Una camera a Manhattan

Ben lontana dalla logica amabile, e dall’armonia, dall’equilibrio dell’inquieta Parigi, New York non dà neanche l’impressione di città gigantescamente espansa e tuttavia ermetica che può venirci dal tracciato fitto di Londra e dalle enormi zone sonnolente dei suoi parchi: New York è una città senza segreti, e senza pietà, che al primo sguardo si rivela per quella che è, caotica e dura sino a sembrare atroce, e tuttavia potentemente umana, e ottimista e disperata come tutto ciò che si ispira e mira alla sola materia, eppure con un anelito a qualcosa di diverso: l’immagine più grandiosa e più conturbante della vita dei nostri giorni. Parigi, nella sua grazia razionale, è, in qualche modo, ancora  Settecento; Londra, nel suo imbruttimento vittoriano, nella sua chiusura agiata, che lascia tuttavia scampo alla fantasia, è ottocentesca; New York è il nostro secolo.

(Pier Antonio Quarantotti Gambini, Neve a Manhattan, Fazi 1998)

20 ottobre – Alla fine ci siamo arrivati. A bordo di un altro scampolo di immaginario collettivo, il Greyhound (non quello tutto lucente di acciaio che si vede nei film, purtroppo, ma una corriera per così dire “tradizionale” che si chiama Peter Pan) dopo quattro ore di viaggio tra boschi e periferie che scivolano davanti agli occhi, eccoci davanti al profilo urbano più famoso del mondo occidentale. L’autobus passa attraverso il quartiere di Harlem, assonnato nel primo pomeriggio domenicale, supera qualche svincolo e come per incanto, sono dentro a mille pellicole, mille telefilm, mille libri e mille fumetti. Se la sensazione di “già visto” era forte negli Stati che abbiamo visitato, qui a New York è amplificata all’ennesima potenza. Tutto è familiare eppure nuovo di zecca. L’autobus passa per la Quinta Strada e mi sembra di averla percorsa decine di volte, agli incroci affollati le persone che avanzano compatte per conquistare il marciapiede opposto hanno facce conosciute, i taxi gialli si spandono come vernice colorata sui rettifili perfetti e interminabili, tessuti dalle Avenues e dalle Streets.

Domenica pomeriggio a Manhattan © Giuseppe Marone

Domenica pomeriggio a Manhattan © Giuseppe Marone

Qui non è America, anche se le bandiere sono ovunque a ricordarmelo: qui è un luogo a sé, dove si ha veramente l’impressione che le cose accadano prima che altrove. Qui l’energia che sprigiona la città ti mangia vivo, se non stai attento finisci per essere travolto dalla tua stessa adrenalina. Dal sedicesimo piano dell’albergo sulla Terza Avenue osservo il movimento della domenica, caotico sui marciapiedi e spietato sulle strade e non vedo l’ora di buttarmici dentro. La ragazzotta della pianura padana è dentro la capitale del mondo occidentale. Sono arrivata da appena un’ora in una camera a Manhattan (una sola, non sono Simenon, purtroppo) e mi sono già innamorata di questa città.

Sempre col naso all'insù © Lonza65

Sempre col naso all’insù © Lonza65

[fine ottava parte]

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Una risposta a Una camera a Manhattan

  1. Alessandra 55 ha detto:

    grazie Lorenza: sono gli stessi pensieri che ho avuto quando sono andata a NY nel lontanissimo 1998!… sei in un film, sei nel film dell’oggi, la città ti entra dentro perchè è già dentro di te, ma non è più quella letta, vista nei film, ma è LA CITTA’.
    Mi domando spesso: chissà se per qualcuno che non è mai stato a Venezia, ma la conosce per tutte le immagini dipinte, scritte, fotografate, filmate, l’effetto “straniante” è lo stesso quando ci arriva dentro e capisce che non ci sono le strade ma sollo calli e canali e ponti e campi….

    Mi piace

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