La sindrome Baricco-Tamaro – integrazione alla Borsa lettori – di Saulo Bianco

Non me ne voglia chi mi legge o i tanti fan degli autori menzionati nelle prossime righe, ma si sa, de gustibus non est disputandum. Nell’oceano di recensioni e presentazioni di libri che intasano la rete non si sentiva di certo il bisogno di un’ulteriore, ennesima opinione. La mia, tra l’altro. Sconosciuto recensore.

Nei panni di lettore, non nego di attingere qua e là a informazioni che mi permettono di navigare con relativa tranquillità sul mare pescoso dell’industria editoriale nostrana. Accetto consigli, ma molte volte faccio di testa mia. A volte ci azzecco, altre invece prendo delle emerite cantonate. Tra l’altro, nei vari siti che visito con singhiozzante regolarità viene sempre più spesso richiesto ai lettori di stilare un elenco dei volumi abbandonati e delle relative motivazioni. In genere sono un lettore abbastanza fedele, vale a dire leggo, anche a costo di sudare sangue, fino all’indice del volume che ho tra le mani, non avvalendomi della sacrosanta facoltà di interrompere la lettura (vedasi il decalogo dei diritti imprescrittibili del lettore di Daniel Pennac in “Come un romanzo”). Sono una specie di stacanovista della pagina stampata. Ho comunque anch’io dei cadaveri nell’armadio. L’abbandono – un unico, isolato caso che ha avuto come vittima eccellente il “Moby Dick” tradotto da Pavese – credo sia stato determinato da un’inopportuna e quanto mai infelice scelta del momento in cui leggerlo. Il volume se ne sta lì, in paziente e silenziosa attesa.

Gli altri, come dicevo, li ho finiti tutti, talvolta piangendo dall’esasperazione. È stato il caso di “Giorni di Lampedusa” di Enzo Calì (Edizioni Kalypso), durante un mio soggiorno vacanziero sull’isola. Una tortura infinita, che mi ha fatto chiudere il tomo ringraziando il cielo che il libro fosse introvabile, tranne che presso l’edicola non lontana dal porto. A tale scempio e devastazione ho subito posto rimedio e ho trovato conforto e refrigerio nella lettura dei racconti di Tomasi di Lampedusa e di “Eldorado” di Laurent Gaudé (tradotto da Riccardo Fedriga, Neri Pozza, 2007). È stata poi la volta di “Di fama e di sventura” di Federica Manzon. Qui mi sono fatto abbindolare da una sapiente campagna promozionale. Un libro inutile, pesante, sfiancante, buono solo per livellare un tavolino da bar traballante o accendere il caminetto in una fredda serata invernale, senza alcun rimpianto, pensando a Pepe Carvalho.

Di recente ho invece scoperto di soffrire della sindrome Baricco-Tamaro, altresì chiamata anche sindrome dell’oblianza. Ci sono volte infatti in cui si decide di leggere qualcosa sull’onda del richiamo di un nome alla moda. È accaduto con Baricco, per il quale ho già dato il mio obolo di lettore tempo addietro. Dei suoi libri letti, non ricordo nemmeno una trama. Né una frase. Nulla. Il vuoto assoluto.

Il finesettimana scorso mi è capitato di finire il libro che stavo leggendo senza essermi portato dietro un volume di “rincalzo”. In piena crisi da astinenza ho iniziato a camminare avanti e indietro davanti alla fornita libreria dei miei genitori e un po’ distrattamente ne ho scelto uno che tempo addietro mi ero ripromesso di non acquistare, ma che avrei, forse, letto solo se preso in prestito. Un libricino di circa 209 pagine. Una robetta veloce. L’ho terminato domenica sera. Risultato: ero infuriato quanto lo ero stato alla fine della lettura di un altro noioso, tale Piperno (“Con le peggiori intenzioni”), che a suo tempo mi aveva smerigliato la pazienza a causa della pletora di domande con cui aveva imbrattato e infarcito con generosità le sue pagine. Nel tentativo di salvare qualcosa, mi ero addirittura spinto a elaborare qualche timido parallelismo sull’uso del dubbio, tanto caro alla letteratura yiddish, per giustificare un paio di cose, ma ho lasciato perdere. Non ne avevo la forza.

Ora svelerò l’oggetto del mio ultimo travaglio di lettore. Sono fresco di lettura di “Ascolta la mia voce” della Tamaro nazionale. E ho capito di soffrire, tra le tante mie fisime psicosomatiche, pure della suddetta sindrome, a causa della quale, o leggi il volume tutto d’un fiato oppure se sospendi la lettura anche solo per circa dodici ore corri il rischio di non ricordarti quanto hai letto fino ad allora. Niente, tabula rasa. La stessa identica sensazione che avevo provato con i libri di Baricco.

Anche questa volta ho cercato di salvare qualcosa. Dato che una delle mie manie di lettore è conservare qualche citazione, eccone due.

“La notizia sulla salubrità di quella fonte sembrava eccitare le signore tedesche che subito erano sciamate alla ricerca di un rivolo in cui immergere un dito, per provare a Tiberiade le stesse sensazioni sperimentate ad Abano.” (171)

Echeggia ancora il boato delle mie risate? Probabile. Sono nato ad Abano, e sono cresciuto con i racconti di nonna dei pellegrinaggi annuali alla Madonna della Salute di Monteortone. Una specie di viaggio devozionale e picnic familiare, portato a termine con il più umile dei mezzi, ovvero a piedi, durante il quale i miei nonni e bisnonni andavano a invocare la protezione della Madonna, per poi stendersi su un prato e rifocillarsi con polenta abbrustolita, salame e uova sode. Per cucinarle, le uova venivano avvolte in ampi fazzoletti, e dopo averne afferrato i lembi i fagotti venivano immersi nelle piscine di acqua termale, imbrigliata per la macerazione dei fanghi in vasche aperte e a quel tempo sguarnite di qualsiasi parapetto di protezione. Alla sorgente, la temperatura dell’acqua viaggia a una temperatura di circa 90 gradi centigradi. La Tamaro è una burlona.

La seconda citazione:

“Sarà polvere inerte o un nutrimento? Non sarebbe meglio poter vivere spensieratamente, senza farsi domande? Ma dove finisce l’uomo che non si interroga, che non ha dubbi?” (202)

Ecco, mia cara Susanna, su 209 pagine, togliendo i discorsi diretti e i brani delle lettere in corsivo ho contato 371 punti interrogativi. E ho deciso. Di domande esistenziali, ne ho già di mie, e di sicuro non ne cerco altre nei libri. Magari cerco risposte, ma di sicuro mai più tra le pagine dei tuoi tomi. Meglio vivere spensieratamente. E dimenticare.

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