Earthquake, Wind & Fire – di Saulo Bianco

Un anno fa la terra tremava in Emilia Romagna, Veneto e Lombardia. Saulo Bianco, gentile e assiduo frequentatore di questo piccolo salotto virtuale che è VV, tra ricordi e riflessioni, propone un viaggio nel recente passato sismico del nostro Paese. Buona lettura.

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Ricordo l’esatta sequenza. 6 maggio 1976, ore 21. Nel tardo pomeriggio ero andato a correre, a fare un po’ di jogging che tanto andava di moda allora, con mio fratello, il penultimo, per la campagna che aveva visto mia nonna curva a spigolare e prima ancora aveva ospitato il Foscolo durante la stesura del suo Jacopo Ortis. Forse lo stavo addirittura leggendo, l’Ortis, al liceo. Una corsetta corroborante, immerso nella placida bellezza del paesaggio, nella quiete che scendeva quasi indolente al tramonto, quando il sole per abitudine scompare stanco dietro le armoniose curve dei miei Colli. Poi cena veloce, doccia altrettanto fulminea e via, fuori, a inseguire la vita e gli amici che in piena adolescenza sembrano avere la priorità assoluta. Ero in patronato, luogo di incontro per eccellenza. Mi trovavo al chiuso, in una sala con due colonne scure che si stagliavano snelle contro le pareti candide, una sorta di gemelli solenni, massicci, poderosi. La stanchezza della corsa mi rendeva difficile anche stare in piedi, forse avevo ‘tirato’ troppo nello sprint finale per aumentare il fiato. Avvertivo le gambe pesanti, i muscoli di ghisa. Non avevo finito di formulare quel pensiero quando mi accorsi che i pilastri sembravano muoversi e ondeggiare, ancheggiare quasi, come due odalische in una pigra danza del ventre. Un capogiro, una fiacchezza si impadronì del corpo. Avevo forse mangiato troppo in fretta, troppo pesante, troppo poco… Lo scalpiccio coprì un boato sordo che credetti di sentire. Sedie buttate a terra in fretta e furia o scostate stridendo. Qualcuno mi tirò per un braccio e io seguii quella forza come un automa. Mi ritrovai fuori, il piccolo campanile non lontano ondeggiava pure lui. Del dopo non ricordo nulla, se non un’angoscia che mi fece pensare a casa, con pensieri a cerchi concentrici che si allargavano a poco a poco, come le scie nate da un sasso lanciato con violenza in uno stagno, per abbracciare quanti conoscevo e amavo, cerchi sempre più ampi, devastanti, che mi facevano sentire terribilmente solo, vulnerabile. Non so se tornai a casa di corsa, ma quella sera stessa tutti sapemmo, dal telegiornale, grazie alle immagini sgranate trasmesse in bianco e nero dal nostro scatolone marca Minerva, un cupo parallelepipedo di valvole e manopole.

Poi ci furono gli sciami. Termine che avevo sempre e solo associato alle api e al miele. Finì anche la scuola, mio fratello maggiore partì come volontario con il CUAMM di Padova, stette via per quello che mi sembrò un’eternità. Tornò forse a fine estate, con tanti racconti, tanta paura taciuta, le notti in tenda, il vino ramandolo fatto in casa e offerto dai contadini, i vecchi che separavano i mattoni buoni da quelli cattivi, i visi e le storie tratteggiati con poche scarne parole, ma tanto trasporto. Un giorno a pranzo lo vidi schizzare fuori dalla porta della cucina come una saetta. L’intera famiglia rimase ammutolita. Ci guardammo sbigottiti, nessuno disse nulla. Mio padre, a capotavola, lo fissò a lungo mentre sottovoce minimizzava: “Non chiedetegli nulla, caso mai sarà lui a raccontarci.” Lui, mio fratello, tornò dopo essere andato su e giù un paio di volte per il cortile con gli occhi fissi per aria. “Mi era sembrato di sentire…” si limitò a mugugnare chino sul piatto.

11 settembre 1976, sabato. Due scosse. 18:31 e 18:40. Me ne stavo seduto su uno scalcagnato divano di bambù, nell’unica stanzetta che costituiva la cosiddetta ‘libreria cattolica’. Vendevo giornali e libri, quando finiva la messa, come volontario. Quella era anche una scusa per leggermi gratis tutti i libri che c’erano sugli scaffali, con l’accortezza di non spaginarli troppo, per farli sembrare comunque nuovi. Stavo chiacchierando con un amico, quando all’improvviso ebbi come l’impressione di trovarmi su un’altalena. ‘Strano’, pensai inchiodato sul posto, lasciandomi cullare. Non riuscivo a muovermi. Un torpore, ancora, mi paralizzava. Dalla vetrina scorsi un nugolo di persone uscire correndo dalla chiesa non lontana, formiche impazzite, una chiazza nera defluire dai pesanti portoni di legno ed allargarsi sul sagrato come una macchia di petrolio. Nel frattempo l’amico si era volatilizzato, io lo raggiunsi a passo lento e sollevato lo sguardo vidi che la torre campanaria della chiesa di San Lorenzo stava solleticando il cielo della sera.

15 settembre 1976. Mercoledì ore 5 di mattina. Venni svegliato di soprassalto dalla voce soffocata dalla paura del mio fratello più piccolo. A quel tempo dormivamo, noi fratelli, in un’unica camera e su due letti a castello. Il fratello in questione, sul letto superiore, se la beccò tutta, la scossa. Il suo fu un “mamma” lungo, quasi straziante. Mia madre arrivò come un fulmine, la ricordo riversa sul letto del più piccolo, il braccio che si allungava e la mano accarezzante che arrivò in sequenza anche dagli altri.

Seguimmo le notizie su ogni telegiornale possibile, su ogni quotidiano che entrava in casa. Nonostante il disastro, i morti, i feriti e i senzatetto, la solfa era sempre quella, che più o meno recitava così: “State tranquilli, gente, gli esperti dicono che le nostre città si trovano su un fondo alluvionale che smorza qualsiasi tremore della terra. Qui, in pianura padana, siamo al sicuro.”

Anni più tardi avrei assolto il mio obbligo di leva proprio a pochi chilometri dagli epicentri del terremoto del ’76… Taipana, Lusevera, dove si trovavano i distaccamenti di guardia della caserma in cui io sottoscritto soldato semplice, fante d’assalto e Cacciatore delle Alpi, ‘prestavo servizio’. Dato che c’ero, un pomeriggio di libera uscita visitai Venzone, paese bellissimo, ricostruito alla perfezione, ma falso, nuovo. La tragedia si leggeva nel perfetto nitore degli intonaci, nei colori immacolati delle pareti, nella vernice perfetta degli infissi, nell’assenza di quella patina di vecchio e vissuto che ogni paese serba per lasciare intravedere ai passanti storie antiche.

Friuli 1976

Friuli 1976

Ma a distanza di anni, le frasi degli esperti vennero prontamente smentite. Il terremoto tornò, nella regione in cui abito ora. Facendo danni spaventosi.

La mia capacità di rimozione ha dell’incredibile. Non ne ricordo l’esatta sequenza pur essendo questo evento più vicino nel tempo. Forse questo è uno dei primi segni di invecchiamento. Tuttavia, la cosa è del tutto ininfluente. La paura è la stessa. La sensazione di essere ospiti, immutata. La certezza di essere precari, dei semplici talvolta noiosi brufoli sul culo della terra, identica. L’impotenza altrettanto annichilente.

La prima fu di notte. Ero a Milano, al quarto piano di un vecchio palazzo meneghino, dove di giorno il pavimento si scrolla a ogni passaggio sferragliante di tram. Può far atmosfera, ma quella notte ebbi modo di ricredermi. L’immagine del topo in trappola si addice di più a casi simili, poiché a mente fredda e nonostante l’animalesco istinto di conservazione si capisce all’istante che l’ascensore è escluso, le scale sono proibite. E si cerca il muro maestro, quello portante.

Mi svegliai per gradi di consapevolezza, dato che in situazioni simili ho come l’impressione di essere un bradipo e stento a rendermi conto di ciò che accade intorno. Mi sollevai su un gomito, girai la testa come una marmotta, e senza pensarci più di tanto mi riversai sul corpo della persona che mi dormiva accanto, spalmandomi quasi addosso, chiamando il suo nome sottovoce, cercando di emettere un suono deciso, ma dolce, senza incrinature nel tono. Durò poco, ma fu sufficiente. Tornai a Bologna un paio di giorni dopo, trovai qualche volume della mia libreria per terra, lungo il corridoio e in studio. I miei sismografi casalinghi.

Venni sorpreso con la stessa irruenza e sorpresa da altri due sussulti. A Bologna. Da solo. Il primo in pieno giorno, di mattina. La poltrona su cui sono solito sedere per lavorare ha quattro rotelle, che per l’occasione sembravano aver deciso di muoversi in totale e anarchica autonomia. Immediato fu il tentativo di raggiungere telefonicamente tutti, seguendo quel moto di pensieri concentrici che da me si allargavano a poco a poco, come nel ’76, per abbracciare tutti, in una specie di appello mentale. A pensarci ora, non ricordo nemmeno se si trattasse del terremoto de L’Aquila o di quello che ferì l’Emilia, se era di mattina o pomeriggio, ma poco importa. Sta di fatto che in ogni caso la terra aveva tremato ancora, e la pianura padana non era riuscita ad assorbirne il rinculo.

Quella mattina decisi di uscire e starmene fuori tutto il giorno, al diavolo il lavoro. Un’altra scossa mi colse a torso nudo e in mutande, le mani piene di schiuma perché stavo lavando i piatti della sera prima. Il fermo immagine di me stesso, paralizzato davanti al lavello per qualche istante, le mani sollevate e gocciolanti come un chirurgo prima di un’operazione, con lo sguardo fisso sul lampadario che ondeggiava come un vecchio pendolo, movimenti ampi, lenti, inesorabili. Io che mi spostavo sempre a mani in alto, io che mi asciugavo una mano sui boxer, allungavo il braccio, immobile sotto lo stipite della porta incassata in quello che avevo deciso essere il muro portante dell’appartamento, per bloccare la libreria in corridoio che sembrava volersi spostare e venire verso di me, in un assurdo cha-cha-cha. Ricordo di aver pensato che se la scossa fosse stata solo un po’ più forte, se la casa fosse crollata, avrebbero ritrovato un uomo seminudo, con le mani insaponate. Che ridicolo farsi pizzicare così. Ma almeno ero fresco di doccia, mi dissi, la biancheria era pulita, ricordando la nonna che da piccoli ci incitava a lavarci e cambiarci tutti i giorni perché “non si sa mai”. “So inconvenient”, come direbbero gli inglesi, campioni dell’understatement. Decisamente indecoroso.

Ora, a distanza di tempo, le scosse sono tornate. Dopo polemiche, dopo mille discussioni. Forse per ricordarci qualcosa. Nonostante la pianura padana, nonostante il suo fondo di sabbia e ghiaia in grado di ammortizzare, ammorbidire. Nonostante il fracking, i fiumi di parole e inchiostro versati su trivellazioni e talk-show, i politici lungimiranti che vogliono costruire ponti per l’orgoglio nazional-ingegneristico e per la felicità delle tasche di pochi, per altri politici che premono sull’acceleratore per convincere il popolo della bontà di fantomatiche riserve di gas sottoterra. Nonostante gli altri disastri ambientali di cui sempre più spesso si legge sui giornali. Nonostante l’incuria e la leggerezza con cui si affrontano temi come la cementificazione, lo spopolamento delle montagne e la gestione del territorio, il dolore, la morte e la disperazione che eventi di questo calibro seminano tra la gente comune. Per non parlare degli approfittatori, dei manager guru e avvoltoi che ritardano o sospendono i pagamenti con la pietosa scusa della solidarietà ai terremotati o delle difficoltà sostenute nei territori colpiti con annesso utilizzo della cassa integrazione causa-crisi per supplire a un’assenza diffusa di pianificazione industriale.

Friuli, Irpinia, L’Aquila, Emilia. Sono solo alcuni nomi. Dicono che la memoria sia corta. Credo sia vero. Basta fare qualche ricerca, dato che ora tutto può essere raggiunto con estrema facilità e le informazioni sono disponibili quasi in tempo reale. Per i più pigri ora c’è Wikipedia, grande compagna e punto di partenza.

Messina 1908

Messina 1908

In Friuli, nel 1348 (‘secondo le cronache, la durata delle due scosse più forti fu valutata uguale al tempo di dire tre Pater e tre Ave’), nel 1511 (‘un terremoto con epicentro tra Friuli e Slovenia causa gravi danni, circa 10.000 morti e uno tsunami nel mare Adriatico che interessa Trieste e Venezia. Viene avvertito fin nelle Marche’) e appunto nel 1976. Poi Messina, nel 1908, e via discorrendo. Per i mali autoinflitti, un fugace e doloroso ricordo del Vajont, per la cui diga invito tutti a rivedere la scena finale del film, ogni tanto e/o a cadenza regolare, non solo per ricordare, ma anche come esercizio di immedesimazione, ad esempio dopo una discussione sul nucleare (http://www.mymovies.it/trailer/?id=33633) o mentre si parla di Fukushima.

Forse nemmeno io sapevo dove sarei andato a finire a parare quando mi sono messo a scrivere queste cose. Sono giorni che penso di essere seduto su una pentola a pressione. È da tempo che cerco di non vivere passivamente le notizie con cui vengo bombardato ogni giorno. So solo che c’è stata un’altra scossa qualche giorno fa. E mi è venuto in mente il Vesuvio e l’urbanizzazione dell’intera area. La dorsale appenninica. Ho pensato a Stromboli, e alla notte in cui l’ho risalito a piedi e ho visto con i miei occhi la sua attiva turbolenza. Ora sto leggendo i Promessi Sposi in versione emiliano-romagnola, perché sto cercando di trovare nelle pagine di un libro il Po, un fiume che attraverso quando torno nella mia città natale, e che ogni volta guardo, andata e ritorno, ricordando i racconti di nonna sulla rotta del ’51 e sugli sfollati che vennero ospitati nella nostra città. E nelle pagine del Bacchelli leggo questo:

Non era avezza a far domande al marito, di perché e di come, e quando vai e quando torni, ma la circostanza del terremoto era troppo singolare. Si trattava infatti d’un terremoto speciale, piuttosto pertinace che violento, ma pertinace al punto di durar da tempo, a giorno ed ora fissa, mettendo a lunga prova, com’è accaduto più volte nella loro storia, le città di Bologna e di Ferrara. Quella volta, da più d’un mese, dava la sua scrollatina ogni terzo giorno da due a tre ore dopo mezzodì; e città e campagna si venivano abituando, se si potesse far davvero abitudine a tali fatti.

Riccardo Bacchelli, Il mulino del Po, Mondadori, 1997 (vol. 1)

Non ho verificato la veridicità dell’avvenimento. Forse per finzione narrativa l’autore si è rifatto al terremoto di Ferrara del 1570 o a quello di Bologna del 1929. Ma poco importa, alla faccia della pianura padana. Alla faccia delle priorità del paese, che sono proprio tante. Basterebbe leggere un po’ di più, studiare un po’ di più, approfondire un po’ di più. Ci si farebbero più domande nei momenti più cruciali della nostra minima esistenza. Magari al seggio elettorale, quando e se ci si va. Tanto per dire, alla bruttissima faccia della memoria corta di questo paese.

Immagini:

Friuli 1976: http://parma.repubblica.it/multimedia/home/5422651/3

Messina 1908: http://blog.libero.it/tanguerocortes/6191648.html

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