaro degli Armeni, per approdare più avanti nel tempo, nell’aia della masseria delle allodole  e più tardi ancora, perdermi tra le pagine del libro dei sussurri per ritornare sui miei passi e investigare oltre, immergendomi nell’orrore delle fotografie di Armin T. Wegner, nelle pieghe di una storia a volte dimenticata, ma documentata in una mostra allestita a Palazzo Zenobio, un edificio sontuoso, dove Il Bello e L’Orrore sembravano quasi lottare tra loro.

Tutto aveva un senso, quindi, io che per Trieste sgambettavo, a favore di bora, a volte, e molto più di frequente contro, lungo le vie Ananian e Ciamician e per un periodo ho pure abitato in un appartamento in via Hermet. In un modo o nell’altro, la storia dell’amica mi veniva a cercare.

Quell’undici luglio 1982 era dunque la sera prima degli esami. Il giorno del Gran Ripasso. Dovevamo vederci anche quella sera, con lei, l’amica con la quale durante l’anno più volte avevo cercato di sottrarmi al freddo pinguino frequentando con una certa assiduità il cineforum nelle sale ben riscaldate del Goethe Institut oppure studiando nella caffetteria della PAM per correre ogni tanto a riscaldarmi le mani sotto i soffioni roventi in bagno.

Ripassavo con lei, che aveva splendidi occhi verdi screziati di un colore indefinito, oserei dire di pagliuzze d’oro, incorniciati da un taglio che sembrava quasi disegnato a mano, impreziosito da ciglia nerissime. Lei che sempre, con una calma olimpica e una flemma che infondevano pace, snocciolava i vari argomenti con lo sguardo fisso sulla limetta con cui con puntiglio rendeva perfette le già perfette unghie. Unghie che poi laccava, prima con uno smalto di base poi con uno di un colore tenue. Con una concentrazione che vibrava quasi di ascetico, ma che mai e poi mai la distoglieva dalla materia che stavamo studiando. Quel rituale lento e cadenzato aveva il potere di tranquillizzarmi.

Gli accordi che avevo accettato quando fui accolto in quel luogo, per me, di clausura secolare, non contemplavano il ricevimento di visite dall’esterno, ma per l’occasione venne infranto il protocollo e mi fu concesso di occupare un grazioso chiostro. Sembrava quasi di essere rinchiusi in una bomboniera, tanto era piccolo. Faceva molto caldo, ma l’ombra mitigava l’aria. Sotto il doppio arco del minuscolo portico, noi due ripetevamo a voce alta, per ore. A volte seduti su sedie di vimini, altre volte camminando su e giù per il giardino che attraversavo con agio in due passi. La mia amica, impassibile, continuava a limarsi le unghie.

Data la posizione strategica e comoda, ci capitò più volte di studiare in quel rettangolo di pace. Pace che ben presto sentii abitata da una qualche presenza. Non ne ero sicuro, ma avevo come l’impressione che non fossimo soli. Anche la mia amica stava all’erta, sbirciando con discrezione tra un colpo di limetta e una spennellata. Con la complicità di una colonna un giorno sollevai lo sguardo e intravidi due occhi azzurro cielo che dall’alto ci guardavano, nascosti nella penombra del vano di una finestra. Sorrisi. Continuai ad andare su e giù come se niente fosse, ma all’improvviso alzai la testa di nuovo e con una mano salutai la misteriosa proprietaria di quello sguardo. Giorni più tardi, a colazione, venni avvicinato da lei, la nostra guardiana, una monaca con un’età antica, bella nei suoi anni, occhi di un colore in cui perdersi, lustro e trasparente. Di nome faceva Benedicta. Porgendomi una tazza di caffè fumante si complimentò con me per la mia bravura a parlare una lingua che lei non capiva, ma il cui suono le piaceva proprio tanto, assicurandomi che non ci stava spiando perché prima di salire in quella camera aveva chiesto il permesso. Mi salutò e andandosene via mi promise una recita di rosario quella sera stessa per il buon esito dell’imminente esame, lasciando dietro di sé una scia d’azzurro che ancora porto dentro.

Chi non era interessato all’esame in questione, quella sera, si era organizzato da tempo: chi a cena, chi dagli amici, chi al bar. L’appuntamento era imprescindibile. Io e l’amica, che nel frattempo era riuscita a trovare una stanza in un appartamento in città, preparammo una cena alla ben’e meglio e continuammo, instancabili.

E in quella calda sera, rossa di tramonto, azzurra degli occhi di una monaca che stava pregando per me, verde dello sguardo dell’amica che ogni tanto, sorridente, si distraeva dal suo eterno esercizio di pazienza, all’improvviso il boato. Sì, gli Azzurri avevano segnato. Quell’undici luglio del 1982. A Madrid, allo stadio Santiago Bernabéu. L’Italia era campione del mondo. Sarebbe stata questione di ore, di una manciata di anni, ma anch’io, anche noi, nel nostro piccolo, saremmo stati campioni di qualche cosa.

***

(1) Carson in Downton Abbey season 4 episode 4

(2) Jan Morris, Trieste o del nessun luogo, Saggiatore, 2003 (traduzione: P. Budinich)

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Una risposta a Buon compleanno SSLMIT 3.0

  1. rosanna masiola ha detto:

    Saulo…esattamente dove era questo posto? Via del Coroneo? Io ci ho abitato per molti anni..mi incuriosisci…
    Blessings!
    Rosanna Masiola (ex Rosini)

    Mi piace

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