Cucina etnica (e auguri di buona Pasqua)

Questo raccontino ha partecipato, in puro spirito decoubertiniano, a una edizione del Premio Letterario Santa Margherita. Dico questo per giustificarne la brevità, dato che uno dei “paletti” del bando prevedeva un numero massimo di caratteri (mi pare 4000).  È un ottimo esercizio, sapere di dover/voler raccontare una storia compiuta entro uno spazio definito: è un po’ come aprire il frigo e imbastire un piatto con gli ingredienti a disposizione. Il paragone culinario non è casuale, come non è casuale il periodo in cui è ambientato. Mi auguro che il sapore finale sia almeno passabile. Buona Pasqua ai miei 25 lettori.

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Imma non ci poteva credere, era la prima volta che capitava. Carletto il macellaio era mortificato per il malinteso: aveva lasciato le testine d’agnello al garzone nuovo, che le aveva consegnate alla persona sbagliata. Era Sabato Santo e lì, in quel paesino dell’ “Altitalia”, la testina al forno non era un piatto molto comune, anzi: difficile trovarne altre.

Imma riandò con la memoria a trent’anni prima, appena arrivata al Nord dalla Puglia, sposata da poco. Al suo paese, Pasqua non era tale senza l’agnello e senza le testine al forno. Quando le chiese al macellaio, questi la guardò come se venisse da Marte. Nel palazzo erano “i terroni del secondo piano” e ci volle un bel po’ prima che diventassero solo Imma e Vittorio. Lentamente, vinsero la diffidenza dei locali con i fatti: Vittorio spaccandosi la schiena dodici ore al giorno in cantiere; Imma, con il suo carattere allegro e la sua cucina. Sul suo pianerottolo, si spandeva sempre un profumo appetitoso di orecchiette alle cime di rapa, di tiella di cozze e patate, di pane di grano duro. Piano piano le vicine le chiesero le ricette e col tempo la barriera di sospetto cadde, grazie anche ai vini che accompagnavano le pietanze: Aglianico del Vulture, Negroamaro del Salento e Primitivo di Manduria era grimaldelli che aprivano le porte della diffidenza più ostinata. E col tempo aveva convinto anche Carletto a procurarle le testine d’agnello. E così, Pasqua dopo Pasqua, gliele faceva trovare, solo per lei.

Ma allora dov’erano finite le testine? Ormai nel quartiere si conoscevano tutti da anni, la sua era l’unica famiglia pugliese. Ultimamente erano arrivati diversi extra-comunitari, ma “quelli là” chissà cosa mangiavano, va a sapere. E poi stavano sempre tra di loro, sospettosi, come se si nascondessero da qualcosa o da qualcuno. A dirla tutta, non le piacevano granché.

Persa in questi pensieri, Imma infilò la chiave nel portone e iniziò a salire le scale. Al primo piano venne avvolta da un profumo familiarissimo e inconfondibile. Era l’odore delle testine d’agnello, delle sue testine. Nell’appartamento sotto al suo si era trasferita da poco una coppia di giovani arabi, con la quale Imma aveva scambiato sì e no due parole. Stava per salire la seconda rampa, quando la porta si aprì e apparve una giovane donna dal sorriso perfetto e dagli occhi neri come more mature.

“Buongiorno, stavo salendo proprio da lei. Lei è Imma, vero?” disse la donna in un italiano impeccabile.

“Sì… sono io, ma perché?” rispose Imma un po’ sorpresa.

“Il macellaio mi ha raccontato del malinteso e la volevo invitare a pranzo domani, se non ha altri impegni. Sa, noi arabi crediamo che un buon vicino di casa sia una benedizione. Visto che la carne era per lei, il minimo che posso fare è condividerla con la sua famiglia.”

Imma era stata presa in perfetto contropiede. Ricordò che a lei ci vollero oltre due anni prima che qualcuno del palazzo la invitasse a casa per un semplice caffè e adesso, quella sconosciuta le apriva la porta per offrirle il suo cibo. Se anche “quelli là” mangiavano le nostre stesse cose, tanta differenza poi con questi nuovi arrivati non ci poteva essere, rifletté Imma.

“Mi scusi, non mi sono presentata: mi chiamo Tàhira, e in arabo significa “pura” – riprese la donna. “Glielo dico subito perché tutti me lo chiedono.” E hai fatto bene a dirlo subito, riflettè tra sé Imma. Per anni sono stata chiamata Emma e non vengo dall’Africa come te, ma dal Tavoliere delle Puglie.

“Allora ci chiamiamo allo stesso modo, il mio nome completo è Immacolata… ma tu ci metti anche l’alloro, nella carne?” Imma era passata dal “lei” al “tu” naturalmente, distruggendo con un semplice pronome la barriera mentale che si era costruita. “Sì, e poi ci metto anche ….” e continuarono come vecchie amiche.

Il giorno dopo erano tutti seduti a tavola. Prima di alzare i calici, Imma si meravigliò che ci fosse il vino. L’unica cosa che sapeva di “quelli là” era che non lo potevano bere. Tàhira le spiegò che loro erano arabi cristiani, e anche per loro il vino era un simbolo del sacrificio di  Cristo.

“Come si dice “alla salute”, in arabo?” chiese Imma.

“Saha!” risposero Tàhira e Naser.

“E allora … saha!” ripeterono Imma e Vittorio.

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10 risposte a Cucina etnica (e auguri di buona Pasqua)

  1. Lillo ha detto:

    Non mi piglia il commento…

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  2. Lillo ha detto:

    Bella storia, cosa c’è di più aggregante del condividere il cibo? Scambiarsi ricette? Un po’ come suonare insieme!

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  3. Nicola Losito ha detto:

    Piaciuto. Parola di pugliese immigrato prima in Emilia e, infine, in Lombardia.

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  4. Giuseppe Marone ha detto:

    Devo rifiutarmi di leggere i tuoi racconti al lavoro perché finisco sempre col commuovermi 😢😢😢

    I tuoi racconti sono sempre bellissimi!

    Baci 😘😘😘

    Inviato da iPhone

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  5. lea ha detto:

    Bella questa storiella e proprio in tema con la Pasqua; allora grazie per avermi dilettato e Buona Pasqua a te e Giuseppe. A presto!

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  6. Annamaria Anselmi ha detto:

    Saha!

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