Le papere di Central Park

– Ehi, Horwitz, – dissi. – Ci passa mai vicino allo stagno di Central Park? Giù, vicino a Central Park South?

– Al cosa?

– Allo stagno. Quel laghetto, cos’è, che c’è laggiù. Dove ci sono le anitre, sa?

– Sì, e allora?

– Beh, sa le anitre che ci nuotano dentro? In primavera eccetera eccetera? Che per caso sa dove vanno l’inverno?

– Dove vanno chi?

– Le anitre. Lei lo sa, per caso? Voglio dire, vanno a prenderle con un camion o vattelappesca e le portano via, oppure volano via da sole, verso sud o vattelappesca?

Il vecchio Horwitz si girò tutto di un pezzo sul sedile e mi guardò. Aveva l’aria di essere un tipo nervosetto. Non era affatto malvagio, però. – E come diavolo faccio a saperlo? – disse. – Come diavolo faccio a sapere una stupidaggine così?

(J.D. Salinger, Il giovane Holden, Einaudi 1951, traduzione di Adriana Motti)

21 ottobre – In una giornata insolitamente tiepida per la stagione metto piede a Central Park, e respiro subito aria di festa, anche se è un lunedì qualsiasi di un mese qualsiasi. I preparativi per la maratona sono in corso, transenne e tribune stanno prendendo forma in mezzo alla folla di ciclisti, corridori, passanti, pattinatori, turisti, calessi e cavalli. Se fuori dal perimetro del parco, la città ti travolge con il suo ritmo forsennato, qui dentro ritorni padrone del tuo tempo, al ritmo di una pedalata, di una corsa o di una passeggiata rilassante. Come ogni luogo di questa città, anche Central Park è parte integrante del nostro immaginario collettivo e vederlo da “dentro” e non da uno schermo televisivo o cinematografico suscita un senso di gradevole familiarità.

Autunno a Central Park © Lonza65

Autunno a Central Park © Lonza65

Gli scorci che passano davanti agli occhi sono stra-famosi: il Bow Bridge, il castelletto del Belvedere, il pratone enorme dove si tengono concerti oceanici, Strawberry Fields e si potrebbe andare avanti a lungo.

A me però interessano le papere del laghetto, quelle papere la cui sorte sta molto a cuore a Holden Caulfield. Sono tornata indietro agli anni del liceo quando leggevo The Catcher In The Rye, titolo intraducibile e pertanto diventato, in italiano, tutt’altra cosa, Il giovane Holden, e anch’io, assieme a Holden, mi chiedevo che fine facessero, se ci fosse qualcuno che si prendesse cura di loro. Holden si preoccupava delle papere, ma in realtà lui era quello che aveva bisogno di attenzioni, di essere ascoltato e compreso dai grandi, dai suoi coetanei e dai suoi genitori, che invece pensavano che il meglio per lui fosse una scuola prestigiosa e un avvenire già tracciato. Holden è stato un pezzettino di noi, quando avevamo la sua età, poi si è trasformato in un fratello minore, in un figlio. La sua freschezza non declina mai, la sua ansia di essere amato per quello che è lo farà vivere per sempre. E le papere che osservo mentre, placide, navigano da una sponda all’altra del laghetto, mi trasmettono un senso di pace e di sicurezza. Finché saranno lì, niente di brutto può accadere né a loro, né a noi. Ad un certo momento, mi è sembrato di avvertire un sospiro di sollievo, accanto a me: forse era Holden, anche lui a guardare le papere.

Central Park dal Rockfeller Center © Lonza65

Central Park dal Rockfeller Center © Lonza65

[fine nona parte]

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Una risposta a Le papere di Central Park

  1. gloria ha detto:

    Lonza, mi sono commossa!

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