La pigrizia andò al mercato – di Saulo Bianco

È con grande piacere che Verba Volant ospita il primo contributo “esterno”. La trilogia degli Abitatori delle Palestre ha stimolato la vena narrativa di Saulo Bianco, lettore attento, bontà sua, di VV. Ne è scaturito un post che coglie appieno lo spirito degli AdP, impreziosito da schegge di ricordi e considerazioni personali dell’Autore, che si presenta così:

Nato il secolo scorso, fin dall’età scolare si è cimentato con la traduzione. Amante delle lingue avrebbe voluto impararne sette per parlarne una al giorno. Costretto a ricalibrare il tiro, ora è in grado di non morire di fame nei paesi di lingua tedesca e a leggere con relativo comfort in tre idiomi, quattro se si aggiunge il vernacolo, sua vera lingua madre. Avido lettore, sta cercando di curare una versione personale di un dizionario veneto-inglese che chissà quando vedrà la luce. Ha provato con alterne vicende e ondivago entusiasmo a imbrattare di parole l’inconsistente web e le bacheche altrui, complice l’infinito potere combinatorio dell’alfabeto, con la minuziosa pazienza data da una viscerale passione per il gioco dello shangai. Desidera diventare ricco, non necessariamente famoso e… la pace nel mondo.

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Volente o nolente torno sempre lì, agli anni ’80, anni in cui dopo aver abbandonato il rassicurante nido familiare, con la benedizione di tutti veleggiai verso est. Sarebbero stati gli anni della formazione universitaria e sentimentale, gli anni della scoperta, dell’esplorazione. Erano gli anni dell’edonismo reaganiano, della Lady di Ferro, dei paninari, della Milano da bere, di Olivia Newton John e della sua inconsistente “Let’s get physical”. Dopo una lunga rincorsa, le mode dall’altra parte dell’oceano avevano preso forza, come onde di piena. Abili esperti di marketing, gli americani, suggerisce ora Daverio parlando di Rauschenberg e Warhol. Dalle riviste di culturismo anni ’50, vale a dire dalla velata variante soft porno e voyeurista in versione tutta maschile, dopo le molle e i manubri per espandere torace e sviluppare i muscoli davanti allo specchio del comò, cominciarono a lambire le coste italiche altre tendenze, altri must. Dopo il jogging che tanti infarti ha causato a cinquantenni in fresca alla disperata ricerca di una rinnovata e più virile giovinezza, sbarcò in Italia il body building. Giunse da noi anche grazie a video ammiccanti, sull’onda del turbinio dissoluto della disco music anni ‘70 sotto le luci stroboscopiche dello Studio 54 della Grande Mela. Arrivò strisciante su lunghe e sfavillanti passerelle di moda, dove Armani si muoveva con la sicurezza di un sovrano e le spalline ad attaccapanni la facevano da padrone. Si riversò come uno tsunami muscolare che travolse ogni cosa. Me compreso.

Non potevano di certo bastare i canoni estetici che nei secoli, bene o male, avevano educato il nostro occhio e gusto. Il Davide di Donatello o i bronzi di Riace, tanto per fare alcuni nomi. Sulla nostra terra osa regnare una bellezza così variegata che durante l’epoca del Gran Tour molti giovani aristocratici europei si sentirono così ispirati da essere costretti a soggiornarvi, chi a fotografare chi a scrivere chi a toccare con mano, in senso figurato e non, e trascorrere il tempo a bearsi delle nostre fattezze e del nostro sole, dando così il via a quello che più tardi sarebbe stato marchiato con la più proletaria etichetta di “turismo del sesso”.

Le diversità attraggono, nord chiama sud, e viceversa, ben si sa, vuoi per diversità dei tratti, vuoi per curiosità estetica. D’altro canto, il concetto è stato ben espresso qui:

 Altre fisionomie più meridionali, invece, per Gerda erano nuove. Certe morbidezze di anca quasi femminili, certi polsi non rigidi, un modo di sorridere prendendo tutto, soprattutto se stessi, poco sul serio: queste erano cose che tra i maschi adulti della sua gente non esistevano. Non aveva mai neanche visto due uomini camminare vicini con quella dimestichezza tra corpi maschili che avevano alcune coppie di militi meridionali in pattuglia. E poi, i complimenti! Questi erano soldati mandati in missione in un luogo dove si temeva un attacco frontale allo Stato, armati di tutto punto e sicuramente anche spaventati; eppure avevano ancora abbastanza leggerezza, o incoscienza, da dire a una ragazza, bionda e in dirndl, quindi tedesca, “Sei bellissima!”, riuscendo a farla sorridere nonostante tutto. Avevano occhi di velluto e ciglia lunghe come bambine e, pur con le uniformi e le armi, non ci riuscivano proprio a restare marziali. (Francesca Melandri, Eva dorme, Mondadori, Milano)

Insomma, questa ondata che investì il maschio anni ’80, pur non lasciando immune e indifferente il gentil sesso, determinò una sorta di novello punto di partenza da cui nacque un nuovo trend. Dal “Lei non sa chi sono io” in bianco e nero degli anni ‘60, si passò dritti alle palestre o meglio ai loro spogliatoi, dove la gara si combatteva, e tuttora si combatte, con occhiate più o meno furtive, spalle riverse all’indietro per un’ostentazione distrattamente incurante, abili e veloci scrollate di attributi e via dicendo, mentre negli anni questa serpeggiante e virile competizione avrebbe poi tracimato, scendendo in strada, sublimandosi in orologi da polso tipo patacca, SUV, fuoristrada 4×4 e via almanaccando. A partire da quel momento pomparsi fu quasi un obbligo.

Attraversai anch’io varie fasi sportive. Dopo le interminabili ore di noioso jogging tra i dolci colli che videro i miei natali, provai varie altre discipline, nuoto compreso. Trovai una piscina non molto lontano da dove abitavo nella mia nuova città. Già poco convinto della scelta, mentre attendevo di immergermi nell’acqua gelida di una vasca olimpionica dove non si toccava nemmeno a piangere in aramaico, scambiai qualche chiacchiera con un compagno di corso, fisico statuario, torace possente e due mammelle che facevano invidia a una pulzella in fiore. Uscii dal quel terzo tentativo di ammollo scagliando lontano la malefica tavoletta che non contribuiva affatto a farmi rientrare negli standard delle più elementari e trite leggi fisiche, più che mai deciso a cambiare direzione. Se l’acqua non faceva per me, mi dissi decidendo seduta stante di usarla solo per doccia, caffè e poche altre cose, perché non provare pure io a scolpirmi un po’? Scovai una palestra abbarbicata su ripide colline, agli antipodi da dove stavo io, una struttura convenzionata con il CUS, e quindi alla portata delle mie tasche. Dovevo solo attraversare l’intera città e un pezzo per raggiungerla, e già solo quello era un gran lavoro. A distanza di anni do ragione a una mia amica di quegli anni, la quale era convinta della mia dipendenza dal complesso dell’Einzelgänger. Non volendo andarci da solo, trovai subito una soluzione. Una fitta rete di amicizie mi portò in breve a scovare un motorino, a cui avrei dovuto riempire il serbatoio di miscela ogni tanto, e una compagna di s/ventura. La sapevo sportiva e ciò avrebbe aiutato me, abile cesellatore di scuse, a prestare fede agli impegni. Varcai quindi la soglia di quell’ambiente luminoso, un’unica stanza completamente foderata di specchi, davanti ai quali gli habitué erano soliti provare le pose che avrebbero usato durante le gare, i corpi cosparsi di olio di noce o della classica abbronzatura che in quella città sembrava essere patrimonio genetico di tutti, anche in pieno inverno. Per quanto riguarda le pose, per la cronaca, Madonna con la sua Vogue sarebbe arrivata una decina di anni più tardi. La mia carriera sportiva in quella palestra ebbe vita alquanto breve. Con ogni probabilità non durò nemmeno il primo mese di iscrizione.

La tattica del frequentare una palestra in coppia altro non era che una strategia. La coda che si era soliti fare per attendere il proprio turno a un macchinario a volte era estenuante, peggio che dal macellaio o alla posta. Essere in due significava quindi occupare una postazione e darsi il turno fino alla fine delle tre serie canoniche di esercizi a cui la mia amica e io ci sottoponevamo con pazienza e certosina precisione. Fu durante lo svolgimento del ciclo di torture per tonificare il muscolo del salino, o meglio la tendina per gli/le over-40, che accadde il fattaccio. Per chi non lo sapesse, l’esercizio consiste nell’afferrare con decisione un piccolo peso, sollevare il braccio portando la mano sopra la testa e, tenendo fermo il gomito, abbassare l’avambraccio verso la nuca. Forse pensavo allo sketch di Montesano e alla sua romantica signora inglese e alla relativa disquisizione sul salino mentre svolgevo l’esercizio. Non saprei. Forse persi la concentrazione. Non so cosa accadde, ma a un certo punto rimasi con l’avambraccio giù, inchiodato a metà schiena, come un flessuoso ramo di fico carico di frutti. Il terrore rimbalzò assieme al mio sguardo in un perverso gioco di specchi alla disperata ricerca dell’amica. “Lo’” rantolai con un filo di voce, nel tentativo di non attirare l’attenzione. “Aiuto!” Non ricordo il seguito. So solo che l’esperienza terminò lì, perché rimasi con il braccio fuori uso per un discreto lasso di tempo a causa di uno strappo. Anni più tardi ci avrei riprovato, un paio di volte in una palestra “figa”, con conseguente spreco di soldi da parte mia, un’altra in una palestra di quartiere, rimasta chiusa per un paio d’anni a causa di accertamenti della narcotici tra una mia iscrizione e l’altra perché “qui i ragazzi parlano troppo” ammise il gestore, rifiutando il mio certificato medico di sana e robusta costituzione fisica. Perché tanto, se gli dicevo di essere sano, lui mi credeva, aveva tagliato corto. Fu lì che uno degli allenatori si vantò di essere dimagrito un numero indicibile di chili a suon di mascarpone e pancetta a colazione. Ebbi modo di scoprire qualche tempo dopo che il motivo della sua prolungata assenza era un ricovero d’urgenza in ospedale per un’ulcera. E fu sempre lì che un giorno, io spalmato su un diabolico attrezzo, su cui mi ero immolato come un agnello sacrificale per farmi venire, sempre a detta di un altro allenatore, un culo da brasiliano, mentre alzavo e abbassavo le gambe per ottenere siffatto risultato vidi passarmi davanti un tipo alto come un lampione, il cui corpo era un capolavoro di linee e ombre. Passò baldanzoso, neanche fosse su una passerella, fasciato in una tutina a fior di pelle traforata e di un tessuto supertecnico, di quelli che il sudore non sta a contatto con il corpo, ma poi puzzi come un cane bagnato. Scivolò davanti ai miei occhi strizzati dalla fatica. Notai le natiche, perfette e levigate come sassi del Piave, e nonostante trasudasse testosterone, lo catalogai subito come appartenente alla categoria dei “vorrei ma non posso”. Anche da quella palestra scappai a gambe levate. Non avevo nulla a che spartire con quella gente. Avessi almeno avuto qualcuno con cui sparlare! Ma da solo, non ce la facevo proprio. Avrei trovato altri modi, mi dissi, per tenere su la struttura, ora che gli anni erano passati e qualcosa, forse, cominciava a cedere. Se avessi avuto la stessa costanza con cui avevo letto tutta Karen Blixen durante i lunghi turni come piantone cessi a Salerno, dove la madre patria stava forgiando il soldato che era in me grazie a un CAR avanzato, o con cui avevo divorato l’edizione integrale delle Mille e una notte durante le interminabili ore di guardia all’estremo confine orientale, nel mio personalissimo Deserto dei Tartari, allora sì che avrei potuto sfoggiare un fisico all’altezza di quello di Pavel Petel. Ma tant’è! Sedentario, oserei definirmi. È probabile che il mio inconscio abbia deciso in vece mia scaraventandomi nella categoria di uomo di pensiero più che di azione.

Ma non uso autobus. Faccio le scale preferendole all’ascensore, a meno che non abbia 6 bottiglie da 2 litri di acqua in mano. Se capita, vado a cavallo, unico animale a parte l’uomo con cui condivido una certa sintonia. Quando posso, cammino, tanto. In genere stanco tutti: sono un fondista, forse, anche se ogni tanto ho a che fare con qualcuno dalla gamba più lunga della mia e con maggiore spirito competitivo di quello che anima il sottoscritto. Ho tentato più volte di far capire che il passo è ritmato dall’ultimo della fila, ma senza tanti risultati. Allora ho deciso che questo sarà il mio prossimo traguardo aerobico.

I bambini nascono sotto i cavoli, narra la leggenda. Parsimonioso di natura, sportivamente ergonomico, io ho pure risparmiato non andando nemmeno al mercato e portandomi direttamente il cavolo a casa. Rubando una battuta al film Il grande freddo (The Big Chill), grazie al cielo dispongo di “good genes”, e tanto mi basta. Cammino, sgambetto, quando mi tira. Non certo in anguste salette dove si finge di biciclettare a velocità supersoniche in pseudo-salite, sputando chiodi e polmoni, e dalle quali si esce nevrotici e alienati, con le orecchie gonfie di ritmi techno. Né in sale pesi, dove la soubrette di turno, indipendentemente dal sesso, fa sfoggio di sé sul tapis roulant per 40 minuti di fila non smettendo un secondo di parlare, novelli criceti fitness-dipendenti. Ammetto, ho una Wii Fit nascosta sotto il divano, ma prende della gran polvere e appartiene a un’altra storia. Ora sto organizzando una settimana su un’isola e il segugio che è in me ha già scovato le cartine del demanio forestale. La girerò a piedi, fingendo di leggere nei miei passi un viaggio al centro della terra, visto che camminerò su un vulcano, spento da tempo immemore, grazie a Dio. Il mare lo osserverò dall’alto e da lontano, lui può attendere, come il paradiso. E si fottano pure gli americani e le loro mode, penserò sorseggiando un fresco bianchetto al ristorante sulla riva e gustandomi un pesce coperto da due dita di croccante pesto che sa di pistacchi osservando i fari lontani, sulla costa africana.

PS: ringrazio quanti nel corso degli anni hanno fatto di me depositario di coloriti modi di dire. Chi legge, saprà.

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8 risposte a La pigrizia andò al mercato – di Saulo Bianco

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  3. guido mura ha detto:

    Per mia fortuna ho saltato a piè pari, nell’ordine: Fonzie, la febbre del sabato sera, la Milano da bere, i paninari, le palestre, le disco, i vegani, e mi sono svegliato da poco: mi sono perso qualcosa?
    Dov’ero? Allora lavoravo, ma forse su un altro pianeta.

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    • saulo ha detto:

      Le fortune sono alterne, si sa, quindi difficile dire “per mia fortuna”. Ognuno comunque percorre le strade che il caso per bontà sua gli consente di percorrere. A lei le sue, a me le mie. Non è questione di fortuna, è questione di percezione. Personalmente, non snobbo nulla e non ho velleità di sorta. E le posso assicurare che non mi sono girato i pollici nel frattempo, e ho lavorato duramente anch’io.

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  4. nadia ha detto:

    Meraviglioso:denso di America e anni ’80!Lo studio 54, i paninari, Olivia NJ: una perfetta sintesi della cultura pop.

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  5. rossodipersia ha detto:

    Lo voglio sposare!

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