Trieste, o cara… (post dedicato agli ex-SSLMIT, ma anche no) – seconda parte

[Ero arrivata davanti al Buffet Da Pepi.]

Da Piazza Borsa a Piazza Unità è un attimo e ogni volta che supero via Malcanton e mi si apre davanti il salotto della città, il topo morto che ho al posto del cuore ha un sussulto di emozione. Il colpo d’occhio è sempre breathtaking. Invece di proseguire subito verso Cavana, passo sotto il palazzo Cheba e vado alla ricerca delle bancarelle dei libri usati, che però, dato che “xe ora che se magna” stanno chiudendo. Peccato, mi sarebbe piaciuto “furegare” in mezzo ai remainder e magari portarmi a casa qualche libro che alle mie attuali latitudini si fa fatica a trovare.

Da Piazza Unità vado in Cavana, sottoposta da alcuni anni a un maquillage architettonico elegante anche se forse un po’ troppo invasivo. Meglio le case restaurate di fresco con colori sfacciati che le pantegane e la scovaza per strada, ovvio, ma il quartiere ha perso parecchio di quel fascino decadente che lo contraddistingueva (le pantegane forse sono state anche loro sottoposte a lifting, chissà). Cavana era il regno incontrastato di Tigro, uno stupendo micione rosso, anzi quasi rosa, che dominava con la sua soffice mole le stradine del rione, ma da due anni non se ne ha più notizia. Eccolo qui, in tutta la sua fulgida e felina beltà, in uno scatto di tre anni fa:

El re de Cavana

El re de Cavana

Proseguo fino a Piazza Hortis, allo scopo di vedere la statua di Italo Svevo che è proprio davanti alla biblioteca. Quando ci avevo provato alla precedente visita, la statua era stata rimossa perché vandalizzata e quindi in restauro. Questa volta la statua c’è, ma ci vuole una bella dose di fantasia per dire che è messa in opportuno risalto.

un passante speciale tra le bancarelle di Piazza Hortis

un passante speciale tra le bancarelle di Piazza Hortis

Davanti alla statua, un tizio piuttosto interessante cerca di fumare e allo stesso tempo auto-fotografarsi con “Italo”. Ci scambiamo il rito della foto e devo dire che la sua espressione soddisfatta di fumatore di “U.S. Ultima Sigaretta” no gà prezo, par tuto el resto xe Mastercard.

Salgo su per via del Trionfo a rivedere l’Arco di Riccardo, un pezzo di antica Roma incastrato tra le case. Mi è sempre piaciuta quella zona, con i vicoli strettissimi in salita e con le trattorie alla buona che adesso sono diventate ristoranti fighettuoli e pretenziosi. I gusti cambiano, gli stili gastronomici pure e quando i locali esibiscono il “menu con l’articolo” (LO spaghetto ai frutti di mare, LA tagliata di manzo, LA verdura ripassata eccetera) vuol dire che hanno perso l’innocenza e anche la serietà. La signora giunonica che gestiva, secoli fa, la trattoria a fianco dell’Arco, il menu te lo diceva a voce in un nanosecondo (senza articoli), dovevi essere veloce a decidere perché “‘ndemo mularia, che no go tempo de bazilar” però aveva modo e maniera  di elargire commenti al vetriolo sulle scelte di clienti dalle esigenze specifiche, seccandoli con un “i dixe che i xe vegetariani e po’ i porta e zinte de pel“. Sic transit gloria mundi.

Si è fatta una certa ed è ora di pensare al riavvicinamento alla stazione. Mi sto rendendo conto che mi muovo come una gallina senza testa, facendo deviazioni dettate da ricordi e dalla curiosità. Dopo aver passeggiato per le Rive in pieno sole, con la narice destra che respira smog ma con la sinistra che avverte la salsedine del mare, mi viene in mente la faccenda del “Ponte Curto” , un nuovo ponte pedonale su Canal Grande e decido di passarci sopra, incuriosita dalle polemiche che ha suscitato. Ma niente da fare, il ponte sarà inaugurato tra due giorni, è chiuso al pubblico per gli ultimi preparativi. Sulla questione, un illuminante articolo in Europanto:

http://bora.la/2013/01/21/the-strange-case-of-kurt-bridge/

(Qualora dovesse interessare, il mio giudizio estetico sul ponte è: de cagarse.)

In Borgo Teresiano mi muovo come Miss Pacman, su e giù, di traverso, in diagonale, in un magnifico labirinto di vicoli e stradine, dove capita di vedere insegne e scritte culture-bound.

serve il traduttore?

serve un mediatore culturale?

Inevitabile poi, una sosta davanti a quella che, per la mia generazione e per moltissime prima della mia, è stata una sede sempre sognata, agognata, immaginata, attesa, sperata, invocata e mai vista, di cui si parla in modo assai colto e poetico, qui:

http://issuu.com/sslmit30/docs/sslmit30

a pag. 33, Saulo Bianco, Ode a una sede mai vista.

dettaglio della facciata dell'ex Hotel Regina, ora sede della SSLMIT in via Filzi, 14

dettaglio della facciata dell’ex Hotel Regina, ora sede della SSLMIT in via Filzi, 14

All’inizio di via Fabio Severo, quasi di fronte alla sede della RAI, tra un benzinaio e un altro, c’è l’entrata alla Kleine Berlin, http://www.kleineberlin.it  un complesso di gallerie usate come rifugi antiaerei durante la seconda guerra mondiale. È difficile individuare l’entrata, completamente in abbandono e in preda all’incuria. Una sola targa commemorativa ne tradisce l’esistenza, ma del resto anch’io ne sono a conoscenza solo perché me l’ha detto il mio tutor personale. Sono passata di là almeno un milione di volte, in quattro anni e mezzo, e non me ne sono mai accorta. Valorizzazione zero, indicazioni meno di zero, un tesoro sprecato, un’orchidea nel fango. Inoltre è visitabile una sola volta al mese, sempre che non sia in corso una tempesta solare, che il bioritmo della guida sia positivo se maschio oppure abbia il ciclo se femmina, che la Luna sia nella settima casa e Giove sia allineato con Marte, che mio nonno abbia tre palle e che diventi un flipper. Più facile fare 6 al superenalotto che vedere le grotte .

Ingresso della Kleine Berlin,  tra il benzinaio Tamoil e Api (che poesia)

Ingresso alla Kleine Berlin, tra i benzinai Tamoil e Api (che poesia)

Ci siamo quasi, il treno che mi riporta a casa parte tra poco. Affretto un po’ il passo ma lo rallento subito per ammirare una bici accessoriata in modo speciale. Quando frequentavo l’università, in bicicletta c’ero solo io. D’accordo, Trieste non è esattamente una città biker-friendly, ma scegliendo accuratamente i percorsi, si può girare tranquillamente. Se adesso penso che percorrevo le due gallerie in apnea per non respirare i gas di scarico delle auto e a velocità sostenuta per uscirne il prima possibile, mi viene uno scagotto postumo, per la paura. Quella non era una scelta accurata del percorso, era proprio una cazzata gigantesca, ma l’alternativa era il valico di San Giacomo in Monte equiparabile, in termini urbani, alla Cima Coppi del Giro d’Italia. Se di una morte bisognava morire, che almeno fosse rapida e non un’agonia lenta lenta lungo la salita di via Bramante. Oggi ho visto parecchie bici, legate ai pali o ai portabici avveniristici dietro piazza Unità e solo questo pensiero mi rende felice. Sono una persona semplice, mi accontento di poco.

lo sai che esistono anche i guanti?

lo sai che esistono anche i guanti?

Ecco, sono di nuovo a fianco di Sissi, di fronte alla stazione. Le mando un saluto di circostanza  – non mi è stata mai simpatica come personaggio storico e poi i film con Romy Schneider mi sfrantumano gli zebedei ogni estate, motivo più che valido per trattarla con sufficienza – ed entro in stazione. Il Regionale Veloce per Venezia è già pronto che mi aspetta. Come metto il piede sul predellino, saluto la città con un sospiro, lascio il cuore al binario 3 e sto già pensando a quando me lo verrò a riprendere.

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Una risposta a Trieste, o cara… (post dedicato agli ex-SSLMIT, ma anche no) – seconda parte

  1. Lucio ha detto:

    La Kleine Berlin è visitata annualmente da qualche migliaio di persone grazie alla passione di alcuni volontari del CAT (Club Alpinistico Triestino), l’ingresso alle gallerie è posto più in alto (verso il Tribunale) rispetto a quello con la targa e si possono prenotare visite per gruppi e scuole durante tutta la settimana. che poi il Comune o le autorità locali non sappiano valorizzarla è un altro discorso.

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