In statua Veritas?

– È semplicissimo. In italiano, si dice Boston con tutt’e due gli “o” ben tondi. Fare lo sforzo di mettere insieme il suono Baaast’n, è un’affettazione ridicola e tu lo sai benissimo. Tant’è vero…

– Ma io non ho fatto il minimo sforzo, ti prego di credere. Mi è venuto naturale, perché si dice effettivamente Baaast’n.

– Senti, in tanti anni che ti vedo, non ti avevo mai sentito dire Baaast’n una sola volta.

– Perché Baaast’n non era mai entrata nella mia vita. Ero felice e non lo sapevo. Ma adesso che m’ha chiesto Federico, se potevo portargli in giro una sua amica che viene appunto da Baaast’n, io ho subito detto Baaast’n senza starci a pensare un momento.

– Perché l’hai sentito da lui, di’ la verità. È il vero tipo che dice Baaast’n. Magari c’è perfino stato.

– Sì, che c’è stato. E quindi ha tutti i diritti per dirlo.

(Fruttero&Lucentini, La donna della domenica, Mondadori, 1972)

18 ottobre – Ne “La donna della domenica”, romanzo capostipite del giallo italiano, Anna Carla (Dosio) e Massimo (Campi), due iper-ultra-mega stronzi della Torino “bene”, annoiati dal loro stesso fancazzismo, passano una quantità esagerata di tempo a disquisire sulla pronuncia di “Boston” invece di trovarsi un alibi per l’omicidio del disdicevole architetto Garrone, nel quale sono, loro malgrado, coinvolti. Pensavo a questa conversazione fatua e inconsistente mentre ci avvicinavamo a “The Hub”, il fulcro, come si è autodefinita, con un filino di presunzione, la culla della libertà (americana). Il problema della pronuncia è ininfluente, perché se ci sei, in una città, basta che dici “qui” e hai risolto. Però ho tenuto sempre le orecchie ben tese per capire quale fosse la pronuncia esatta, emessa dai locals, ma senza successo. Vabbè, questioni fonetiche a parte, Boston o Baaast’n che sia, è una città elegante e sorniona, trafficata il giusto, animata quanto serve e sufficientemente interessante anche sotto il profilo storico. Sarà perché si annusa un po’ di Europa, sarà perché è la roccaforte kennediana, sarà perché ospita due tra le istituzioni universitarie più prestigiose del mondo, Harvard e MIT, l’aria che si respira è di gran classe e gran fermento. È proprio Harvard che visitiamo per prima, nella cintura urbana di Boston, nel paesello di Cambridge, dove – ci informa la pressoché inutile Lonely Planet – è stata installata la prima “pressa da stampa” (che sarà mai?) del Nuovo Mondo. L’attività didattica nella cittadina è in pieno fervore, ci sono studenti ovunque, mescolati ai turisti – come noi, che sono tanti. Il campus è così perfetto che sembra finto, vialetti alberati, edifici in mattoni rossi perfettamente allineati sull’Harvard Yard (o Hahvahd Yahd, secondo la pronuncia locale). Perfino gli scoiattolini grigi ipercinetici che corrono su e giù per gli alberi, sembrano usciti da un cartone animato. A proposito di finto: la statua che si trova nel cortile porta una scritta in cui spiega che raffigura “John Harvard, il fondatore dell’Harvard College nel 1638”. Una riga di didascalia e tre bugie perché: 1) il tizio raffigurato è NON è Harvard ma uno studente qualunque, 2) John Harvard è stato uno dei primi benefattori e NON il fondatore, 3) il college è stato fondato nel 1636 e NON nel 1638. E pensare che il motto dell’Università è:

In hoc signo ... © Lonza65

In hoc signo … © Lonza65

Ah poi alla fine la faccenda della pronuncia di Boston non si è risolta: l’unica volta che qualcuno si è riferito alla città, ha detto “Logan”, riferendosi all’aeroporto. Ci sono rimasta malissimo.

Stessa meraviglia davanti al Massachussets Institute of Technology, una specie di politecnico brulicante di ragazzi indaffarati e carichi di libri. Qui vengono studiati e realizzati gli ultimi ritrovati della scienza e ci vuole un bel po’ di impegno a immaginare che la ragazzetta svagata che ci passa accanto, con i capelli sparati mezzi verdi e mezzi viola, le calze bucate e gli occhiali spessi come un fondo di bottiglia è una testa d’uovo che risolverà, come minimo, il problema della fame nel mondo. Oppure che il ragazzotto con calzoni strappati e sneakers sfondate, stravaccato sui gradini, con un bicchiere di brodaglia in una mano e libro nell’altra, sta studiando la formula per venire a capo, una volta per tutte, del busillis energetico, magari trasformando la pipì in combustibile. Eppure, potrebbe essere. Qui le apparenze non contano, qui si è oltraggiosamente nerd, perché è la sostanza quella che vale. Quanto mi piace questa città…

P.S. Per quanto riguarda le fonti alternative di energia, ad Harvard stanno già avanti e hanno buon gusto nella scelta dei testimonial.

L'energia che si trasforma © Lonza65

L’energia che si trasforma © Lonza65

[fine sesta parte]

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2 risposte a In statua Veritas?

  1. Alessandra 55 ha detto:

    … insomma, leggendo si capisce che Boston ti ha ispirato meno del foliage del New Hampshire, contala giusta!!! anche se alla fine ti vuoi riconciliare con la “città” grazie al testimonial che ti ricorda la belva che hai lasciato a casa. Cuore di pet-mommy. bacio

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    • lonza65 ha detto:

      mi è piaciuta tantissimo, Boston, 🙂 ! Testimonial a parte (scelta di gran classe) è una città elegante e tranquilla, e soprattutto ciclabile! Non sai quante bici girano per la città e indovina quali sono le marche più diffuse? Bianchi e Cinelli… basterebbe solo questo per amarla!

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